ROMEO, SPADAFORA E LA SANA ESEGESI SULL’OGGETTO DELL’APOCALISSE
 

DON CURZIO NITOGLIA

data 24 SETTEMBRE 2010

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«Il profeta annunzia anche il futuro”, pure se “secondariamente” in quanto principalmente “parla in nome di Dio”. Quindi Profezia significa parlare a nome di Dio ed inoltre predire il futuro» (F. Spadafora).

“Profezia” ‘in senso lato’ significa soltanto “parlare in vece o a nome di un altro”, mentre «‘in senso più ristretto’ la profezia è la manifestazione di cose occulte agli uomini, ed ‘in senso specifico’ è la predizione certa e determinata di un evento futuro» (S. Garofalo).

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Monsignor Antonino Romeo

Nato a Reggio Calabria l’8 giugno del 1902, studiò a Friburgo in Svizzera ove apprese correttamente il tedesco e il francese. Per la teologia è fu alunno del Seminario Regionale San Pio X di Catanzaro e fu ordinato sacerdote il 20 dicembre 1924. Poi espletò il corso completo al ‘Pontificio Istituto Biblico’ di Roma dal 1924 al 1927, anno in cui fu nominato professore di S. Scrittura presso il Seminario Regionale di Catanzaro, ove rimase sino al 1934; dal ‘34 al ‘38 fu Pro-Vicario Generale di Reggio Calabria. Nel 1938 iniziò la sua attività nella Curia romana presso la S. Congregazione per i Seminari e le Università sino al 1972, quando si ritirò nel Seminario di Reggio Calabria ove morì il 22 settembre del 1979. Fu professore di S. Scrittura di mons. Francesco Spadafora, il quale lo ricordò in un commovente articolo su “Palestra del Clero” (n.° 21, 1979, pp. 1321-1327). Il metodo scientifico del Romeo era basato sullo studio della filologia, delle fonti e delle scienze ausiliarie sotto la interpretazione comune della Tradizione o dei Padri ecclesiastici. Egli, come scrive nella sua commemorazione Spadafora, era contrario alle «inutili e vanitose “specializzazioni”, che limitano il campo e spesso accecano, rendendo stolti, e quasi sempre ignoranti di tutto il resto». Tra le sue opere sono da enumerare Dio nella Bibbia, nel volume Dio nella ricerca umana, a cura di Giuseppe Ricciotti, Roma, Coletti, 1950 (pp. 257-415); Il Giudaismo, nel volume Le Religioni nel mondo, Roma, Coletti, 1946; la monografia sul Sacerdozio, nella Enciclopedia sul Sacerdozio, Firenze, Libreria Editrice Fiorentina, 1953 (pp. 289-579); il trattato sulla Ispirazione, nel volume scritto assieme a F. Spadafora - D. Frangipane, Il Libro Sacro, Padova, Il Messaggero, 1959 (pp. 55-190); la traduzione e commento dell’Apocalisse, ne La Sacra Bibbia a cura di S. Garofalo, Torino, Marietti, 1960, 3° vol., pp. 763-861. «Egli preparava un grande commento all’Apocalisse» quando la morte lo colse a 77 anni. Storica è la sua confutazione dell’articolo di padre Alonso Schökel, Dove va l’esegesi cattolica? in “La Civiltà Cattolica”, 3 settembre 1960, pp. 449-460, «undici pagine di affermazioni gratuite, quasi un proclama innovatore» (F. Spadafora, ivi). La confutazione di mons. Romeo apparsa su “Divinitas” diretta da mons. Antonio Piolanti, n° 4, 1960, pp. 378-456, consta di ben 78 pagine ricchissime di citazioni e riscontri. Nel 1960 assieme allo Spadafora fece allontanare dal ‘Pontificio Istituto Biblico’ due gesuiti neomodernisti (v. sotto), ma col Pontificato di Paolo VI, questi furono immediatamente reintegrati nell’insegnamento senza nessuna correzione o nota “previa”. Secondo mons. Romeo, l’esegeta, specialmente se è sacerdote, «non è un mero filologo, ma anche un teologo»[1]. Invece la esegesi neomodernista è «basata sul disprezzo o la trascuranza della Tradizione, dei tesori di sapienza e di conoscenza lasciatici dai Padri»[2]. Mons. Romeo ci ha lasciato numerosi articoli sulla “Enciclopedia Cattolica” (Città del Vaticano, 12 voll., 1949-53) tra i quali Tradizione (XII, coll., 397-401), Anticristo, (I, coll., 1433-1440), Satana e Satanismo (X, coll., 1948-1961)[3].

 

Monsignor Francesco Spadafora

Mons. Francesco Spadafora nacque a Cosenza il 1° gennaio 1913; frequentò il Seminario Regionale “San Pio X” di Catanzaro, allora affidato alle cure di ottimi Gesuiti; fu ordinato sacerdote a 22 anni il 10 agosto 1935. Conseguita la licenza in teologia presso la ‘Facoltà Teologica di Posillipo’ (1935-1936), frequentò dal 1936 al 1939 il ‘Pontificio Istituto Biblico’ dal quale uscì con la laurea  in Scienze Bibliche. Fu professore di Sacra Scrittura  nei Seminari Regionali di Assisi e Benevento finché nel 1950 fu chiamato ad insegnare in Roma al “Marianum” e poi, nel 1956, alla Pontificia Università Lateranense. Godette della fiducia del Prefetto del Sant’Uffizio, card. Alfredo Ottaviani, che era solito consultarlo sui libri di esegesi in esame presso quella Sacra Congregazione. Indetto il Concilio Vaticano II, fu perito per la Sacra Scrittura nella Commissione preparatoria per gli Studi e i Seminari, ove lavorava anche il suo vecchio Maestro mons. Romeo. Autore di più di 30 volumi[4] e di centinaia di saggi specialistici su riviste altamente scientifiche; segretario dell’Associazione Biblica Italiana, mons. Spadafora fondò e diresse per cinque anni la Rivista Biblica, collaborò a Palestra del Clero, a L’Osservatore Romano, a Divinitas, a Renovatio ed altre riviste; fu redattore della Bibliotheca Sanctorum e curò più di 100 voci dell’Enciclopedia Cattolica riguardanti il Vecchio e il Nuovo Testamento.

Assieme a mons. Antonino Romeo combatté l’esegesi modernista, che si era infiltrata nel “Biblicum” tra gli anni 1950 e 1960 in palese opposizione con gli scopi per i quali quell’Istituto era stato progettato da Leone XIII e realizzato da San Pio X. Mentre mons. Romeo dalle pagine di Divinitas (n° 4, 1960, pp. 378-456) denunziava e combatteva, con l’articolo L’enciclica “Divino afflante Spiritu” e le opiniones novae, la svolta rovinosa del Pontificio Istituto Biblico, Mons. Spadafora, nell’articolo Rm. V, 12: esegesi e riflessi dogmatici (Divinitas 4, 1960, 289-298), dimostrò che il gesuita Lyonnet, oltre ad addurre inconsistenti argomenti filologici, non teneva in nessun conto il Magistero Infallibile della Chiesa e richiamò l’attenzione sul dovere dell’esegeta cattolico di tener sempre presente il Magistero e i Padri della Chiesa allorché questi hanno dato l’ interpretazione autentica di un testo attinente al dogma o alla morale. Nel conflitto, che si configurava gravissimo, anche perché coinvolgeva la ‘Sacra Congregazione dei Seminari e delle Università’ (mons. Romeo), la Pontificia Università Lateranense (mons. Spadafora) e il ‘Pontificio Istituto Biblico’ (Stanislao Lyonnet S.J.), intervenne il Sant’ Uffizio che, dopo approfondito esame, sentite le due parti, condannò il gesuita Lyonnet e il suo confratello Zerwick allontanandoli da Roma e dall’insegnamento. Due anni dopo, però, Paolo VI, appena eletto, richiamò a Roma gli “esiliati” e li reintegrò nell’ insegnamento al Biblico, senza altra ragione che il suo personale filomodernismo e senza nessuna ritrattazione da parte loro. Fu il tacito avallo dato da papa Montini alla “nuova esegesi” modernistico-razionalista, con il conseguente trionfo dei biblisti “novatori”. Da allora l’interpretazione ereticale di Rm. V, 12 propugnata dal Lyonnet con la negazione del peccato originale ha tenuto il campo. Mons. Spadafora non fu solo uno studioso, ma anche un apostolo e un sacerdote dalla fede tanto semplice quanto profonda, impegnato specialmente nella direzione spirituale delle suore. Tra l’altro fu direttore spirituale di suor Elena Aiello, la “monaca santa”, ora beata, e un vero padre spirituale per le suore Discepole del Cenacolo di Velletri, fondate da don Francesco Putti, presso le quali visse gli ultimi 10 anni della sua vita (†10 marzo 1997).

L’esegesi cattolica contro quella neomodernisica

Leone XIII nell’enciclica Providentissimus insegna che «le Scritture sono spiegate senza alcun pericolo da questi uomini che hanno la successione apostolica, come già insegnò S. Ireneo (Adv. haer., IV, 26.5)»[5] e quindi nei passi della Bibbia che riguardano la Fede e la Morale «è da ritenere per vero senso della Sacra Scrittura, quello che ha sempre tenuto e tiene la Santa Madre Chiesa […]; pertanto a nessuno è lecito interpretare la S. Scrittura contro questo senso o contro l’unanime consenso dei Padri»[6].

Pio XII nell’enciclica Divino afflante Spiritu, riprendendo la Providentissimus, insegna e specifica che «gli esegeti della S. Scrittura […] terranno conto delle spiegazioni e dichiarazioni del Magistero ecclesiastico, come pure delle esposizioni dei Padri della Chiesa»[7].

Mons. Francesco Spadafora, contro i neomodernisti, che volevano tirare la Divino afflante dalla loro parte scrive: «evidentemente si deve interpretare la Divino afflante alla luce di questo contesto [Providentissimus di Leone XIII e Spiritus Paraclitus di Benedetto XV], nella linea dell’insegnamento chiaramente espresso in tutti gli altri documenti pontifici, ai quali Pio XII rimanda esplicitamente [sette anni dopo nella Humani generis del 12 agosto 1950]»[8].

La frase che i neomodernisti, come insegnano mons. Romeo e Spadafora, cercano di sfruttare al massimo, isolandola dal contesto della Divino afflante, per sminuire il valore del consenso unanime dei Padri o della Tradizione cattolica, suona così: «nelle norme date dalla Chiesa si tratta della dottrina sulla Fede e i Costumi e tra le tante cose contenute nei Libri Sacri […], poche sono quelle, di cui la Chiesa con la sua autorità ha dichiarato il senso, né in maggior numero si contano quelle, intorno alle quali si ha l’unanime consenso dei Padri»[9]. Spadafora ironizza su «questi [esegeti] che amano dirsi “progressisti” e si identificano con […] i martiri del lavoro, per il bene della Chiesa; nessuno deve osare criticarne gli scritti; chi osa farlo viene subito identificato con quegli zelanti che si adombrano di qualsiasi novità, per il semplice fatto delle “novità”; e viene subito redarguito quale figlio disobbediente della Chiesa, perché in netto contrasto con l’enciclica Divino afflante, la sola enciclica (e quanto malamente interpretata!) da costoro citata e messa innanzi: nessuno può togliere ad essi la “libertà dei figli di Dio”, loro largita dalla Divino afflante […]. Mentre l’esegeta non può attribuire alla pericope che esamina, un senso diverso da quello che tenne e tiene la Santa Madre Chiesa: senso che risulta dai documenti del magistero straordinario, ordinario e dal consenso unanime dei Padri»[10]. Ma ecco l’escamotage dei neomodernisti: «il principio può essere conservato, ma nel museo, per il passato. Oggi, impedirebbe ogni progresso scientifico [“la teologia consiste nel riflettere e non solo nel ripetere”]. Ecco infatti la precisazione [sfruttata dai novatori]: “solo pochi” sono i casi in cui bisogna ricordare il principio. Nessuno se ne occupi dunque, e praticamente si proceda badando solo alla filologia e alla critica [senza tener conto del Magistero e del consenso dei Padri]. Se ci si è affrancati dalla dottrina definita dai Concili ecumenici, Tridentino e Vaticano I, è inutile aggiungere che viene completamente ignorato “l’unanime consenso dei Padri”, dopo quel “non plura” [“né in maggior numero”] messo lì dall’enciclica! Come se vi fosse un ‘enchiridion’ con i brani il cui senso è dato concordemente dai Padri[11]. Qualcuno (Cornely, Durand) ne enumera 20 circa o addirittura non più di 12, ma Spadafora dissente chiaramente da costoro. Infatti scrive: «invece è compito dell’esegeta cattolico, quando si tratta di pericope che tocca il dogma e la morale [e l’oggetto di cui tratta il Libro Sacro lo è; infatti è ridicolo voler asserire che non tocca la Fede il fatto che l’Apocalisse parli solo del passato] assicurarsi se c’è un senso già dato con morale unanimità dai Padri»[12]. Ad esempio, per quanto riguarda il fatto che l’Apocalisse parla della storia umana sino alla fine del mondo, questo consenso c’è: si consulti Cornelius a Lapide e si trovi un solo Padre greco o latino che lo neghi. Quindi l’esegeta deve attenervisi e non ignorarlo o innovare dicendo “nova et non nove”. Continua Spadafora: «è proprio questo che mons. Antonino Romeo ha affermato e dimostrato nel celebre articolo L’enciclica “Divino afflante Spiritu” e le “Opiniones novae”, in “Divinitas” n° 4, 1960, pp. 378-456. Tale articolo era una confutazione della tesi contraria, proposta dal padre Alonso Schökel in La Civiltà Cattolica, 3 settembre 1960»[13].

Mons Spadafora ricorda pure che papa Paolo IV nella Professio Fidei Tridentina del 13 novembre 1564 ha decretato: «accolgo la S. Scrittura secondo quel senso che tenne e che tiene per fermo la Chiesa […], né mai la riceverò o la interpreterò se non secondo il consenso unanime dei Padri» (DS 1863). Tale “Professione di Fede” è stata ripresa dal Vaticano I con alcune aggiunte (DS 1869) e San Pio X ha decretato che i sacerdoti la pronunciassero solennemente sul Vangelo nel giuramento antimodernista (Sacrorum Antistitum, 1° settembre 1910; DS 3546), prima di ricevere i sacri Ordini, proclamando solennemente sotto forma di giuramento in senso stretto: «riprovo quel modo di interpretare la S. Scrittura che, lasciate da parte la Tradizione della Chiesa, l’analogia della Fede e le norme della S. Sede, aderisce […] alla critica testuale come regola unica e suprema». È chiaro che si ammette dal Tridentino sino a Leone XIII, Benedetto XV e Pio XII la liceità della critica biblica, ma subordinatamente alla Tradizione della Chiesa, ossia al consenso dei Padri, e lo si giura sul Vangelo, sotto pena di spergiuro e di peccato mortale.

L’opinionismo: essenza della “nuova esegesi”

Hans Urs von Balthasar (v. sì sì no no, 31 marzo 2010, pp. 5-6), Jean Daniélou (Origène, 1949; v. sì sì no no, 31 gennaio 2010, pp. 1-4) ed Eugenio Corsini (v. sì sì no no, 28 febbraio 2007, pp. 1 ss.) con i loro seguaci, pensano di evitare la condanna delle loro teorie. Per il primo, Cristo sarebbe disceso dopo la sua morte all’inferno dei dannati e avrebbe riunito a Sé ogni essere, compresi i dannati e i diavoli. Il secondo, invece, asserisce che l’apocatastasi[14] mantiene tutto il suo valore essendo stata sostenuta anche da S. Gregorio di Nissa (+ 394)[15], canonizzato e Padre della Chiesa e non solo da Origene semplice “Scrittore ecclesiastico”. Per il terzo, infine, l’Apocalisse parla solo del passato della Chiesa, sino alla morte di Cristo; egli si rifà all’apocatastasi di Origene (+ 254), asserendo che la sua è una semplice ‘opinione’ e che è pronto a sottomettersi al giudizio della Chiesa, la quale non si sarebbe ancora pronunciata in maniera definitiva, su tali problemi. Come si vede tali tesi si potrebbero definire pari pari col titolo di mons. Romeo: «opiniones novae». Ora, l’apocatastasi è già stata condannata assieme all’origenismo nel 553 da papa Vigilio nel II Concilio di Costantinopoli e la totalità, matematica e non solo morale, dei Padri ha interpretato l’Apocalisse come rivelazione di ciò che avverrà nella storia umana sino alla fine del mondo. Monsignor Pier Carlo Landucci, scriveva che “Non si opina sulla interpretazione unanime, e quindi infallibilmente certa, dei Padri della Chiesa o sulla Fede della Chiesa espressa non solo positivamente, ma anche in negativo tramite condanne di eresie mediante anatemi; invece si crede loro, con assenso di Fede soprannaturalmente certa” (Cento problemi di Fede, Roma, La Roccia, 1968).

S. Agostino diceva: “In certis unitas, in dubiis libertas, in omnibus caritas”. Ora, l’eternità dell’inferno e il carattere profetico e premonitore del futuro sino alla fine del mondo dell’Apocalisse non sono “cose dubbie” o “opinioni nuove”, ma verità infallibilmente certe. Onde si richiede l’unità certa della Fede e non la diversità dubbia delle opinioni, che in tal caso sarebbe eresia almeno materiale.

Il “Canone” della Bibbia e i “Libri profetici”

“Canone” significa regola (“canòn”), ossia la collezione o il catalogo di quei Libri che, essendo ispirati da Dio, sono regola della verità assieme alla Tradizione. Quindi, un Libro Sacro è canonico se si trova nel Canone e allora si è certi che è stato ispirato da Dio, con conseguente inerranza, poiché la Chiesa lo ha riconosciuto come tale o “canonico”.

Protocanonici sono quei Libri sulla cui origine divina si ebbe il consenso unanime di tutta la Chiesa sin dall’inizio.

Deuterocanonici sono i Libri sulla cui ispirazione divina si ebbero delle dispute e dei dubbi sino al secolo V. Tuttavia deutero (= secondo) non significa che il Libro Sacro in questione è diventato ispirato o canonico solo in un secondo tempo, ma che, anche se si discuteva sulla sua ispirazione divina, esso era canonico sin dall’inizio e solo che gli Scrittori ecclesiastici non ne erano tutti ben sicuri sino al V secolo. L’Apocalisse è un Deuterocanonico; quindi se Origene dubitava della sua ispirazione divina, essendo morto nel 254, non gli è imputabile a colpa, perché la questione fu definita dalla Chiesa solo circa due secoli dopo[16].

Ora sia il Dizionario biblico di Francesco Spadafora che il Dizionario di teologia dommatica di Pietro Parente, Antonio Piolanti, Salvatore Garofalo insegnano che i Libri della Bibbia sono divisi in Antico e Nuovo Testamento, e che l’Apocalisse è l’ultimo e 27° Libro del N. T ed è un “Libro profetico”, anzi è “l’unico Libro profetico del Nuovo Testamento” (S. Garofalo). Gli altri Libri Sacri sono Storici (i Vangeli) e Didattici (le Epistole di S. Paolo e degli altri Apostoli: Giacomo, Pietro, Giovanni e Giuda)[17].

Mons. Spadafora spiega che “il profeta annunzia anche il futuro”[18], pure se “secondariamente” in quanto principalmente “parla in nome di Dio”[19]. Quindi Profezia significa parlare a nome di Dio ed inoltre predire il futuro; nulla di meno. Mons. Garofalo spiega che “Profezia” ‘in senso lato’ significa soltanto “parlare in vece o a nome di un altro”, mentre «‘in senso più ristretto’ la profezia è la manifestazione di cose occulte agli uomini, ed ‘in senso specifico’ è la predizione certa e determinata di un evento futuro»[20]. Quindi non ci si può appellare a costoro (Spadafora, Romeo e Garofalo) per avallare la tesi secondo cui un Libro profetico è soltanto un parlare a nome di Dio e nulla di più. Si legga S. Tommaso d’Aquino, Summa Theologiae, II-II, qq. 171-174; De veritate, XII. Se l’etimologia di profezia data dall’Angelico non è filologicamente esatta, la definizione reale e teologica di essa è esattissima e stupisce che si contesti persino l’autorità del Dottore comune o Ufficiale della Chiesa. Non è, dunque, corretto appellarsi allo Spadafora per fargli dire il contrario di quanto ha scritto, che cioè la Profezia non parla affatto del futuro; mentre essa parla anche del futuro, benché principalmente a nome di Dio.

Per quanto riguarda il Messia e il Messianesimo, esso è strettamente connesso con la Profezia e il Profetismo. Infatti, L’AT in sostanza è la storia del piano divino, che tende a liberare l’umanità dal peccato originale. La liberazione o redenzione è affidata a un Messia nascituro da una Vergine, atteso a lungo prima di apparire nel mondo: tutta la storia dell’AT e di Israele è un tendere al Messia. Tuttavia, tale liberazione sarà accompagnata da una lotta costante tra bene e male, Dio e satana, e vi sarà un progressivo e altalenante tendere verso il male e l’incredulità, che cesserà solo con la fine del mondo. Il Messia è un Re pacifico, spirituale, discendente dalla stirpe di David, vi è in Lui qualcosa di umano e di soprannaturale[21]. «Molto spesso l’attesa del Messia e del regno messianico sarà espressa con un linguaggio ricco di metafore, di immagini o con riferimento a situazioni e a realtà contingenti: le profezie dell’AT si servono di questa veste provvisoria per esprimere realtà spirituali, future, universali ed eterne. […]. Il conflitto tra il Messianismo di Gesù e quello della massima parte di Israele fu alle origini della incomprensione e del rifiuto che il popolo una volta eletto oppose all’unico Messia inviato da Dio»[22].

Il Vecchio Testamento è composto da 46 Libri, che costituiscono la prima parte della Bibbia, mentre i 27 del Nuovo Testamento compongono la seconda parte della Bibbia. Il Vecchio Testamento contiene la storia dell’antica Rivelazione che preparava alla Nuova, cioè alla venuta del Messia. Il Concilio di Trento (1546) ha consacrato definitivamente ed infallibilmente l’ordine e la numerazione dei Libri sacri o canonici. Essi sono Storici (il Pentateuco, 1380 a. C.) e Legislativi (da Giosuè sino a Ester); Didattici o Sapienziali, per l’istruzione del lettore affinché possa ottenere la sapienza divina (da Giobbe all’Ecclesiastico); Profetici (i Profeti maggiori: da Isaia a Daniele; i Profeti minori: da Osea a Malachia, che furono inviati da Dio a Israele per predire i castighi futuri a causa della sua infedeltà e per rafforzare la sua speranza se avesse fatto penitenza); infine vi è il seguito dei Libri Storici (I e II dei Maccabei, II sec. d. C.). Il VT forma una unità inscindibile col NT, di cui è l’ombra o la figura (I Cor., X, 6-11); esso fu il “pedagogo” (Gal., III, 24) che condusse la parte d’Israele fedele a Cristo, che era il fine del VT (Rom., X, 4). Il VT postula necessariamente il NT, che lo illumina e lo compie con la piena e perfetta Rivelazione di Cristo (Ebr., I, 1-2). S. Agostino scriveva: “nel VT si nasconde il NT e nel NT si manifesta apertamente il VT” (Quaest. In Haept., II, 73)[23]. Come si può constatare, voler far passare l’Apocalisse per un libro storico riguardante solo il passato è una favola “ad fabulas autem convertentur” aveva predetto S. Paolo quanto al futuro.

d. Curzio Nitoglia

24 SETTEMBRE 2010

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[1] A. Romeo, L’enciclica Divino afflante Spiritu e le opiniones novae, in “Divinitas”, n. ° 4, 1960, p. 424. Cfr. ivi, p. 453, nota 147.

[2] Ibid., p. 438.

[3] Su mons. Romeo cfr. anche A. Dalledonne, Implicazioni del tomismo originario, Genova, Quadrivium, 1981, pp. 69 ss.

[4] Ci limitiamo qui a ricordare il suo ottimo Dizionario Biblico, Leone XIII e gli Studi biblici, San Paolo alla conquista dell’impero, La Chiesa di Cristo e la formazione degli Apostoli, Cristianesimo e giudaismo, Fuori della Chiesa non c’è salvezza, Temi di esegesi, Attualità Bibliche, la Resurrezione, Pilato, il commento di Ezechiele, La Tradizione contro il Concilio, Il Postconcilio.

[5] Citato in F. Spadafora, Leone XIII e gli studi biblici, Rovigo, Istituto Padano di Arti Grafiche, 1976, p. 115.

[6] Cit. ivi, p. 116.

[7] DS, 3826, cit. in F. Spadafora, ibidem, p. 123.

[8] F. Spadafora, ibid., p. 124.

[9] Cit. in F. Spadafora, ibid., p. 125.

[10] Ibid., p. 126.

[11] Ibid., p. 128.

[12] Ivi.

[13] Ibid., p. 130.

[14] Cfr. M. Jugie, voce “Apocatastasi”, in “Enciclopedia Cattolica”, Città del Vaticano, 1949, vol. 1°, coll. 1626-27.

[15] Cfr. J. Daniélou, Gregorio Nisseno, Santo” in “Enciclopedia Cattolica”, Città del Vaticano, 1951, vol. VI, coll. 1906-1111.

[16] Cfr. S. Garofalo, voce “Canone biblico”, in Dizionario di teologia dommatica, Roma, Studium, 4a ed., 1957, pp. 57-58; F. Spadafora, Dizionario biblico, Roma, Studium, 3a ed., 1961, voce “Profezia”, pp. 488 ss.

S. Zarb, De istoria canonis utriusque Testamenti, Roma, 1934. Id., Il canone biblico, Roma, 1937.

[17] Cfr. E. Jacquier, Histoire des Livres du N. T., 4 voll., Parigi, 1924-1928; H. Öpfl - B. Gut, Introductio specialis in Novo Testamento, 5a ed., Roma, 1949; J. Sickemberger, Introduzione al N. T, Torino, 1942.

[18] Dizionario biblico, Roma, Studium, 1963, 3a ed., p. 489.

[19] Ivi.

[20] P. Parente, Dizionario di teologia dommatica, cit., p 334.

[21] Cfr. L. Tondelli, Il disegno divino nella storia, Torino, 1947; S. Garofalo, La nozione profetica del “resto” di Israele, Roma, 1942; G. Bonsirven, Il Giudaismo palestinese al tempo di Gesù, Torino, 1950; P. Henisch, Cristo redentore nell’AT, Brescia, 1956.

[22] S. Garofalo, voce “Messia”, in Dizionario di teologia dommatica, cit., p. 265.

[23] i. Schuster - GB. Holzammer, Manuale di Storia biblica, 2 voll., Torino, 1942; G. Ricciotti, Storia di Israele, 2 voll., Torino, 19**. H. Höpfl – B Gut, Introductio generalis in Sacram Scripturam, Roma, 1950; G. Perrella, Introduzione generale alla S. Bibbia, Torino, 1952.

 

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