Un ultimo appello alla prudenza e alla giustizia

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DON CURZIO NITOGLIA

20 aprile 2009

http://www.doncurzionitoglia.com/ultimo_appello_prudenza.htm

 



1°) Mi sembra che la risposta di mons. Williamson non sia stata “gratuita e non-dovuta”, poiché gli è stata posta una domanda precisa, in pubblico e video-registrata, alla quale doveva rispondere necessariamente. Egli aveva pattuito con la TV svedese un’intervista sull’operato dottrinale della FSSPX, stop. I giornalisti invece gli hanno teso una trappola, chiedendo - in maniera sibillina - una risposta su quanto aveva affermato venti anni prima in Canada, in occasione dell’ingiusto processo Zundel-Leuchter, con l’intento di farlo cadere. Se non avesse risposto, avrebbe avallato l’insinuazione del giornalista, che voleva farlo passare per un anti-semita biologico e nazional-socialista. Se avesse detto il contrario di ciò che pensava, avrebbe mentito pubblicamente, sotto registrazione, avrebbe condannato due vittime (Zundel-Leuchter) e avallato un’opinione storico-teologica che non sta in piedi (“shoah male assoluto” e “sterminio totale e pianificato degli ebrei europei, tramite camere a gas”). Ora, se mi scavano una fossa sulla strada che attraverso e vi cado dentro, non sono io il colpevole ma chi mi ha teso il trabocchetto. Se mi fanno uno sgambetto, mentre cammino e cado oppure prendo “uno scivolone” perché mi gettano una “buccia di banana” dove passo, non sono io il malvagio o l’imprudente ma chi mi ha fatto lo sgambetto e mi ha fatto scivolare.

 

2°) Non si può accusare pubblicamente mons. Fellay di aver tradito, di essersi venduto al modernismo post-conciliare, senza avere e addurre le prove oggettive e reali e non semplici congetture. Sarebbe un giudizio temerario in materia grave, che comporta un peccato grave, contro l’8° comandamento e la virtù di giustizia, almeno oggettivamente o materialmente. Se qualcuno ha dei dubbi positivi, seri e fondati, gli è lecito sospendere l’assenso e il giudizio “pro auctoritate”, attendere prudentemente ciò che avverrà e agire o parlare solo dopo aver risolto il dubbio ed aver avuto la certezza morale.

 

3°) Per quanto riguarda i dottori Savino-Copertino, che stimo ma dai quali dissento:

 

a) “Ebrei fratelli maggiori e prediletti nella Fede di Abramo”, è un grave errore contro la Fede cattolica, poiché il giudaismo post-biblico non crede alla SS. Trinità e all’Incarnazione del Figlio, che sono i due misteri principali di essa;

b) L’Antica Alleanza era tutta relativa alla Nuova e a Cristo, il giudaismo l’ha rotta, il suo padre non è più Abramo ma è il diavolo (Gv, VIII, 42 ss.);

c) L’ermeneutica della continuità di “Nostra aetate” non regge, essa non contiene neppure una citazione della S. Scrittura, dei Padri ecclesiastici e del Magistero, poiché non ve ne sono, non esistono. Cosa “continua”? Nulla. Il continuo è definito “id cujus extrema sunt unum”. Ora quale è l’unità di dottrina tra Tradizione e “Nostra aetate”? Non c’è.

Ho già scritto su questi tre ultimi argomenti e non vorrei ripetermi, poiché “repetita juvant, cum non scocciant”.

 

4°) Il revisionismo non deve far parte necessariamente dei colloqui per dirimere gli errori conciliari e post-conciliari. Sono perfettamente d’accordo. Ma chi lo ha messo nell’ “agenda” è stato Benedetto XVI, canonicamente eletto Papa, ma parlante in questa occasione come dottore privato, non mons Williamson.

 

5°) L’autenticità della Fede non passa attraverso le posizioni revisioniste, sì è vero, ma neppure il contrario: il revisionismo storico non è contro la Fede cattolica. Ora Benedetto XVI ha chiesto esplicitamente a mons. Williamson di aderire alla vulgata sterminazionista, come conditio sine qua non per entrare nella “piena e perfetta comunione” col Vaticano II e per poter esercitare l’episcopato.

 

6°) Date queste premesse, la “shoah come male assoluto” o il revisionismo storico diventano qualcosa di connesso intimamente con la Fede. Onde l’insegnamento (che ho citato ed è stato ripreso dall’amico Domenico Savino) di san Tommaso d’Aquino è applicabile - hic et nunc, rebus sic stantibus - anche all’ «olocausto-latria». Il giudaismo, oggi, professa il dogma olocaustico e pretende atto di sottomissione ad esso. Quindi è dovere del cattolico non solo affermare positivamente la verità, ma anche condannare l’errore.

 

7°) Sedersi al tavolo con Benedetto XVI per correggere gli errori conciliari e post-conciliari sarebbe doveroso ma egli ha escluso la volontà di correggere, anzi ha chiesto “piena e totale accettazione del concilio e post-concilio”. Invece sedersi per accettarli o patteggiare con essi sarebbe rovinoso. È stato già fatto ciò? Non mi risulta. Potrebbe avvenire? È possibile. Ma “a posse ad esse, non valet illatio”. Cosa fare? “Non sbraniamoci come cani”, diamo tempo al tempo, “se son rose fioriranno, se son rovi seccheranno”. Se poi non spuntano le rose e se si vedono rovi, se ne prenderà atto. Ora come ora è azzardato e prematuro emettere giudizi pubblici, i quali pretendono avere una certezza che oggettivamente non c’è ancora. Aspettiamo con pazienza, prudenza, senso di giustizia e misericordia.

 

8°) Firmare il protocollo del 4 maggio 1988 significherebbe accettare il Vaticano II e il post-concilio, dopo il 2009 «olocausto-latria» annessa. Mons. Lefebvre lo fece ma poi - fortunatamente - ritrattò. Ora “errare humanum est, perseverare diabolicum”. Voler spingere a ricommettere ciò che mons. Lefebvre stesso giudicò essere stato un errore, non è un “buon consiglio”.

Prego perché non succeda, penso mi sia lecito e consentito. Deo gratias non è ancora successo, sarebbe scorretto affermare - con certezza - il contrario. In coertis unitas, in dubiis libertas, in omnibus caritas. Alcuni giudizi perentori e definitivi contro o su mons. Williamson sono ingiusti, mi hanno stupito e addolorato. Altri su mons. Fellay sono affrettati e quindi imprudenti. Ora la prudenza è l’auriga di tutte la altre virtù. Quindi cerchiamo di mantenerla. “Expectans expectavi”…

 

Conclusione

 

Detto questo mi fermo e attendo. Non intendo emettere giudizi affrettati né ingiusti su nessuno (“Qualcuno dice: io sono di Cefa, qualche altro: io di Paolo. No, bisogna dire: io sono di Cristo”, san Paolo). Non voglio fare né sentire illazioni o pettegolezzi. “Oremus ad invicem” e per la FSSPX che tutto si aggiusti, nulla è impossibile alla preghiera. “Miserere nostri Domine, miserere nostri, quia multum sumus pleni despectione”. “Qui reputat se stare, caveat ne cadat”. Et de hoc satis.

 

Pace e Bene a tutti!

 

d. Curzio Nitoglia

 

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