LA PACE DELL’ANIMA
(seconda parte: l'
accettazione di sé)


d. CURZIO NITOGLIA

2 aprile 2012

http://www.doncurzionitoglia.com/pace_anima2.htm


 

SECONDA PARTE

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L’accettazione di sé

 

● Spesso abbiamo difficoltà ad accettare la volontà di Dio vorremmo fare ciò che piace a noi, ma alcune circostanze che non ci aggradano si presentano alla nostra porta e allora bisogna fare i conti con esse. L’ideale è rinunciare ai nostri gusti e inclinazioni, che sono deviate dal peccato originale, per uniformare la nostra volontà a quella divina che è perfettissima in sé anche se a noi può apparire incomprensibile e perfino sgradevole. Non sempre ci riusciamo e certe volte cerchiamo una scappatoia. Ma ciò lungi dall’appagarci ci rende insoddisfatti, perché realmente disordinati anche se ci sembra di aver ottenuto ciò che ci piaceva. Cerchiamo, nel corso di questa seconda parte, di vedere ogni avvenimento con l’occhio della Fede e di poter abbracciare con amore ciò che avremmo voluto evitare. Soltanto così troveremo la vera pace interiore.

 

● Il segreto è quello di lasciar agire Dio e di agire in subordinazione con il suo piano. Purtroppo alcune volte ci intestardiamo a voler far noi e così impediamo la realizzazione del progetto divino e ci mettiamo in uno stato di disordine, di disarmonia, di de-finalizzazione che ci rende scontenti, fuori posto, senza vera pace.

 

● Una delle condizioni per permettere alla grazia divina di agire in noi e a noi di cooperare con essa è quella di accettarci per quel che siamo con tutte le nostre caratteristiche, le qualità e i difetti. Se ci incaponiamo a non voler accettare un difetto che abbiamo, un avvenimento che si è prodotto, allora perdiamo la pace. Attenzione! Non è il difetto o l’avvenimento contrario la causa della perdita della pace, ma la nostra volontà che si ostina a non accettarlo liberamente e con amore poiché voluto o almeno permesso da Dio per il nostro bene spirituale.

 

● Dio non agisce nell’ideale, nella fantasia, nel sogno, ma nella realtà. Invece noi vorremmo sempre l’ideale, siamo ammalati di idealismo megalomanico e manchiamo di realismo. Ora l’ideale non sempre è reale, anzi molto raramente. La vita quotidiana normalmente è “ordinaria”, non è eroica, straordinaria, fantastica, non è un sogno. Occorre viverla  così come è altrimenti la trasformiamo in un incubo.

 

● Ogni persona è creata da Dio a sua immagine e somiglianza, però sta a noi vivere come creature di Dio, con “la santa libertà dei figli di Dio” e non in rottura con ciò che Dio ci ha dato (l’essere reale) per vivere in un mondo immaginario, fatto di “sogni di gloria e di castelli in aria”. Per esempio, io sono la persona che Dio ha creato come sono in realtà e non la persona che vorrei essere. Se non mi accetto e non lavoro su di me come sono realmente non riesco a produrre nessun frutto reale e positivo, lavoro sul vuoto e non ottengo nulla. Ciò produce l’insoddisfazione e la mancanza di pace o impazienza. Dio ha creato e ama le persone reali, non ideali e “virtuali”, ordinarie e non straordinarie, degli uomini e non degli “dèi”. Egli si prende cura delle sue creature, poiché è Provvido, ma di quelle reali che ha creato e non di quelle ideali che esistono solo nella nostra immaginazione ferita dal peccato originale e che S. Teresa d’Avila chiamava “la pazza di casa”, poiché è incapace di starsene quieta al suo posto, ma va sempre correndo a destra e a sinistra freneticamente, immaginando cose che non esistono ossia sognando ad occhi aperti.

 

● Spesso sprechiamo la nostra vita a lamentarci di non avere tale qualità o di avere tale difetto. Ora tutto ciò è irrealistico. Dovremmo accettare la realtà e lavorare, con la grazia di Dio che non viene negata a nessuno, a  migliorare ciò che siamo se è possibile o ad accettare i nostri limiti se sono ineliminabili. Ciò che impedisce alla grazia di Dio di agire pienamente sulla nostra anima non sono i nostri limiti e neppure le nostre miserie (se riconosciute e confessate col proposito di correggerle), ma la mancanza di uniformità alla volontà di Dio e la non accettazione di ciò che ci fa difetto, che è un rifiuto pratico e implicito della volontà divina. È difficile che diciamo  di rifiutare per principio  il modo di agire di Dio, ma in pratica è molto facile il cercare di evitarlo o di renderlo simile ai nostri desideri. Per appianare ogni difficoltà basterebbe dire sì con Fede e Fiducia amorosa in Dio alla nostra esistenza e soprattutto ai lati di essa che ci ripugnano.

 

● La grazia di Dio agisce pienamente su di noi se noi la accettiamo liberamente. “Qui creavit te sine te, non salvabit te sine te” scriveva S. Agostino. Se non mi accetto come sono pongo ostacolo alla grazia divina e le impedisco di sanarmi ed elevarmi. Attenzione, però! questa accettazione non è pigrizia o “quietismo”. Il desiderio di  migliorarci deve essere sempre presente in noi, ma in maniera calma e realistica.

 

● Vivere accettando i nostri limiti con il desiderio di migliorare aiutati da Dio non è contraddittorio, ma è la giusta ottica cristiana secondo cui “la grazia non distrugge la natura, ma la presuppone e la perfeziona” (S. Tommaso d’Aquino). La nostra natura reale è quella  che dobbiamo osservare, quella su cui dobbiamo lavorare aiutati dalla grazia per migliorarla nella misura in cui Dio lo reputa possibile e benefico per la nostra anima. 

 

● Il cambiamento e la conversione reale e profonda iniziano solo quando capiamo di essere limitati, accettiamo la realtà dei nostri difetti e desideriamo, con l’aiuto di Dio, di modificarci e migliorarci per quanto umana debolezza lo consente. Certo sembra facile ma non lo è. L’orgoglio, l’amor proprio, l’attaccamento alla volontà propria e la paura di non venire stimati e quindi amati sono radicati nel fomes peccati che si trova in ogni figlio di Adamo. Solo sotto lo sguardo di Dio e con la luce della Fede possiamo arrivare, grazie alla virtù di umiltà, ad accettare tutti i nostri lati, belli, meno belli ed anche difettosi, con la speranza di convertirli in meglio. Infatti il prossimo, anche l’amico più caro, non può avere quello sguardo pieno di misericordia onnipotente e ausiliatrice che solo Dio ha. Quindi davanti a Lui non abbiamo nulla da temere, nulla da nascondere (sarebbe anche sciocco: Egli è l’Onnisciente). Sentendoci amati da Dio (“Dilectione perpetua dilexi te”) riusciamo ad amarci ed accettarci con i nostri difetti, fiduciosi che li potremo migliorare se è per il bene della nostra anima, altrimenti li dobbiamo accettare: essi non ci toglieranno né l’amore di Dio per noi né la pace del nostro spirito. Se Dio abita in noi, nonostante i nostri difetti (solo il peccato mortale lo scaccia dalla nostra anima), noi non dobbiamo disprezzarci, poiché assieme a noi disprezzeremmo, implicitamente e indirettamente, anche Dio. La falsa umiltà, che coincide con la mancanza di speranza, può essere più pericolosa dell’orgoglio. Vedendo solo i nostri difetti, i lati negativi, iniziamo a disperare di noi e dell’aiuto di Dio, ma questo porta alla disperazione finale, che è un peccato contro lo Spirito santo, il quale peccato non può essere perdonato solo poiché da parte nostra manca la domanda di perdono. Dio ci ama per primo e amandoci ci rende buoni (S. Tommaso); non è la nostra “bontà” che attira l’amore di Dio. La falsa umiltà in fondo coincide con l’orgoglio, poiché pretende che siano le “nostre” qualità a renderci amabili e così perdiamo il contatto con la realtà sostituendole la immaginazione o l’idealizzazione.

 

● Il mondo moderno fatto di immagini e fantasie ci propone o impone, con una propaganda sottile e subdola, di essere esteriormente belli, forti, ricchi come i divi del cinema, sotto pena di essere licenziati dalla “scena cinematografica”. Il cristianesimo, invece, ci invita amorevolmente ad avvicinarci a Dio, giorno dopo giorno, come un viandante che scala una montagna. Gesù non ci impone di essere i migliori, i vincenti, i ricchi, i potenti, anzi le beatitudini o felicità ci insegnano il contrario: “beati i poveri di spirito o gli umili; i mansueti; coloro che piangono; i pacifici; coloro che desiderano la santità; i misericordiosi; i puri di cuore; i perseguitati”. Sono queste qualità interiori che non hanno nulla a che spartire col mito del super-uomo, anzi richiedono una certa abiezione accettata ed amata, che porta alla felicità. È tutto il contrario della filosofia di questo mondo. 

 

● Come si vede il cristianesimo non ci obbliga a sforzarci di apparire o far finta di essere ricchi, i migliori, i potenti, i fortunati, i sanissimi, sempre in piena forma, sempre vincenti. No! Grazie al Vangelo possiamo vivere in santa pace nonostante i difetti, i fallimenti, gli scacchi; l’unico vero male è il peccato, che ci separa da Dio ma che se detestato viene perdonato. Il mondo ci obbliga a fingere di essere quel che non siamo e non possiamo essere, data la nostra natura caduca a limitata, soggetta alla corruzione del corpo e alle cattive inclinazioni dell’anima. Il Vangelo ci esorta ad essere ciò che siamo, sicuri di essere amati da Dio, nonostante i nostri limiti, purché abbiamo la buona volontà di “fare il bene e fuggire il male”.

 

● L’amore di Dio è gratuito, non ci è dovuto. Le nostre miserie, se combattute, ci attirano la misericordia di Dio. S. Bernadette Soubirous ha detto: “il peccatore è colui che ama il peccato e vuole restarvi”. Questa cattiva volontà ci separa da Dio nel tempo e, se si muore in tale stato, per l’eternità. Invece basta avere la buona volontà di fare il bene e purificarsi dal male per vivere in grazia di Dio, uniti a lui, amati da lui e pieni di Fede, Speranza e Carità verso di lui. È lo sguardo amorevole e misericordioso di Dio che ci libera da questo assillo mondano di dovere essere o, meglio, di apparire i migliori ad ogni costo in tutti i campi. Tuttavia il Vangelo non ci invita  all’inerzia, ma allo slancio libero verso la santità e l’unione con Dio. Egli vuole darcela purché la vogliamo liberamente anche noi, ma nella pace e serenità, senza sforzi di testa, come se dipendesse soprattutto da noi. Queste sono le  due ali per volare verso Dio: l’accettazione di sé e la fiducia nella misericordia  divina, che vuole e può aiutarci a farci santi.

 

● Attenzione ad evitare un falso modo quietistico di intendere l’accettazione di sé. Non dobbiamo restarcene con le mani in mano, fissi nei nostri limiti. No! Possiamo e dobbiamo migliorarci, tendere alla santità. Ma nello stesso tempo non dobbiamo farci  paralizzare dalla  paura di non valere agli occhi di Dio. Niente di più falso. Accettare se stessi significa vedere le proprie deficienze ma anche le qualità che Dio ci ha dato, far fruttificare queste ultime e cercare di migliorare le prime, senza fretta, ansia, frenesia tutta umana e naturalistica. Dobbiamo sviluppare le nostre capacità con l’aiuto di Dio e far tesoro delle nostre miserie per attirare la Misericordia divina (“Abissus abissum invocat”). La santità, però, non va confusa con la perfezione esteriore, affettata, farisaica, cui non corrisponde quasi nulla di interiore; non va confusa neppure con l’impeccabilità e neanche con il mito del super-uomo. Santità è la possibilità di avanzare sulla via di Dio, di crescere spiritualmente nell’amore soprannaturale che presuppone la Fede teologale, sostenuti e spinti dalla grazia divina. Questo è accessibile a tutti, ma molti non lo vogliono e quindi non lo ottengono. Non tutti hanno la  stoffa  dello scienziato, dello scalatore, dell’eroe, ma tutti hanno da Dio la capacità di farsi santi. Nella terza parte vedremo l’accettazione della sofferenza.

 

d. CURZIO NITOGLIA

 

2 aprile 2012

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