INNOCENZO IV, PIO XII E LA TORTURA

d. CURZIO NITOGLIA

7 dicembre 2010

http://www.doncurzionitoglia.com/innocenzo4_pio12_e_tortura.htm

 

 


 Due domande e risposte

 

1°) Papa Innocenzo IV nella Bolla Ad extirpanda ammette la liceità della tortura; Pio XII nel Discorso “Très sensibles” del 3 ottobre del 1950 la nega citando papa Nicola I. Vi è, perciò, contraddizione e rottura nel Magistero tradizionale della Chiesa?

  • No. Infatti la tortura è questione liberamente disputata, onde si possono avere opinioni diverse senza che vi sia discontinuità o rottura nel Magistero.

 

2°) Tale caso è applicabile ai testi del Concilio Vaticano II, che non sarebbero, perciò, in rottura con la Tradizione apostolica?

  • No, poiché la collegialità episcopale, la libertà religiosa, il pan-ecumenismo, l’antropocentrismo teocentrico non sono questioni disputate, ma insegnate in maniera definitiva dal Magistero costante della Chiesa prima del Concilio Vaticano II, il quale è pastorale e quindi non infallibile e non vincolante (v. B. Gherardini, Il Concilio Ecumenico Vaticano II. Un discorso da fare, Frigento, 2009; Id., Tradidi quod et accepi. La Tradizione vita e giovinezza della Chiesa, Frigento, 2010).

 

Le diverse scuole di moralisti

 

La liceità morale della tortura si presenta sotto tre aspetti:

 

1°) come pena afflittiva dovuta ad una colpa certa la tortura è del tutto lecita, supposta la liceità della pena di morte e della verberazione;

 

2°) come intimidazione contro un innocente per carpirne un segreto è del tutto illecita;

 

3°) come mezzo di indagine giudiziaria su soggetti gravemente e seriamente indiziati per ottenerne la piena confessione pone un problema. Infatti tale questione è stata risolta in maniera diversa da eminenti teologi, Dottori, Santi e anche Papi. È tuttora una questione liberamente disputata e non è stata definita dal Magistero, onde è del tutto lecita la diversità di opinioni.

 

“Disputatur”

 

3 a) Per alcuni moralisti (J. De Lugo, S. Alfonso M. De Liguori) il bene comune della società civile può esigere che l’imputato gravemente indiziato sia sottoposto a tortura - come extrema ratio - se non confessa la sua colpa, supposto il diritto del giudice ad indagare per appurare la verità dei fatti onde difendere il corpo sociale dalle malefatte del delinquente. La società ha il diritto, per questi moralisti, di appurare con certezza le responsabilità di un soggetto fortemente indiziato di un delitto, di cui non si ha ancora la prova esatta. In tal caso il diritto individuale al rispetto della propria integrità fisica cede di fronte al diritto della società di sapere con certezza chi minaccia il bene comune, il quale è superiore del bene di una sola parte. Secondo J. De Lugo (De iustitia et iure, disp. XXXVII, sect. XIII, Parigi, ed. Fournials, 1869, VII, p. 724), lo svantaggio di non poter scoprire l’autore di un delitto provoca danni maggiori di quelli che possono venire dalla violazione della integrità fisica di un individuo indiziato. Tuttavia, tutti questi moralisti precisano che, per essere lecita, la tortura deve avere limiti ben precisi: il soggetto deve esser indiziato in maniera semi-piena (non basta il semplice sospetto); la tortura non deve oltrepassare i limiti della sopportabilità psico-fisica del soggetto; essa deve essere seguita da una libera conferma o ritrattazione da parte del torturato (v. S. Alfonso Maria De Liguori, Theol. mor., IV, cap. 3, a. 3, n. 202).

 

3 b) Oggi, a partire dalle esperienze del totalitarismo collettivistico del secondo dopo-guerra (1945), prevale la corrente dei giuristi, moralisti e medici (Calamandrei, Carnelutti, Alemà, Cortesi, Palmieri), che privilegiano la salvaguardia dei diritti della singola persona rispetto alla società o al bene comune. Pio XII, soprattutto a causa degli abusi dei sistemi totalitaristici collettivisti del XX secolo e delle avanzate ricerche mediche (narco-analisi, siero della verità), che violano direttamente e totalmente la psiche, la personalità, il pensiero del soggetto e le profondità dell’anima umana, ed altri moralisti (card. Francesco Roberti, card. Pietro Palazzini, p. Agostino Gemelli), hanno insegnato che occorre essere molto prudenti nell’applicazione della tortura, la quale, se può essere fisica, non deve mai divenire psichica e violare le profondità dell’anima umana (v. A. Gemelli, Narcoanalisi, psicanalisi, metodi proiettivi di esplorazione rappresentano una lesione della libertà personale?, in “Minerva medica”, n. 38, 1950, pp. 217-227; P. Palazzini, Il siero della verità, in “Morale dell’attualità, Roma, 1963, pp. 287 ss.; F. Roberti – P. Palazzini, Dizionario di Teologia morale, Roma, Studium, 4a ed., 1968, 2° vol., voce “Siero della verità”, pp. 1534-1540)[1].

 

 

 d. Curzio Nitoglia

 

7 dicembre 2010


 


[1] In questo stesso sito si può leggere l’articolo sulla ‘guerra giusta’ e la ‘pena di morte’, che ampliano ed approfondiscono il discorso testé affrontato.

 

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