PIGRIZIA E ABBATTIMENTO:

I DIFETTI DELL’UOMO

E DEL RELIGIOSO CONTEMPORANEO

d. CURZIO NITOGLIA

2 luglio 2012

http://www.doncurzionitoglia.com/pigrizia_e_abbattimento_difetti.htm

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“Sono vivificati dallo Spirito coloro che non attribuiscono al proprio io ogni scienza che sanno e desiderano sapere, ma la riferiscono, con la parola e l’esempio, all’Altissimo Signore Iddio, al quale appartiene ogni bene” (S. Francesco d’Assisi).

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● La fonte della pigrizia e dell’accidia, che è la pigrizia spirituale, sono l’orgoglio, l’amor proprio, il quieto vivere, l’avarizia o l’attaccamento eccessivo ai beni di questa terra, il non voler avere nemici e quindi lo scendere a compromessi o almeno a patti con i nemici di Dio. L’abbattimento, invece, nasce dalla presunzione eccessiva di se stessi o da una pusillanimità e timidezza che è falsa umiltà, la quale può essere più pericolosa, a volte, dell’orgoglio stesso.

● La S. Scrittura, invece, ci avverte: “militia est vita hominis super terram!”. Purtroppo lo spirito del cattolicesimo-liberale e del modernismo, che vogliono sposare il Cristianesimo con la modernità, è impregnato di arrendevolezza, pacifismo imbelle naturale e soprannaturale ed è nemico unicamente dello spirito combattivo contro “il mondo, il demonio e la carne”.

● L’accidia è un rischio che corrono anche i consacrati che vivono in convento. È famoso l’affresco nel S. Speco di Subiaco, che rappresenta S. Benedetto curare un monaco accidioso con la verga, obbligandolo ad andare agli uffici di comunità, ai quali si sottraeva troppo facilmente, a forza di sonore scudisciate sulle terga.

● In convento la vita regolare scandita dagli stessi precisi e invariabili orari, sempre eguale, che può sembrare “monotona” e fuori del convento gli scacchi della vita apostolica possono portare il consacrato anche all’abbattimento e allo scoraggiamento. Ma ciò è frutto di un equivoco: gli insuccessi esterni non devono abbatterci: anche Gesù ne ha avuti tanti. Tuttavia ci ha insegnato “se il chicco non cade a terra e muore, non porta frutto”. Anzi ci ha salvati proprio tramite l’insuccesso umano del Calvario, abbandonato da tutti. Croce viene dal latino Cruciari e significa essere tormentati. Per andare in Cielo bisogna passare attraverso il crogiolo dei tormenti materiali e quelli - ancor più duri – spirituali.

● Per evitare il pericolo dell’accidia e dello scoraggiamento, che possono portare alla disperazione, è opportuno conoscere la teologia ascetica e mistica, la quale ci spiega i falsi concetti della vita spirituale e ce ne premunisce. Inoltre è più necessaria che mai la Carità soprannaturale, la quale ci fa amare Dio per se stesso e non per le consolazioni che può darci. Se ricerchiamo noi stessi nella vita religiosa (“golosità spirituale”), allora alle prime difficoltà, (aridità, insuccessi apostolici …), cadiamo nell’accidia e nello scoraggiamento. Invece, come insegna S. Agostino “ubi amatur non laboratori et si laboratori labor amatur” (“dove si ama non ci si stanca e se ci si stanca sia ama anche la fatica”). Bisogna non ripiegarsi mai su se stessi: le difficoltà, le preoccupazioni, gli insuccessi i difetti, le infermità, debbono essere vissute come mezzi che Dio ci offre per poter giungere a Lui, tramite le umiliazioni che ci procurano e dalle quali sole nasce l’umiltà (S. Ignazio da Loyola).

● La “spia” che si accende quando l’accidia e l’abbattimento invadono il nostro spirito è la dissipazione o mancanza di raccoglimento, di vita interiore e di unione con Dio: amato, conosciuto e interpellato nella meditazione “come un amico parla al suo Amico” (S. Ignazio da Loyola). Essa è accompagnata generalmente da fenomeni esterni facilmente riconoscibili: la vana curiosità delle cose di questo mondo e dei fatti altrui; l’eccessiva loquacità (S. Agostino diceva: “silentium Christum est!”), per cui chi parla troppo con gli uomini non riesce a colloquiare con Dio; l’irrequietezza corporale che è sintomo di mancanza di pace interiore; l’instabilità che ci porta a cambiare opinione, umore come una canna agitata dal vento o una banderuola. Tutto ciò può essere la strada della defezione e della perdita della vocazione religiosa.

● La vita religiosa comporta una grande compagna, che può diventare nostra nemica se non sappiamo apprezzarne le doti: la solitudine. S. Bernardo di Chiaravalle diceva “o beata solitudo o sola beatitudo” (“o felice solitudine o sola beatitudine”), a patto che la si riempia di Dio, “conosciuto, amato e servito” (S. Pio X). Se il religioso ricerca la pace nella compagnia degli uomini è fuori strada: egli ha scelto di servire innanzitutto il Signore, separandosi dalle creature. Perciò i Padri del deserto insegnavano ai loro giovani novizi “fuge, tace et quiesce” (“fuggi il mondo, taci con le creature e riposa in Dio”). Se il consacrato riesce ad apprezzare la solitudine perché gli dà la possibilità di stare solo a solo con Dio, se riesce a fuggire il vano onor del mondo, a tacere riguardo alle cose di quaggiù e a starsene in pace con il Signore, con se stesso e possibilmente con il prossimo e in grazia di Dio è sulla retta strada che lo condurrà in Paradiso.

● Concludo con questa bella preghiera di S. Ignazio: “Prendete e ricevete Signore tutta la mia libertà [per fare il bene ed evitare il male], la mia memoria [le passioni disordinate che albergano in noi dopo il peccato originale], la mia intelligenza [per conoscere la verità e confutare l’errore] e la mia volontà [per amare Dio e odiare il peccato]. Ciò che sono e possiedo. Tutto è vostro e Voi me lo avete dato, a Voi lo rendo, datemi il Vostro Amore e la Vostra Grazia, poiché questo mi basta, non desidero null’altro e sono ricco abbastanza” (S. Ignazio, Contemplatio ad Amorem obtinendum).

● Come si vede se si ha l’Amor di Dio o la Grazia santificante, che comporta la presenza reale della SS. Trinità nella nostra anima, per poterLa conoscere, amare e colloquiare con Essa, allora si ha tutto e non vi è motivo alcuno per essere accidiosi, abbattuti, timorosi della solitudine, ma si troverà nella preghiera e nel lavoro (“ora et labora”), nel silenzio, nell’apostolato, anche senza frutti apparenti e appariscenti, la vera pace dell’animo che nessuno può toglierci, tranne la nostra cattiva volontà. Molto, anzi moltissimo dipende da essa, S. Tommaso d’Aquino scrive: “un uomo è detto buono non perché ha buona intelligenza, ma perché ha buona volontà”. Chiediamo, allora, al Signore di rendere buona la nostra povera volontà, orientandola a Lui e riempiendola della Grazia santificante, delle Virtù infuse e dei sette Doni dello Spirito Santo.

d. Curzio Nitoglia

2 luglio 2012

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