COMMENTO A

‘Il fallimento americano in Medio Oriente’

di Sergio Romano, Corriere della Sera del 23/12/2011

a cura di d. CURZIO NITOGLIA

29 dicembre 2011

http://www.doncurzionitoglia.com/fallimento_usa_in_mo.htm

●«Quando invase l’Iraq, nel 2003, George W. Bush credette che gli americani sarebbero stati accolti come liberatori e annunciò la fine della guerra, poche settimane dopo, di fronte a una scritta che proclamava al mondo: «Missione compiuta». Il presidente riteneva che il conflitto fosse giustificato dai legami di Saddam Hussein con il terrorismo islamico e dall’esistenza di armi chimiche e nucleari, di cui il dittatore avrebbe potuto servirsi contro il «mondo libero». Nessuna di queste affermazioni era vera. Non erano veri i legami con Al Qaeda[1], non esistevano armi di distruzione di massa, gli americani erano «liberatori» soltanto per una parte del Paese e la guerra, quando finalmente Bush uscì dalla Casa Bianca, non era finita. Il suo successore non ha commesso questi errori. Quando era senatore, si oppose al conflitto. Quando è divenuto presidente ha fatto del suo meglio per pacificare il Paese, ha annunciato che le forze americane avrebbero lasciato l’Iraq alla fine del 2011, ha ora mantenuto l’impegno.

●Ma le parole con cui, negli scorsi giorni, ha salutato la partenza dell’ultimo contingente militare (lasciamo un Paese «stabile e capace di badare a se stesso») non sono meno sbagliate di quelle con cui il predecessore aveva annunciato la fine della guerra[2]. La storia farà probabilmente qualche distinzione fra gli errori di Bush e quelli di Obama. Ma la società internazionale ignora le sottigliezze degli storici e si limiterà a constatare che l’intera operazione americana in Iraq, dal marzo del 2003 al dicembre 2011, ha reso tutta la regione molto più instabile di quanto fosse alla vigilia del conflitto. Probabilmente né Bush né Obama hanno prestato sufficiente attenzione alla natura dello Stato iracheno. Il Paese è un artefatto della politica internazionale, una invenzione di Churchill realizzata per le esigenze petrolifere della Royal Navy grazie a un assemblaggio di gruppi etnici e religiosi – arabi sunniti, arabi sciiti, curdi – in cui soltanto i primi, purché al vertice del potere, erano veramente interessati alla creazione di uno Stato unitario. Gli sciiti hanno un forte rapporto religioso con l’Iran e hanno spesso detestato i loro concittadini sunniti più di quanto temessero gli iraniani. I curdi hanno fratelli in Turchia, in Iran, in Siria, e non hanno mai smesso di sognare il grande Kurdistan che i vincitori del 1918 avevano lasciato intravedere alla fine della Grande guerra. Qualche intelligente diplomatico americano ha prospettato l’ipotesi di una federazione, ma non è facile tracciare frontiere là dove esistono grandi risorse naturali e ogni divisione rischia di farsi a spese di qualcuno. Oggi i curdi sono pressoché sovrani nelle loro terre e gli sciiti controllano buona parte del potere a Bagdad. Ma i sunniti si considerano «espropriati» e le loro formazioni più radicali non hanno mai smesso di combattere, se necessario, persino a fianco dei terroristi di Al Qaeda. La vicenda del vicepresidente sunnita, inseguito da un mandato di cattura e rifugiato nel Nord curdo del Paese, è l’ultima manifestazione di una vecchia reciproca ostilità. Ma è anche l’appendice irachena di una guerra fra sunniti e sciiti che si combatte contemporaneamente in Siria, nello Yemen, nel Bahrein, domani forse in altri Paesi del Golfo Persico.

●Se questi sono i risultati di una «guerra di liberazione», gli alleati europei dell’America faranno bene a ricordare che la libertà non si esporta sulla punta delle baionette. In Libia, purtroppo, lo hanno dimenticato».

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COMMENTO

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●Mi sembra che si vada in una direzione diametralmente opposta a quella consigliata dall’Ambasciatore Sergio Romano. Infatti le “rivoluzioni arabe” - pilotate dagli Usa e combattute dalla Nato - hanno destabilizzato l’Africa mediterranea (Libia, Tunisia, Egitto) e si stanno estendendo alla Sira.

●Dalla Sira si passa all’Iran, che ha minacciato di chiudere con le sue navi da guerra lo Stretto di Ormuz, attraverso il quale il petrolio arriva dal Medio Oriente sino all’Europa e all’occidente. L’America ha inviato a sua volta la ‘Quinta Flotta’ verso Ormuz.

●La Russia è scesa in campo anche con aiuti concreti economici e bellici a favore della Siria, dell’Iran e… di se stessa, poiché le proteste contro l’elezione di Putin sono viste come un prosieguo delle”rivolte arancioni” degli anni Novanta, che tolsero alla Russia, mal guidata da Eltsin, gran parte del suo territorio. Ora Putin non ammette alcun passo avanti della Nato e degli Usa.

●La Siria è considerata “zona non oltrepassabile”. Purtroppo ci troviamo sull’orlo di una catastrofe bellica e forse nucleare a livello mondiale (Usa/Russia). Inoltre siamo nel pieno di un quasi fallimento dell’euro e del dollaro, che porteranno rivolte interne in Europa e in America. Infine, “dulcis in fundo”, la crisi religiosa non risparmia neppure l’ambiente cattolico romano, anzi lo lambisce sempre più.

●Non si tratta più solo di crisi dogmatica o teologica, ma di perdita del buon senso e della retta ragione. Per fare un esempio, quando Benedetto XVI si è recato per il S. Natale  nel carcere romano di Rebibbia ha chiesto che non venga calpestata la dignità del carcerato, che soffre a causa del sovraffollamento delle celle delle carceri. Tuttavia non ha ricordato ai carcerati di non calpestare la dignità dei cittadini che hanno scippato, derubato… Se si è commessa una colpa si deve pagare una pena. Se le carceri sono sovraffollate non si può liberare i carcerati a spese dei cittadini, che saranno maggiormente calpestati dalla delinquenza montante. Basterebbe costruire nuove carceri e risolvere tre problemi: la sicurezza dei cittadini, la dignità dei carcerati ed infine si rilancerebbe l’economia del Paese incrementando l’edilizia.

●Stiamo toccando realmente il fondo in ogni campo: ragione naturale, giustizia elementare, crisi economica planetaria, pericolo bellico-nucleare mondiale, crisi perfino nella Chiesa di Cristo. Umanamente parlando non si vede via di uscita. Solo l’onnipotenza di Dio Misericordioso e Giusto, che solleva e castiga, potrà rialzare l’uomo, le Nazioni e l’ambiente cattolico dal baratro in cui sono caduti. Gesù ci ha avvertito nel Vangelo: “Estote parati!”.

d. CURZIO NITOGLIA

 

29 dicembre 2011

http://www.doncurzionitoglia.com/fallimento_usa_in_mo.htm


 

[1] Cfr. Giulietto Chiesa. Il Fatto Quotidiano. /26/12/2011: «Se scoppiava una bomba terrorista in una capitale occidentale era sicuramente Al Qaeda. Se la rivendicava Al Qaeda ci credevamo subito. Se non la rivendicava nessuno, allora era sicuramente Al Qaeda, perché non poteva essere altrimenti. Era come in “1984” di Orwell: qualunque cosa di gramo accadesse era colpa del nemico. E, poiché il nemico era Al Qaeda, non potevano esserci dubbi. E cominciava la geremiade di turno: come sono cattivi gli islamici, come sono feroci, come sono fanatici. Eccetera. Poi succede - sempre più spesso dopo la guerra di Libia - che Al Qaeda si mette contro i dittatori che devono essere abbattuti in nome della democrazia e dei diritti umani violati. Infatti, qualcuno se lo è dimenticato, ma Al Qaeda è nata appunto per difendere gli afgani contro gli invasori sovietici. Dunque prosegue, dopo la nera parentesi dell’11 settembre 2001, il ruolo umanitario di Al Qaeda. Così Al Qaeda è dentro il Governo provvisorio di Libia, in attesa di guidare la nuova Libia democratica. E dunque i suoi rappresentanti girano in Europa a stringere mani e a firmare contratti petroliferi, con i quali s’impegnano a risarcire i paesi occidentali che svolgono e svolgeranno opera di aiuto umanitario ai nuovi poveri libici. Infine scoppiano bombe terroristiche a Damasco di Siria e fanno decine di morti. “Sono i kamikaze di Al Qaeda”, gridano le fonti ufficiali di Assad. Ma Assad è un dittatore che deve essere abbattuto. Dunque i nostri bravi inviati speciali a Gerusalemme si trasformano per un attimo in complottisti di complemento. E sollevano dei dubbi (sì, anche i nostri bravi inviati speciali qualche volta si fanno venire dei dubbi, per quanto strano possa apparire). In questo caso – dicono – non è probabile che sia Al Qaeda. Più probabile si tratti di un complotto ordito da Assad. Ovvio il perché: per fare la vittima, facendo credere che c’è la mano di Al Qaeda. Non bisogna dunque credergli. Insomma: una grande confusione regna sotto il cielo. Al Qaeda, come nemico, non vale più un granché. E’ giunto il momento di costruirne un altro. Suggerisco l’Iran, anche se il mio suggerimento arriva tardi. Già ci hanno pensato».

[2] Cfr. la Repubblica (23 dicembre 2011, p. 1) «Bagdad, il sangue dopo gli americani, frana la ‘democrazia’ portata dai tank. Strage in 12 quartieri, più di 70 morti. Vacilla il patto sciiti-sunniti-curdi».