LIBIA E SIRIA (2)

QUALE È IL FUTURO DELLA LIBIA?

d. CURZIO NITOGLIA

31 agosto 2011

http://www.doncurzionitoglia.com/libia_futuro_2.htm

 

“La guerra di Libia rischia di trasformare il Mediterraneo in una polveriera” (Karim Mezran, Limes, n. 3° giugno 2011, p. 190).

Prologo

●La Rivista bimestrale italiana di geopolitica Limes ha dedicato il numero 3 (giugno del 2011) di oltre 300 pagine alle “rivoluzioni” arabe e nord-africane[1]. La seconda parte del numero (da pagina 187 a 224) studia la questione della Libia (Libia addio? Se la Libia diventa una grande Somalia). Già dal titolo si capisce la preoccupazione per il futuro della Libia e dei Paesi limitrofi. La tesi sostenuta dagli autori dei saggi è che la Libia rischia una spaccatura in due e una lunga guerra civile tra le due parti, di cui la Tripolitania resterebbe confinata tra Zavia, Tripoli, Misurata e Sirte (ove è attualmente asserragliato Gheddafi); mentre La Cirenaica, dominata dagli islamismi radicali, si estenderebbe da Tobruk sino a Bengasi. Karim Mezran (Direttore del Centro studi americani di Roma e docente all’Università Johns Hopkins) scrive che “La guerra di Libia rischia di trasformare il Mediterraneo in una polveriera” (Ibidem, p. 190). Hanas Ahmad (Direttrice del quotidiano libico Oea) sostiene che i futuri governanti “Conservatori [qaedisti] di Bengasi faranno rimpiangere Gheddafi” (Ib., p. 204). Addirittura Giampaolo Cadalanu (giornalista de la Repubblica) fornisce “una testimonianza diretta sulla manipolazione delle notizie o sulla loro totale invenzione per sostenere la causa dei ribelli in lotta contro Gheddafi” (Ib., p. 209). Stefano Agnoli (giornalista del Corriere della Sera) tratta la questione della spartizione del petrolio libico tra i futuri vincitori (Ib., pp. 215-222).

●La “stampa” alternativa ha ripreso questi temi, anticipati già nella primavera del 2011 da Limes, in questi ultimi giorni (25-28 agosto) e ne ha approfondito alcuni aspetti. Porgo al lettore le osservazioni dirette di giornalisti in “prima linea” che hanno raccontato ciò che hanno visto e cerco di trarne alcune conclusioni.

 

Stampa libera e teleguidata a Tripoli

●Nel pomeriggio del 25 agosto 2011 la nave, che doveva evacuare i giornalisti da Tripoli, non è stata autorizzata dalle autorità Nato a salpare mentre, nello stesso tempo, un altro palazzo, attiguo all’hotel Riza dove si trovano i giornalisti stranieri, è stato reso disponibile come luogo dove effettuare interrogatori investigativi nei confronti dei giornalisti stessi. Alcuni di loro, minacciati dai ‘ribelli’ antigovernativi e dagli ufficiali che li coordinano, hanno redatto un elenco di colleghi giornalisti che in questi giorni possano aver rilasciato dichiarazioni critiche nei confronti dell’operazione militare Nato e delle forze “ribelli”[2].

●Solo la tivù russa Rt e quella venezuelanaTelesur spiegano che è una vittoria dovuta alla carneficina compiuta dalla Nato, anche con “droni” ed elicotteri “Apache”, soprattutto negli ultimi giorni dopo il sabato 13 agosto, uccidendo 1.300 persone in poche ore come denuncia Tierry Meyssan del Réseau Voltaire[3]. Joeseph Goebbels diceva: “Se dici una bugia, dilla grossa e continua a ripeterla sino a che tutti ci crederanno”. Adolf Hitler raccomandava alla propaganda di “limitarsi a pochi punti, ripetuti sempre più spesso, poiché la massa non pensa”. La famosa “canna fumante” trovata in mano a Saddam Hussein si basava su questo punto programmatico, molto più antico di Goebbels e Hitler, le fosse comuni naziste di Katin in Polonia e poi quelle di Gheddafi in Libia, idem.

 

Al-Qaeda e Nato “alleate” in Libia

●Il capo dei servizi di sicurezza libici Abdullah al-Snousi, (che sarebbe stato ucciso il 29 agosto) ha rilasciato la seguente dichiarazione (che è stata pubblicata sul blog in diretta di Al Jazeera in Libia): “Quello che stiamo affrontando ora in questa guerra è la Nato che guida al-Qaeda. I funzionari europei e occidentali stanno mentendo al loro popolo quando dicono che stanno combattendo il terrorismo. Infatti stanno combattendo con il terrorismo di al-Qaeda contro il popolo libico”. Tra di loro vi sono anche molti giovani sbandati e disperati (come quelli che hanno saccheggiato Londra nei primi giorni dell’agosto 2011) del Ciad, Mali, Niger, Sudan, Algeria, Tunisia e soprattutto del Qatar, con “espropri proletari” a danno dei residenti i quali tentano di barricarsi in casa.

●Il brasiliano Pepe Escobar, corrispondente di ‘Asia Times’, parlando con RT’ (28 agosto 2011), ha detto che un vecchio militante di al-Qaeda è ora leader militare dei territori controllati dai ribelli in Libia.

Secondo Escobar, Abdelhakim Belhadj, che comandava l’offensiva militare in Libia durante il fine settimana, è diventato di fatto il comandante delle forze armate di Tripoli. Belhadj, dice Escobar, è stato addestrato in Afghanistan da un "gruppo estremista islamico libico".

Secondo Escobar i talebani, legati a fonti d’oltreoceano, hanno confermato Belhadj come il nuovo comandante. Nel periodo successivo all’11 settembre la Cia ha iniziato il monitoraggio su Belhadj che, finalmente, è stato catturato in Malaysia nel 2003. Escobar dice che fu poi torturato a Bangkok prima di essere trasferito in Libia e imprigionato. Ha fatto un accordo che ha permesso il suo rilascio nel 2009 e da questa settimana è di fatto il comandante militare di Tripoli[4].

 

Gli interessi economici

●Le forze di opposizione hanno già iniziato a servire i loro padroni vendendo loro petrolio greggio dolce e istituendo una banca privata centrale per trasformare la Libia da ricco paese Africano indipendente in una nazione impoverita schiava del debito obbligata verso i cartelli bancari, come il ‘Fmi’ , la Banca Mondiale e la Banca dei Regolamenti Internazionali[5].

●Lunedì 15 agosto, subito dopo l’ingresso dei ribelli a Tripoli, precipita il prezzo dell’oro e schizzano i titoli di banche e aziende petrolifere che, come Unicredit ed Eni, hanno interessi nel Paese e che hanno finanziato i ribelli.

●Lunedì 22 agosto, alla riapertura dei mercati, dopo la notizia dell’ingresso dei ribelli a Tripoli, si sono verificati eventi che la dicono lunga sui veri scopi di questa ennesima guerra neoconservatorista mascherata da intervento umanitario. Quel giorno il prezzo dell’oro è iniziato a scendere dopo mesi di inarrestabile e costante rialzo, toccando ogni giorno un nuovo ‘record storico’, il metallo giallo era arrivato a sfiorare la quotazione astronomica di 1900 dollari l’oncia. Da lunedì è iniziato un deprezzamento mai visto negli ultimi mesi: in pochi giorni la quotazione è precipitata a 1700 dollari l’oncia. La certezza di poter mettere le mani sulle 144 tonnellate di lingotti d’oro conservati nei forzieri della banca centrale sembra aver placato la sete dei mercati.

●Sempre lunedì, dopo giorni di crolli in borsa che nulla sembrava in grado di arrestare, le notizie provenienti da Tripoli hanno messo le ali agli scambi e le piazze affari di tutta Europa hanno chiuso con il segno più. A trascinare in alto i listini sono stati soprattutto i titoli energetici e bancari. La caduta di Gheddafi rimette sul mercato le principali riserve energetiche del continente africano (60 miliardi di barili di greggio e 1.500 miliardi di metri cubi di gas naturale), 150 miliardi di dollari di ‘asset finanziari’ (quote di grandi banche straniere e azioni di aziende multinazionali) e commesse miliardarie che la guerra ha bloccato[6].

 

La guerra vera e quella dei “media”

●La confusione e la manipolazione mediatica per favorire gli invasori hanno toccato livelli impensabili. Quello che sembrava una “passeggiata” per la coalizione imperialista Usa-Nato, che ha formato e coordinato i gruppi mercenari golpisti, si è complicata, finendo a brandelli. Invece la guerriglia urbana continua tra Tripoli e Sirte, che sono ancora bombardate di notte dagli aerei della Nato. Stephen Lendman ha intervistato l’avvocato professor Francis Boyle il quale ha dichiarato che “bisogna aspettarsi un conflitto senza termine, simile a quelli scoppiati in Iraq e Afghanistan, il quale deborderà dalla Libia”[7]. I fatti gli danno ragione, si sta passando velocemente alla Siria e di lì all’Iran e dall’Iran – Dio non voglia – al mondo intero.

●Gheddafi, con una mossa tattica, si è trasformato in un “fantasma” che è ovunque e in nessun luogo. Con quello che rimane in piedi della sua linea di comando, il leader libico ha concentrato la sua logistica e le sue truppe nei punti più forti. Con truppe, carri armati e batterie che sembravano emergere dalle cantine, quello che rimane dell’esercito del presidente libico ha bombardato e attaccato questo mercoledì 24 agosto i gruppi mercenari in varie zone di Tripoli. La realtà, descritta parzialmente dai corrispondenti stranieri, manda all’aria il supposto controllo attribuito alle forze dei ribelli presenti nella capitale della Libia.

●Quello che era prima un nemico “visibile”, Gheddafi ed il suo esercito, ora si è trasformato in un nemico “invisibile” che attacca e si dilegua.

Parallelamente, un’azione di guerra asimmetrica, realizzata dalla popolazione leale, realizza imboscate, attentati e azioni di guerriglia urbana contro i gruppi mercenari e i comandi e gli ufficiali delle forze speciali e di intelligence di Stati Uniti, Regno Unito e Israele, che progettano e coordinano le iniziative di presa e di controllo di Tripoli.

●In ventiquattro ore, dopo la presa del bunker presidenziale da parte dei ribelli, l’atmosfera, tra i capi dei mercenari e i leader delle potenze invasore, è passata dall’euforia trionfalistica all’incertezza. Analisti europei e statunitensi parlano già di una “trappola” per gli invasori. Dal martedì, i commentatori e gli analisti di alcune emittenti, come la ‘Cnn’, hanno auspicato un “intervento internazionale” per evitare che la Libia cada nel caos dei “gruppi fondamentalisti” che integrano il comando “ribelle” del ‘Cnt’. Le schiere dei “ribelli” sono quasi un mosaico delinquenziale di gruppi mercenari fondamentalisti di varia estrazione, che, una volta al potere, lotteranno tra loro per la spartizione del bottino di guerra.

●Questo è il punto centrale che oscura e rende impraticabile la strategia di conquista della Libia senza sacrificio di soldati e senza un costo politico per le potenze della coalizione Usa-Nato. E la Libia, al costo della sua distruzione, del massacro collettivo e della crisi umanitaria, conferma ancora la piena validità del principio basilare di Rothschild che guida storicamente le operazioni imperiali di conquista: “Dove non c’è guerra, bisogna inventarla per fare scambi.”[8].  

 

Conclusione

1°) Gheddafi era già stato puntato dalle amministrazioni Reagan e Bush senior negli anni Ottanta quando la Cia e il Mossad iniziarono le grandi manovre per destabilizzare la Libia. Il Newsweek del 3 agosto 1981 scriveva: «Il dettaglio del piano era vago, ma sembrava essere la classica campagna di destabilizzazione della Cia. Si parlava di un programma di disinformazione mediatica per mettere in difficoltà Gheddafi. Poi della creazione di un “contro-governo” in Libia. Infine di una campagna paramilitare o di guerriglia indigena appoggiata dalla Cia». Dopo 30 anni il piano è stato messo in pratica. “Occhio per occhio, dente per dente”. La “morale” puritano-americana è la stessa del Giudaismo talmudico che regge Israele. Non si dimentica e non si perdona. Il vero cancro dell’umanità sono gli Usa e Israele, i quali sono “portatori sani” del loro odio, sete di vendetta e dominio universale, che sta ammorbando il mondo intero. “Delenda Carthago” ripeteva Catone il vecchio.

2°) La Libia rischia di diventare una grande Somalia, la quale ha conosciuto una lunga guerra civile, una paralisi economica e un’anarchia civile dal 1977 sino al Duemila ed oltre. Siad Barre (il dittatore somalo dal 1969) è stato rovesciato nel 1991 e da allora le due fazioni tribali, che hanno eletto due presidenti diversi e contrapposti (il primo nel 1991 e il secondo nel 1996) non cessano di combattersi.

Lo stesso è avvenuto in Afghanistan, invaso dagli Usa nel 2001 ed ancor oggi aggressivamente resistente. L’Afghanistan ha spezzato le reni all’Urss di Leonid Breznev nel decennio di occupazione sovietica di Kabul (1979-1989) e di guerriglia anti-sovietica afgana dei muijaheddin tra le montagne, che hanno rovesciato nel 1992 anche il governo post-sovietico afgano, ma ancora filo-sovietico. Il 1996 ha portato al potere de facto i talebani (appoggiati dal Pakistan). Ora l’Afghanistan sta spezzando le reni anche all’America e alla Nato, che se ne stanno tornado dopo dieci anni a casa con le ossa rotte e la coda tra le gambe, zitte zitte, sperando di terminare la ritirata strategica entro il 2012 senza troppi danni collaterali visibili. Il puritanismo americano e il fariseismo giudaico continuano la morale del “sepolcro imbiancato”: bianchi fuori e visibili a tutti, ma neri dentro, purché non si sappia in giro. L’importante è salvare le apparenze.

L’Iraq dal 2003 è diventato un Paese diviso in tre (sunniti, sciiti e curdi), che si uccidono tra loro e rendono la vita difficile agli Usa & company.

3°) Il Mediterraneo (Italia, Africa bianca, Palestina, Libano, Turchia, Giordania e Siria) rischia di diventare una polveriera, che forse infiammerà anche l’Iran e di lì il mondo intero, con relativa “soluzione finale” del problema israelitico, pro o contro, Dio solo lo sa, io lo posso solo sperare (contro). “La speranza non muore mai”. Già a partire dal 30 agosto la radio italiana riprendeva e rilanciava contro Damasco ed Assad gli stessi slogan che nei primi di agosto la Nato e gli Usa scagliavano contro Gheddafi. “A buon intenditor poche parole”…

4°) La Nato e gli Usa anche in Libia (come in Iraq) si alleano con gli islamisti radicali per abbattere il mondo arabo nazional-popolare. “Divide et impera”. Lo “scontro di civiltà” voluto da Hungtington & “compaesani” non è teologico o anti-islamico, ma ideologico e democraticistico, contro i governi arabi forti e stabili non ancora corrotti dall’illuminismo.

5°) Forse Gheddafi farà (almeno inizialmente) la stessa fine di Osama bin Ladèn, nascosto, scomparso nel nulla (Sirte, Saara, Himalaya), morto, risorto ed infine ucciso dalla Cia e cremato “mediaticamente” senza essere “filmato”. Oppure più probabilmente (poiché il colonnello di Tripoli non è mai stato un agente della Cia come Osama) finirà come Saddam, impiccato con tanto di televisione al seguito, dopo un processo democratico stile Norimberga, “per non dimenticare”, “sempre mediaticamente”.

6°) Tuttavia gli analisti avvertono che il colonnello è ancora militarmente forte almeno in un resto della Tripolitania e nel deserto del Saara. Perciò la Nato e gli Usa rischiano di impantanarsi nel deserto libico, come si sono impantanati tra le montagne afgane. La Libia è una trappola per gli invasori, che “andarono per suonare e furono suonati”, come i “Pifferi di montagna”? Domenica 4 settembre lo sapremo.

7°) Se gli analisti non si sbagliano, la Nato dovrà mandare a terra i suoi soldati (non quelli americani) a “morire” (sit venia verbo)… “ammazzati” per mano dei lealisti libici.

8°) Morale della favola: stiamo vivendo la fine del mondo moderno e contemporaneo. La fase più buia che inizia la risalita. “Bisogna bere l’amaro calice sino alla feccia, per risorgere fino alle stelle”. Il Vangelo ci insegna: “Noli timere pusillus grex, Ego vici mindum!”.

 

d. Curzio Nitoglia

31 agosto 2011

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[1] Si parla comunemente anche di “Africa bianca”, ovvero l’Egitto, la Libia, l’Algeria e il Marocco, ossia i Paesi africani del nord, che si affacciano sul Mediterraneo.

[3] Cfr. Marinella Correggia JerbaNews 24/08/2011

[5] Cfr Jacinta Ryan, Activist Post 21 Agosto 2011.

[8] 26 agosto 2011 PeaceReporter.net


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