IL “GUERRONE” SI AVVICINA?

d. CURZIO NITOGLIA

12 settembre 2011

http://www.doncurzionitoglia.com/guerrone_vicino.htm

“All’orizzonte non si scorge alcuna primavera del mondo arabo, ma un lungo inverno dell’islamismo radicale” (Aldo Baquis).

Introduzione

Il 20 settembre 2011 l’Onu voterà il riconoscimento della Palestina come Stato indipendente e sovrano. Ciò è naturale, infatti una Nazione ha diritto ad avere un Governo ed uno Stato che la diriga. Quindi tutti gli analisti prevedono che – malgrado il dispiacere e il desiderio d’Israele – il riconoscimento dello Stato palestinese sarà realtà entro una settimana. Tuttavia la situazione mondiale (Libia in primis) è abbastanza movimentata e foriera di novità imprevedibili.

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I fatti sufficientemente enumerati

●Gheddafi, a metà settembre, non è stato ancora definitivamente sconfitto dalle bombe della Nato e dai “ribelli” jaidisthi prezzolati degli Usa e della Nato. «I ribelli temono un attacco con armi chimiche [da parte dei lealisti]. Il regime contava su centinaia di missili anti-aerei, perlopiù sovietici che ora risultano spariti [ossia nelle mani dei lealisti in ritirata]» (la Repubblica, 9 settembre 2011). Pepe Escobar di Asia Times scrive: «L’immenso deserto meridionale della Libia non è stato conquistato dalla Nato. Il “Cnt” non ha praticamente accesso all’acqua e a molto del petrolio libico. Gheddafi ha la possibilità di “lavorarsi il deserto” […] e di organizzare una guerra di guerriglia. […]. Gheddafi può facilmente schierare i suoi reparti nel deserto meridionale con un porto sicuro in Algeria, o persino nel Niger»[1]. In breve la guerra guerreggiata in Libia comincia adesso, sul terreno e non sotto le bombe che piovono holliwoodianamente da 10 mila metri.

●Nelle zone adiacenti alla Palestina, poi, la situazione è esplosiva. La Siria è in uno stato di semi guerra “civile”; l’Egitto, dopo la “caduta” di Mubarak, sta vivendo una situazione di enormi tensioni in seno non solo alla Società civile ma anche alla giunta militare, che ha rimpiazzato Mubarak. L’Iraq, dal quale gli Usa si stanno ritirando con le ossa rotte, è ancora in uno stato di anarchia permanente, l’Afghanistan idem. Mentre l’Iran si affaccia prepotentemente sulla scena vicino e medio orientale. Infine - come scrive il padre gesuita Luciano Larivera su La Civiltà Cattolica[2] - il Pakistan, dotato di bombe atomiche, tramite le sue «Autorità (Governo, Parlamento e Forze armate), ha nominato una commissione d’inchiesta per accertare come gli Usa abbiano violato la sovranità nazionale pakistana e con quali complicità. Il Parlamento di Islamabad ha dichiarato che azioni come quella contro Bin Laden non devono più avvenire, perché la reazione militare sarebbe adeguata. Il Pakistan teme infatti che gli Usa possano dare l’assalto ai suoi arsenali nucleari». Evidentemente la risposta adeguata sarebbe “nucleare”.

●Le sedicenti “rivoluzioni arabe primaverili” hanno dato il colpo di grazia al mondo pan-arabo, laico, baathista, nazional-popolare che arginava l’islamismo radicale in medio oriente. Mubarak e Gheddafi ne erano gli ultimissimi rappresentanti, dopo la scomparsa di Arafat e Saddam. In Palestina il vuoto lasciato da Arafat è stato riempito da Hamas, che a torto è presentato come movimento islamista radicale, mentre rifiuta soltanto la politica di cedimento e concessione per principio a Israele tenuta da Abu Mazen. Aldo Baquis inviato speciale de La Stampa di Torino a Tel Aviv ha scritto che “all’orizzonte non si vedono primavere del mondo arabo, ma solo un lungo inverno dell’islamismo radicale” (La Stampa, 7 settembre 2011, p. 20). La dottrina di Samuel Hungtington su Lo scontro di civiltà occidentale (ossia anglo-americanista) e araba (nazional-popolare pre-illuminista) è oramai un dato di fatto. Dietro ad esso vi è Israele, che vuol lanciare l’islamismo radicale all’assalto delle ultime vestigia del mondo greco-romano e cattolico anti-modernista.

●La Turchia di Erdogan dopo aver rotto i rapporti diplomatici con Israele (2 settembre 2011) ha inviato navi da guerra di fronte alle acque della striscia di Gaza ed ha invitato l’Egitto a rompere con Israele, tramite il Ministro degli Esteri turco Ahmet Davutoglu (cfr. Stampa.it, 2 settembre 2011). Inoltre Erdogan ha dichiarato di voler «visitare personalmente Gaza. Stiamo trattando con gli Egiziani per il mio ingresso» (La Stampa, 7 settembre 2001, p. 20).

●Mubarak sinora era riuscito a mantenere l’Egitto in una posizione di equidistanza o equivicinanza a Israele e Palestina. Ma la nuova giunta militare cosa farà? È un’incognita. Potrebbe, molto probabilmente, seguire l’esempio della Turchia. Infatti «In Egitto il candidato alla Presidenza Amr Mussa appoggia la Turchia: “facciamo come loro”» (La Stampa, 7 settembre 2011, p. 20).

●Secondo George Friedman (cfr. Stratford, 22 agosto 2011, tr. it. Effedieffe, 24 agosto) Israele potrebbe attaccare Gaza, ma ciò rischierebbe di portare l’Egitto sempre più vicino alla Palestina e lontano da Israele, come è successo con la Turchia. Il Segretario di Stato statunitense Bill Gates ha espresso tutto il distacco dell’attuale Amministrazione Usa verso il Primo Ministro israeliano Benyamin Netanyahu, il quale “non capisce quanto sia pericoloso per Israele il suo isolamento” (cfr. La Stampa, 7 settembre 2011, p. 20).

●La Siria è stata l’alleato più importante degli Hezbollah libanesi, del generale cattolico Michel Aoun e dell’Iran nella guerra di difesa del luglio 2006 da parte del Libano contro l’invasione israeliana, che è stata respinta contro ogni previsione ed ha accresciuto (bellicamente e psicologicamente) la potenzialità vittoriosa del “piccolo Davide” (Libano) contro il “gigante Golia” (Israele). Quindi sia l’Iran che gli Hezbollah ed i Cristiani libanesi vogliono che Assad e la Siria restino bene in piedi. Il mito dell’imbattibilità dello Stato sionista non regge più. Ma non per questo bisogna sottovalutare la sua enorme capacità e il suo potenziale militare ed il fanatismo zelota che lo anima e che potrebbe portarla a gesti estremi (v. Masada). La Siria era l’unico Stato che poteva assicurare alle forze aggredite libanesi (Aoun, Hezbollah) assieme all’Iran, il quale però è più lontano geograficamente dal Libano, un appoggio militare capace di far vincere la guerra o respingere l’invasione.

●Secondo George Friedman attualmente Israele potrebbe agire con un attacco devastante su Gaza ed assieme con un contenimento a nord delle forze libanesi, le quali non resterebbero a guardare, quindi dovrebbe tener testa alla III Intifada, che sicuramente scoppierebbe ed infiammerebbe la Cisgiordania, nella quale dovrebbe impegnarsi, anche suo malgrado Abu Mazen. Ora la storia insegna che in guerra è assai pericoloso aprire due fronti, immaginiamoci tre (Libano, Gaza, Cisgiordania), ai quali potrebbero aggiungersi quelli limitrofi dell’Egitto, della Turchia e indirettamente dell’Iran, e per finire del Pakistan e dell’Afghanistan. Certamente anche una super potenza come Israele si troverebbe in serie difficoltà, come ha constatato Bill Gates il quale ha parlato di “isolamento pericoloso” per Israele.

●Inoltre Israele stessa deve fare i conti con la protesta (ecco un “quarto” fronte) interna contro il caro-vita, che potrebbe trasformarsi in rivolta reale e non etero-diretta contro il governo liberista di Benyamin Netanyahu, che la prima settimana di agosto ha infiammato Tel Aviv. Infatti il 3 agosto oltre 300 mila persone sono scese in piazza invocando una seria revisione dell’economia governativa ultra liberista americanista alla Hayek, Myses e Milton Friedman, la quale sta azzerando la classe media “laica” israeliana a tutto vantaggio dei coloni e dei religiosi ultra-ortodossi (cfr. Tobias Buck, Financial Times, 9 agosto 2011). La svolta tecnocratica e liberistica dell’economia sionista, infatti, ha avvantaggiato i ‘coloni’ e gli ‘ultra-ortodossi’ i quali ricevono forti finanziamenti statali, per sostentare le loro numerose famiglie, le quali devono cacciare come una “bomba demografica” i Palestinesi, che si ostinano e restare sul 20% della terra patria. Invece gli ‘ultra-ortodossi’, che studiano il Talmud, non prestano il servizio militare e nel medesimo tempo usufruiscono di grandi agevolazioni finanziarie (La Stampa, 9 settembre 2011). Tutto ciò non va giù alla classe media e “laica” sionista, la quale ha fondato lo Stato d’Israele e il movimento sionista, che oramai comincia a scendere in piazza e quando la piazza diventa molto grande come un fiume in piena non la si può fermare nemmeno a cannonate. Israele rischia anche un’implosione.

●La stessa crisi ed anche economicamente maggiore attanaglia gli Stati Uniti d’America «25 milioni di disoccupati, debito pubblico alle stelle. Gli Usa sono in ginocchio» (la Repubblica, 7 settembre 2011, p. 1). E se gli Usa sono in ginocchio non possono aiutare in maniere decisiva e definitiva Israele, il quale sinora ha sempre vinto grazie agli aiuti economico-bellici dello ‘Zio Tom’.

●È comprensibile allora «L’Angoscia Degli Israeliani: “Siamo rimasti senza amici”. Il Ministro israeliano del Likud Israel Katz teme un conflitto su larga scala con i Paesi confinanti» (La Stampa, 7 settembre 2011, p. 20).

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Conclusione

Tutte queste premesse portano ad una conclusione molto probabile: il “guerrone” si avvicina. Se poi ci sarà veramente solo Dio lo sa poiché entra in ballo il libero arbitrio umano, che solo Lui conosce nei dettagli e nel futuro. Noi possiamo fare solo delle congetture per induzione, esprimere delle probabilità o al massimo certezze morali, ma non assolute, a partire da fatti oggettivi sufficientemente enumerati.

d. CURZIO NITOGLIA

 

12 settembre 2011

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[1] Traduzione italiana di www.comedonchisciotte.org del 3 settembre 2011.

[2] La morte di Osama Bin Laden, in La Civiltà Cattolica del 18 giugno 2011, p. 610. Lo steso padre Larivera scrive: «Per escludere che [l’uccisione di Bin Laden] sia stata un’esecuzione extra-giudiziale di un uomo disarmato […], occorrerebbe avere il cadavere di Bin Laden per fare una perizia e verificare… […]. Inoltre sarebbe servito che il morto rimanesse al suo posto e la scena del crimine restasse intatta per gli accertamenti giudiziari. Tutto ciò non è più possibile» (ibidem, p. 609).


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