ROMA IMMORTALE DI MARTIRI E DI SANTI
 

DON CURZIO NITOGLIA

27 maggio 2010

http://www.doncurzionitoglia.com/roma_immortale_di_martiri.htm

 


His […] imperium sine fine dedi” (Virgilio, Eneide, I, 279)

Introduzione

Il 21 maggio del 996 Ottone III (980-1002) ricevette la corona imperiale da papa Gregorio V, nella basilica di San Pietro a Roma. Egli era il nipote di Ottone I di Sassonia, che, dopo aver sottomesso la Germania, nel 962 aveva ristabilito in occidente l’impero, chiamato più tardi “Sacro romano impero germanico”, che durerà sino al 1806, quando fu soppresso da Napoleone I. Ottone III riprese il programma, passato dai Franchi ai Sassoni, della renovatio Romani imperii, che Pipino il Breve aveva iniziato nel 753 con papa Stefano II e Carlo Magno aveva portato a compimento il 25 dicembre dell’800, quando fu incoronato imperatore in San Pietro da papa Leone III. La renovatio avrebbe dovuto consistere nel restaurare l’antica cultura romana e nel promuovere la libertà della Chiesa, la quale avrebbe garantito la prosperità dell’impero. Se de facto la forza del potere derivava all’imperatore dal vigore militare e politico della Germania, Roma gli conferiva, però, una legittimità che lo rendeva successore degli imperatori Costantino e Carlo Magno, grazie alla sua cattolicità o universalità fondata su Pietro e i suoi successori, i Papi. Nonostante il declino iniziato col crollo dell’impero romano d’occidente (476), Roma ha continuato ad esercitare sino ad oggi un fascino speciale. Bisanzio (sino al 330), poi Costantinopoli (sino al 1760 e da allora Istanbul), ha preteso, nella sua prosperità, di soppiantare Roma “vedova dell’imperatore”. Ma, nonostante la vedovanza che è durata dal V al IX secolo, Roma aveva un Re spirituale, il Papa, che ne ha garantito la perpetuità e la sopravvivenza a Costantinopoli, occupata dai musulmani nel 1453 e divenuta Istanbul nel 1760. Naturalmente parlando, Costantinopoli avrebbe dovuto scavalcare e sorpassare Roma, ridotta all’ombra di se stessa, senza più impero e imperatore. Invece non fu così. Perché? È semplice. Poiché, soprannaturalmente, Cristo aveva scelto Roma quale capitale della religione della Nuova ed Eterna Alleanza, fondata su Pietro, che è morto ed è stato sepolto al monte Vaticano di Roma. Roma, quindi, è veramente Caput mundi, poiché continua e perfeziona l’impero romano antico e lo rende “eterno” in quanto spirituale.

Primato di Roma

«Il primato di Roma nell’antica età cristiana fu ben presto dimostrato dai viaggi (...) che gli esponenti di varie Chiese intrapresero verso Roma. Che cosa mai poteva attirarli alle rive del Tevere (...) se non la Chiesa romana, di cui essi riconoscevano il prestigio della fama e di una reale, preminente autorità? E infatti (...) essi venivano a Roma per esporre ai capi della Chiesa romana i loro problemi, per chiedere consigli ed aiuti» (1). Fondata da S. Pietro e S. Paolo, martirizzati e sepolti a Roma, la Chiesa romana cominciò ben presto ad attirare a sé i fedeli delle altre Chiese cristiane, ma fu soprattutto durante il II secolo che tale richiamo divenne evidente. Attorno al 154, S. Policarpo, vescovo di Smirne, discepolo dell’Apostolo Giovanni, venne a Roma per chiedere consiglio direttamente al papa Aniceto, sulla data in cui si doveva celebrare la Pasqua (questione allora dibattuta e sulla quale le Chiese d’Asia dissentivano da Roma). Nel 178 S. Ireneo da Lione, che aveva avuto come maestro S. Policarpo, venne a Roma per conferire con papa Eleuterio. «Questi viaggi (...) dimostrano (...) che nell’età più antica la Chiesa di Roma primeggiava fra le altre e che le altre ne sentivano il fascino e ne riconoscevano l’autorità» (2).

Le cause del primato

La potenza politica di Roma, che in quei tempi era capitale dell’Impero, contribuì a dar lustro alla Chiesa romana. Ma si trattò soltanto di un contributo e non della causa principale del primato spirituale esercitato da Roma. Vi furono infatti altri motivi di carattere spirituale. S. Ireneo, nell’Adversus haereses (III 1-2), opera composta tra il 175 e il 189, si domanda come sia possibile riconoscere la vera Tradizione cattolica. La risposta è che bisogna studiare l’insegnamento che gli Apostoli trasmisero ad ogni Chiesa locale che fondarono. Per far ciò è necessario risalire per la serie dei vescovi che in ogni Chiesa locale succedettero l’uno all’altro fino a raggiungere l’inizio di ogni serie. Ma poiché l’impresa sarebbe troppo lunga, è meglio limitare l’esame alla sola Chiesa di Roma, che è «la più grande e la più importante e conosciuta da tutti, fondata e istituita dai due gloriosissimi Apostoli Pietro e Paolo. A questa Chiesa, per la sua più forte preminenza [potentior principalitas] è necessario che convenga ogni Chiesa, cioè i fedeli che provengono da ogni parte del mondo; ad essa, nella quale (...) fu sempre conservata la Tradizione apostolica». S. Ireneo continua dicendo che attraverso la serie ininterrotta dei vescovi, la Tradizione divino-apostolica è giunta sino a noi. Ma perché, potremmo domandarci, la Chiesa di Roma è la più importante? I motivi li troviamo già riassunti in S. Ireneo: 1°) è la più grande e la più importante; 2°) è universalmente nota; 3°) fu fondata dagli Apostoli Pietro e Paolo; 4°) gode in tutto il mondo fama di una salda fede. «Tutto ciò [commenta la Guarducci] corrisponde alla verità. La Chiesa romana era indubbiamente, a quei tempi, la più grande ed universalmente conosciuta. Aveva poi avuto l’eccezionale privilegio di essere stata fondata da ambedue gli Apostoli che, dopo aver portato a Roma il messaggio di Cristo, vi avevano subìto il martirio e vi erano stati sepolti in tombe ancora visibili e venerate. Quanto poi al merito della Fede universalmente nota, Ireneo non fa che riecheggiare la frase scritta da Paolo nella sua Epistola ai Romani: “La vostra Fede viene annunciata in tutto il mondo” (I, 8). Per tali motivi Ireneo riconosce alla Chiesa di Roma una “più forte preminenza”, cioè un’autorità superiore a quella di ogni altra Chiesa. [E siccome] la Chiesa di Roma supera in autorità tutte le altre, è necessario (...) che tutte le altre Chiese mettano capo ad essa. Ireneo insomma vede idealmente la Chiesa di Roma come centro della Chiesa universale» (3).

Altri primati della Chiesa di Roma

Roma ha, tra gli altri, il primato di possedere la più antica Basilica cristiana “ufficiale” riconosciuta come tale anche dall’autorità civile, anzi addirittura costruita da essa: la Basilica di S. Giovanni in Laterano. Essa è legata al nome dell’Imperatore Costantino e al ricordo della vittoria riportata da lui, contro l’empio Massenzio, presso il Ponte Milvio, alle porte di Roma, il 28 ottobre 312. È noto che il culto cristiano si svolgeva nei primissimi tempi nelle varie case dei Cristiani, e che poi si sentì il bisogno di avere edifici speciali adibiti espressamente al culto divino. Edifici di questo genere dovettero sorgere abbastanza presto, probabilmente già nel III secolo, negli intervalli tra le varie persecuzioni. Da quanto scrive Eusebio di Cesarea, in Asia non mancarono edifici destinati al culto, ancora più antichi della Basilica Lateranense. «Ma fra questi edifici e la Basilica Lateranense corre (...) una differenza sostanziale. Mentre quelli furono costruiti per iniziativa di zelanti vescovi (...), la Basilica Lateranense fu eretta per volere della somma autorità civile dell’imperatore e naturalmente anche a spese di lui. Costantino (...) prese su di sé l’intero costo dell’opera» (4). La Basilica Lateranense fu perciò il primo edificio cristiano riconosciuto come tale. A questa prerogativa se ne aggiunse un’altra, quella di essere l’unica Basilica cristiana rimasta dopo tanti secoli ancora viva e vitale. È assai probabile che la decisione di erigere una grande Basilica come ex voto a Cristo Salvatore, fosse presa dall’Imperatore subito dopo la vittoria su Massenzio presso il Ponte Milvio. La zona del Laterano apparteneva, al tempo di Costantino, al patrimonio imperiale. La Guarducci spiega che probabilmente, quando Costantino entrò vittorioso a Roma, prese dimora nella casa del Laterano. Quando poi, alla fine del gennaio 313, partì da Roma si compiacque di lasciare la casa del Laterano a papa Milziade. Non è perciò strano che l’Imperatore volesse far costruire la futura cattedrale di Roma nella medesima località, molto vicino alla ex-casa dell’Imperatore, oramai casa del Papa. La Basilica fu dedicata - secondo un’antica tradizione - il 9 novembre. Ora, poiché la dedica delle chiese avveniva abitualmente di domenica, considerando l’età di Costantino e di papa Silvestro (succeduto nel 314 a Milziade), durante il cui pontificato la Basilica fu in gran parte costruita, ci si offre la scelta tra il 9 novembre 312 e il 9 novembre 318. Ma è fisicamente impossibile che la dedica sia avvenuta il 9 novembre 312, vale a dire circa dieci giorni dopo la battaglia del Ponte Milvio. Resta allora il 318. Annesso alla Basilica sorse, per volontà dell’Imperatore, il Battistero dedicato a S. Giovanni Battista. Questi due edifici furono costruiti con il materiale più prezioso dei più bei templi pagani di Roma, e furono ornati senza risparmio col fasto intonato alla ex-casa imperiale, nella quale papa Milziade e i suoi successori sarebbero andati ad abitare. Alla Basilica fu assegnata la rendita annua di 4.390 solidi, al Battistero quella assai più ingente di 10.234 solidi. Ma per quale motivo la rendita destinata al Battistero era tanto maggiore di quella concessa alla Basilica? Perché i 10.234 solidi dovevano comprendere l’appannaggio del Papa, che allora aveva l’esclusivo diritto di amministrare il Battesimo in quell’edificio. Nella seconda metà del XII secolo la Basilica era ancora dedicata soltanto a Cristo Salvatore, ma più tardi assunse anche il nome di S. Giovanni dai due oratorii annessi al Battistero. Dopo il periodo dell’esilio avignonese (1305-1377) i Pontefici abbandonarono definitivamente la loro antica dimora in Laterano, ma la Basilica Lateranense restò sempre la Cattedrale di Roma e sempre e soltanto ad  essa spettò il titolo di “Archibasilica”. Essa viene nominata anche Caput ecclesiarum, Mater ecclesiarum, Magistra ecclesiarum, Papalis sacrosanta Archibasilica Lateranensis Cathedralis Romae, «perché tutti da essa ricevono impulso e Magistero» (Giovanni Diacono).

Roma città predestinata

Gli Atti degli Apostoli (XXIII, 11) narrano che Cristo stesso si presentò in sogno a S. Paolo per annunciargli che, com’egli aveva dato testimonianza di Lui a Gerusalemme, allo stesso modo avrebbe dovuto darla anche a Roma. Ed infatti, ancora gli Atti, parlando della tempesta che colse S. Paolo durante il viaggio da Creta in Italia, narrano dell’intervento di un Angelo per rassicurare l’Apostolo che sarebbe uscito illeso dal pericolo, perché era necessario che egli “si presentasse a Cesare”, cioè arrivasse a Roma (XXVII, 23). Nel VI secolo Giacomo di Sarûg, vissuto in Mesopotamia, accennando agli Apostoli che affidarono alla sorte la scelta del paese in cui ognuno di essi avrebbe dovuto predicare il Vangelo, considera un «divinum (...) opus» la sorte che assegnò Roma a Pietro. Era infatti, secondo lui, volontà di Dio che «il primogenito dei fratelli», cioè il Principe degli Apostoli, portasse il messaggio di Cristo alla «madre delle città», cioè Roma. Roma ha ricevuto dal Cristianesimo un privilegio unico: quello di una perenne vitalità. «Altre città famose del mondo antico erano morte, l’una dopo l’altra, (...) Roma invece rimase, e rimane, grazie (...) al Cristianesimo. In essa, infatti all’Impero caduco fondato da Augusto subentrò l’impero perenne della Chiesa universale, cioè “cattolica”» (5). Il motivo e la garanzia dell’universalità e della perenne vitalità di Roma va ricercato, - come fa notare la professoressa Guarducci - nella presenza in Roma della tomba e delle reliquie di S. Pietro, l’Apostolo sul quale Cristo stesso dichiarò di voler fondare la sua Chiesa, promettendo che le forze del male non avrebbero mai prevalso su di essa.

La conferma della Teologia e del Magistero

Il Papa è per diritto divino successore di S. Pietro nel Primato, che è il supremo potere monarchico su tutta la Chiesa, quale fu istituito da Gesù e affidato a Pietro e che durerà fino alla fine del mondo nella persona dei Papi. Compiuta l’elezione canonica e l’accettazione, il Pontefice romano ha per diritto divino lo stesso potere supremo di giurisdizione che Gesù diede a Pietro come suo Vicario e Capo visibile di tutta la Chiesa. Questa è la fede della Chiesa. È disputato se Roma sia sede di Pietro per diritto divino o ecclesiastico: vale a dire se Gesù abbia scelto Roma come Sede della sua Chiesa, oppure la scelta l’abbia fatta Pietro. La prima tesi è sostenuta da S. Roberto Bellarmino, che si fonda su S. Marcello I e S. Ambrogio. Monsignor Antonio Piolanti scrive così: «Ci si chiede quale legame esista tra la sede di Roma e il primato di governo nella Chiesa. È insostenibile che tale legame sia dovuto ad un semplice fatto storico e dipenda dall’arbitrio della Chiesa, che potrebbe scioglierlo, riconoscendo il primato a un altro vescovo, anche contro la volontà del Romano Pontefice. (...). Sembra esagerata l’affermazione di Melchior Cano, Gregorio di Valenza e soprattutto di S. Roberto Bellarmino, secondo cui la scelta della sede di Roma sia stata indicata esplicitamente da Cristo. Con minore probabilità (...) si è pensato (Paludano, Soto, Bañez) che S. Pietro abbia scelto Roma come sede definitiva per pura deliberazione personale, onde, con la stessa libertà, il suo successore potrebbe trasferirsi ad altra sede. Comunemente si ritiene che la scelta di Roma non fu senza una speciale provvidenza divina (...) (Franzelin, Palmieri, Billot...). Pertanto nessuno può mutare tale scelta, neppure il Papa; in qualunque luogo risieda (ad es. ad Avignone) egli è sempre il Vescovo di Roma» (6). In breve questa è la tesi più comune: Pietro, ispirato da Gesù Cristo, scelse Roma come sede del Papato.

Ultime riflessioni

Il primato spirituale di Roma, come si è visto, fu ben presto riconosciuto dai primi Cristiani. Nel riconoscimento di questo primato hanno avuto una grande importanza sia la constatazione dell’universalità della Chiesa di Roma, sia la certezza che a Roma vi era stata la predicazione degli Apostoli Pietro e Paolo, che proprio a Roma avevano subìto il martirio ed erano stati sepolti. La Chiesa nei primi Vespri del 29 giugno canta: «O Roma felix, quae duorum Principum Es consecrata glorioso sanguine! Horum cruore purpurata ceteras Excellis orbis una pulchritudines ». (O Roma felice, che sei stata consacrata dal sangue glorioso dei due Apostoli! Imporporata dal loro sangue, tu sorpassi tutte le altre bellezze di questo mondo). Il fatto poi che a Roma esistesse la tomba di Pietro, l’Apostolo sul quale Gesù stesso aveva dichiarato di voler fondare la sua Chiesa, era di capitale importanza per il riconoscimento di tale primato. La Chiesa di Cristo è quella fondata su Pietro; ora la tomba e le reliquie di Pietro sono a Roma, nel Vaticano; quindi la vera Chiesa di Cristo è quella Romana. La Guarducci conclude: «Sarebbe (...) pericoloso, dimenticare (...) che tra la dottrina unica del Cristianesimo e quelle degli altri due monoteismi esistono anche profondi contrasti, sui quali non è lecito passar sopra con indifferenza. Si pensi infatti che dogma fondamentale della Religione cristiana è quello della Trinità divina (...). Ora nulla di simile si ritrova nelle altre due religioni monoteistiche. Si rifletta poi che, mentre per il Cristianesimo fondamento essenziale è l’avvenuta Incarnazione del Figlio di Dio (...), tale Incarnazione è negata dagli Ebrei (...). Quanto poi all’Islamismo, si ricordi che i Musulmani rifuggono (...) dall’idea che Dio abbia un “figlio” e che questo “figlio” abbia potuto subire il supplizio infamante della crocifissione. La prospettiva del Cristianesimo verso il futuro resta quella indicata dallo stesso Cristo. Parlando di se stesso, nel quarto Vangelo (Giov. X, 11) come del Buon Pastore (...), il Redentore afferma di avere altre pecore che non sono ancora del suo ovile, ma che lo diverranno. Egli pensa naturalmente ai discepoli futuri, (...) che verranno (...) nel corso dei secoli ad ingrossare il gregge da Lui raccolto in Palestina. Alla fine dovrà esservi - Egli afferma - “un solo gregge ed un solo Pastore” (Giov. X, 16). E come avverrà questa felice unione? (...) Essa avverrà grazie all’opera degli Apostoli, ai quali (...) seguiranno i missionari. E dove avrà la sua sede (...) l’unico ovile benedetto che ospiterà fino alla consumazione dei secoli il gregge di Cristo? La risposta è facile, oggi ancora più facile che nel passato: l’avrà a Roma. È infatti accertato (...) che a Roma (...) la Chiesa cattolica (...) è - per miracolosa eccezione - materialmente fondata sulle autentiche reliquie di Pietro. A Roma, dunque, debbono rivolgersi gli sguardi di chi pensa al futuro del mondo cristiano e onestamente lavora per esso» (7). «Si può esser ormai certi - scrive ancora la Guarducci - che la Chiesa di Roma è fondata (...) sulle autentiche reliquie di Pietro. Non si può non ripensare alle famose parole che Cristo gli rivolse, dichiarando che su di lui Egli avrebbe edificato la sua Chiesa (...). Tutto ciò (...) è garanzia che la Chiesa di Roma, governata da Pietro e via via dai suoi successori, vivrà, sia pure con alterne vicende di ombre e di luci, fino alla consumazione dei secoli» (8). Per riassumere la Basilica di S. Pietro (simbolo della Chiesa romana) è costruita sulle reliquie di Cefa o Pietro, che significa roccia. Ora «nella Bibbia Dio è spesso chiamato “pietra” o “roccia” (Deut. XXXII, 4-15; XVIII, 2/ Sam. XXII, 32/ Sal. XVIII, 3/ Is. XLIV, 8) (...). Gli Ebrei si abbeveravano da una “pietra” spirituale “che li accompagnava” (...). Non si tratterebbe di una pietra materiale, ma solo di Cristo che accompagnava sempre il suo popolo (S. Giovanni Crisostomo)» (9). S. Paolo stesso scrive: «Bevevano da una pietra spirituale che li accompagnava, e questa pietra era il Cristo» (10). Perciò la Chiesa romana è fondata su Pietro, costruita materialmente (come Basilica-simbolo) sulle sue reliquie e Pietro spiritualmente è Cristo. Quindi la Chiesa di Cristo è quella romana e nessun’altra! La professoressa Guarducci termina così: «Su queste [reliquie di Pietro] è materialmente fondata la Chiesa di Roma (...). Cristo, dichiarando a Pietro di voler fondare su di lui la sua Chiesa (...) [ha] voluto profeticamente alludere proprio alla Chiesa di Roma, ed alla sua continuità lungo il corso dei secoli fino all’ultimo giorno (...). Sotto l’altare della Basilica [vaticana] si trovano ancora, miracolosamente superstiti, i resti mortali di quel Pietro che, per volere di Cristo, è stato, è e sarà fondamento della sua Chiesa» (11).

Rinascita carolingia

La rinascita carolingia, iniziata con Carlo Martello(12) nell’VIII secolo, fece risorgere non solo la cultura e la lingua latina (quella di s. Agostino più che di Cicerone), ma anche l’emozione, non tanto estetica quanto spirituale, che le rovine dell’Urbe ispiravano ai pellegrini, i quali venivano a visitare la tomba di Pietro, che aveva rimpiazzato l’imperatore temporale, il quale per svariati secoli aveva lasciato Roma per l’oriente (Costantinopoli/Bisanzio). Roma, pur se temporalmente e materialmente decaduta (V-IX secolo), aveva conservato l’aura di mistero spirituale, che Pietro nella persona dei suoi successori le assicurerà sino alla fine dei tempi. Tuttavia con i sovrani carolingi l’imperatore torna a Roma e si impegna a rinnovare, sacralizzandolo, non solo l’antico impero romano adattato ai tempi allora correnti, ma anche a contribuire a difendere la Chiesa o l’impero spirituale (“braccio armato della Chiesa disarmata”) e a realizzare sulla terra, per quanto l’umana fragilità lo permetta, una società cristiana, fondata su una forte intesa tra Papa quale rector Urbis e imperatore come defensor Civitatis, che faccia rifiorire la bellezza della Roma antica e nello stesso tempo cristiana in una prospettiva antibizantina e anti-islamica. Certamente Bisanzio non poteva concorrere spiritualmente con Roma, che è la sede di Pietro e quindi la “prima Sede”, e neppure Gerusalemme che era stata la Città Santa nell’Antica Alleanza, ma che con il deicidio e il martirio degli Apostoli aveva perso definitivamente l’elezione ed inoltre, oltre ad essere stata distrutta, Tempio compreso, nel 70 e 135 dai Romani, era divenuta terra musulmana dal VII secolo come Bisanzio lo diverrà nel 1453. Antonio Ludovico Muratori scrisse che grazie al Papato l’Italia del nord non era diventata una “Marca” germanica e quella del sud un califfato islamico.

Paganesimo come cultura(13) e non come religione

Come abbiamo già visto nel corso divari articoli pubblicati su questo sito sulla questione di Roma antica e cristiana, se s. Agostino nel De civitate Dei, scritto dopo la presa di Roma da parte di Alarico (410) per rispondere ai paganizzanti anticristiani i quali volevano far ricadere sul cristianesimo la colpa della caduta di Roma, asseriva che sin dai tempi di Romolo e Remo la Città era stata un asilo per briganti, nata dal fratricidio di Remo e che non era quindi indissolubilmente legata al cristianesimo, potendo scomparire, e con Eusebio da Cesarea appare invece in oriente una lettura provvidenzialistica dell’impero romano, quale preparatore del cristianesimo, che sarà ripresa comunemente dai teologi cristiani sino a Bossuet nel suo “Saggio sulla Storia universale(14). S. Agostino su questo tema non ebbe seguito. Già lo spagnolo Orosio, suo contemporaneo (380-430 circa), nella sua Historia adversus paganos (I, 15 e VII, 27)(15) commentò il sogno di Nabucodonosor descritto dal profeta Daniele (II, 1-45 e VII), che vedeva quattro statue crollare l’una dopo l’altra rappresentanti i quattro imperi destinati a dominare il mondo, e seguendo la sua lettura, la tradizione cristiana vedrà nel quarto colosso dai piedi di ferro l’impero romano destinato a durare sino alla fine dei tempi, poiché continuato e compiuto dalla Roma dei Papi(16). Il tema della restaurazione di Roma e dell’impero attraverso la Chiesa completava e corroborava quello di Virgilio dell’eternità di Roma “His […] imperium sine fine dedi” (Eneide, I, 279). San Beda il Venerabile nel VII secolo scrisse: “Sin quando il Colosseo resterà in piedi, lo sarà pure Roma. Quando il Colosseo crollerà, crollerà anche Roma. Quando crollerà Roma, crollerà anche il mondo(17). «L’immancabile interrogativo era sapere se questa Roma cristiana, promessa a un così lungo avvenire, era proprio la “vecchia Roma” convertitasi dal paganesimo o la “nuova Roma” di Costantinopoli, nata cristiana e morta mezzo musulmana e mezzo scismatica. Dalla fine del IV secolo la Chiesa romana risponde ribadendo che essa era la sola chiamata a dirigere il mondo cristiano perché detentrice delle reliquie dei santi Pietro e Paolo, fondatori della Chiesa. Non c’erano dubbi di sorta: Roma era chiaramente la madre e Costantinopoli la figlia, figlia certo votata a un grande destino politico in quanto capitale dell’Oriente, ma inferiore in dignità spirituale alla “regina delle città”, la Roma Christiana»(18). Infine la storia ha dato la risposta definitiva nel 1453 quando Costantinopoli fu invasa dai musulmani, dopo che si era scissa da Roma nell’XI secolo.

Universalismo romano

Da papa Dàmaso (304-384) in poi si assiste alla sistematizzazione teoretica dell’universalismo romano, che con Leone Magno (440-461) sarà sintetizzato in questa formula: «è attraverso il trono di Pietro che Roma è diventata la capitale del mondo»(19). Onde già nel V secolo la Chiesa rivendica la continuità con Roma antica e con l’universalismo del suo impero ove la pax christiana si aggiunge alla pax romana e la perfeziona. Sempre Orosio scriveva che “Cristo si è fatto romano, accettando di nascere nell’impero e facendo professione di romano”(20). La res publica romana e la crhistianitas erano viste dalla dottrina della Chiesa in rapporto di continuità e di miglioramento, come “la grazia che non distrugge la natura, ma la presuppone e la perfeziona” (S. Tommaso d’Aquino). Onde, se Roma è cristianizzata, di pari passo il cristianesimo è in un certo senso romanizzato, come anche Dante scriverà nel Purgatorio (XXXII, 101): “e sarai meco sanza fine cive / di quella Roma onde Cristo è romano”. Mentre la Roma antica aveva conquistato e civilizzato il mondo temporale, la Roma cristiana conquisterà anche le anime, non scomparirà ma sarà la sede di un duplice potere spirituale e temporale. Roma è “nobilis et domina mundi / roseo sanguine martyrum rubea” cantavano i pellegrini, quando giunti a Roma intravedevano S. Pietro.

Conclusione

Detto questo, mi sembra di poter concludere con tre considerazioni, che partendo ab Urbe condita ci riallacciano ai tempi attuali.

●1°) Roma in quanto sede imperiale e Sede di Pietro ha giocato

a) un ruolo provvidenziale anti-bizantino, difendendo la retta ragione e cultura europea da certi eccessi orientaleggianti, non sempre sobri ed equilibrati. Ha preservato il cristianesimo dal cesaropapismo di Bisanzio, dalla dominazione islamica che ha soggiogato la “nuova Roma” nel 1453;

b) un baluardo all’islamizzazione dell’Europa, termine di cui si parlò per la prima volta dopo la disfatta dei maomettani a Poitiers nel 732, poi nel 1570 a Lepanto e nel 1681 a Vienna. Purtroppo oggi, dopo il concilio Vaticano II che ha rifiutato oltre la Tradizione apostolica cristiana anche le origini culturali e giuridiche europee ossia greco-romane, assistiamo a una mania autolesionista che si è impadronita delle menti degli uomini di Chiesa, i quali, avendo sposato il modernismo pan-ecumenista, si affannano ad “accogliere” milioni di musulmani in Europa, mettendo a rischio la sua incolumità;

c) un antemurale al luteranesimo religiosamente soggettivistico con la Controriforma tridentina, al soggettivismo filosofico cartesiano-hegeliano con la seconda e terza scolastica e all’individualismo democraticista con la dottrina sociale del Vangelo, dei Padri ecclesiastici e del magistero della Chiesa;

d) infine Roma ha rimpiazzato, politicamente e culturalmente, la Gerusalemme deicida con Tito e Adriano (70, 135), ha combattuto, religiosamente, il falso giudaismo talmudico con i Padri, i Dottori, gli scolastici e i Papi, sino a che col Vaticano II il rabbinismo si è infiltrato anche in ambiente cattolico, come fece in Spagna sino al 1492.

●2°) Roma ha avuto un capo temporale nell’imperatore romano (Rector Urbis) sino al V secolo, e poi dal IX al 1806 un sacro imperatore romano franco-germanico. Nel periodo di vacanza dell’imperatore temporale (V-IX secolo) Roma è sopravvissuta grazie al Re spirituale ossia il Papa che ha rimpiazzato quello temporale (qui potest majus, potest minus). Analogicamente la situazione si è ripresentata quando l’8 settembre del 1943 il re temporale fuggì da Roma e Pio XII svolse la sua azione di Defensor Civitatis, la quale deve la sua sussistenza tra i bombardamenti che devastarono le città d’Italia proprio grazie all’azione di papa Pacelli;

3°) per finire andrebbe studiata storicamente, senza pregiudizi, l’attitudine verso Roma e l’Europa di Hitler e degli Usa. Infatti, senza voler vedere il bene solo da una parte e il male solo dall’altra non si può disconoscere che

a) se è vero che l’orientamento neopagano e anticristiano di una certa parte del nazionalsocialismo (specialmente Rosenberg, Himmler e Goebbels) allontanava la Germania nazista dalla Roma cristiana, non si può negare che «mancava tuttavia, nella storia degli antichi germani, un aspetto fondamentale: lo Stato accentrato, edificato dai nazisti. Questo aspetto riconduceva unicamente a Roma. Hitler non faceva mistero della sua ammirazione per l’impero romano, lo considerava un esempio di centralizzazione, di disciplina e di potenza. […]. Egli era inoltre affascinato dall’architettura pubblica romana, […]. Anche per questo il Führer, che non condivideva la passione di molti suoi compatrioti per la storia degli antichi germani, trovava ridicola e controproducente la mania archeologica di Himmler(21). […]. A differenza di molti suoi ministri e generali, Hitler trovava ridicolo il culto fanatico degli antichi costumi germanici. Certo, come tutti i tedeschi egli celebrava Arminio, ma per lui Arminio era stato sì un valoroso germano, ma era stato anche un intelligente allievo dei Romani e della loro civiltà. Inoltre, Hitler insisteva sul fatto che le fondamenta politiche della Germania andassero ricercate nell’esperienza e nella cultura politica dei Romani»(22).

b) Per quanto riguarda l’America, il generale Clark il 4 giugno del 1944 «era stato il primo barbaro a entrare in Roma da trionfatore, festeggiato dagli stessi romani. […]. Clark entrò come un condottiero che veniva a liberare la città dall’ultimo vero romano […], il Duce Benito Mussolini. […]. Gli spettatori americani sentivano di appartenere ad una nazione giovane e democratica, e tendevano ad identificarsi […] con gli avversari coraggiosi dell’orrido Nerone […] ed avevano abbattuto l’ultima versione dell’impero del male [o la penultima, seguita dall’Iraq di Saddam Hussein, nda]. Molti film americani, nel dopoguerra, avrebbero proposto in modo più o meno esplicito l’analogia tra romanità e dispotismo»(23). Come si vede per il professor Vauchez, che non è un filo-nazista, vi è una certa affinità tra Hitler e Roma mentre una estraneità confinante coll’ostilità tra gli Usa e la romanità. Questo non significa che Hitler abbia rappresentato il bene assoluto, ma solo che si deve lasciare agli storici la libertà di ricerca sul passato prossimo e la libertà di espressione su temi non politicamente corretti. Mentre chi scrive o parla deve non lasciarsi intimidire dai “padroni di questo mondo” e non deve diventare una “canna agitata dal vento”, che cambia posizione ad ogni variar di moda o convenienza dei padroni del vapore o “superiori incogniti”.

Sole che sorgi libero e giocondo / sul colle nostro i tuoi cavalli doma; / tu non vedrai nessuna cosa al mondo / maggior di Roma”.

 

DON CURZIO NITOGLIA

27 maggio 2010

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Note

1) M. Guarducci, Il primato della Chiesa di Roma, Rusconi, Milano, 1991, p. 9.

2) Ibid., p. 14.

3) Ibid., p. 18.

4) Ibid., p. 24.

5) Ivi.

6) A. Piolanti, Primato di S. Pietro e del Romano Pontefice, in “Enciclopedia Cattolica”, Città del Vaticano, 1953, vol. X, coll. 17-18.

7) M. Guarducci, Le chiavi sulla Pietra, Piemme, Casale Monferrato, 1995, pp. 58-59.

8) M. Guarducci, Guida ai sotterranei della Basilica vaticana, Piemme, Casale Monferrato, 1996, pp. 82-83.

9) Citato in S. Cipriani, Le Lettere di S. Paolo, Cittadella Editrice, Città di Castello, 1965, pp. 177-178.

10) I Cor. X, 4.

11) M. Guarducci, Le reliquie di Pietro in Vaticano, op. cit. p. 133.

12) Il termine “Europei” appare per la prima volta in una cronaca della vittoria di Carlo Martello a Poitiers nel 732 sui musulmani venuti dalla Spagna.

(13) Alfredo Valvo scrive: «La schiavitù era ampiamente diffusa nell’antichità. […]. Agli schiavi non era riconosciuto alcun diritto […], a Roma, tuttavia, esisteva un “diritto degli schiavi”. […] Il pensiero dei Romani sulla schiavitù non si discosta sostanzialmente da quello degli altri popoli. Tuttavia, per Seneca, esponente della filosofia stoica, la più vicina allo spirito romano, l’uomo nasce per natura libero e la schiavitù è contro il diritto naturale; questa posizione, però, nasce in un secondo momento: infatti, i Romani ricorsero molto ampiamente alla manodopera servile. […]. Al tempo di Augusto, per limitare l’arbitrio dei padroni sui servi furono introdotte delle limitazioni a tutela della vita e della dignità umana dei servi. […]. Ma, comunque si giudichi la posizione romana, ciò che distinse Roma da tutti gli altri popoli dell’antichità fu la disponibilità e la capacità di integrare e quindi di accogliere nella propria cittadinanza gli schiavi, mutandone lo stato: molti servi, naturalmente i migliori, venivano liberati […] e così mutarono il loro stato di cose, […] non soltanto godevano della libertà, ma divenivano cittadini romani a tutti gli effetti. […] Ma la critica definitiva alla schiavitù avverrà solo grazie al cristianesimo» (Il Timone, ottobre 2009, pp. 28-29). Cfr. anche O. Robleda, Il diritto degli schiavi nell’antica Roma, Roma, Università Gregoriana Editrice, 1976; M. Sordi, Paolo a Filemone o “Della schiavitù”, Milano, Jaca Book, 1987.

(14) Ilaria ramelli scrive: «Il potere imperiale non diede corso alle accuse contro i cristiani sino a Nerone: sotto Tiberio, Caligola e Claudio, e fino alla svolta del 62, i cristiani non furono mai condannati, in quanto tali, da nessuna autorità romana. […]. Solo con la svolta del 62, quando Nerone, dopo aver ripudiato Ottavia, sposò la giudaizzante Poppea, ebbero inizio le ostilità conto i cristiani» (Il Timone, aprile 2009, pp. 28-29.

(15) G. Chiarini-A. Lippold a cura di, Milano, 2 voll., 1976.

(16) M. Pavan, Le profezie di Daniele e il destino di Roma negli scrittori latini dopo Costantino, in P. Catalano-P. Siniscalco (a cura di), Popoli e spazio romano tra diritto e profezia, Roma, 1983, pp. 300 ss.

(17) Citato da J. Garms, Mito e realtà di Roma nella cultura europea, in Storia d’Italia, Annali, vol. V, Torino, Einaudi, 1985, p. 586.

(18) A. Giardina-A. Vauchez, Il mito di Roma. Da Carlo Magno a Mussolini, Bari, Laterza, 2000, p. 26.

(19) Citato da R. Krautheimer, Roma, profilo di una città (312-1308), Roma, 1981, p. 40.

(20) Orosio, Historia adversus paganos, VI, 22, Milano, 1976, “Christus voluti esse, cum venit, dicendus utique civis romanus, census professione romani”.

(21) «I Romani costruivano dei grandi edifici quando i nostri antenati si accontentavano di capanne di fango», citato in Albert Speer, Memorie del terzo Reich, Milano, 1971, p. 77.

(22) A. Giardina-A. Vauchez, Il mito di Roma. Da Carlo Magno a Mussolini, Bari, Laterza, 2000, pp. 269-271. Queste parole sono state scritte da André Vauchez già allievo della Scuola Normale Superiore di Parigi, poi professore di Storia medievale all’Università di Rouen e di Paris X-Nanterre.

(23) Ibidem, pp. 299-300.