Risposta a Sodalitium n° 64

“Appunti per lo studio delle Sante Scritture”

 

 

DON CURZIO NITOGLIA

30 luglio 2010

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●Monsignor Valentno Zubizarreta scrive che «in materia di fede e di morale, il consenso morale della maggior parte dei Padri è testimonianza irrefutabile di Tradizione divina […], poiché i Padri sono stati posti dallo Spirito Santo, nella Chiesa, affinché mantenessero la Tradizione divina ricevuta dagli Apostoli. Quindi, il loro consenso moralmente unanime è, nella Chiesa, regola infallibile di fede»[1].

●Monsignor Antonio Piolanti spiega che tale consenso si può raccogliere anche «dalla testimonianza di molti Padri insigni per dottrina e per fama […] o anche dalla testimonianza di pochi, se consti essere stata emessa in tali circostanze dalle quali si possa arguire che rispecchi la fede comune della Chiesa»[2].

●Il Concilio di Trento e il Vaticano I, che citerò in basso, hanno definito che l’interpretazione genuina della S. Scrittura è quella data dai Padri della Chiesa, onde non ci si può discostare, nella lettura della Scrittura, dal significato datone dai Santi Padri ecclesiastici.

●La Chiesa con papa Leone XIII (Enciclica Providentissimus, 18 novembre 1893), Benedetto XV (Spiritus Paraclitus, 15 settembre 1920) e Pio XII (Divino afflante Spiritu, 30 settembre 1943) ha formalmente disapprovato e condannato la teoria secondo la quale basterebbe studiare i solicaratteri interni’ di un libro ispirato, prescindendo dalla Tradizione, per poterne capire il significato, o anche la semplice preferenza accordata ai ‘criteri interni’ rispetto alla Tradizione patristica; ciò è «incompatibile con la fede cattolica, poiché il consenso dei Padri richiede un'adesione di fede»[3]. Secondo Leone XIII, Benedetto XV e Pio XII nelle tre encicliche succitate, che fondamentali riguardo agli studi biblici, le quali vanno lette tutte e tre assieme e ciascuna interamente, senza staccare una frase dal contesto e interpretarla in maniera contraria al pensiero dei pontefici[4], si può utilizzare anche lo strumento dei ‘criteri interni’, ossia l’apporto filologico nello studio del Libro sacro, ma subordinatamente e secondariamente all’interpretazione della Tradizione (ossia dei Padri), però non è mai lecito dare la precedenza alla filologia, o addirittura contraddire l’interpretazione unanime dei Padri basandosi sui ‘criteri interni’. Ciò equivarrebbe a preferire un commento esclusivamente umano-scientifico, alla Tradizione divina, quod repugnat sia perché si contraddirebbe una verità di fede, sia per il buon senso, il quale ci dice che il divino è superiore all’umano.

San Pio X ha ribadito tale condanna della ‘critica interna’ nel ‘Motu proprio’ Praestantia Scripturae Sacrae e nell’Enciclica Pascendi.

●Monsignor Antonino Romeo, nel 1960, scriveva: «Tutti i Pontefici, e in prima linea la Divino afflante Spiritu di Pio XII, insegnano che l’esegeta cattolico, soprattutto se è sacerdote, non è un mero filologo, ma è anche un teologo. […] l’esegesi biblica… è una scienza  che presuppone la fede […], che accetta come principio e fondamento […]. L’ecclesiastico che non si attiene strenuamente a queste direttive del Santo Padre […] apre l’adito all’arbitrio e al relativismo del libero esame»[5]. In breve, bisogna evitare l’errore che offre una interpretazione dei Libri sacri puramente (o anche solo principalmente) fondata sui criteri interni, letterale e filologica, in contraddizione (o solo prescindendo) con quella della Tradizione (divina o divino-apostolica) dataci dai Padri (come fece, a suo tempo, con la disapprovazione esplicita e severa di San Pio X, il padre Marie Joseph Lagrange, o recentemente il professor Eugenio Corsini riguardo all’Apocalisse, che secondo lui parlerebbe solo del passato, ossia della morte di Gesù, con la quale – secondo Origene – tutto è compiuto. Mentre la Tradizione dei Padri è unanime nell’affermare che l’Apocalisse parla anche degli ultimi tempi. Solo Origene, Loisy e Rénan sostengono tale opinione, oltre al professor Corsini).

●Il Concilio Tridentino insegna che «nessuno deve osare di distorcere la S. Scrittura, secondo il proprio modo di pensare, contrariamente al senso che ha dato e dà la Chiesa […], né deve andare contro l’unanime consenso dei Padri» (Conc. di Trento, Decreto sulla Vulgata e sul modo di interpretare la S. Scrittura, Paolo III, 8 aprile 1546, DS, 1507). Inoltre il Vaticano I «Non è lecito a nessuno interpretare la S. Scrittura contro l’unanime consenso dei Padri» (Conc. Vat. I, Costituzione dogmatica Dei Filius, Pio IX, 24 aprile 1870, DS, 3008).

●Leone XIII insegna: «Non è permesso a nessuno di interpretare la S. Scrittura contro l’insegnamento unanime dei Padri (Conc. Trento [DS, 1507] e Conc. Vat. I [DS, 3007]). Somma è l’autorità dei Padri […] ogni volta che all’unanimità interpretano con uguale senso una qualche testimonianza biblica […]. Dal loro unanime consenso, appare chiaramente che così è stato tramandato dagli Apostoli secondo la fede cattolica […]. Ingiustamente e con danno alla religione si introdusse l’artificio presentato sotto il nome di alta critica […] in base a sole ragioni interne» (DS, 3281/3284/3286).

●Monsignor Francesco Spadafora spiega: «È impossibile che vi sia contrasto tra le due fonti della stessa Rivelazione divina, l’insegnamento orale (= Tradizione apostolica = Magistero infallibile) e la S. Scrittura […]. Per i primi secoli, siamo edotti dell’insegnamento del Magistero infallibile dagli scritti dei Padri: Ecco perché, dal Concilio di Trento sino all’Humani Generis, accanto al Magistero ecclesiastico è posta immediatamente e nello stesso ambito (cioè per verità di fede e di morale) la dottrina dei Padri, come testi della fede cattolica» (Dizionario biblico, Roma, Studium, 1963, pp. 211-212). L’insegnamento unanime dei Padri, perciò, non ha bisogno di un’ulteriore conferma da parte del Magistero, essendo esso stesso Magistero infallibile.

●Ancora monsignor Francesco Spadafora in La “Nuova Esegesi”. Il trionfo del modernismo sull’Esegesi Cattolica, Sion, (Svizzera), Editions Les Amis de Saint François de Sales, 1996, dimostra inequivocabilmente che la “Pontificia Commissione Biblica”, eretta nel 1902 da Leone XIII per combattere il modernismo, ha emesso ben diciotto “Decisioni”, tra il 1905 e il 1934, in cui ha riaffermato, contro il razionalismo esegetico e il modernismo biblico, che il significato genuino e la retta interpretazione del Testo Sacro si traggono «dalla Tradizione costante e universale della Chiesa […], dalle testimonianze dei Santi Padri» (“Pontificia Commissione Biblica”, “Decisione” del 29 maggio 1907, cit. in F. Spadafora, p. 41). Monsignor Spadafora cita altre “Decisioni” della “Pontificia Commissione Biblica”, che riaffermano quale criterio di interpretazione genuina della Santa Scrittura “il consenso universale e costante dei Padri, […]. La conformità con la Tradizione” (“Decisione” del 19 giugno 1919, ibidem, pp. 43-44; “Decisione” del 26 giugno 1912, ibidem, p. 47). Il 13 maggio 1950 la “Pontificia Commissione Biblica” emanò la “Istruzione” Sanctissimus Dominus, la quale afferma: «Nello stabilire il senso letterale dei Testi Sacri […], l’esegeta guardi […] quale sia la spiegazione di quel Testo presso i Santi Padri e nella Tradizione cattolica» (ibidem, p. 87).

In particolar modo Pio XII nell’Enciclica Divino afflante Spiritu (30 settembre 1943) ribadisce la dottrina di Leone XIII e di Benedetto XV, raccomandando l’interpretazione «data dai santi Padri» (EB, 551). La stessa cosa insegna in Humani Generis (12 agosto 1950) [EB, 564/565]. Il compito dell’esegeta cattolico, è quello di «assicurarsi se c’è un senso già dato con morale unanimità dei Padri» e quindi di seguirlo. Si può ricorrere anche all’aiuto della filologia e dei ‘criteri interni’, per approfondire l’insegnamento patristico, ma non è mai lecito contraddire i Padri unanimemente concordi e neppure invertire i ruoli, dando la preminenza alla filologia e ai ‘criteri interni’ sul consenso unanime dei Padri.

●Le citazioni di Leone XIII, San Pio X e soprattutto Pio XII, fatte da Sodalitium n° 64 vanno lette nell’insieme dell’insegnamento dei tre Pontefici in materia di esegesi. Essi ammettono lo sviluppo, l’approfondimento o il progresso omogeneo dell’interpretazione della S. Scrittura, sempre secondo lo stesso significato dei Padri o della Tradizione, mai contro essi o contro di essa.

1°) Leone XIII specifica che la interpretazione dei Padri per essere infallibile deve essere fatta da loro «come testimoni della Fede cattolica […] e non come una spiegazione puramente personale […]. Che interpretino un testo dogmatico e lo propongano come verità appartenente alla Fede» (Provvidentissimus). Anche questo non inficia quanto detto sopra: è normale che, per essere infallibile, l’interpretazione comune dei Padri debba avere come oggetto testi scritturali che parlano di questioni dommatiche o morali e non contingenti e che i Padri esprimano non un’opinione puramente soggettiva o personale.

2°) San Pio X parla di «saggio progresso», che può «in qualche modo rompere con l’esegesi scritturale che ha avuto luogo sino al presente» (Opportunum valde, 11 gennaio 1906), ossia con l’insegnamento degli esegeti comuni; non parla di rottura con la Tradizione e il consenso unanime Padri, che ha un’importanza incomparabilmente superiore all’opinione dei semplici esegeti.

3°) Benedetto XV nell’enciclica Spiritus Paraclitus (15 settembre 1920) insegna formalmente che per l’esatta interpretazione della S. Scrittura «il dovere del commentatore non è quello di esporre idee personali», quindi si può pensare e non solo ripetere, ma bisogna pensare “bene”, cioè in armonia con la Tradizione e non in rottura con essa. Infatti, Leone XIII aveva insegnato che «i razionalisti, […] basandosi sul proprio giudizio, hanno rigettato completamente anche quegli avanzi di fede ricevuta dai padri» (Providentissimus).

4°) Infine Pio XII insegna a non «impugnare tutto ciò che sa di novità» (Divino afflante Spiritu), ma non dice di impugnare tutto ciò che è stato sempre e unanimemente insegnato dai Padri, come ha fatto Corsini sull’Apocalisse il quale dalla sua ha solo Origene, che non è un Padre, ma solo uno Scrittore ecclesiastico per di più condannato dalla Chiesa per alcune sue teorie, e due esegeti modernisti (Loisy e Rénan) confutati dal grande teologo Louis Billot (La Parousie, Parigi, 1920) e condannati da San Pio X. L’ultima citazione della Divino afflante riportata da Sodalitium n° 64 secondo la quale «tra le tante cose contenute nei Libri sacri […], poche sono quelle, di cui la Chiesa con la sua autorità ha dichiarato il senso, né in maggior numero si contano quelle, intorno alle quali si ha l’unanime sentenza dei Padri», non pone problemi. Infatti il poco è relativo alle tante cose contenute nella Bibbia e non è un assoluto, analogamente alla dottrina del “piccolo numero degli eletti” non in sé o assolutamente, ma relativamente al maggior numero dei dannati. Poi, per quanto riguarda l’Apocalisse, tutti i Padri, nessuno escluso, insegnano che essa parla del futuro della Chiesa e predice che, nonostante le tribolazioni e persecuzioni che accompagneranno sempre, sino alla fine del mondo, la vita dei cristiani e della Chiesa, le forze malefiche non prevarranno. L’Apocalisse quindi è un messaggio di speranza rivolto ai cristiani di tutti i tempi, specialmente quelli precedenti il regno dell’Anticristo finale e la fine del mondo, in cui la persecuzione sarà ancora più virulenta. Ora ciò non è una spiegazione puramente personale e soggettiva di qualche Padre, ma un’interpretazione di un testo dogmatico: il significato e la natura dell’Apocalisse, come sarebbe interpretazione dommatica insegnare che gli Atti degli Apostoli parlano della storia della Chiesa apostolica e sarebbe andare contro il consenso unanime in re dogmatica dei Padri negare ciò; come è interpretazione comune e dommatica dei Padri l’insegnamento sulla responsabilità collettiva del giudaismo rabbinico nella morte di Cristo ed è contrario ad essa negare tale responsabilità collettiva. Non è questione di simpatia o antipatia, ma di verità oggettiva. Non riesco a capire come ci si voglia ostinare a sostenere che l’Apocalisse parli solo del passato, mi sembra una sorta di ossimoro, analogo ad un “asino che vola” o a un “cerchio quadrato”. Certamente è positivo e interessante il fatto che Corsini abbia ribadito, sulla scia di Ruperto da Deutz, che la “gran prostituta” o Babilonia non è Roma antica e neppure quella dei Papi, ma Gerusalemme deicida. Tuttavia da lì a sposarne la tesi origenista dell’Apocalisse come libro che parla del passato, il passo è troppo grande e non mi sembra opportuno farlo né, soprattutto, continuare a farlo.

“Per tagliare la testa al toro”

●Monsignor Pier Carlo Landucci, in Miti e realtà, Roma, ed. La Roccia, 1968, (specialmente il capitolo: Dramma dell’esegesi moderna, pp. 181-287) commentando la Divino afflante Spiritu di Pio XII - risponde mirabilmente alle obiezioni sollevate dall’esegesi modernizzante e anche da Sodalitium n° 64 - lamentando che «i Padri, vengono sempre meno considerati nella moderna esegesi, o perché - si dice - raramente unanimi, o perché non hanno voluto affrontare il problema critico-dogmatico, o perché non intendono farsi eco del pensiero propriamente della Chiesa. Generalizzando troppo, però, questi concetti, si può snervare praticamente il principio del Magistero della Chiesa nell'interpretazione biblica. Per rispettare questo principio […] bisogna tener conto delle sue preferenze […], di cui i Padri costituiscono un’eco particolare e qualificata. Più che guardare se i Padri intendevano esprimere il pensiero della Chiesa, si deve guardare se la Chiesa ha riconosciuto nei Padri se stessa. È la Chiesa che ha riconosciuto nei Padri i suoi figli particolarmente santi e illuminati e fedeli, il che costituisce il titolo della loro autorità, che in certi casi è decisiva. Non è giusto passare senz’altro dal caso della loro autorità decisiva alla noncuranza, quando manchino alcune condizioni. Vi è qualcosa di analogo in questo […] con l’obbedienza dottrinale alla Chiesa, che è proporzionatamente doverosa anche negli insegnamenti non strettamente infallibili» (pp. 189-190). Fa meraviglia che i sostenitori al massimo dell’infallibilità del magistero ordinario e anche semplicemente autentico, pur senza le dovute condizioni poste dal Vaticano I, le riducano al minimo per quanto riguarda il consenso unanime dei Padri, che dai teologi è equiparato al magistero ecclesiastico anche non strettamente infallibile (vedi ad esempio Pietro Parente, Theologia fundamentalis, Roma-Torino, Marietti, 1946, p. 215, che parifica i Padri come Testimoni e Dottori al magistero ordinario).

●Infine, monsignor Francesco Spadafora ha scritto: «Abbiamo già illustrato la lettura neo-modernistica dell’enciclica Divino afflante Spiritu di Pio XII. Agganciandosi ad espressioni isolate dal contesto e spacciando l’enciclica per un capolavoro di doppio senso, gli esegeti neo-modernisti […], rigettando i dati della Tradizione, danno la prevalenza agli argomenti interni, svincolandosi dal controllo degli esterni, oggettivi, offerti dai documenti storici, si abbandonano al soggettivismo [esegetico] più sfrenato […], smarrendosi in un dedalo di congetture e probabilità […], ove ognuno segue la propria propensione, la propria opinione pregiudicata» (La “Nuova Esegesi”, cit., pp. 231, 233 e 234).

 

 

DON CURZIO NITOGLIA

30 luglio 2010

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[1]) V. Zubizarreta, Theologia dogmatico-scolastica, Vitoria, ed. El Carmen, 1948, vol. I, nn. 699-700, tesi IV.

[2]) A. Piolanti, voce ‘Padri della Chiesa’, in Dizionario di Teologia dommatica (a cura di P. Parente-A. Piolanti-S. Garofalo), Roma, Studium, 4a  ed., 1957, p 299.

[3]) J. de Monléon, Commentaire sur le prophète Jonas, 2a ed., Québec, Scivias, 2000, p. 28. Di tale libro si legga Préface au livre de Jonas ou critique de la Critique, pp. 5-22 e Postface sur les critères internes, pp. 83-119.

[4] Come fecero, tra il 1959-60, i padri gesuiti Stanislao Lyonnet e Massimiliano Zerwick riguardo alla Divino afflante Spiritu, tentando di mettere l’enciclica Pio XII in contrasto con la Providentissimus di Leone XIII, e, cercando di fare passare la Divino afflante come l’inizio di una “nuova esegesi”, la quale non teneva più quasi in nessun conto la Tradizione e il consenso unanime dei Padri, ma che si fondava unicamente o principalmente sui soli strumenti ausiliari della Critica biblica o esegesi puramente filologico-storica. Essi, tuttavia, furono smascherati e denunciati da mons. Antonino Romeo e Francesco Spadafora, sicché il S. Uffizio li espulse dal Pontificio Istituto Biblico, nel quale furono reintegrati appena due anni dopo da Paolo VI senza nessuna loro ritrattazione.

[5]) A. Romeo, L’Enciclica ‘Divino afflante Spiritu’e le ‘Opiniones novae’, in “Divinitas”, 3, 1960, p. 424 e 454. Per quanto riguarda quest’argomento si legga: F. Spadafora, La Tradizione contro il Concilio. L’apertura a sinistra del Vaticano II, Roma, Volpe, 1989, pp. 132-143..