BREVE STORIA DI UN “GRANDE UOMO”:

DONNA RACHELE MUSSOLINI

 

DON CURZIO NITOGLIA

23 ottobre 2010

http://www.doncurzionitoglia.com/donna_rachele_mussolini.htm


 

 


 

Il 28 ottobre del 1922 ebbe luogo la marcia su Roma e il giorno seguente Mussolini fu convocato a Casa reale, ma «Rachele era turbata da un presentimento, temeva, non a torto, il prezzo della gloria. Uscì di casa ed entrò nella prima chiesa aperta. Si inginocchiò ed iniziò a pregare: “Signore, fai in modo che non cambiamo, che Benito resti quello che è, che io non ceda né all’orgoglio, né alla vanità”».

Prologo

 

 

È uscito recentemente un interessante libro di Elena Bianchini Braglia, Donna Rachele. Con il Duce, oltre il Duce, (Milano, Mursia, 2007, 18 €, pagine 313)[1]. Da esso traspare soprattutto la forza d’animo di Donna Rachele; infatti «nessuno può negare che in certe circostanze estreme, di fronte al crollo di un mondo, di tutta una vita […], occorra molto più coraggio per continuare a vivere di quanto non ne occorra per morire» (p. 14). Donna Rachele ha dato prova di fortezza eroica particolarmente dal 1943 al 1979, per lunghi trentasei anni; essa ripeteva spesso: “era meglio essere finiti tutti a Piazzale Loreto”, ma, non essendoci finita, fece di necessità virtù ed affrontò la dura realtà con coraggio, pazienza e speranza. In questo piccolo articolo non voglio fare opera apologetica né storica, ma cercare di trarre una lezione morale dalle vicende di una donna che ha conosciuto prima la miseria, poi la celebrità ed infine è risprofondata nella disgrazia dopo aver perso tutto, ma non la fede, la speranza e la carità, che l’hanno aiutata a perdonare i peggiori traditori della sua famiglia e a vivere in pace con se stessa, col prossimo e con Dio.

 

I primi anni

 

Rachele perse suo padre a soli otto anni e a causa dell’estrema povertà in cui cadde la sua famiglia dovette rinunziare a proseguire gli studi preso la scuola elementare (per raggiungere la quale doveva percorrere 12 km tra andata e ritorno), ove la sua maestra era la madre di Benito Mussolini, Rosa Guidi, figlia di un veterinario conosciuto e benestante, di profonda fede cattolica e animata da un grande spirito di preghiera, la quale, però, si era innamorata dell’uomo “sbagliato”, il fabbro ferraio Alessandro Mussolini, noto socialista anarcoide e violento agitatore politico, che entrava e usciva dalla galera per motivi ideologici. Rachele fu accolta, dopo la morte del padre, in casa di sua sorella Rosa, che si era sposata ed aveva bisogno di un aiuto. Ben presto, però, l’aiuto divenne servitù, lavoro pesante e faticoso con un vitto del tutto inadeguato per una bambina che cresceva. Rachele, che aveva manifestato sin da piccola un carattere vivace e forte, fuggì dalla casa di sua sorella e si riunì a sua madre Annina a Forlì, dove assieme all’altra sorella Augusta iniziarono a fare tutte e tre le cameriere. Lì imparò ad alzarsi ogni dì alle cinque e a non restare mai con le mani in mano sino alla notte, quando poteva coricarsi, stanca ma felice e con la coscienza tranquilla di aver fatto il suo dovere; laboriosità di cui non perse mai l’abitudine sia nella gloria (1922-1943) sia nella rinnovata miseria (1943-1979). Nell’autunno del 1908 Rachele (1892-1979) appena sedicenne e Benito oramai venticinquenne (1883-1945) si incontrarono e si innamorarono. Nel 1909 andarono a vivere assieme a Forlì. Benito faceva il giornalista e per il suo magro stipendio quei tempi furono segnati da una grande miseria economica, ma furono anche anni pieni di speranza, felicità e serenità (ivi, p. 67). Il 1° settembre 1910 nacque Edda.

 

Dalla sbornia alla camomilla

 

Una sera due amici di Benito lo riaccompagnarono sotto braccio a casa, poiché si era ubriacato. La sbornia lo aveva reso euforico e cominciò a prendere a calci il povero e scarso mobilio di casa. Lo dovettero legare a letto, quando il mattino si svegliò «la prima cosa che vide fu Rachele furente», la quale gli disse, dandogli per la prima volta del tu e abbandonando definitivamente il voi: «“se ti vedo un’altra volta ubriaco, prendo la bambina e me ne vado!”. Da quel momento Benito non bevve più nemmeno un caffè corretto e alla sera, prima di addormentarsi, si abituò a prendere solo una tazza di camomilla» (p. 71). Soltanto la moglie del futuro Duce poteva riuscire a produrre un “Mussolini alla camomilla”. Tanto è vero l’adagio popolare che se “il marito è il capo della moglie” (S. Paolo), “la moglie è il collo della famiglia” e… “il collo fa girare la testa a destra o a sinistra com’esso vuole”… Nel 1912 si trasferirono a Milano, ove Mussolini era divenuto Direttore de L’Avanti! portando la sua tiratura da 12 mila a 100 mila copie. Ma nel 1914, mentre si avvicinava la prima grande guerra, L’Avanti si trovò su posizioni non-interventiste e Mussolini, che era un acceso interventista, diede le dimissioni e la breve pausa di benessere economico finì. Ma il 14 novembre 1914 divenne Direttore de Il Popolo d’Italia; nel 1915 Benito partì per la guerra come bersagliere, il 16 dicembre del 1915 sposò civilmente Rachele e il 27 settembre 1916 nacque Vittorio e il 22 aprile 1918 Bruno. Il 19 marzo 1919 Benito fondò il Fasci Italiani di Combattimento a piazza San Sepolcro in Milano. Iniziarono i primi scontri e anche la casa dei Mussolini ne fu oggetto. Perciò Rachele si munì di numerose bombe a mano, pronta a scagliarle contro eventuali assalitori (p. 95); anzi si fornì anche di una pistola, con regolare porto d’armi, che portava di giorno con sé nella sporta per le spese e di notte teneva sotto il cuscino (p. 96). Il 28 ottobre del 1922 ebbe luogo la marcia su Roma e il giorno seguente Mussolini fu convocato a Casa reale, ma «Rachele era turbata da un presentimento, temeva, non a torto, il prezzo della gloria. Uscì di casa ed entrò nella prima chiesa aperta. Si inginocchiò ed iniziò a pregare: “Signore, fai i modo che non cambiamo, che Benito resti quello che è, che io non ceda né all’orgoglio, né alla vanità”» (p. 109). Rachele non aveva in simpatia il re: lo definiva «troppo piccolo per la sua statura» (p. 110). Nel 1923 Benito e Rachele fecero battezzare a Milano Edda, Vittorio e Bruno, e nel 1925 a Camaldoli presso La Verna in maniera del tutto privata li fecero comunicare e cresimare. Il 29 dicembre del 1925 si sposarono religiosamente, sempre in maniera privata, nel loro appartamento di Milano, con grande gioia di Rachele, che aveva sempre rimpianto la mancanza dell’unione religiosa con Benito. Donna Rachele ha narrato che «Benito era contrario al divorzio e spesso le ripeteva: “Non permetterò mai che in Italia venga introdotto il divorzio. La famiglia non si può dissolvere a proprio capriccio e la Chiesa è una provvida tutela della famiglia”» (p. 121). Il 26 settembre 1927 nacque Romano e il 3 settembre del 1929 nacque l’ultima figlia, Anna Maria, che, colpita da poliomielite, soffrirà per tutta la vita e si spegnerà a Roma in Viale Libia nel 1968.

 

Tu bada a governare l’Italia ché a casa ci bado io!

 

La casa era il regno di Donna Rachele, la quale non si immischiava negli affari politici di Benito, «tanto riservata in pubblico, tanto energica in privato» (p. 145); esattamente il contrario delle donne di oggi. Al massimo si limitava a dargli qualche consiglio e solo prima dell’entrata in guerra, avendo scorto con il suo intuito smaliziato, il quale mancava totalmente a Mussolini, che questi era circondato da persone poco affidabili, iniziò a fare opera di “controspionaggio” per difendere suo marito, come vedremo poi. Mussolini temeva la tenacia della moglie, la quale ha lasciato scritto: «mi ripeteva spesso che aveva più paura di me che dell’America» (p. 139). Tra gli altri particolari Rachele ci ha lasciato la notizia che «sul comodino Mussolini teneva il rosario di sua madre e il libro delle Massime eterne di S. Alfonso De Liguori» (p. 143). Rachele vide Benito baciare la corona del rosario che era appartenuto a sua madre il 20 giugno del 1936 quando i medici, che disperavano della salute di Anna Maria gli annunciarono che era fuori pericolo (p. 175).

 

L’incidente di motocicletta

 

Italo de Rugeriis, un milite della strada, ricordava che un giorno vide sfrecciare, sull’autostrada per Ostia, a tutta velocità una potente motocicletta rossa fiammante con a bordo un centauro ed una donna sul sellino posteriore con un fazzolettone in testa. «Una curva spericolata fece improvvisamente saltare la donna dal sellino, rovinando disastrosamente tra i rovi, mentre il centauro proseguì indisturbato senza essersi accorto di nulla. Poi vide il motociclista tornare indietro e riconobbe il Duce. Donna Rachele, ancora a gambe per aria in mezzo ai rovi, stava strillando parole “incomprensibili” in romagnolo» (p. 158).

 

Rachele e la Sarfatti

 

Mussolini aveva avuto una relazione con Margherita Sarfatti. Donna Rachele lo perdonò, ma gli ingiunse di non incontrarla più neppure nella sede de “Il Popolo d’Italia” sul quale anch’essa scriveva. Quando pensava di aver vinto, un giorno, esattamente il 9 febbraio 1931, mentre si trovava a Merano e leggeva il giornale diretto da suo marito, vide la firma della Sarfatti in fondo ad un articolo che occupava una pagina intera. Naturalmente andò su tutte le furie e mandò un telegramma a Benito, il quale sulle prime rispose adirato, ma Donna Rachele calma calma gli rispose: se vedo ancora la firma della Sarfatti su Il Popolo d’Italia «“prendo una bomba e faccio saltare in aria il palazzo de Il Popolo d’Italia. E tu sai che ne sono capace” […]. L’ultimatum riscosse il successo sperato: la firma della Sarfatti sul giornale non apparve mai più» (p. 159). Ma Rachele volle prendersi un’ultima rivincita: Benito la raggiunse a Villa Carena, «la cena era già in tavola e quando lui bussò lei non volle aprirgli. “Rachele, ho fame!” implorava lui. “Bene!” gli rispose lei da dietro la porta, e gli passò un piatto di minestra dalla finestra: “Lo vidi sedersi mestamente su un gradino e iniziare a mangiare. Naturalmente dopo un po’ gli aprii. Fu pieno di premure e di carezze”» (p. 160).

 

Verso la guerra

 

Dopo la conquista dell’Etiopia Rachele - in seguito ad una delle sue frequenti intuizioni - cercò di convincere il marito ad uscire dalla scena politica per evitare di fare la fine di Napoleone (p. 170), che “pieno di superbia finì all’isola d’Elba”, com’era solita cantare da bambina. Mussolini vi pensò, ma le cose precipitarono e, alla vista dell’Europa che si divideva, Benito si decise a continuare la sua lotta politica. Infatti diceva alla moglie: «l’Europa si deve unire e l’ideale sarebbe poterla unire pacificamente. Ma vi sono troppe resistenze, troppi accesi nazionalismi e perciò l’unione europea arriverà solo con un’azione militare. Spero di circoscrivere l’azione militare al minimo, e che io serva a convincere i capi di Stato europei che l’Europa si deve unire economicamente, politicamente e militarmente in un solido blocco, che sarà l’unica difesa valida contro il bolscevismo» (p. 179). Mai aspirazione fu tanto giusta. Purtroppo l’Inghilterra e la Francia, tramite la Polonia, montate dall’America, vollero mettere la Nazioni europee l’una contro l’altra per dividere il Vecchio Continente in due parti: l’una sotto il tallone del comunismo sovietico e l’altra sotto quello del materialismo plutocratico e liberista americano. Mussolini temeva anche “l’eliminazione della civiltà latina” (p. 185), qualora la Germania da sola avesse occupato tutta l’Europa ed è per questo che si decise, dopo la conquista della Francia in tre settimane da parte del III Reich, a scendere in guerra.

 

La Beata suor Elena Aiello

 

Era nata in provincia di Cosenza nel 1895 e nel 1920 aveva fondato l’ordine delle ‘Suore Minime della Passione’. Il 22 aprile del 1939 «ebbe una visione di Gesù Cristo che la invitava ad avvisare Benito Mussolini di non entrare in guerra» (p. 198). Inviò una prima lettera a Mussolini, ma non ebbe risposta. Il 22 aprile 1940 ebbe una seconda visione e il giorno dopo spedì un’altra lettera a Roma. Partì alla volta di Roma da Cosenza il 1° maggio 1940 e giunse nella Capitale il 2; il 5 fu ricevuta dalla sorella di Mussolini, Donna Edvige. «Mi riferì - racconta la Beata - che questi era rimasto molto turbato dalle mie precedenti missive… In quel pomeriggio, molto addolorate, ripartimmo per Cosenza, sennonché, appena il Duce ebbe dalla sorella la mia lettera, in quello stesso pomeriggio fu telefonato alla baronessa Rossi-Ruggi che ci voleva ricevere il Duce. Ma la risposta fu: “Ora è tardi. Sono partite”» (p. 199)[2].

 

Il 26 luglio 1945

 

Donna Rachele aveva intuito ed aveva anche raccolto notizie della congiura che, con il procedere della guerra, si preparava contro suo marito. Sapeva che Badoglio, Grandi e il re erano pronti a defenestrare Mussolini; dubitava anche di Ciano. Invano aveva scongiurato il marito di non convocare il Gran Consiglio la notte del 25 luglio, ma l’ingenuità di Benito era tanta che mai avrebbe pensato ad una sua delegittimazione. Il 26 Mussolini era stato convocato a Villa Savoia dal re. Rachele gli disse che lo avrebbero arrestato, ma lui ancora una volta non vedeva ciò che era più che probabile. Il nuovo capo della Polizia, Carmine Senise, non era della stessa qualità del suo predecessore Bocchini e Donna Rachele se ne era accorta subito. Naturalmente Mussolini venne fatto arrestare e Donna Rachele rimase sola con Buffarini-Guidi a Villa Torlonia ove per sicurezza si trasferì nell’abitazione dei custodi e il 29 luglio festeggiò con essi il 60° compleanno del marito che non sapeva dove fosse. Qualche giorno dopo il generale Saverio Polito consegnò una lettera di Benito a Rachele con la quale la informava di essere prigioniero e di aver bisogno di qualche indumento e di cibo. Polito mostrò a Rachele anche una lettera di Badoglio, che la invitava a mandare indumenti e denaro per l’acquisto del cibo per il prigioniero, che altrimenti non ne avrebbe ricevuto. Rachele sbottò: «In venti anni di lavoro Mussolini ha rinunciato a titoli e prebende, ha regalato quanto gli veniva offerto. Che ora Badoglio, carico di milioni guadagnati col regime, neghi un pezzo di pane a un simile prigioniero supera ogni limite» (p. 234). Rachele mandò a suo marito ciò che gli occorreva più la Vita di Gesù Cristo dell’abate Giuseppe Ricciotti. Il 23 agosto Polito accompagnò Rachele a Rocca delle Caminate; durante il tragitto si divertì ad importunare nella maniera più lurida Donna Rachele, che lo denunciò il 4 aprile del 1944 al Commissario di Polizia Alberto Maddalena (p. 236). Durante la loro prigionia ricorreva l’anniversario della morte di Bruno e sia a Benito che a Rachele, i quali avevano fatto celebrare una Messa per la sua anima, venne impedito di assistere alla funzione. Poi venne l’8 settembre e il 12 Mussolini fu liberato dalla sua prigione sul Gran Sasso e Rachele dalla sua custodia vigilata a Rocca delle Caminate. Il 13 si incontrarono a Monaco. Benito confidò a Rachele di voler fondare la RSI; la moglie gli disse che non ne sarebbe valsa la pena, ma lui rispose che doveva tener fede alla parola data. Quindi ritornarono a Rocca delle Caminate per qualche giorno e poi a Gargnano sul Lago di Garda.

 

La fucilazione di Ciano

 

Per Benito fu una prova terribile, simile alla morte di suo figlio Bruno. Soprattutto perché la moglie di Ciano, Edda, era la sua figlia prediletta. Mussolini diceva: “Da quella mattina ho cominciato a morire”(p. 250). Era l’11 gennaio 1944. Edda ebbe un crollo del sistema nervoso, che fu aggravato poi dalla notizia avuta via radio dello scempio di Piazzale Loreto il 29 aprile 1945 mentre si trovava in Svizzera, e dovette essere ricoverata in una Clinica per malattie nervose. Invece Benito, «quando ne fu informato – racconta Romano Mussolini – ostentò indifferenza, ma io ricordo il pianto dirotto in cui quella sera scoppiò a Villa Feltrinelli» (p. 253)[3]. Donna Rachele invece non aveva mai stimato suo genero ed aveva avuto un rapporto conflittuale con Edda, per cui non fu troppo scossa da quell’avvenimento.

 

Indifferenza verso la vita

 

La tragedia intima di Benito lo portò a vivere come se non vivesse più già dal gennaio del ‘44. Villa Feltrinelli, in cui abitava la famiglia Mussolini, «era continuamente sorvolata da aerei nemici. Era stato costruito un rifugio. Quando l’agghiacciante suono dell’allarme interrompeva le loro attività quotidiane, tutti correvano a mettersi al riparo…, tutti tranne Mussolini, che non aveva mai voluto accettare di scendere nel rifugio» (p. 257). Rachele raccontava: «Mi sarebbe piaciuto che Benito fosse venuto con noi, soprattutto di notte, quando il silenzio ingigantiva il ronzio degli apparecchi e avevo paura. Invece continuava a dormire: non per spavalderia, me ne resi conto ben presto, ma per indifferenza verso qualsiasi cosa potesse riservargli il destino» (ivi).

 

Una premonizione

 

Rachele si scontrò con Claretta Petacci a Villa Fiordaliso sul Lago di Garda. Durante l’epica battaglia Rachele dimostrò tutta la sua energia strattonando la rivale e Claretta tutto il suo savoir faire, tra uno svenimento e l’altro, trattenendo momentaneamente l’assalto di Donna Rachele. Siccome a Milano nel mese di agosto i partigiani, analogamente a via Rasella in Roma nel mese di marzo, avevano fatto scoppiare una bomba, che aveva ucciso repubblichini, tedeschi e civili italiani, i quali si stavano rifornendo di latte presso i militi italo-germanici, vi fu una rappresaglia tedesca e vennero fucilati a Piazzale Loreto quindici partigiani italiani. Da allora cominciarono ad arrivare alla famiglia Mussolini svariate lettere anonime in cui stava scritto: “Vi porteremo tutti a Piazzale Loreto!”. Alla fine dello scontro Rachele disse a Claretta: “Lasciate Benito e, se non mi darete retta, finirete male! Vi porteranno a Piazzale Loreto!”. Non era certo una profezia, ma un’ossessione, che le lettere anonime avevano impresso nel pensiero di Rachele, però essa si avverò alla lettera il 29 aprile del 1945.

 

L’ultima intervista

 

Nel marzo del 1945, circa un mese prima di morire, Mussolini concesse un’intervista a Maddalena Collier, una crocerossina moglie dell’addetto stampa dell’ambasciata germanica. Mussolini, che le aveva già rilasciato una prima intervista nel 1938 a Palazzo Venezia, nella seconda esordì così: «Sette anni fa ero ancora un personaggio interessante, adesso sono un defunto. Cosa volete sapere?» (p. 271). Come conditio sine qua non Mussolini pose che l’intervista venisse pubblicata solo dopo la sua morte fisica; poi aggiunse: «La morte mi è diventata amica e non mi spaventa, perché è una grazia di Dio per chi ha sofferto troppo. Per me non si apriranno le porte se non per la morte. Ed è anche giusto. Ho sbagliato e pagherò. Sì, signora, sono finito. Lavoro e faccio sforzi, pur sapendo che tutto non è che una farsa. Aspetto la fine della tragedia e – stranamente distaccato da tutto – non mi sento più attore, mi sento come l’ultimo degli spettatori» (ivi). Suo figlio Vittorio avrebbe voluto portarlo in Spagna anche contro la sua volontà e con la forza, ma Mussolini aveva rifiutato l’invito di Franco e «l’unica cosa che voleva evitare era di cadere nelle mani degli anglo-americani» (ivi). Forse questa è la spiegazione della sua resa ai partigiani comunisti, che lo avrebbero passato subito per le armi, evitandogli lo strazio di una vita prolungata in attesa di una Norimberga bis.

 

Dopo la tempesta

 

La parte più eroica della vita di Donna Rachele penso che sia stata quella che va dal 29 aprile del 1945 al 30 ottobre del 1979. Non amava parlare della sua vita e di Benito. Soprattutto con i giornalisti era estremamente riservata e, se insistevano, anche sgarbata. Una volta gettò un secchio d’acqua sulla testa di un giornalista troppo insistente e alla sua minaccia “Vedrete cosa scriverò sul vostro conto!”, Rachele rispose con una totale assenza di rispetto umano: “Scrivete pure che faccio la prostituta, non me ne importa nulla!”. Tuttavia ad Ischia, dove era stata portata dagli anglo-americani sotto stretta sorveglianza della polizia della Repubblica italiana, incontrò il giornalista Bruno D’Agostini. Quello che mi ha colpito di più è il giudizio che dà pieno di amore, compassione, tenerezza e misericordia su suo marito: «Pareva un leone, e invece, tutto sommato, era un pover’uomo» (p. 275). Nel 1957 la famiglia Mussolini poté lasciare Ischia e recarsi a Roma ove affittò un modesto appartamento in viale Libia. Quando ero giovane studente universitario e abitavo in un appartamentino con altri studenti in viale Etiopia incontravo spesso Romano Mussolini (un uomo evidentemente povero, dall’aria dimessa e molto malvestito) all’edicola, ove comprava Il Secolo d’Italia.

 

Riavere il corpo di Benito

 

Oramai l’unica preoccupazione di Donna Rachele era quella di riavere il corpo del suo defunto marito. Fece richiesta al ministro degli Interni Scelba, il quale, da perfetto demo-“cristiano”, rispose aspramente e scortesemente che il corpo non poteva esserle restituito (p. 279). Anche il primo ministro Alcide De Gasperi, nonostante che la richiesta fosse perorata da Sua Eccellenza mons. Facchinetti, vescovo di Tripoli, negò la salma di Benito alla moglie e ai figli (p. 280). Nel 1957 Andreotti e Adone Zoli, un romagnolo divenuto primo ministro, dettero il consenso. Giunta al cimitero di Predappio, Rachele si trovò faccia a faccia con l’ex questore di Roma Vincenzo Agnesina, il quale era stato a fianco di Mussolini per venti anni ed era stato il capo della sua scorta, ma il 25 luglio non aveva mosso un dito per difenderlo e il 26 luglio 1943 era andato a Villa Torlonia ad arrestare Buffarini-Guidi, che faceva compagnia a Donna Rachele, lasciandola sola e in balìa di qualsiasi scalmanato che avrebbe potuto ucciderla (p. 226). Agnesina era diventato poi questore di Milano e, siccome la salma di Mussolini era stata portata da Milano a Predappio, doveva essere presente per redigere il verbale di consegna del cadavere. Egli, come se nulla fosse accaduto il 25-26 luglio, tese la mano a Donna Rachele, la quale «incrociò le braccia e gli chiese: “E allora?”» (p. 284). Il corpo di Mussolini era stato posto in una cassa da imballaggio, simile ad un contenitore di frutta e verdura, con cerchi di ferro e maniglie arrugginite. Rachele non crollò, come temeva chi la accompagnava, ma ritrovò quella energia che sempre riemergeva nei momenti più drammatici della sua dolorosissima vita. Ella dette l’ordine di portare la cassa nella camera mortuaria. Agnesina tentò di opporsi e di accelerare la procedura facendola trasportare nella cappella della famiglia Mussolini, ove sarebbe bastato che Rachele avesse firmato il verbale già stampato della consegna avvenuta, che conteneva i ringraziamenti di Donna Rachele al governo italiano, per averle riconsegnato il corpo di Benito… in una cassa da frutta. Ciò non andava giù a Rachele, la quale esplose: «Io ringraziare il governo? Per quale favore dovrei ringraziarlo? Per avermelo nascosto per dodici anni? Per avermelo mandato così, in una cassa da imballaggio. Poi si rivolse ad Agnesina: “Voglio che tu apra la cassa”» (p. 284). Il prof. Cazzaniga, che teneva sotto il braccio un misterioso pacchetto, contenente il cervello di Mussolini, il quale era stato studiato dai neurologi italiani, che lo avevano trovato del tutto normale, ma al quale era stato sottratto un pezzo dai medici americani per studiarlo anche loro, dovette farsi forza e dare a Rachele il cervello del marito in un barattolo di vetro. Per consolarla le rivelò che la Scienza aveva trovato perfettamente sano e normale il cervello di Mussolini. Rachele commenta: «Non dissi nulla. Cosa avrei potuto dire? Che ringraziavo la Scienza? Dopo aver vissuto per trentasei anni accanto a Benito, avevo forse bisogno di loro per sapere che mio marito non era pazzo?» (p. 285). Quando aprirono la cassa lo spettacolo fu impressionante e Donna Rachele coprì il corpo con un lenzuolo funebre ricamato da lei stessa. Vincenzo Agnesina si sentì male e Rachele lo apostrofò così: “Molti traditori si sentono male qua dentro” (p. 286); poi, quando lui cercò di biascicare qualche parola di circostanza dicendo “Donna Rachele il suo è un doloroso destino”, lei gli rispose: “No, è più tremendo il suo di destino, perché la mia coscienza è tranquilla” (p. 287). Sempre nel 1957 Einaudi e De Gasperi avevano disposto che tutto ciò che apparteneva a Rachele le fosse restituito e così tornò, con Romano ed Anna Maria, a Villa Carpena e vi rimase sino al 30 ottobre 1979 quando si spense serenamente. Frattanto sua figlia Anna Maria era morta il 25 aprile del 1968 consunta dalla poliomielite nella sua casa di viale Libia in Roma.

 

Bisogna perdonare tutti, anche Badoglio

 

«Rachele in quegli anni di dolori, umiliazioni e solitudine aveva imparato a perdonare, aveva compreso quanto fosse importante alla fine riuscire a dimenticare le offese passate, a superare il dolore ricevuto, a cancellare la rabbia, per poter vivere in pace» (p. 296). L’unico che le suscitava ancora un certo fastidio nella parte sensibile del suo animo era Dino Grandi. Per Claretta aveva solo parole di pietà: “l’unica della quale Benito potesse veramente fidarsi” (p. 292). Arrivò a perdonare anche Badoglio. Infatti una notte sognò suo marito che «trasfigurato le diceva: “qui non ci sono rancori, Rachele”. Lei rispose: “proprio per nessuno?”, lui confermò “per nessuno”, lei insistette stupita: “neanche per Badoglio?”, “neppure per lui”» (p. 297). Siccome Rachele e anche Benito erano stati molto devoti di padre Pio, a Rachele venne il desiderio di recarsi a S. Giovanni Rotondo per chiedere al santo frate cappuccino se Benito si fosse salvato l’anima. Giunta a destinazione chiese a padre Pio: «Che ne è di mio marito? Ha salvato la sua anima?» e padre Pio le rispose: «Non ve lo ha già detto in sogno? Alzatevi, pia donna, e andate in perfetta pace» (p. 299). Nel 1961 suor Elena Aiello ebbe una visione di Mussolini che le disse di essersi salvato l’anima (p. 300).

 

Conclusione

Quale morale trarre da questa breve storia? 1°) La forza d’animo di Rachele, che ha saputo sopportare e resistere nella sventura dal 1943 al 1979. S. Tommaso d’Aquino insegna che la virtù di forza consta di due parti: il sopportare le avversità (sustine) e il sormontare gli ostacoli (aggredi). La parte più difficile è quella di sopportare. Infatti il soldato che va all’assalto del nemico ha bisogno di meno coraggio e forza d’animo di quello che deve attendere per lungo tempo in trincea e respingere gli attacchi di un avversario aggressivo e potente. Ora, mentre Benito, che ha sfondato nel 1919-22 ed ha trionfato sino al 40, nella prova ha ceduto e si è lasciato andare, Rachele invece ha lottato con tutte le sue forze sino alla sua morte. 2°) L’infanzia difficile non l’ha spezzata, ma l’ha temprata e le ha dato la forza di ricominciare da zero ogni volta, senza restare mai passiva o con le mani in mano. 3°) Fu riservata in pubblico, ma energica in casa, ove faceva regnare l’ordine e per difendere la sua famiglia non esitò a munirsi di pistola e bombe a mano. 4°) Non ha voluto né cercato la gloria di questo mondo, anzi la temeva poiché sapeva che essa è effimera e passeggera e può far male all’anima, se ci si monta la testa. È sempre restata una semplice lavoratrice, arguta, intuitrice, né si è mai lasciata abbindolare dall’alta società, ove spesso più si sale e più il fetore aumenta. 5°) Ha sempre avuto e mantenuto un sincero e profondo spirito cattolico, anche se fu tradita e delusa dalle alte sfere clericali (il card. Schuster, la abbandonò nel dopo-guerra e Giovanni XXIII, non volle riceverla in udienza privata per motivi “prudenziali” o di opportunità politica, mentre ricevette il genero di Krusciov). Non ha confuso la Chiesa con gli uomini di Chiesa ed ha mantenuto la Fede, che ha saputo trasmettere anche al marito. 6°) Totalmente priva di rispetto umano, del falso culto della personalità, proprio dei traditori che osannavano in pubblico il Duce e lo tradivano in segreto, Rachele lo amò come uomo, nonostante le sue debolezze (“infondo era un pover’uomo”) e lo ha difeso con le unghie e coi denti, come ogni brava moglie dovrebbe fare. 7°) La tranquillità di una buona coscienza di madre e di sposa l’ha resa serena e le ha dato la capacità non solo di sopportare, ma anche di perdonare tutti sinceramente, col cuore, senza show pubblicitari. 8°) Dopo aver riavuto il corpo del marito si è preoccupata di sapere se si fosse salvato l’anima ricorrendo a padre Pio e quindi ha potuto rendere in pace l’anima a Dio. Rachele è il vero “uomo forte” della Forza di Dio, che dovrebbe essere presa ad esempio da tutti noi, per non abbatterci nelle difficoltà e per non insuperbirci nelle buone riuscite di questa breve e povera vita.

 

d. Curzio Nitoglia

 

il 23 ottobre 2010

in memoria della scomparsa di Donna Rachele Mussolini il 30 ottobre 1979


 


[1] L’Autrice si avvale soprattutto delle notizie riportate dai diari di donna Rachele e pubblicate poi in alcuni libri: Rachele Mussolini, La mia vita con Benito, Milano, Mondadori, 1948; Id., Benito, il mio uomo, Milano, Rizzoli, 1958.

[2] Cfr. F. Spadafora, Suor Elena Aiello, Cosenza, Suore Minime della Passione, 1964. Monsignor Francesco Spadafora (+ 1987) è stato il confessore e il direttore spirituale della Beata Elena Aiello.

[3] Cfr. Romano Mussolini, Il Duce mio padre, Milano, Rizzoli, 2004; Id., Ultimo atto, Milano, Rizzoli, 2005.

 

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