MONSIGNOR JOSEF TISO E IL PROBLEMA EBRAICO

 

Per un sano revisionismo storico

 

 

DON CURZIO NITOGLIA

8 maggio 2010

http://www.doncurzionitoglia.com/mons_josef_tiso.htm

 


 

Introduzione

 

Nel 1993 lo Stato Cecoslovacco si è diviso in due, dando vita alla repubblica Slovacca e a quella Ceca. La separazione è stata voluta soprattutto dalla Slovacchia, tendenzialmente separatista sin dal 1918, quando nacque in maniera artificiosa lo Stato Cecoslovacco, che era composto allora all’incirca da 13 milioni di Cechi, 3 milioni di Tedeschi, 3 milioni di Slovacchi e 700 mila Ungheresi. La Slovacchia è una regione piccola, prevalentemente montuosa, abitata in origine da popolazioni celtiche, in seguito occupata da tribù germaniche, poi dai Romani e dai Goti. Nel VI secolo vi si installarono gli Slovacchi, che nel IX secolo dettero vita ad un regno assorbito nel IX secolo dai Magiari. Indi si unì all’Ungheria sino alla prima guerra mondiale. In seguito al trattato di Versailles che mutilò l’Ungheria, la Slovacchia nel 1918 fu annessa alla repubblica Ceca e nacque lo Stato Cecoslovacco. Tale Stato, imposto dalle potenze vincitrici e specialmente dalla Francia, non venne accolto con entusiasmo dagli Slovacchi, i quali subito manifestarono intenti separatistici. Con l’inizio della seconda guerra mondiale si realizzano le loro aspettative. Nel 1939 sotto la protezione del III Reich, che aveva riunito a sé l’Austria e l’Ungheria, anche la Slovacchia rinacque come Nazione indipendente dalla repubblica Ceca, sotto la direzione del Presidente monsignor Josef Tiso[1]. Nel 1944 la Slovacchia venne occupata dall’Armata rossa e nel 1945 venne riaccorpata alla repubblica Ceca sino al gennaio 1993.

 

Tiso e la questione ebraica

 

Nel 2002 per i tipi dell’editrice “Periferia” di Cosenza (Periferia@aec.calabria.it/ tel-fax 0984. 481.392) è uscito un interessante volume (146 pagine, 13 euro) a cura di Ingrid Graziano e Istvàn Eördögh (Josef Tiso e la questione ebraica in Slovacchia). La figura di monsignor Tiso (di lontana origine veneta) è controversa e il libro succitato ci aiuta a fare un po’di luce su di essa. Il 14 marzo del 2000 Jàn Slota, sindaco di Ziliana, ha definito Tiso “un grande personaggio” ed ha voluto erigere una lapide commemorativa in onore dello scomparso ex Presidente della Slovacchia con l’approvazione della stragrande maggioranza (40 voti su 41) del consiglio comunale[2]. Lo Stato di Israele ha protestato, ma il sindaco gli ha risposto che avrebbe fatto meglio ad occuparsi dei suoi problemi con i Palestinesi. Tuttavia le proteste dell’ambasciata Usa in Slovacchia, della comunità ebraica slovacca e l’intervento del governo slovacco hanno fatto rinviare il progetto. Il dibattito su Tiso continua «tuttora tra i suoi fautori – di cui fanno parte la stragrande maggioranza degli Slovacchi rifugiatisi in Usa e delle loro organizzazioni cattoliche, che lo considerano un martire e anelano alla sua beatificazione – ed i suoi detrattori che in lui vedono il traditore filo-nazista»[3]. La prestigiosa “Enciclopedia Cattolica” lo definisce «sacerdote esemplare» (Città del Vaticano, 1954, vol. XII, col. 142).

 

Nascita del ‘nazionalismo’ cattolico in Slovacchia

 

Il primo Presidente della Cecoslovacchia Masaryk aveva iniziato sin dal 1918 una politica di netta separazione tra Stato e Chiesa.

«Questo atteggiamento fu apprezzato soprattutto dagli Slovacchi protestanti ed ebrei, ma venne invece violentemente contrastato dal clero cattolico»[4]. La politica di separazione del Presidente Tomàs Masaryk fu accompagnata dalla nazionalizzazione di beni della Chiesa, tramite l’esproprio, l’introduzione del servizio militare anche per i sacerdoti, la soppressione delle scuole cattoliche e il sostegno alla ‘chiesa nazionale cecoslovacca’ scissa da Roma. Questa politica della Cecoslovacchia favoriva anche socio-politicamente ed economicamente l’elemento protestante ed ebraico a scapito del cattolicesimo slovacco, che era stato messo ai margini della società e non aveva una forte classe laica di influente e colta borghesia, ma unicamente rurale. Quindi il cattolicesimo, che era il cuore della Slovacchia, nell’unione o annessione alla Cecoslovacchia non aveva più alcun peso sociale e spirituale. La Chiesa cattolica perciò si schierò contro questo stato di cose e propugnò una politica di contrappeso cattolico allo strapotere protestantico ed ebraico. Sarebbe errato vedere nella reazione cattolica una specie di super-nazionalismo sciovinista slovacco: essa «fu dettata per la maggior parte da considerazioni religiose e conseguentemente economico-sociali, piuttosto che da ragioni nazionalistiche»[5]. Già in passato, nel 1895, quando la Slovacchia faceva ancora parte dell’Ungheria, il governo magiaro aveva introdotto una legislazione di separazione tra Stato e Chiesa. Allora un laico cattolico, il conte Nànor Zichy, per contrastare la legislazione liberale, fondò il “Partito Popolare Ungherese”, al quale si iscrissero anche molti sacerdoti slovacchi tra i quali Andrej Hlinka, poi divenuto vescovo di Nitra, il quale, però, quando scorse l’inclinazione filo-magiara del partito, ne uscì e fondò il “Partito Popolare Slovacco”. In quel periodo molti giovani studenti slovacchi, in maggioranza protestanti, cominciarono a vedere nella repubblica Ceca una via di scampo dalla magiarizzazione e a chiedere l’unione tra Cechi e Slovacchi in un unico Stato e ad appoggiare Tomàs Masaryk. Tuttavia sin dal 1919 si palesarono i primi attriti tra Cechi e Slovacchi: «in occasione dell’arrivo di un folto gruppo di burocrati e amministratori cechi […], il loro carattere si mostrò agli antipodi di quello slovacco, dai tratti profondamente conservatori, marcati da una religiosità inflessibile. Gli ebrei ed anche i protestanti slovacchi non ebbero invece difficoltà ad adattarsi a questo nuovo stato di cose. A soffrire, dunque, […] per la separazione fra lo Stato e la Chiesa, furono i cattolici slovacchi»[6]. Fu per questo motivo che Hlinka optò per l’autonomia della Slovacchia e fondò il 19 novembre 1918 il “Partito Popolare Slovacco” di tendenza cattolico-conservatrice. Nel 1929 Tiso divenne il vero capo e pensatore del partito fondato da Hlinka. Tiso, a differenza di un altro leader del medesimo partito, Vojtech Tuka, si oppose al piano di annessione della Slovacchia da parte dell’Ungheria. Nel 1930 divenne vicepresidente del Partito. Tra il 1936-37 il Partito di Hnilka cominciò a radicalizzarsi verso l’estrema destra ultra-nazionalista. Tuka fu uno degli esponenti più radicali di questa corrente assieme ad Alexander Mach, entrambi di tendenza filo-germanica, mentre Karol Sidor si differenziava da questi due solo per il suo filo polacchismo e fu l’avversario più tenace di Tiso, il quale paragonato ad essi era più moderato e, più che ‘separatista’ dalla repubblica Ceca, era un ‘autonomista’ della Slovenia. Quando assunse il potere in Slovacchia fu il principale artefice della sua indipendenza, ma essa avvenne all’ombra della Germania ex natura rerum. Infatti, nel 1938 dopo aver annesso l’Austria, Hitler si dirigeva verso Praga ove risiedeva una forte minoranza tedesco-sudeta, che stanca di subire vessazioni da parte dei Cechi chiedeva al III Reich protezione. Naturalmente la Slovacchia allora unita forzatamente con la repubblica ceca ne avrebbe seguito le sorti. Quando il governo ceco il 9 marzo 1939 aggredì la Slovacchia dopo la sua separazione dalla Cechia, Hitler intervenne. Convocò Tiso e lo mise di fronte all’alternativa di scegliere tra l’indipendenza slovacca garantita dalla Germania oppure l’occupazione. Tiso optò per l’indipendenza, pur se limitata dalla tutela germanica. Tuttavia, la Costituzione della neonata Slovacchia si fondava non sulla dottrina nazionalsocialista, ma sull’amor patrio e la dottrina sociale cattolica, specialmente espressa nelle encicliche Rerum novarum di Leone XIII (1890) e Quadragesimo anno di Pio XI (1931). Alcuni storici lo hanno dipinto come un antisemita biologico, opportunista asservito al nazionalsocialismo; altri come il padre gesuita Pierre Blet lo descrivono come «uomo di provata fedeltà alla Chiesa, ma anche profondamente votato alla causa della indipendenza slovacca, che avrebbe desiderato uscire dalla sua delicata posizione, ma che rimaneva al suo posto solo nella speranza di salvare il salvabile»[7]. Anche i nostri due Autori succitati scrivono: «Sicuramente gli eventi storici avevano costretto la Slovacchia di Tiso in un angolo dal quale non era facile uscire»[8]. Certamente Tiso dovette andare controcorrente: «con il suo corso nazionalista, il Paese aveva disincentivato gli investimenti da parte dei Cechi e degli Ebrei, che controllavano gran parte dei capitali investiti nelle industrie e nell’economia slovacca»[9]. In questi frangenti Tiso mostrò una prudenza non comune, poi la situazione cambiò e l’ala radicale del partito Slovacco con Tuka a capo prese un maggior rilievo e spinse la Slovacchia sempre più verso la Germania. La politica di Tiso mirò ad assicurarsi il sostegno germanico nelle trattative con l’Ungheria per la revisione dei confini, come dichiarò lui stesso in qualità di imputato davanti alla Corte Nazionale il 17 e 18 marzo 1947, ma egli non fece proprie le tendenze neopagane di una certa parte (Joseph Goebbels e Alfred Rosenberg) del nazionalsocialismo, i suoi modelli politici erano piuttosto Salazar, Dollfuss e Franco. Per quanto riguarda il problema ebraico, la posizione di Tiso era assai diversa da quella di Sidor, che era in toto simile a quella germanica, mentre Tiso seguiva la dottrina e la prassi della Chiesa cattolica di “segregazione amichevole” e non di razzismo biologico. Frattanto Tuka partì il 12 febbraio del 1939 alla volta di Berlino per assicurarsi il sostegno di Hitler alle rivendicazioni slovacche. Secondo alcuni storici e come abbiamo già intravisto «lo spettro di un’aggressione ungherese avrebbe indotto Tiso a buttarsi nelle braccia dei nazisti per salvare così la Slovacchia»[10]. Tiso non aveva mai accettato l’accorpamento della Slovacchia alla repubblica Ceca e si alleò con la Germania per ottenere la reale indipendenza della piccola Slovacchia. Sin dal 1939 aveva agganciato il suo “nazionalismo” o meglio “amor patrio” alla dottrina cattolica, in cui l’identità nazionale slovacca era sorretta dalla dottrina cristiana. Il 13 marzo 1939 Tiso venne ricevuto a Berlino da Hitler, il quale gli promise di difendere la Slovacchia da un’eventuale aggressione ungherese. «Dopo la proclamazione del nuovo Stato slovacco, il 19 marzo 1939 fu firmato il trattato di protezione con la Germania. Il 23 marzo le truppe ungheresi varcarono la frontiera ed entrarono in territorio slovacco […]. Le violazioni territoriali compiute dalle truppe magiare […] ebbero come conseguenza un ammonimento da parte del governo tedesco, sicché l’Ungheria fu costretta ad indietreggiare e a riconoscere il nuovo Stato»[11].

 

Slovacchia e giudaismo

 

Nel 1867 «si era aperta un’opportunità di sviluppo sociale ed economico per gli Ebrei. In seguito ebbe inizio la loro assimilazione principalmente alla Nazione ungherese e in numero assai inferiore alle altre nazionalità. L’assimilazione linguistica e nazionale non ebbe luogo invece tra gli ebrei ortodossi, che vivevano in numero considerevole nella Slovacchia orientale»[12]. La Cecoslovacchia, come abbiamo visto, era stata costituita in maniera artificiale nel 1918. «Gli Ebrei che si erano assimilati agli ungheresi non ebbero rapporti positivi con la Cecoslovacchia. Inoltre questa situazione fu aggravata agli occhi degli Slovacchi dal fatto che gli esponenti politici ebraici appoggiavano l’idea di una Cecoslovacchia unita e si opposero alle tendenze separatiste slovacche»[13]. Conseguentemente sin dal 1918 in Slovacchia iniziarono a manifestarsi, anche grazie alla lotta dottrinale del “Partito Popolare Slovacco” di Hnlika, fenomeni di antigiudaismo teologico, fondato anche su sentimenti religiosi, patriottici e politico-sociali. Quando si realizzò l’autonomia della Slovacchia e Tiso venne eletto Presidente del Consiglio nel 1938, riprese i temi dottrinali di Hnilka e scrisse un articolo sul giornale “Slovàk” del 25 ottobre 1938 in cui asseriva: «Nessuno deve aver timore di un regime cristiano. Esso non adotterà sistemi e ideologie straniere, non ricorrerà a ritorsioni e sarà clemente, ma se fosse costretto a difendersi saprà colpire e cacciare il nemico dal suo nascondiglio. Pur essendo la carità fraterna l’essenza del cristianesimo, il regime cristiano saprà allontanare ogni ostacolo che rappresenti un pericolo per la comunità nazionale. Perciò abbiamo abolito il Partito comunista». Quando l’esercito ungherese iniziò ad invadere la Slovacchia il 4 novembre 1938, Tiso diede ordine ai Comuni che 75. 000 ebrei nullatenenti, emigrati e vaganti nella Slovacchia, fossero dislocati nei territori meridionali destinati ad essere restituiti all’Ungheria. «L’Ungheria invece, entrata nel frattempo nei suddetti territori, a sua volta volle riconsegnare gli ebrei recentemente trasferiti. La Slovacchia però negò il permesso per il loro rientro. Sorsero così i primi campi di ebrei rifugiati sulla ‘terra di nessuno’ fra le due frontiere»[14]. Allora «il governo slovacco tentò di risolvere la questione ebraica attraverso l’emigrazione volontaria, ma questo piano era destinato a fallire perché la maggioranza degli ebrei […] si opponeva ad un allontanamento arbitrario […] e preferiva aspettare un cambiamento politico. In merito alle tendenze radicali, Tiso, negli anni 1939-1940, assunse una posizione alternativa per la soluzione della questione ebraica e scelse la cosiddetta “via graduale”. Essa implicò una moderata e progressiva, ma non meno decisa volontà politica di escludere [sarebbe più corretto dire: limitare la preponderanza] gli ebrei in Slovacchia dalla vita economica, politica e sociale»[15]. L’influsso ebraico nella Slovacchia corrispondeva alla proprietà del 40% del patrimonio nazionale. Tiso nominò una commissione nel 1939 al fine di ridurre la preponderanza economica, politica e sociale giudaica alla proporzione corrispondente al numero percentuale di Ebrei viventi in Slovacchia, che era del 4%. Tiso scrisse: «offriremo agli Ebrei il 4% delle opportunità secondo la percentuale del 4% che essi rappresentano nell’ambito della nostra Nazione» (Slovàk 13 marzo 1940). In breve, una Nazione di 3 milioni di abitanti Slovacchi aveva un reddito del 60%, mentre il rimenerete 40% era posseduto dalla popolazione ebraica pari al 4%, ossia a 120.000 persone. La di sproporzione era evidente ed andava corretta. Nonostante ciò, «la soluzione della questione ebraica non procedette con la rapidità richiesta da una parte dai nazisti tedeschi e dall’altra dai radicali slovacchi, come Tuka e Mach […]. Tiso, posto di fronte ai fenomeni di violenza causati dalla mobilitazione antiebraica, cercò di prevenire le azioni arbitrarie e il 15 marzo 1939 avvertì la popolazione nel suo discorso radiofonico: “Nessuno pensi di poter risolvere la questione la questione ebraica da sé […] in caso contrario il governo si riserva di agire severamente in proposito”» e il giorno dopo sempre tramite radio precisò: «allontaneremo ciò che deve essere allontanato senza odio e senza passione, non con la brutalità ma in modo cristiano». Dipoi «la guerra scoppiata tra la Germania e l’Urss rafforzò la propaganda contro il bolscevismo ebraico»[16].

 

Tiso e il giudaismo

 

«Esiste in parte della storiografia recente una tendenza a prosciogliere, in un certo senso, Tiso dall’accusa di aver perseguito una violenta politica antisemita, imputando ai radicali del suo Partito – Tuka, Mach e Durcansky – gran parte delle colpe per le deportazioni ebraiche che ebbero luogo in Slovacchia»[17]. Il 5 dicembre del 1939 «Pio XII si congratulò con Tiso per la sua ascesa alla carica di Presidente della Repubblica»[18]. Tiso acconsentì inizialmente solo alla limitazione della preponderanza  ebraica dalla vita economica del Paese. Nel 1940 la “legge 198”, firmata da Tuka e da Mach ma non da Tiso, costrinse gli Ebrei ai lavori forzati. Certamente Tiso era favorevolissimo a partecipare con la Germania alla guerra contro Stalin, vista come una “crociata contro il comunismo” ad extra, conclusione logica di quella ad intra contro la massoneria, il comunismo e il giudaismo presenti in Slovacchia. Per quanto riguarda la espulsione degli ebrei dalla Slovacchia e la loro dislocazione, essa ebbe inizio il 26 marzo 1942 e cessò, dietro richiesta del Vaticano, nell’ottobre del medesimo anno. «La linea di Tiso era condivisa anche da altri ecclesiastici, come ad esempio dal vescovo di Spis Jan Vojatassak»[19]. Quello di Tiso non era antisemitismo biologico o razziale dettato da odio, ma antigiudaismo teologico tradizionale spinto da amor patrio. Frattanto nel 1943 l’America era intervenuta presso la S. Sede «per far sapere a Josef Tiso che il suo atteggiamento nei confronti degli ebrei non sarebbe stato dimenticato»[20]. Ma monsignor «Tiso non sembrava minimamente scalfito dall’avvertimento americano […]. Quando nel 1944 i Russi si avvicinarono alla Slovacchia, rifiutò di fuggire con l’aereo che Hitler gli aveva messo a disposizione»[21], per rifugiarsi in Germania presso il cardinal Faulhaber arcivescovo di Monaco. Tiso difese il suo operato davanti alla S. Sede con una lettera nella quale scriveva che «Le misure prese contro i Cechi e gli Ebrei miravano unicamente a eliminare l’influenza deleteria di alcuni elementi, i quali si erano alleati in agosto ai paracadutisti - inviati in Slovacchia dal governo Ceco in esilio a Londra al fine di unirsi alla Resistenza locale - e, di conseguenza, avevano costretto il Paese a chiedere l’aiuto tedesco per domare la rivolta»[22].

 

Conclusione

 

L’ultima lettera di monsignor Tiso a Pio XII dell’8 novembre 1944 rappresenta il suo testamento spirituale e dottrinale. Tiso affermava che «le accuse di atrocità al governo slovacco, commesse nei confronti di persone a causa della loro nazionalità e della loro stirpe sono soltanto dicerie ed esagerazioni della propaganda nemica […]. Durante i cinque anni della indipendenza slovacca non si è verificata neppure una sola condanna a morte. L’espulsione dei Cechi e la dislocazione degli Ebrei come forza lavoro per la Germania è stata una necessità imposta dall’esigenza di difendere la nostra Nazione dai suoi nemici che hanno operato in essa in modo distruttivo da secoli […]. La piccola Slovacchia troppo debole per difendersi da sola dall’invasione ungherese ha dovuto chiamare in suo aiuto il III Reich germanico quale suo protettore». Josef Tiso venne arrestato verso la metà di giugno del 1945 da parte di servizi segreti americani. Egli non venne consegnato al Vaticano, ma alla ricostituita Cecoslovacchia, la quale il 15 aprile del 1947 lo condannò a morte per impiccagione. Vittorio Messori sulla rivista Il Timone dell’aprile 2006, sotto il titolo “Presidente e prete calunniato”, ha scritto: «L’alba del 18 aprile del 1947, nel cortile del tribunale di Bratislava, un uomo sulla sessantina [Josef Tiso], dalla corporatura massiccia, accompagnato da un frate cappuccino, saliva i pochi gradini di un patibolo, sul quale incombeva una forca. Solo sette minuti dopo il momento in cui la botola gli si è aperta sotto i piedi, l’espressione del condannato si è lentamente trasformata in un orribile rictus, mentre dalle sue mani scivolava la corona di un rosario che stringeva tra le mani. Si era scelta l’impiccagione perché considerata più degradante della fucilazione e si era fatto in modo che la morte non fosse immediata ma sopravvenisse tra tormenti e terrori» (p. 64). L’Osservatore Romano qualche giorno dopo chiosò: «non si è cercata giustizia ma vendetta». Messori commenta: «la presenza di un sacerdote, per giunta non sconfessato dalla Gerarchia, ai vertici della Slovacchia – secondo alcuni – sarebbe la prova della solidarietà se non della simbiosi tra cattolicesimo e nazionalsocialismo. […] Anche perché papa Pacelli lo onorò con un breve quando fui eletto Presidente della Slovacchia» in cui si legge: «Noi approviamo le vostre intenzioni lodevoli di volervi sforzare, nel compimento del vostro incarico, di mantenere le relazioni con Noi e di volerle rafforzare. Vi promettiamo di appoggiarvi con tutti i Nostri sforzi nel compimento di questo progetto e vi impartiamo la Benedizione Apostolica». Il fondatore del partito cui aderì Tiso fu don Andrej Hlinka «un religioso venerato dal suo popolo, non soltanto per l’attività politica ma anche per lo straordinario fervore di opere sociali e assistenziali da lui promosse. Fedele uomo di Chiesa e cattolico di ortodossia sicura, ispirò il suo partito alla dottrina sociale della Chiesa, escludendo ogni violenza ed estremismo, ma chiedendo con fermezza libertà per la Slovacchia, asservita all’Ungheria nel sistema imperiale asburgico. […] Nel frattempo morto mons. Hnilka, la responsabilità del ‘Partito popolare Slovacco’ passava all’ancor giovane don Josef Tiso […]. Laureato in teologia, di vita e di pensiero inappuntabili, sino alla fine all’impegno politico volle unire la responsabilità pastorale di una piccola parrocchia, per mostrare che era e restava innanzitutto prete. […]. Con realismo cristiano, Tiso - messo alle spalle al muro da un Diktat: o indipendenza [dalla repubblica Ceca] e alleanza [con la Germania] o occupazione militare - scelse la strada del male minore. […]. Confidò più volte che era sceso in politica per necessità, sospinto dal bisogno della sua Patria. […]. Egli rifiutò la dottrina razziale biologica nazionalsocialista, incompatibile con la dottrina cattolica. […]. Per ben cinque volte espresse il desiderio che un’autorità ecclesiastica superiore, foss’anche solo il suo vescovo, gli chiedesse di lasciare la carica di Stato. Si volle invece che restasse. Restò, in effetti, per spirito d’obbedienza, ben sapendo che ciò gli sarebbe costato la vita, che aveva offerta al suo popolo» (p. 66). Una figura da rivisitare, per dissipare le zone d’ombra che la contemporanea letteratura “politicamente corretta” le ha incollato addosso.

 

 

 

DON CURZIO NITOGLIA

8 maggio 2010

 

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[1] Nacque il 13 ottobre 1887 a Velka Buta da una famiglia di contadini. Studiò al Seminario di Nitra e poi al Pazmaneum di Vienna ove si addottorò in teologia. Fu ordinato sacerdote nel 1910.

[2] Cfr. Ingrid Graziano - Istvàn Eördögh, Josef Tiso e la questione ebraica in Slovacchia, Cosenza, Periferia, 2002, p. 9.

[3] Ibidem, p. 10.

[4] Ib., p. 13.

[5] Ib., p. 14.

[6] Ib., p. 15.

[7] P. Blet, Pio XII e la Seconda Guerra Mondiale negli archivi vaticani, Torino, 1999, p. 224.

[8] Ingrid Graziano - Istvàn Eördögh, Josef Tiso e la questione ebraica in Slovacchia, p. 19.

[9] Ibidem, p. 21.

[10] Ib., p. 26.

[11] Ib., p. 34.

[12] Ib., p. 57.

[13] Ivi.

[14] Ib., p. 59.

[15] Ib., p. 60.

[16] Ib., p. 71.

[17] Ib., p. 43.

[18] Ib., p. 89.

[19] Ib., p. 49.

[20] Ib., p. 53.

[21] Ivi.

[22] Ib., p. 55; cfr. anche P. Petruf, La Slovaquie, Parigi, PUF, 1998; J. A. Mikus, La Slovaquie, une nation au coeur de l’Europe, Losanna, L’Age d’Homme, 1992.