TRADI-ECUMENISMO O TRADI-MENTO?
 

DON CURZIO NITOGLIA

14 settembre 2010

http://www.doncurzionitoglia.com/tradimento_ecumenico.htm

 

“Soltanto con le armi della verità ci si può difendere contro le armi della menzogna e della seduzione”

(S. Cipriani, Commento alle Lettere di S. Paolo, II Tess., II, 11).

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●Una delle ultimissime mode o illusioni è quella di conciliare Paolo VI con la Tradizione cattolica antimodernista, che sarebbe stata amata da papa Montini, il quale avrebbe veduto in essa le certezze che lui non riusciva ad avere e l’avrebbe ammirata. Benedetto XVI addirittura sarebbe un restauratore della Tradizione ecclesiastica.

●Dunque il vento sarebbe cambiato. La barriera tra Gerarchia postconciliare e antimodernismo potrebbe essere appianata, ma ad una condizione: l’antimodernismo sinora ha conservato la Fede come asserragliato dentro un bunker, oggi invece dovrebbe aprirsi per andare verso i fedeli che vivono nel mondo, anche a costo di compromessi. L’asserto è duplice: a) non bisogna cedere sui principi, i dogmi e la Fede; b) al tempo stesso si dovrebbe penetrare nell’ambiente religioso-culturale odierno e post-concilare, anche a costo di alcuni compromessi.

●Rispondo:

a/1) Sembra di risentire papa Giovanni con cinquanta anni di ritardo: “aprirsi al mondo attuale o aggiornarsi”. Secondo lui la nuova pentecoste della Chiesa sarebbe consistita «in un’apertura o in aggiornamento dello spirito» (R. Amerio, Iota unum, Torino, Lindau, p. 15).

b/1) “Fare compromessi” in materia dommatica senza rinnegare la Fede (compromesso = “accordo o accomodamento tra due o più tesi in contrasto tra loro; cedimento in campo pratico rispetto ai principi professati in campo teorico; rischiare o mettere a repentaglio qualcosa o qualcuno”, N. Zingarelli) La frase potrebbe scioccare, sembrare una contradictio in terminis, infatti come si fa a “far compromessi” in materia teologica “senza rinnegare” i principi dommatici? Quindi occorre aggiustare un tantino la frase: l’idea è giusta, ma l’espressione no. Perciò sarebbe meglio dire: “bisogna correre dei rischi” (rischiare = “mettere a repentaglio o a grave pericolo qualcosa o qualcuno, correre il pericolo”, N. Zingarelli) e poi fare i compromessi, dacché l’idea è giusta (“faciunt et non dicunt”). Come è possibile mantenere fede ai principi se ci si mette in pericolo proprio riguardo ad essi? “Chi ama il pericolo in esso si perderà” dice la S. Scrittura (Sir., III, 25). La teologia morale (e anche il semplice “Catechismo di S. Pio X”) insegna che mettersi in occasione prossima di peccato o correre il pericolo di male agire è già peccare ipso facto.

●Infine tale asserto divisibile in due parti (apertura e compromesso) richiama alla mente addirittura l’antropocentrica ‘Costituzione pastorale sulla Chiesa nel mondo’ “Gaudium et spes”, ne ha tutta l’anima e la forma mentis e ne risulta impregnata dallo stesso desiderio, magari soggettivamente retto, di convertire la modernità, ma dalle conseguenze catastrofiche, che oggi sono sotto gli occhi di tutti[1]. GS non rappresenta più l’alterità o persino la contrapposizione tra Chiesa e mondo moderno, ma cerca di inserire la Chiesa e il suo operare apostolico in esso[2] e pone la Chiesa “dentro ed oltre la modernità”[3]. La preoccupazione dei Vescovi negli anni Sessanta era “la incomunicabilità tra chiesa e l’umanità contemporanea” o post-moderna (Nietzsche, Freud, Marx) perché “a che cosa serve una Chiesa che non sa parlare con l’uomo [moderno e post-moderno]?”[4]. La Chiesa era vista negativamente come “una cittadella arroccata”[5] o un “bunker”. Ma se si è attaccati da un nemico potente e deciso a tutto, non è cosa saggia asserragliarsi per difendersi e contrattaccare piuttosto che farsi trovare a braccia conserte con l’iper-ottimistica illusione che tutto andrà bene? La stessa preoccupazione anima i “tradi-ecumenisti”. Certo la situazione odierna non è rosea, ma non ci si può illudere che tutto andrà a posto se ci si mette a dialogare ad ascoltare le ragioni della modernità, senza controbattere e confutare. Anche dopo la Seconda Guerra mondiale  “la Chiesa si erigeva a giudice della storia e dell’umanità, […] mentre il suo appoggio ai fascismi europei era stato netto e consapevole, perché strumentale al conseguimento di una restaurazione cristiana”[6]. La mentalità “tradi-ecumenista” è la stessa o simile (in buona fede si spera) a quella di GS. Il risultato sarà quindi lo stesso, anzi peggiore dato che la situazione del mondo contemporaneo si è enormemente aggravata dopo il Sessanta. Non si può sognare ad occhi aperti un mondo anche “cattolico”, dopo 50 anni di Vaticano II, pronto ad accettare il “sì sì no no” del Vangelo. Questo ambiente esiste solo nella mente di qualche utopista e idealista, ma non nella realtà, con la quale bisogna fare i conti.

●Invece, la triste realtà, provata da fatti e documenti e non da chimere, illusioni o gratuite asserzioni (“quod gratis affirmatur gratis negatur”) è che Papa Montini, durante “l’omelia nella 9a Sessione del Concilio Vaticano II”, il 7 dicembre del 1965, giunse a proclamare in totale rottura con la Tradizione divino-apostolica e la semplice retta ragione naturale: «la religione del Dio che si è fatto uomo s’è incontrata con la religione (perché tale è) dell’uomo che si fa Dio. Cosa è avvenuto? Uno scontro, una lotta, un anatema? Tale poteva essere; ma non è avvenuto. […]. Una simpatia immensa verso ogni uomo ha pervaso tutto il Concilio. Dategli merito almeno in questo, voi umanisti moderni, che rifiutate le verità, le quali trascendono la natura delle cose terrestri, e riconoscete il nostro nuovo umanesimo: anche noi, più di tutti, abbiamo il culto dell’uomo»[7]. Proprio qui, nella lettera e non solo nello spirito del Concilio, per ammissione stessa di chi lo ha promulgato, si trova la rivoluzione antropolatrica del neo-umanesimo panteistico. San Pio X nella sua prima enciclica “E supremi apostolatus” (1903) ha descritto la natura del regno dell’Anticristo finale come “culto dell’uomo”, che invece Paolo VI, alla luce del Concilio, asserisce di “avere più di qualunque altro”! Qui si trova, perciò, l’errore e la rottura radicale con la Tradizione. Il centro, il re, il fine ultimo è Dio e non l’uomo, due centri in una stessa figura sono impossibili (“ponere duos fines haereticum esse”). La creatura è un mezzo in rapporto al Fine, che è solo e soltanto Dio. Perciò, al contrario del Vaticano II e di Paolo VI, occorre mantenere l’infinita differenza tra Dio e mondo e la distinzione reale tra Infinito e finito. Il cuore del “problema dell’ora presente” è propriamente la velleità di conciliare l’inconciliabile: teocentrismo e antropocentrismo, Messa romana e ‘Novus Ordo’, Tradizione divino-apostolica e Vaticano II, il ‘Tradi-ecumenismo’ ossia la Tradizione con l’ecumenismo condannato formalmente da Pio XI (Mortalium animos, 1928).

●La triste realtà, diversa dai sogni o dai propri desideri, è che anche Karol Wojtyla nel 1976 da cardinale, predicando un ritiro spirituale allo stesso Paolo VI e ai suoi collaboratori, fatto pubblicare da papa Montini in italiano sotto il titolo Segno di contraddizione. Meditazioni, (Milano, Vita e Pensiero, 1977), inizia la meditazione “Cristo svela pienamente l’uomo all’uomo” (cap. XII, pp. 114-122) su Gaudium et spes n.° 22 e asserisce: «il testo conciliare, applicando a sua volta la categoria del mistero all’uomo, spiega il carattere antropologico o perfino antropocentrico della Rivelazione offerta agli uomini in Cristo. Questa Rivelazione è concentrata sull’uomo […]. Il Figlio di Dio, attraverso la sua Incarnazione si è unito ad ogni uomo, è diventato - come Uomo - uno di noi. […]. Ecco i punti centrali ai quali si potrebbe ridurre l’insegnamento conciliare sull’uomo e sul suo mistero» (pp. 115-116). In breve questo è il succo concentrato del Vaticano II: culto dell’uomo, panteismo e antropocentrismo idolatrico. Non lo dico io, ma Karol Wojtyla il futuro Giovanni Paolo II, alla luce di Paolo VI e del Concilio pastorale da lui ultimato.

●Rebus sic stantibus come conciliare Paolo VI con la Tradizione? Solo mediante la coincidentia oppositorum di Spinoza (“habens satanam suggerentem”, R. Garrigou-Lagrange). Infatti Dio e l’uomo possono esser identificati soltanto nell’ottica dell’antico serpente infernale che promise ad Eva ed Adamo: “eritis sicut Dii”, alla quale promessa è seguita, però, la delusione del peccato originale e della cacciata dal Paradiso terrestre. L’Imitazione di Cristo ci insegna: “Signore dammi la saggezza per evitare chi mi adula e la forza di sopportare chi mi avversa”.

●Lo Spirito Santo tramite San Paolo (II Tess, II, 10-11) ci ha ammoniti: «Siccome non hanno accolto l’amore della verità che li avrebbe salvati, per questo Dio invia loro una potenza di inganno cioè l’Iniquo, perché credano alla menzogna. […]. State saldi, fratelli, nella Fede e mantenete le Tradizioni nelle quali siete stati da Noi istruiti sia a viva voce, sia per lettera». S. Tommaso D’Aquino nel suo Commento alla Seconda Epistola ai Tessalonicensi (II, 10-11, 15) applica tale versetto all’anticristo e spiega che «la causa per cui gli uomini sono ingannati da esso è che non hanno voluto accogliere l’amore della verità. […] Perciò Dio permette che arrivi loro ‘una potenza ingannatrice’ affinché credano alla falsa dottrina dell’anticristo. […]. Quindi li esorta a stare saldi nella verità […] mantenendo la Tradizione trasmessa dai Superiori o Apostoli. Infatti le ‘tradizioni’ che sono trasmesse dai semplici fedeli, se sono in contrasto con la Fede, non si devono osservare». Settimio Cipriani commenta: «le vittime di questa gigantesca operazione d’inganno, permessa da Dio come prova per gli eletti e castigo per i malvagi, saranno soltanto quelli che in cuor suo avevano già abbattuto le barriere di difesa contro il male, in quanto si erano chiusi all’amore della verità che li avrebbe salvati. Soltanto con le armi della verità ci si può difendere contro le armi della menzogna e della seduzione. […]. Il versetto 15 è particolarmente prezioso per la dimostrazione del dogma cattolico della Tradizione, sia orale che scritta, come fonte distinta di Rivelazione accanto alla S. Scrittura. La Bibbia stessa dunque postula di essere completata dalla Tradizione» (Lettere di San Paolo, Assisi, Cittadella Editrice, 5a ed., 1971, pp. 92-95). S. Agostino (Contro Giuliano, V, 3, 12) osserva: «Credere alla menzogna e non alla verità è già di per sé un peccato ed esso deriva dalla cecità e durezza di cuore»[8]. Uomo avvisato è mezzo salvato.

d. Curzio Nitoglia

14 settembre 2010

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[1] Il card. Carlo Maria Martini, riguardo al clima conciliare, ha dichiarato: «si aprivano porte e finestre, […] la Chiesa appariva veramente capace di affrontare il mondo moderno. […] Tutto questo ci dava una grande gioia e una forte carica di entusiasmo […], una fiducia nelle possibilità della Chiesa di parlare con tutti. […]. Oggi si è persa quella capacità di sognare che il Concilio aveva comunicato alla nostra Chiesa» (D. Magni – M. Ronconi a cura di, Per leggere il Vaticano II. Una missione dal volto umano. Introduzione a “Ad Gentes”, Milano, Periodici San Paolo, 2010, vol. 9, p. 170). È curioso… . Mentre persino il card. Martini deve ammettere che oggi si è persa quella capacità di sognare propria degli anni Sessanta, i “tradi-ecumenisti” sembrano iniziare a farlo ad occhi aperti con mezzo secolo di ritardo contro ogni realtà, esattamente quando il fallimento della pastorale del dialogo colla modernità è sotto gli occhi di tutti. Infatti, lo stesso Martini ricorda che una delle figure più rappresentative di tale entusiasmo sognatore era prorio il card. belga Leo Jozef Suenens «l’arcivescovo di Malines-Bruxelles» (ivi, p. 171), la cui tomba è stata violata dalla polizia del Belgio nel mese di luglio di questo anno per motivi, purtroppo, ben noti e tristi risalenti ai “magnifici” anni dell’immediato post-concilio. Attenzione a non confondere i sogni con la realtà.

[2] Cfr. M. C. Bartolomei – M. Ronconi a cura di, Per leggere il Vaticano II. Per amore del mondo. Introduzione a “Gaudium et spes”, Milano, Editore Periodici San Paolo, 2009, vol. 4, p. 10.

[3] Ivi.

[4] Ibid., p. 16 e 17.

[5] Ibid., p. 23.

[6] Ibid., p. 39.

[7] Enchiridion Vaticanum. Documento del Concilio Vaticano II. Testo ufficiale e traduzione italiana, Bologna, Edizioni Dehoniane Bologna, 9a ed., 1971, Discorsi e messaggi, pp. [282-283].

[8] Cfr. anche J. Knabenbauer, Epistulae ad Thessalonicenses, Parigi, 1913; J. M. Vosté, Commentarius in Epistulas ad Thessalonicenses, Roma, 1917; G. Rinaldi, Le Lettere ai Tessalonicensi, Milano, 1950; B. Rigaux, St. Paul. Les Epitres aux Thessaloniciens, Parigi, 1956.

 

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