HAEC OMNIA TIBI DABO, SI CADENS ADORAVERIS ME
 

DON CURZIO NITOGLIA

18 settembre 2010

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Modernismo e neomodernismo

Il Modernismo è l’eresia per eccellenza o il collettore di tutte le eresie, come scrisse S. Pio X (Pascendi, 1907). Il neomodernismo o progressismo cristiano, nato con la nouvelle tehéologie di Teilhard e figli (Lubac, Daniélou, Balthasar, Ratzinger, Congar, Chenu, Rahner, Küng, Schillebeechx, Metz, Dewart), «presenta gli stessi caratteri del modernismo, e li accentua. Quindi il progressismo, di cui è attualmente vittima la Chiesa, è l’eresia compiuta»[1]. Esso è caratterizzato dalla sostituzione del nome di Dio con quello dell’uomo, è il culto dell’umanità idolatrata[2]. San Pio X (Pascendi, 1907) e Pio XII (Humani generis, 1950) hanno visto nel soggettivismo relativistico una delle principali correnti che animano il modernismo e il neomodernismo. Ora soggettivismo, come spiega Marcel De Corte, è «il ripiegamento incestuoso dell’uomo su se stesso, la proclamazione della sua autonomia radicale, il culto dell’Io»[3]. Il suo scopo è «mirare essenzialmente a confondere la Chiesa col mondo moderno»[4]. Il 27 marzo del 1914, quattro mesi prima di morire (20 agosto 1914), S. Pio X disse: «Noi ci troviamo in un tempo in cui si adottano con la massima facilità certe idee di conciliazione o compromesso della Fede con lo spirito moderno, idee che conducono molto più lontano di quanto si creda, non solo all’indebolimento, ma alla perdita totale della Fede». De Corte commenta: «che cos’è l’apertura al mondo se non il compromesso e la conciliazione della Fede cattolica con lo spirito della modernità, nelle sue quattro caratteristiche messe a nudo dall’Enciclica Pascendi? Cioè il soggettivismo, l’evoluzionismo, il relativismo e l’immanentismo?»[5]. Sempre secondo De Corte «tutta la filosofia moderna muove dall’uomo, dal soggetto pensante, autonomo, affrancato da ogni dipendenza verso ciò che non sia lui medesimo»[6]. Ma le Fede e la Scrittura ci invitano a non ascoltare il mondo: “nolite conformari huic saeculo” (S. Paolo, Rom., XII, 2). Coloro che, come i modernisti e i neomodernisti o progressisti, si mettono all’ascolto del mondo, vogliono piacere al mondo, vogliono entrare nel mondo, magari anche in buona fede, con l’intenzione di farsi capire ed accettare dal mondo, si allontanano dallo spirito di Cristo, e come scrisse S. Pio X, «le loro dichiarazioni, la loro condotta […], dimostrano che essi hanno perduto la Fede e che, pur credendosi sulla nave [di Pietro], hanno fatto miseramente naufragio». S. Agostino diceva: “quante pecore fuori e quanti lupi dentro”. Tuttavia, siccome la modernità ha allontanato da sé la Chiesa e l’ha richiusa in sacrestia o in una sorta di ghetto, molti preti, anche di buone intenzioni, si sentono «isolati dalla società democratica, […] essi si sentono intralciati nella loro missione di annunciare il vangelo agli uomini. […] Allora, a dire il vero, la tentazione [di aprirsi al mondo moderno] è grande, è immensa, è quasi inevitabile. È proprio del cristiano essere tentato, […] ma non essere vinto, cedendo, dal mondo, da Cesare, dal Princeps huius mundi […] cujus nomen legio est»[7].

Dialogo tradi-progressista

Se il modernismo fu condannato e combattuto nei primi del Novecento (1907) , ma risorse e alzò la cresta nella seconda metà del XX secolo (1950), oggi col Vaticano II (1965) e il post-concilio (1969-2010) assistiamo ad una ulteriore recrudescenza del neomodernismo, che si è trasformato in progressismo immanentistico e antropolatrico. Esso è stato confutato da molti valenti teologi[8]; tuttavia, se ha incontrato delle resistenze, non per questo ha abbassato la cresta e cerca di ingannare, “se fosse possibile”, anche gli antimodernisti. È la tattica dell’entrismo o del compromesso o del correre il rischio di dialogare con la modernità e post-modernità, illudendosi di poter conservare la propria identità integralmente cattolica. Caveamus! Noi tutti, io compreso: “qui reputat se stare caveat ne cadat” (S. Paolo). La tentazione è fortissima: “Haec omnia tibi dabo” ti darò tutto, ci dice la modernità, ma ad una condizione: “si cadens adoraveris me”; se, cedendo o cadendo ai miei piedi, mi incenserai antropocentricamente. È comprensibile che dopo cinquanta anni di “ghettizzazione” ci si senta tentati di entrare, di fare molto apostolato, di farsi capire e accettare, ma è una tentazione sub specie boni: «la Chiesa ha un bel da fare per rendersi amabile, non sarà mai amata dal mondo»[9]. Non dico che vi sia della malizia in sé ma è un pericolo, un rischio, una tentazione e come tale va allontanata. Sempre De Corte commenta che il prezzo da pagare per essere ammessi come “cristiani normali” nel consesso del grande pubblico è «l’identificazione del cristianesimo con la religione dell’uomo; la fusione dell’eresia coll’ortodossia; la negazione. del principio d’identità […]. Costruire una società reale con pietre immaginarie è un compito assurdo. Il crollo della “chiesa delle nuvole” è fatale»[10]. Cosa occorre fare? Ce lo dice S. Pietro: “Vos autem resistite fortes in Fide”; resistenza, pazienza e speranza, non illusioni, compromessi, rischi azzardati e pericolosi, sogni ad occhi aperti, chiesa delle nuvole, conciliazione degli opposti. Come si fa ad ammettere che vi è continuità tra la “Cena” di Paolo VI e la Messa apostolica codificata da S. Pio V? È un assurdo, un cerchio quadrato. Così pure tra il panteismo teo/antropo-centrico, al quale Giovanni Paolo II riduce l’essenza del Vaticano II, con la Trascendenza e la distinzione reale tra creatura e Creatore. Coraggio! «per quanto numerosi siano i parassiti [modernisti e tradi-ecumenisti] essi non hanno sterilizzato tutti i chicchi. Alcuni, restano fecondi. Germineranno»[11]. Per quanto riguarda Paolo VI, che viene oggi presentato quasi un novello Pio X, Marcel De Corte scrive [fra il 1969-70]: «Confesso di essermi a lungo ingannato quanto a Paolo VI. Credetti che egli tentasse di salvare l’essenziale. […]. Ma, non vi è esempio nella storia di un ingannatore che non finisca con lo smascherarsi. A forza di voler apparire diverso da quel che si è, si finisce col mostrare di non esserlo. […]. No. Basta così. Non mi ci prenderete più, non mi farete prendere lucciole per lanterne, né Paolo VI per un nuovo S. Pio V. […] Paolo VI andrà avanti, senza ritorno, schiacciando ogni resistenza… a meno che Dio non gli apra gli occhi… sarebbe un miracolo»[12]. Per quanto riguarda l’ecumenismo, sia tra a-cristiani, a-cattolici e tradi-progressisti, De Corte dice che esso «è un cerchio quadrato, giacché consiste nello stabilire l’unione movendo dalla divisione, la concordia movendo dalla discordia, l’ordine movendo dal disordine»[13].

Benedetto XVI e Paolo VI sunt idem

Anche per Benedetto XVI vale ciò che De corte ha scritto per Paolo VI. Infatti nel mese di luglio 2010 la “Congregazione per la dottrina della fede” è stata riportata al suo vecchio posto di “prima e suprema Congregazione”. Inoltre, nello stesso mese di luglio 2010, Benedetto XVI ha inasprito le pene per gli eretici e gli scismatici, mentre continua il dialogo ecumenico con gli a-cattolici e i non-cristiani. E allora chi sono gli “eretici” e gli “scismatici” del XXI secolo? Non sarebbero forse, come insegnava il suo maestro Hans Urs von Balthasar, i cattolici antimodernisti fedeli alla Tradizione divino-apostolica, riassunta dalla Humani generis di Pio XII, che non vogliono accettare gli errori della “nouvelle théologie”? Quindi, adesso, nel campo antimodernista, si rischia fortemente (che Dio ce ne scampi e liberi!) di trovarsi (non dico che già vi si è) davanti ad un bivio insidioso: a) o accettare - come minimo - il “Catechismo della Chiesa Cattolica” del 1992, (già proposto per gli Anglicani tradizionalisti), che è il Vaticano II riassunto sotto forma di domande e risposte; oppure b) rifiutare l’antropocentrismo neomodernistico, ma sotto la pesante minaccia della condanna della neo-Congregazione per la dottrina della fede, una sorta di “S. Uffizio all’incontrario”, il quale condanna l’ortodossia e promuove l’eresia. Ora in ambedue i casi ci si ritroverebbe in una situazione sgradevole prima in sé e poi quanto agli altri. Infatti, nel primo caso si tratterebbe (quoad se) di un cedimento, prossimo all’apostasia e al culto anticristico dell’uomo; mentre nel secondo (quoad alios) si darebbe l’impressione ai semplici fedeli (dei quali bisogna tener sempre conto, come insegna S. Paolo) di non fare nessun conto dell’Autorità del Papa in quanto tale e della Chiesa, poiché prima ci si sottomette, in buona fede ma ingenuamente e forse imprudentemente, ad interrogatorio (presentato astutamente sotto forma di ‘dibattito’) da parte del neo S. Uffizio e poi, se il responso non è (e come potrebbe esserlo?) secondo le proprie aspettative, pur sacrosante in se stesse, non se ne tiene alcun conto, minando, non in sé ma, agli occhi dei semplici, quel poco di rispetto che resta ancora dell’Autorità e correndo imprudentemente il rischio di esser strumentalizzati, maliziosamente e farisaicamente, dai mass media, i quali presenterebbero compattamente gli antimodernisti, come filo-protestanti, ribelli o voltagabbana inaffidabili.

 

d. Curzio Nitoglia

18 settembre 2010

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[1] M. De Corte, La grande eresia, Roma, Volpe, 1970, p. 7.

[2] Cfr. ibidem, p. 11.

[3] Ibid., p. 26.

[4] Ibid., p. 34.

[5] Ibid., p. 48.

[6] Ibid., p. 49.

[7] Ibid., p. 87.

[8] C. Fabro, La svolta antropocentrica di Karl Rahner, Milano, Rusconi, 1974; Id., L’avventura della teologia progressista, Milano, Rusconi, 1974; G. Siri, Getsemani, Roma, Fraternità SS. Vergine Maria, 1981; R. Amerio, Iota unum, Napoli-Milano, Ricciardi, 1984; B. Gherardini, Concilio Ecumenico Vaticano II. Un discorso da fare, Frigento, Casa Mariana Editrice, 2009; Id., Tradidi quod et accepi. La Tradizione vita e giovinezza della Chiesa, Frigento, Casa Mariana Editrice, 2010.

[9] De Corte, ibid., p. 123.

[10] De Corte, ibid., p. 91.

[11] Ibid., p. 103.

[12] Ibid., p. 104, 106 e 124.

[13] Ibid., p. 144.

 


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