IN MEMORIAM :

 

MONSIGNOR UGO LATTANZI

110 anni dalla nascita e 40 dalla morte

 

 

DON CURZIO NITOGLIA

5 gennaio 2009

http://www.doncurzionitoglia.com/in_memoriam_mons_lattanzi.htm

 


 

Ugo Emilio Lattanzi nacque a Torre di Palme, un paesino delle Marche, frazione di Fermo, provincia di Ascoli Piceno; da Crispino, calzolaio e Maria Montesanto, contadina, il 19 dicembre 1899. 

Fu ordinato sacerdote il 10 agosto 1924. Il cardinal Siri lo definiva «uno dei massimi teologi italiani del suo tempo»[1]. Terzo tra nove figli, di cui un altro sacerdote (Federico, nato il 13 novembre 1909). Nel 1912 entrò al seminario di Fermo a tredici anni, nel 1917-18 dovette partir ‘militar-soldato’ e partecipare alla prima guerra mondiale, finita la quale riprese i suoi studi ecclesiastici. Nel 1919 la sua famiglia si trasferì a Porto S. Giorgio, per motivi di ristrettezze economiche. La madre morirà novantenne il 25 gennaio 1967 in Roma, assistita dai suoi due figli sacerdoti. Don Ugo era dotato di acuta intelligenza e di volontà ferrea, quando si trasferì a Roma per perfezionare i suoi studi seminaristici, imparò – a contatto di tanti confratelli di varie nazioni – molte lingue (inglese, spagnolo, francese, tedesco e russo), al Biblicum perfezionò l’ebraico e l’aramaico, suoi professori furono padre Vaccari e Bea, che a quei tempi rigava ancor dritto, ma col quale si scontrerà poi durante il Concilio. Dal 1918 al 1921si addotorò – presso la Gregoriana - in filosofia; dal 1921 al 1925 in teologia (con padre Vermeersch) e nello stesso arco di tempo – sempre nella medesima Università - in diritto canonico (con p. Cappello), indi a Milano – presso l’Università cattolica del S. Cuore – tra il 1930 e il 1932 studiò lettere classiche, acquistando la stima di p. Gemelli. Tornò al seminario di Fermo per insegnarvi greco biblico, ebraico e s. Scrittura. Come sacerdote si fece la fama di «un Crisostomo della verità. Estroverso, schiettissimo, senza peli sulla lingua, dal giudizio tagliente ed immediato, valutava uomini e situazioni con rara precisione»[2]. Soffrì molto durante il Concilio (tre anni dopo la sua chiusura ne morirà di dolore), cui partecipò come perito e di cui combatté le deviazioni, specialmente la “collegialità”, le novità esegetiche e liturgiche; nel 1967 la morte della madre lo preparò alla sua prossima ed imprevista che sarebbe sopravvenuta neppure due anni dopo, appena settantenne, il 22 gennaio 1969. «Là dove (…) trovava la distorsione della verità, o l’opportunismo sulla verità, l’errore contro la verità, allora non conosceva remora o personalità e ingaggiava la lotta che conduceva quasi sempre sino alla distruzione dell’errore»[3]. Acerrimo nemico, prima, del comunismo, non lo fu di meno, dopo, del “romanticismo teologico” che si era infiltrato dal Reno e d’oltralpe a Roma, nella Commissione Teologica del Concilio Vaticano II, per democratizzare la Chiesa e protestantizzarne la liturgia. Quanto alla “nuova teologia”, condannata da Pio XII nel 1950, ma tornata in auge nel 1960, grazie a Giovanni XXIII, scriverà «in questa ‘teologia’ niente è esatto, niente è definito; ma tutto è approssimativo, mutevole, progressivo. Secondo me la ‘nuova teologia’ dovrebbe chiamarsi ‘romanticismo teologico’. Così come ci fu il romanticismo letterario e filosofico, ora c’è il romanticismo teologico’»[4].

«In sede di Commissione teologica, avuta la parola dal cardinale Ottaviani, in quanto presidente, ha esposto le sue apprensioni dottrinali e, nel fervore del la sua esposizione, a un certo momento, tutti i presenti lo hanno visto picchiare un pugno sul tavolo verde e hanno sentito dalla sua bocca : “Se questa Costituzione dovesse essere accettata dagli uomini della Chiesa, io ritengo per certo che lo Spirito Santo non la ratificherà mai!»[5]. Dopo quella riunione di studio, il cardinal Ottaviani lo chiamò e gli disse: «Lattantzi, ciò che hai detto oggi, lo scriverai; ne farai cento copie a spese mie e una copia farai pervenire sul tavolo del S. Padre»[6]. In tale scritto (21 settembre 1964) il Lattanzi mostrava «due errori esegetici, due illogiche generalizzazioni, una ipotesi non dimostrata, non dimostrabile, secondo cui la consacrazione episcopale , conferisce assieme al compito di santificare (ordine ) anche quello di insegnare e governare (giurisdizione), ipotesi che smentisce il Magistero e mina la divina costituzione della Chiesa»[7]. Egli argomentava così: Solo Pietro è la Roccia, Apostolo appartiene a tutti i dodici, ma non l’essere Roccia. La giurisdizione appartiene e deriva da Pietro agli Apostoli, dal Papa ai Vescovi. Solo il Papa è fonte immediata del potere di giurisdizione (come ha insegnato il Magistero, anche solenne, della Chiesa), nel senso che Dio lo dà al Papa e questi lo comunica ai Vescovi. La Collegialità episcopale mina la divina costituzione della Chiesa poiché contiene l’affermazione di due soggetti di giurisdizione nella Chiesa: il ‘Papa’ (persona fisica) e il ‘Papa con i Vescovi’ (persona giuridico-morale del ‘Collegio episcopale’, anche se “cum et sub Petro”, come ceto stabile e permanente). Infatti soggetto di attribuzione della giurisdizione non è solo il Papa, ma egli assieme al Collegio dei Vescovi. Gli Apostoli sono stati consacrati Vescovi durante l’ultima cena, ma ricevettero la giurisdizione solo dopo la Risurrezione. Quindi il potere d’ordine non conferisce da sé il potere di giurisdizione.

Molte delle sue opere di quei tristissimi anni saranno pubblicate in Italia (Divinitas e Renovatio) e Francia (La Pensée Catholique), trattò soprattutto il primato romano, la collegialità dei vescovi, il Concilio e l’infallibilità, le “opinioni nuove” in campo esegetico, specialmente gli errori di Bultmann, e la Liturgia sin dal 1966 quando cominciavano le grandi manovre di Bugnini-Montini, che lo portarono ad essere uno dei principali estensori (assieme a p. Guérard des Lauriers) del “Breve esame Critico del Novus Ordo Missae”, presentato a Paolo VI dai cardinali Ottaviani e Bacci, che ne chiedevano l’abrogazione in quanto riforma nociva alle anime. Polemizzò, pubblicamente e senza mezzi termini, col cradinal Alfrink (di cui era teologo di fiducia il giovane don Joseph Ratzinger) per le sue opinioni esegetiche modernistiche. Collaborò con i migliori teologi del “Coetus Internationalis Patrum”, Spadafora, Landucci, Ciappi, Carli, Berto (il teologo di mons. Marcel Lefebvre), Palazzini, mons De Castro Mayer e Sigaud, stimatissimo dal cardinal Siri e Ottaviani. Nel post-Concilio collaborò alla rivista “Vigilia Romana “ (diretta da Franco Antico) con p. Coccia, Cinelli, Silli, Barbarà, Mienvielle, Guérad des Lauriers. Ma l’11 giugno 1968, verso le ore 16, presso la metropolitana di Monte Aventino, mentre si recava, con la sua piccola 500 Fiat, alla Lateranense, colpito all’improvviso «da un oscuramento della vista, andò ad urtare contro un pino (…) probabile sintomo di un tumore cerebrale»[8]. Dopo le prime cure fu ricoverato all’ospedale di Fermo il 27 luglio del 1968 e vi rimase sino alla sua morte (22 gennaio 1969), il Signore gli risparmiò – come a p. Pio – lo strazio della promulgazione del N.O.M. Monsignor Carlo Maccari, arcivescovo di Ancona, lo andò a visitare e d esclamò: «Questo sacerdote ha salvato diverse Verità della Fede, andando controcorrente»[9]. Molti personaggi espressero sincere condoglianze per la morte di monsignor Ugo a suo fratello don Federico. Il cardinale Ottaviani lo definì «intrepido assertore e difensore della verità ed ortodossia», il cardinal Siri: «Avevamo gli stessi ideali!», mons Gherardini lo ricordava come «venerato professore e predecessore» nella cattedra di ecclesiologia alla Lateranense, padre Fabro lo menzionava quale «carissimo amico, insigne maestro e strenuo difensore della S. Chiesa cattolica», il professor Andrea Dalle donne diceva di «non poter fare a meno di ammirare la sua straordinaria grandezza spirituale ed intellettuale (…) che alla Chiesa ha fatto un bene troppo difficilmente eguagliabile: difendendo con illuminata radicalità l’ortodossia teologica e lottando con eroico coraggio», monsignor Dionisi scriveva: «Quanto ha sofferto quando gli è stato proibito di parlare, di scrivere, di polemizzare in difesa della tradizione cattolica e del senso genuino delle sacre Scritture», in effetti monsignor Lattanti fu perseguitato e imbavagliato, proprio da colui per il quale si batteva, ma che oramai non era più il buon pastore, ma un mercenario disertore ed un lupo vestito da agnello[10]. Monsignor Spadafora (Hilarius) su “Lo Specchio” (9. II. 1969) scriveva: «Quando il discorso cadeva sugli pseudo-teologi da dozzina, usciva in uno di quegli scatti che svelavano l’amarezza di un animo colpito profondamente dalle profonde lacerazioni della tunica inconsulte della Chiesa, ad opera di pochi incoscienti e presuntuosi, spesso coccolati invece di essere allontanati a sacrosante pedate. Negli ultimi tempi egli aveva afferrato per il colletto qualcuno di costoro…». Monsignor Lefebvre all’omelia funebre del suo amato teologo Victor A. Berto, morto il 17 dicembre 1968, parlò anche di monsignor Lattanzi, deceduto un mese più tardi (22 gennaio 1969) e disse: «Sono stati l’uno e l’altro martiri della fede cattolica romana, tanto hanno lavorato, sofferto e combattuto, sino allo sfinimento, per essa, in questi ultimi dieci anni (‘59-‘69) [durante i pontificati di Giovani XXIII e Paolo VI]»[11]. Tra le sue numerose opere, una delle più attuali ed interessanti è De Ecclesia societate atque mysterio, Roma, ed. Pontificia Università Lateranense, 1969, pp 454, postuma. Vale la pena di consultarla e studiarla approfonditamente. Si è occupato anche di mariologia, di teologia della storia e degli errori principali che insidiano il cristianesimo (massoneria, social-comunismo e giudaismo).

 

DON CURZIO NITOGLIA

5 gennaio 2009

http://www.doncurzionitoglia.com/in_memoriam_mons_lattanzi.htm


[1]  Federico Lattanzi- G. Lucini, Un uomo libero. Ugo Emilio Lattanzi, Roma, SEIB, 5 ª ed., 1971, p. 34.

[2] Ibidem, p. 91.

[3]  Ibidem, p. 140.

[4]  Ibidem, p. 155.

[5]  Ibidem, p. 183.

[6]  Ibidem, p. 184.

[7]  Ibidem, p. 184.

[8]  Ibidem, p. 179.

[9]  Ibidem, p. 181.

[10]  Ibidem, pp. 205-210, passim.

[11]  Ibidem, p. 232.