“DIVINITAS” E L’EBRAISMO:

IL PADRE DI TUTTI I PROBLEMI

LA CONVERSIONE DELL’EBRAISMO A CRISTO

d. CURZIO NITOGLIA

21 febbraio 2011

http://www.doncurzionitoglia.com/divinitas_ed_ebraismo.htm

 

 


● Nel 1° numero della “Rivista Internazionale di Ricerca e di Critica teologica” Divinitas” del 2011, fondata 54 anni fa nel 1957 da mons. Antonio Piolanti Rettore dell’Università Lateranense, vi è un “Summarium” a cura dell’attuale Direttore responsabile mons. prof. Brunero Gherardini in cui si legge:

 «Il primo quaderno del 2011 s’apre con un editoriale di singolare importanza: riguarda una questione che non avrebbe mai dovuto insorgere ed invece è ora talmente assimilata in alto ed in basso da smarrire la sua ragione di quaestio: se si possa, o no, pregare per la conversione degli Ebrei» (p. 2).

● La questione o domanda, che non era neppure pensabile di porsi prima del Vaticano II tanto era ovvia la risposta positiva, è “se sia lecito pregare per la conversione degli Ebrei”; purtroppo, dopo Nostra aetate - nell’epoca della post-modernità, ove la contraddizione è principio assoluto teorico e vitale della filosofia e della “neo-teologia” – questa domanda è diventata uno slogan di senso contrario con risposta negativa, un pregiudizio del tutto irrazionale e a-teologico: “non è intenzione della ‘Chiesa’ pregare e far proselitismo per la conversione degli Ebrei”.

Gesù, invece, ha inviato gli Apostoli “prima alle pecore sperdute della Casa d’Israele” e solo dopo ai pagani, per convertirli entrambi: “Andate e predicate nell’Universo mondo, chi crederà sarà salvato chi non crederà sarà condannato”.

La pratica della Chiesa da Cristo e i Dodici Apostoli sino a Pio XII è stata costantemente improntata al proselitismo soprattutto verso il Giudaismo post-biblico, che è la “religiosità” più contrapposta al Cristianesimo.

Ora la pratica costante e bi-millenaria della Chiesa non può essere erronea, essa è infallibile, altrimenti “le porte dell’inferno” avrebbero prevalso, il che è formalmente contrario alla divina Promessa del Redentore.

La pratica della “Chiesa conciliare” è cambiata di 360 gradi, perché è stata capovolta la dottrina dei rapporti tra Chiesa e Sinagoga. Mons. Gherardini lo spiega mirabilmente nel suo editoriale.

● L’Editoriale in questione s’intitola “Non è intenzione della Chiesa cattolica…”. Mons. Gherardini commenta: «Parole perentorie. […]. Da parte di chi? Non d’una persona qualunque, perché nessuno tra le persone qualunque può pretendere di parlare a nome della Chiesa cattolica. […]. Una sola persona gode nella Chiesa di una tale ufficialità e rappresentatività da legittimare una sola parola come parola della Chiesa. […]. Non c’è bisogno che qualcuno chieda chi sia; tutti sanno che si tratta del Papa. A livello sinodale, una sola assise raggiunge la Chiesa fin ai suoi estremi confini […], il Concilio Ecumenico. “Tertium non datur”» (p. 3). Le parole “non è intenzione della Chiesa cattolica operare attivamente[1] per la conversione degli ebrei[2] furono pronunciate, invece, non dal Sommo Pontefice della Chiesa romana, ma dal card. Bagnasco, arcivescovo di Genova e Presidente della CEI. Tuttavia esse «si ispirano ad alcuni pronunciamenti papali e conciliari» (p. 4). Certamente il cardinale non è il Papa né il Concilio Ecumenico, tuttavia non è neppure l’ultimo venuto, è anzi il Presidente dell’Episcopato italiano, il cui Primate è il Papa.

Ma neppure un cardinale arcivescovo e Presidente della CEI ha il potere di decidere, personalmente, per la Chiesa universale. Parlava, dunque, a nome del Papa? Dai titoli dei giornali, tra cui L’Avvenire, il quotidiano della CEI, si evince che egli parlava a nome dell’episcopato italiano e che applicava pastoralmente i princìpi del dialogo interreligioso giudaico-cristiano del Vaticano II ad una situazione concreta: “non c’è nel modo più assoluto alcun cambiamento nell’atteggiamento che la Chiesa cattolica ha sviluppato verso gli Ebrei a partire dal Concilio Vaticano II”. Quindi col Vaticano II è cambiata la dottrina e la prassi sul Giudaismo, ma non è cambiato nulla nel post-Concilio (Benedetto XVI incluso) quanto alla “continuità del cambiamento” avvenuto nel 1965.

La rottura è definitiva e il cambiamento non è stato mutato[3]. Questa è l’unica ermeneutica della “continuità-discontinua” che ci è dato scorgere, a parte la ‘frase storica’ del “motu proprio Summorum Pontificum cura” (7. VII. 2007) secondo la quale la Messa tridentina non è mai stata abrogata e non può esserlo, assieme all’effetto positivo di molti sacerdoti che son tornati o hanno iniziato ex novo a celebrare la Messa tradizionale, pur se la ‘storica frase’ e il felice ritorno al Rito detto di san Pio V, sono stati accompagnati immediatamente, e modernisticamente, dalla “duplicità” dell’infelice espressione di “Rito ordinario e straordinario”.

Mons. Gerardini vede che al di sopra dell’anomalia “formale” e giuridica di un cardinale e Presidente di un Episcopato nazionale o particolare, il quale parla, a nome della Chiesa universale anche se non consta che il Papa gli abbia dato un mandato specifico, vi è un problema dottrinale: l’applicazione di princìpi dati dal Vaticano II sui rapporti tra Cristianesimo e Giudaismo.

Infatti «nell’incontro del 22 settembre 2009 con i rabbini Laras e Di Segni, Sua Eminenza […] assicurò i suoi interlocutori sulla continuità “della comprensione reciproca” e del “cammino” che, dal Vaticano II in poi, “è stato straordinario e pieno di frutti per tutti”» (p. 5).

E “qui casca l’asino”. Infatti mons. Gherardini costata «lo stato d’ibernazione in cui la letteratura cattolica della divina Rivelazione, dal Vaticano II in poi, ha posto gran parte di quei passi neotestamentari che potrebbero risultare sgraditi al mondo ebraico; oppure ha dato dei medesimi un’interpretazione difforme da quella dell’irreformabile Tradizione cattolica» (p. 6). Questo è il problema dei problemi. Mons. Gheradini ha messo il dito sulla piaga.

Tra Tradizione cattolica (Padri ecclesiastici e Magistero sino a Pio XII[4]) e Nostra aetate (7 dicembre 1965) vi è difformità. Ora la Tradizione cattolica è una delle due Fonti della Rivelazione, è l’insegnamento unanimemente comune dei Padri, infallibile - quando parla di Fede e Costumi, Vita spirituale e Salvezza eterna[5] - come il Magistero ordinario costantemente ripetuto semper idem, mentre Nostra aetate ha un valore unicamente prudenziale o “pastorale” di applicazione di una dottrina al caso pratico. Quindi non è infallibile, né irreformabile ed essendo in rottura o in difformità con la Tradizione apostolica costante e irreformabile deve essere corretta e riformata.

Per fare un esempio, mons. Gheradini scrive che il Dio degli Ebrei non è quello dei Cristiani che è la SS. Trinità di cui Gesù Cristo è la Seconda Persona incarnata nel seno della Vergine Maria per opera dello Spirito Santo. Questi due dogmi principali del Cristianesimo, per l’Ebraismo attuale o post-biblico (che non è l’Antico Testamento, ma il talmudismo rabbinico), sono una bestemmia, per la quale Cristo fu crocifisso “poiché da uomo, si faceva Dio” (Gv., X, 33) e s. Stefano fu lapidato (cfr. p. 6).

Un altro esempio ci è porto sempre da mons. Gherardini a pagina 7 del suo Editoriale. Secondo la dottrina conciliare (Nostra aetate: “i doni di Dio sono irrevocabili”) e postconciliare (cfr. Giovanni Paolo II a Magonza nel 1980: “L’Antica Alleanza mai revocata”)[6] e l’Ebraismo attuale è ancora titolare dell’Alleanza con Dio. Invece la Tradizione cattolica (S. Scrittura interpretata unanimemente dai Padri e Magistero ecclesiastico costante e uniforme) insegna che «c’è una prima e c’è una seconda Alleanza: irrevocabile è ciò che dalla prima passa alla seconda, subentrata all’altra, quando questa “antiquata e soggetta ad invecchiamento ulteriore, sta ormai per scomparire” (Ebr., VIII, 8-13). Se non che la grazia promessa ai titolari dalla prima Alleanza non muore con essa, ma viene elargita ai titolari della seconda: questo, infatti, si verificò, quando quasi tutti i titolari della prima, rifiutando Cristo, […], non riconobbero il tempo in cui Dio li aveva visitati (Lc., XIX, 44). “A quelli, però, che l’accolsero” il Visitatore “fece il dono della figliolanza divina” (Gv., I, 12), strinse con essi [la “piccola reliquia” del popolo ebraico che accettò Cristo] la seconda Alleanza e l’aprì a quanti [i pagani] sarebbero sopraggiunti “dall’oriente e dall’occidente” da settentrione e da mezzogiorno (Lc., XIII, 29), trasferendo alla seconda tutti i doni già in possesso della prima» (p. 7).

Quindi molti membri del popolo eletto rifiutarono Cristo, ma “un piccolo resto” (Apostoli e Discepoli) Lo accolsero (Rm., XI, 1-10). Inoltre prima della fine del mondo s. Paolo prevede e rivela, divinamente ispirato, la conversione finale, in massa, di molti altri (Rm., XI, 26: “Et sic omnis Israel salvus fieret”).

Questa parola “conversione”, “salvezza” non piace agli ebrei attuali, e purtroppo dispiace anche ai prelati conciliari e post-conciliari e addirittura è messa in sordina da quei “tradizionalisti”, che, nella smania di sentirsi “uguali”, finiscono per diventare “diversi” dalla Tradizione cattolica.

San Paolo avverte profeticamente i cristiani giudaizzanti (di tutti i tempi): “Se volete farvi circoncidere [pensando che l’Antico Patto è ancora valido], Cristo non vi gioverà a nulla. […]. Coloro che vi perturbano [i giudaizzanti] si taglino pure tutto!” (Gal. V, 2 e 12). L’Apostolo ha anticipato di 2000 anni la «Teologia della “circon[venzione]cisione” di … “incapaci”», che oggi va di gran moda, specialmente tra certo clero “cattolico”.

Tuttavia mons. Gherardini ci ammonisce che questa parola (“conversione” si badi bene, e, non “circoncisione”) «piace alla Rivelazione cristiana (Rm., XI, 26). Invece l’affrettarne l’evento con la carità della preghiera […] piace ancor meno ai nemici [del dato Rivelato].

Tuttavia perché gli Ebrei si convertano e vivano non mancherà, pertanto e nonostante tutto, il contributo della nostra preghiera e della nostra cooperazione» (p. 8). Tutto ciò lo scrive un monsignore e lo pubblica una Rivista della Città del Vaticano, non i “tradizionalisti”, i quali su questo tema dal 2009 purtroppo tacciono o parlano a mezza bocca.

Attenzione: il Vangelo ci ammonisce, come ammonì i “tradizionalisti” di 2000 anni fa: “il Regno di Dio vi sarà tolto e sarà dato ad altri”. l’Alleanza con Dio è definitiva solo per quanto riguarda la Chiesa romana, quanto riguarda gli altri presuppone una corrispondenza al piano divino. Da qui nasce il problema della vera Dottrina e Carità, che occorre professare e vivere per essere “veramente figli di Dio”.

VERA E FALSA CARITÀ

Non c’è vera Carità senza Verità. Dalla vera unità di Fede e di dottrina, nasce la Carità soprannaturale, che ci fa amare Dio e il prossimo propter Deum. La sola Fede senza le “opere buone”, ossia la Carità, è morta, cioè non ha la grazia santificante.

Come evitare, quindi, di mancare gravemente alla Carità soprannaturale contro il prossimo e quindi indirettamente anche contro Dio Creatore dei nostri simili?

Innanzitutto bisogna avere la stessa Fede, la stessa dottrina. Una mancanza di unità di Fede e di dottrina, porta – immancabilmente – alla mancanza di unione di volontà o amore naturale (“idem velle idem nolle, haec est vera amicitia”, Cicerone) e soprannaturale.

Poi bisogna cercare di evitare certi difetti, come i pettegolezzi, le mormorazioni, le calunnie, le ingiustizie e le falsità. Purtroppo esse possono sussistere anche tra persone che hanno la stessa Fede, ma non vivificata dalla Carità “non ficta” (come la chiamava San Paolo) e soprannaturale.

Padre Alfonso Rodriguez nel suo Esercizio di perfezione e di virtù cristiane (Roma, Paoline, 1968) insegna: «Quale vita religiosa può esistere senza l’unione e la concordia? Neppure congregazione e comunità religiosa può sussistere senza una certa unione di spiriti e di idee. […]. San Girolamo dice che la Carità fa in modo che i religiosi siano veramente religiosi, i monaci veri monaci; senza di essa i monasteri non sono tali ma sono un inferno (non monasteria sed tartara) e i loro abitanti sono i demòni» (p. 193-194) “et hos devìta” (San Paolo). “Figlioli miei, non amiamo a parole e con la lingua soltanto, ma a fatti e in verità” (I Gv. III, 18) e ancora san Giovanni rivela: “Se uno vede il suo fratello nel bisogno, e gli chiude il proprio cuore, come può essere in lui l’Amore di Dio?” (I Gv. III, 17).

Padre Rodriguez prosegue scrivendo che quando giudichiamo esteriormente e sfavorevolmente il prossimo «distruggiamo la stima e il buon concetto che si ha di esso. Nel medesimo tempo distruggiamo l’amore di Carità soprannaturale» (p. 240).

Quanto alla mormorazione, che consiste nel riferire i difetti o vizi reali del prossimo senza necessità (non lo sarebbe se lo si dicesse solo al superiore per la correzione del difettoso), padre Rodriguez insegna: «è evidente che se io dicessi di un religioso che è un bugiardo, perderebbe dinanzi agli altri più stima di quanta non ne perderebbe un secolare di vita peccaminosa, di cui si dicesse che non digiuna tutta la Quaresima. […] La gravità del peccato di mormorazione non va misurata su ciò che si dice del tale, ma sulla reputazione di cui lo si priva. […]. Ora se di un religioso dico che è imprudente e di poco giudizio, quel religioso perde in tal modo più reputazione di quanta non ne perde un secolare se di lui si dice che ha commesso questo e quel peccato mortale» (p. 711-712).

Sant’Alfonso De Liguori nel suo libro La vera sposa di Cristo (Roma, Redentoristi, tomo I, 1934) riprende gli stessi temi ed aggiunge un esempio riguardo al peccato di mormorazione (molto meno grave di quello di calunnia, ove si dice del prossimo il male che non ha commesso): «un certo sacerdote mormoratore morì smaniando da furioso, lacerandosi la lingua con i denti. Un altro mormoratore in porsi a dir male di san Malachia, nello stesso punto gli si gonfiò la lingua e gli si riempì di vermi, e così dopo sette giorni di torture infelicemente se ne morì» (p. 443).

CONCLUSIONE

Occorre farsi un serio esame di coscienza: la nostra dottrina e la nostra vita pratica corrispondono alla vera Tradizione e Carità soprannaturale della Chiesa cattolica?

Oppure stiamo cercando di annacquare la prima - diluendo la verità assieme con la condanna dell’errore - e di perdere la seconda mediante la maldicenza, la calunnia, la lapidazione morale se non fisica del prossimo, che si trova in difficoltà, poiché non piace al mondo?

Attenzione! ne va della nostra salvezza eterna.

“Ero in prigione e non siete venuti a trovarmi, ero malato e non siete venuti a visitarmi”.

Come possiamo rispondere a queste domande?

Se trovassimo qualche lacuna in noi, basta la buona volontà di correggerci e tutto tornerà a posto.

In Caritate non ficta.

 

d. CURZIO NITOGLIA

 

21 febbraio 2011

 

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Note

[1] Forse nel lessico clericale “altamente sfumato” esiste anche un “operare passivamente”…ossia “non agendo”.

[2] http:/www.shalom.it/index.php?option=com_content&task=view&id=777&Ite…

[3] Il libro di mons. B. GherardiniConcilio Ecumenico Vaticano II. Un discorso da fare” (Frigento, 2009), in cui si chiedeva al Papa di sciogliere le ambiguità, le contraddizioni e i punti di rottura tra Vaticano II e Tradizione apostolica non ha avuto risposta: un discorso non fatto, un dialogo tra sordi, un “colloquio” a senso unico, solo e soltanto con il progressismo e la “Sinagoga di satana” (Apoc., II, 9) e contro la Tradizione.

[4] Tanto per fare un esempio si pensi alla Mit brennender Sorge, promulgata il 14 marzo 1937 da Pio XI, alla cui stesura collaborò l’allora card. Eugenio Pacelli futuro Pio XII nel 1939, ove si condanna il razzismo materialista e puramente biologico e si afferma anche che “Il Verbo avrebbe preso carne presso un Popolo che poi Lo avrebbe confitto in Croce”.

[5] Cfr. G. Casali, Somma di Teologia dogmatica, Lucca, Edizioni Regnum Christi, 1955, p. 157.

[6] Cfr. anche Divinitas n° 1 del 2006, pp. 27-49; n° 3 del 2009, pp. 247-250.


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