IL “LIBERALISMO SOCIALE”

DI CHARLES Maurras

 

 

DON CURZIO NITOGLIA

27 dicembre 2009

http://www.doncurzionitoglia.com/liberalisno_sociale_di_maurras.htm

 

 


“La prudenza in rapporto al bene comune si chiama politica”

(S. Tommaso d’Aquino)

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Introduzione

È uscito nel mese di aprile un interessante libro di Yves Chiron e Èmile Poulat, Pourquoi Pie XI a-t-il condamné l’Action Française? (Niherne, Èditions BCM, 2009), in cui gli autori dimostrano che la condanna fu essenzialmente religiosa e non diplomatica, in quanto Pio XI non poteva tollerare la secolarizzazione della politica che morale sociale è oggetto della dottrina cattolica. Infatti, molti autori, e specialmente i maurrassiani, hanno sostenuto che Pio XI per diplomazia internazionale filo-germanica ha voluto indebolire la Francia di Aristide Briand e la sua politica, condannando un forte movimento di riscossa nazionale anti-tedesca come l’Action Française.

Yves Chiron cita a pagina 8 del libro suscritto l’abbé V.A. Berto (Une opinion sur l’Action Française, in “Itineraires”, aprile, 1986, p. 77-92; rist. Niherne, Edizioni BCM, 2009), il quale aveva sostenuto che la condanna era stata apportata “per motivi direttamente e specificatamente religiosi” e sempre l’abbé Berto commentava che “Pio XI giudicava inaccettabile una riduzione della filosofia politica a mera empiriologia con rapporti solamente estrinseci con la fede, la teologia, la morale cattolica in e in piena autonomia intrinseca” (p. 8 e 9). Lo Chiron fa notare che religione e politica (non partitica o azione diplomatica nazionale/internazionale) non sono separabili secondo la dottrina cattolica, la quale in ciò si distingue nettamente dal liberalismo, che propugna la piena separazione tra Chiesa e Stato (“libera Chiesa in libero Stato”), religione e politica. Onde la dottrina maurrassiana, paradossalmente, pecca di un certo naturalismo o liberalismo sociale e politico, pur essendo monarchica, antidemocratica e autoritaria. Di fronte a questa tendenza soprattutto di Maurras, poiché l’élite cattolica dell’Action Française, nata attorno al 1890, era stata falciata dalla prima grande guerra del ‘15-‘18, il Papa nel 1926 volle “unificare l’azione sociale dei laici cattolici francesi, sotto la direzione dottrinale dell’episcopato” (p. 13), per evitare una deriva naturalista e liberale, ossia di separazione tra temporale e spirituale della morale sociale.

Émile Poulat dal canto suo spiega che l’Action Française era nata a partire dall’affaire Dreyfus (1894) e fu animata nel dopo guerra soprattutto da Maurras (p. 15), che era agnostico se non ateo. L’Autore fa un interessante parallelo (p. 16) tra:

1°)

a)    l’approvazione del Sillon di Marc Sagnier da parte di S. Pio X nel 1903, che lo definiva “figlio amato”;

b)    quella di Maurras nel 1913, definito da papa Sarto come “difensore della fede”/ e

2°) la critica (p. 23) nel 1910 del Sillon di Sagnier sempre da parte di Pio X, il quale nella lettera Notre charge Apostolique chiedeva a Sagnier di sciogliere il Sillon, che nel frattempo era sempre più scivolato verso una forma aperta di modernismo sociale, e di farlo confluire nell’Azione Cattolica francese, sotto la direzione dell’episcopato di Francia. Sagnier ha sciolto il suo Sillon e lo ha lasciato nelle mani dei vescovi.

3°)

a)     La decisione di Pio X, nel 1914, di non condannare in atto l’Action Française pur condannabile in potenza (“damnabilis, sed non damnanda”)/ e

b)     il passaggio dalla potenza all’atto, nel 1926, da parte di Pio XI, il quale però, a differenza di Pio X/Sagnier, non chiedeva a Maurras di sciogliere la Lega dell’Action Française, ma ha soltanto messo all’Indice (riprendendo il dossier del 1914 di S. Pio X) sette opere di Maurras, la sua rivista ed ha proibito di leggere il quotidiano L’Action Française. Là si svolse il dramma, secondo il Poulat, dacché i fedeli cattolici e maurrassiani, che si ostinarono a leggere il “quotidiano proibito”, furono trattati come peccatori pubblici, privati dei sacramenti e della sepoltura ecclesiastica (p. 24), data la loro pubblica rivolta contro il Papa e la Chiesa.

Poulat spiega anche che né Pio X nel 1914 (quando firmò il Decreto del S. Uffizio sull’Action Française, ma non volle promulgarlo subito, essendo la Francia in guerra contro la Germania), né tanto meno Pio XI nel 1926 “pensarono di chiedere a Maurras di sciogliere la Lega dell’Action Française che, a differenza del Sillon, non dipendeva direttamente dall’episcopato francese” (p. 40). Se ai ‘sillonisti’ Pio X aveva chiesto di sottomettersi ai vescovi e diventare un ramo dell’Azione Cattolica di Francia, ai cattolici discepoli di Maurras Pio XI chiedeva soltanto di rinunciare a leggere il quotidiano de l’Action Française (p. 41).

Il Poulat (che è il maggior conoscitore della storia dell’integralismo cattolico sotto il pontificato di S. Pio X) discerne molto bene il programma dottrinale di Pio XI, che - come Leone XIII, Pio X e Pio XII - voleva la riconquista cristiana della società e non poteva lasciarla nelle mani dell’agnosticismo teologico professato dal Maurras, il quale portava immancabilmente alla separazione tra religione e politica, Chiesa e Stato (p. 25). Mentre Pio XI voleva “tutto il Vangelo in tutta la vita individuale e sociale”. La Legislazione laicista e il pensiero maurrassiano avevano un “vizio in comune: il principio di separazione” tra religione e politica, invece la dottrina cattolica si fonda sul principio di unione e di subordinazione del temporale allo spirituale (p. 27). Sempre secondo il Poulat, solo quando l’Action Française rispose col “non possumus” all’ingiunzione papale, Pio XI reagì, come era nel suo carattere battagliero ed antiliberale in teoria ed in pratica, con forza estrema. Inoltre vi è un fattore caratteriale o di mentalità: «Le autorità romane ei capi dell’Action Française sono due mondi estranei l’uno all’altro. […] Con difetto di comunicazione, incapacità di intendersi e in completa asimmetria» (pp. 27-28 e 44). Infine non mancarono cattolici laici integrali francesi, che criticarono l’Action Française in nome dell’intransigenza e dell’integralismo cattolico o cattolicesimo integrale “ultramontano”, non solo privato ma anche pubblico, sociale o politico. Per esempio i maurrassiani, specialmente i capi, furono definiti “cattolici al di fuori o in pubblico, ma eretici al di dentro o in privato” (p. 38). In breve l’Action Française mostra tutta “l’anomalia di un movimento composto da una massa di cattolici, ma diretto da intellettuali atei” (ivi). D’altronde sarebbe erroneo confondere il cattolicesimo integrale o controrivoluzionario francese, nato nel XVIII secolo con il padre de Clorivière, e proseguito nel XIX-XX con dom Guéranger, il card. Pie, L. Veuillot, mons. Gaume, don Morel, p. Barruel, Cretineau-Joly, mons. Ernest Jouin, mons. Delassus e molti altri, che erano attenti agli insegnamenti del Magistero romano, cosa del tutto estranea a Maurras (pp. 48-49). Se alcuni di essi “stimavano Maurras come persona, pensavano senza Maurras come ideologo” (p. 46).

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Maurras ha voluto separare nettamente la religione dalla polìtica, facendo della prima un qualcosa di privato e della seconda una scienza pubblica. Invece già con i primi Padri ecclesiastici e i Pontefici dell’epoca costantiniana, e poi, in maniera compiuta e sistematizzata, con la filosofia perenne, prevale la tendenza a subordinare la politica alla religione, cioè il ben vivere in comune (politica o etica sociale) deve avere come princìpi quegli stessi che regolano il ben vivere del singolo (etica individuale). Il fine ultimo dell’uomo non è la polis, la civitas terrena, ma Dio e la Città celeste. Con S. Tommaso (De regimine principis; Commento alla Politica di Aristotele) abbiamo una vera e propria filosofia politica allo stato perfetto, essa ha un valore subordinato e relativo della polis al Bene assoluto che è Dio e il Regno dei Cieli.

La vita sociale

L’uomo è composto di anima e di corpo. Essendo la sua anima razionale, egli è fatto per vivere a contatto con gli altri; non è un animale silvestre e solìvago. S. Tommaso spiega che “agli animali la natura ha dato i peli, i denti, le corna, la velocità per fuggire. L’uomo, invece, dalla natura non è stato formato con nessuno di questi mezzi già pronti; ma al posto di quelli gli è stata data la ragione, per mezzo della quale può procurarsi tutte queste difese. Ma per far ciò non basta il lavoro di un solo uomo, perché il singolo non basta a sé per vivere. Perciò è naturale all’uomo vivere in società [...] affinché uno aiuti l’altro, e diversi uomini siano occupati nella ricerca di cognizioni diverse” ([1]). La società civile è l’unione morale e stabile di più famiglie, che tendono al benessere comune temporale subordinato a quello spirituale. Essa nasce dalla necessità per l’uomo di conseguire il fine ultimo, che non potrebbe conseguire se vivesse isolato.

La scienza politica tomistica

La virtù morale della prudenza applicata alla vita sociale si chiama politica” (S. Tommaso d’Aquino)

S. Tommaso insegna che “la prudenza non s’interessa soltanto del bene privato di un singolo uomo, ma anche del bene di tutta la collettività […], così la prudenza in rapporto al bene comune si chiama politica[2]. La prudenza è una virtù cardinale che ci aiuta a scegliere i mezzi migliori per ottenere il bene comune, ossia vivere virtuosamente, subordinatamente all’ordine soprannaturale. Come si vede la politica non ha nulla a che fare con la partitica. Il cristiano e l’essere umano non può non fare politica, poiché è un animale sociale per natura e deve occuparsi non solo del suo proprio bene, ma anche di quello comune. In primo luogo perché il bene proprio non può sussistere senza il bene comune della famiglia (chi avesse una famiglia disastrata, condurrebbe una vita disgraziata o perlomeno molto difficile), e a maggior ragione della città e dello Stato (chi dovesse vivere in una città ove regna l’anarchia o la tirannia, avrebbe una vita dura davanti a sé), poiché la famiglia (che è una società imperfetta) non può fornire a tutti i suoi membri, tutto il necessario per vivere bene naturalmente (salute, scienza, sicurezza, moralità) ed ha bisogno di unirsi ad altre famiglie che così formano una città e poi varie città unite formeranno uno Stato (società perfetta nell’ordine temporale). In secondo luogo perché l’uomo, essendo una parte della famiglia e dello Stato, nel valutare il proprio bene grazie alla virtù di prudenza, deve farlo subordinatamente al bene della comunità, infatti “una parte che non armonizza col tutto è deforme” ([3]), un piede slogato, non sta bene lui e non fa sentir bene tutta la persona. Nello stabilire la gerarchia della prudenza pubblica, l’Angelico distingue specificatamente tra loro e mette al primo posto “la politica, che è ordinata al bene comune dello Stato, Poi l’economia, che si occupa del bene comune della casa o della famiglia e quindi all’ultimo posto la monastica che si occupa del bene di una singola persona” ([4]). Nel Commento alla Politica di Aristotele, s. Tommaso approfondisce la questione ed insegna che la politica è una scienza necessaria, poiché scienza della città in quanto oggetto di riflessione filosofica, finalizzata a dare un’organizzazione agli uomini. Essa è una scienza morale o pratica (conoscere per agire bene) e non una tecnica empirica (come sosteneva Maurras); anzi essa ha un ruolo architettonico nei confronti delle altre scienze morali, poiché la città rappresenta la realtà più importante di tutte quelle che la ragione umana è in grado di produrre, perciò essa occupa il primo posto tra tutte le scienze pratiche (come l’architetto e il capomastro dirigono tutti gli altri operai) ([5]). Indi l’Aquinate , seguendo lo Stagirita, distingue l’economia o amministrazione della famiglia (ricavare le ricchezze necessarie per mantenere convenientemente un focolare domestico, ove i mezzi sono ordinati al fine, la ricchezza alla tranquillità temporale), dalla crematistica-pecuniativa (o finanziaria-affaristica), che consiste nel produrre e nell’accumulare il massimo di ricchezza possibile, senza porre limiti alla libera iniziativa. S. Tommaso la condanna in quanto scambia i mezzi (le condanna in quanto scambia i mezzi (le ricchezze) per il fine (il bene). ([6]).

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Gli errori di Maurras

La politica non è la morale” (Charles Maurras)

In un interessante studio, diretto da Jacques Maritain ed intitolato Pourqoi Rome a parlé, due insigni teologi domenicani, padre M.V. Bernardot, e padre E. Lajeunie, hanno esposto, secondo la dottrina polìtica tomista, gli errori di Maurras, in queste pagine riassumo quanto detto magistralmente dai due domenicani e lo porgo alla riflessione del lettore: “il pensiero di Maurras è agnostico, a-cristiano, il suo romanticismo è pagano; la sua dottrina polìtica è naturalista. [...] Il suo agnosticismo razional-positivista lo conduce ad un ateismo pratico. Egli ignora Dio, quindi la sua filosofia è indipendente da Lui. [...]. Ogni idea dell’infinito deve essere eliminata dalla filosofia positivista, che studia solo i fenomeni finiti, limitati, concreti, sperimentabili; quindi l’ordine politico sarà anch’esso senza Dio. Bisogna organizzare il pensiero, la città, senza Dio [...]. Perciò nessun cattolico può restare fedele discepolo di Maurras [...]. Maurras scivola verso il laicismo pratico. La molla del laicismo è l’ateismo o agnosticismo; la sua concezione naturalista della Chiesa, come società d’ordine e non Regno dei Cieli sulla terra, lo porta necessariamente al laicismo, anche se come reazionario e monarchico è un ‘clericale’, ma non un cristiano. Allora - si domandano i padri domenicani - Dio è sì o no, per un cattolico, il fondamento della città, la regola dei costumi, il fine ultimo dell’uomo? Ora nella città maurrassiana Dio non esiste, è nulla. Quindi un cattolico non può essere nello stesso tempo buon cristiano e buon maurrassiano! Inoltre, Gesù Cristo è sì o no Re delle Nazioni? Ebbene nella città di Maurras Gesù non solo non è nulla, ma è un pericoloso sovversivo, un anarcoide che turberebbe l’ordine della Francia monarchica. Maurras rimpiazza Dio con la nazione. La salus animarum suprèma lex, non lo riguarda, è agnostico, non crede alla salvezza dell’anima, non crede in Dio; anche se esplicitamente cerca di non negarlo o farlo passare per “agnosticismo”, per non scioccare i conservatori e i benpensanti, anche cattolici, che ingrossano le fila dell’Action Française. Secondo Maurras il bene pubblico della Francia sarà procurato dal Positivismo comtiano e dal cattolicismo, il primo per gli incréduli il secondo per i credenti. [...]. Ma la Chiesa dice che questa alleanza tra credenti e incréduli è pericolosa! [...]. Altra spiacevole conseguenza è che la polìtica di Maurras è a-morale, essendo agnostica, non riconosce la legge di Dio e quindi la politica deve essere indipendente dalla morale. La conclusione dei due domenicani è che la polìtica di Maurras è in contraddizione con i principi della polìtica cristiana. L’errore fondamentale di Maurras consiste a voler realizzare, non solo un incontro accidentale, per alcuni fatti politici determinati, tra credenti e non credenti; ma Maurras voleva una vera unità sostanziale e spirituale tra gli uomini di Cristo-Dio e gli atei, come se per l’unità sostanziale e spirituale tra uomini credenti e non, Dio e Cristo non contassero nulla” ([7]). Maurras stesso ha scritto: “La politica non è la morale[8]. Ora, questa non è la dottrina aristotelico-tomistica, ma è quella di Machiavelli. S. Tommaso, seguendo Aristotele, insegna che “la virtù morale della prudenza applicata alla vita sociale si chiama politica” (Commento alla Politica di Aristotele). Mentre Machiavelli ha scisso nettamente la politica dall’etica o morale, per farne lo strumento della ragion di stato e non un mezzo utile (o virtù morale) per cogliere il benessere comune sociale temporale, subordinato a quello soprannaturale (fine). Il cattolicesimo, quindi, è totalmente estraneo alla concezione politica di Maurras come lo è a quella machiavellica.

Gli errori dottrinali e morali dell’Action Française

Sempre nello stesso libro, a cura di J. Maritain, l’Abbé D. Lallement, dimostra gli errori del movimento di Maurras, vediamoli: “L’Action Française si difendeva dicendo che il pensiero personale, non cristiano, di alcuni suoi dirigenti, non influiva sul loro insegnamento politico [...]. La Chiesa ha giudicato diversamente. [...] La dottrina cristiana sul fine ultimo dell’uomo insegna che esso non è solo il benessere temporale, ma la Beatitudine soprannaturale, e solo la Rivelazione ci può dire quale è il cammino per giungere alla Visione Beatifica. La città non è servita se Dio non è il primo ad essere servito. [...] Per l’Action Française, il fine ultimo è ‘La patria innanzitutto’, l’interesse nazionale prende così il posto del bene comune temporale subordinato a quello soprannaturale, il quale ultimo non può neppure essere preso in considerazione da un agnostico positivista quale è Maurras. Ora tale errore della scuola dell’Action Française, non può non rappresentare un pericolo per la gioventù cattolica, che segue l’Action Française [...], il Papa quindi è dovuto intervenire, per il bene delle anime a Lui confidate, e non per calcoli politici anti-francesi e filo-tedeschi. […] Inoltre che dei cattolici e degli atei s’intendano su un certo numero di verità parziali e naturali, di semplice constatazione dei fatti è possibile; ma ciò che è impossibile è che costituiscano una scuola polìtica e che si uniscano in una dottrina polìtica comune [...] poiché una dottrina implica unità di princìpi da cui si tirano logicamente determinate conclusioni, ora l’unità di princìpi tra cattolici e incréduli non c’è, e omettere da una dottrina le verità supreme da cui tutto dipende (la distinzione tra Creatore e creatura, tra finito e infinito) significa falsare questa dottrina.

Natura e grazia secondo Maurras

La polìtica di Maurras, non rispetta la subordinazione di Ordine Naturale e Soprannaturale; non ammette l’obbedienza, che sarebbe un’ingiuria alla ragione; non concepisce la polìtica come etica e morale; essa è solo fenomenica e fisicista o natural-positivista. La grazia non distrugge la natura ma la compie e la perfeziona (S. Tommaso), anzi guarisce le ferite causatele dal peccato originale. La natura è per la grazia ed è subordinata ad essa ([9]). Ma la polìtica dell’Action Française, essendo positivista si fonda sul postulato che le leggi politiche sono leggi fisiche, studiate dal fisico e non dal filosofo o peggio dal teologo, e che non hanno nulla a che vedere con la morale e con Dio; per Roma questo è naturalismo politico, e come tale è stato condannato.

Conclusione

●Pio XI è secondo il Poulat “il Papa teologo che ha spinto all’estremo l’integralismo della regalità sociale di Cristo (enciclica Quas primas, 1925) di fronte al laicismo e al comunismo. La dottrina della enciclica di Pio XI sarà estesa in forma giuridica nel 1936 dal futuro card. Alfredo Ottavini nelle Insitutiones Iuris Publici Ecclesiastici” (p. 54). In breve Pio XI ha voluto applicare, come tutti i Papi sino a Pio XII, “il dogma e la morale individuale alla vita pubblica” (p. 59). Quindi il programma di Maurras della “autonomia della politica davanti all’integralità della religione” (p. 64) cozzava non solo contro la dottrina di Pio XI, ma contro il Diritto Pubblico Ecclesiastico della Chiesa,contenuto in nuce nel Vangelo e sviluppato dai Papi e dai Padri ecclesiastici  da Costantino sino a Pio XII. Quindi il Poulat conclude giustamente che: “Per rapporto al Magistero di Pio XI, l’Action Française e il pensiero maurrasiano fanno la figura di una cultura straniera: una cultura antidemocratica, ma inscriventesi nella genealogia del liberalismo, poiché il suo primo principio riposa sulla dissociazione della politica dalla religione” (p. 67). Quando si parla di autonomia della sfera politica dalla dottrina della Chiesa, si è in pieno liberalismo (“libera Chiesa in libero Stato”), pur essendo antidemocratici, antiegualitari, autoritari e monarchicissimi.

I due Autori succitati hanno visto bene il peccato originale del maurrassismo: la secolarizzazione della politica, che è per Maurras solo fenomenica e fisicista o natural-positivista, un certo naturalismo sociale, empirista e comtiana, la separazione tra religione e politica (che essendo “prudenza sociale”, dipende direttamente dal dogma, in quanto la prudenza est auriga omnium virtutum).

Finalmente anche i cattolici francesi cominciano a capire che la salvezza della Francia non verrà da Maurras ma da Roma, come diceva p.Vallet.

D. Curzio Nitoglia

 

27 dicembre 2009

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[1] ) De regimine principum, Lib. I, cap. 1.

[2] ) S. T., II-II, q. 47, a. 10, in corpore.

[3] ) S. agostino aurelio, Confessioni, lib. III, cap. 8.

[4] ) S. T., II-II, q. 47, a. 11, sed contra.

[5] ) Cfr. s. tommaso d’aquino, Commento alla Politica di Aristotele, Bologna, ESD, 1996, pp. 38-39.

[6] ) Ivi, pp. 74-75.

 

[7]) M. V. Bernardot O.P.- E. Lajeunie O.P, Les erreures de M. Charles Maurras, pagg. 57-155. In “Pourquoi Rome a parlé”, a cura di J. Maritain, Paris, éd. Spes, 1927.

Cfr. anche: E. Gilson, Le Thomisme, Vrin, Paris, 6ª ed., 7ª ristampa, 1997, cap. IV, La morale: la vie sociale, pagg. 375-405.

M. Gillet, Conscience chrétienne et justice sociale, Paris, 1922.

O. Lottin, Le droit naturel chez saint Thomas d’Aquin et ses prédecesseurs, Bruges, Beyaert, 2ª ed., 1931.

A. Piot, Droit naturel et réalisme. Essai critique sur quelques doctrines françaises contemporaines, Paris, 1930.

J. Péres-Garcia, De principiis functionis socialis proprietatis privatae apud divum Thomam Aquinatem, Fribourg, 1924.

S. Michel, La notion thomiste du Bien commun. Qulues-unes de ses applications juridiques, Paris, Vrin, 1932.

I. Th. Eschmann, Bonum commune melius est quam bonum unius, in «Medieval Studies», n° 6, 1944, pagg. 62-120.

J. Zeller, L’idée de l’Etat dans saint Thomas d’Aquin, Paris, Alcan, 1910.

M. Demongeot, La théorie du régime mixte chez saint Thomas d’Aquin, Paris, Alcan, 1927.

B. Roland-Gosselin, La doctrine politique de saint Thomas d’Aquin, Paris, Rivière, 1928.

[8] ) Romantisme et Révolution, Versailles, 1928, p. 20.

[9]) Ibidem, pag. 1163.