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LA DEVOZIONE ALLO SPIRITO SANTO

- QUARTA  e  ULTIMA  PARTE  PARTE -

d. CURZIO NITOGLIA

9 maggio 2011

http://www.doncurzionitoglia.com/devozione_spirito_santo_4_fine.htm

 

QUARTA  e  ULTIMA  PARTE

 

 La Perfezione in sé considerata

 

● Etimologicamente “Perfezione” viene dal verbo latino perficere, ossia fare completamente, sino alla fine, terminare, da cui viene perfectum: ciò che è compiuto, terminato o ultimato. Quindi una cosa è perfetta quando possiede tutto ciò che le conviene secondo la sua natura. Per esempio, un uomo cieco o sordo non è perfetto, gli manca qualcosa che è dovuto alla natura umana, mentre non è imperfetto se gli manca la capacità di volare, perché questa non è richiesta alla Perfezione umana. Invece un sasso o un albero, benché cieco e sordo, è perfetto nel suo genere minerale e vegetale, né la capacità di ragionare è dovuta alla sua Perfezione.

● La definizione reale di “Perfezione” ci dice che “unumquodque est perfectum in quantum est in actu”. Dio che è Atto puro senza alcuna potenza, è la Perfezione stessa sussistente, mentre non lo è l’Angelo, composto di essenza ed essere partecipato e finito-creaturale, e a fortiori non lo è l’uomo, che per di più è composto anche di anima e corpo. Perciò l’unico Essere assolutamente perfetto è Dio; tutti gli altri mancano di Perfezione totale. Essi possono tendere alla Perfezione ossia a unirsi a Dio, loro Fine ultimo, ma la Perfezione assoluta sarà solo di Dio e mai della creatura, che è solamente “perfettibile”, cioè suscettibile di avvicinarsi e unirsi, tramite la Grazia santificante, a Dio che è per natura la Perfezione stessa.

San Tommaso D’Aquino insegna che “unumquodque dicitur esse perfectum per partecipationem, in quantum attingit Finem suum, qui est ultima et absoluta Perfectio ” (S. Th., II-II, q. 184, a. 1). Perciò quando un ente creato raggiunge e si unisce al suo Fine, che è Dio, la “Perfezione per essenza”, si può dire che è “perfetto per partecipazione”; mentre quando si muove e cammina verso il suo Fine è “tendenzialmente perfetto”[1].

La Perfezione cristiana

● In cosa consiste la Perfezione spirituale o cristiana? L’Angelico risponde: «soprattutto e principalmente nella Carità infusa» (S. Th., II-II, q. 181, a. 1). Infatti la creatura razionale giunge alla Perfezione per partecipazione solo quando raggiunge il proprio Fine ultimo, che è Dio, la Perfezione per essenza. Ora la Carità è la Virtù che ci unisce a Dio, rendendoLo presente realmente e fisicamente nella nostra anima. Quindi la Perfezione per partecipazione o spirituale dell’uomo risiede nella Carità soprannaturale (ivi, in corpore).

● La Carità è l’essenza stessa o l’elemento principale, ma non esclusivo e totale, della Perfezione della vita cristiana. Naturalmente la Carità è la massima delle Virtù. Tuttavia ciò non significa che le altre Virtù siano puramente contingenti o accidentali e non entrino in nessun modo nella Perfezione spirituale umana. La Carità iniziale è l’elemento principale e più nobile della Perfezione cristiana, mentre la Virtù di Carità iniziale più le altre Virtù infuse (= Carità perfetta) sono proprietà necessarie della Perfezione integrale dell’uomo, che vive la vita della Grazia. Per esempio, l’essenza o l’elemento più nobile dell’uomo, naturalmente preso, è di essere “animale razionale” o “anima spirituale e corpo”; ma l’integrità della sua perfezione naturale richiede anche le membra, gli occhi, le mani…, che sono necessari all’uomo, anche se non sono l’essenza dell’essere umano. Quindi la Perfezione della vita cristiana, oltre la Carità, abbraccia necessariamente anche le altre Virtù la cui trasgressione costituisce colpa grave e indirettamente ci fa perdere la Carità o l’unione con Dio. Invece le Virtù, la cui trasgressione comporta solo peccato veniale e non spezza l’unione con Dio, non sono strettamente necessarie alla Perfezione cristiana, ma sono necessarie ad melius esse per la Carità perfetta ed è bene che siano presenti nell’uomo in quanto abbelliscono la Carità e la completano anche se non ad esse simpliciter o in maniera strettamente necessaria. I Consigli invece, che non obbligano neppure sotto pena di peccato veniale, sono strumenti o accidenti contingenti, che aiutano a vivere più facilmente in Grazia di Dio, ma senza di essi la Grazia abituale e la Carità, sia iniziale che perfetta, restano intatte nell’animo del cristiano (S. Th., II-II, q. 184, a. 3). Tuttavia sappiamo che le Virtù infuse, compresa la Carità, sono vissute da noi in un modo umano e quindi imperfetto. Quindi la Carità deve essere perfezionata dai Doni dello Spirito Santo e ultimamente da quello di Sapienza.

La “Carità” perfezionata dal “Dono di Sapienza”

È l’applicazione e la specificazione della dottrina già esposta sui Doni del Paraclito, che perfezionano il modo umano in cui viviamo le Virtù in un modo sovrumano o soprannaturale, sotto l’impulso della mozione o Grazia attuale speciale e sovrabbondante del Consolatore, che attua i sette Doni o abiti soprannaturali.

Siccome quanto alla sostanza anche le Virtù sono soprannaturali, esse reclamano, per essere perfette, un modo di azione soprannaturale, che è conferito loro solo dallo Spirito Paraclito (San Tommaso D’Aquino, In III Sent., dist. 34, q. 1, a. 1). Ora ciò vale massimamente per la Carità, che è la più nobile delle Virtù infuse e quindi reclama un modo soprannaturale di essere vissuta, di maniera che l’anima umana e specialmente la volontà cessino di essere il principio attivo o motore dell’atto di Amor di Dio e del prossimo per diventare soggetto passivo (come le vele di una barca spiegate al vento, al posto dei remi), che riceve con docilità e senza alcuna resistenza la mozione del Consolatore, il quale la fa correre a vele spiegate verso Dio.

Tre gradi di Carità e di Perfezione

● San Tommaso cita S. Agostino (In Ep. I Jo., tratt. V, n. 4) e insegna che «la Carità quando nasce viene nutrita; dopo esser stata nutrita è rafforzata; e dopo essersi irrobustita è perfezionata» (S. Th., II-II, q. 24, a. 9, sed contra). Perciò vi sono tre gradi di Carità: “l’incipiente o principiante, il progrediente o colui che avanza e il perfetto” (S. Th,.ivi, in corpore). Sempre nel corpo dell’articolo l’Angelico fa un paragone con il corpo naturale dell’uomo, che attraversa tre tappe fondamentali: “l’infanzia, l’adolescenza e la maturità”, ognuna delle quali ha nuove attività sempre più perfette. Così nell’ordine soprannaturale «la prima tappa è la lotta contro il peccato o conversione e ciò appartiene ai ‘principianti’ che debbono nutrire la Carità affinché non muoia. La seconda tappa consiste nel progredire dell’uomo nel bene o nelle Virtù; essa appartiene ai ‘proficienti o progredienti’, i quali agiscono affinché la Carità aumenti e si rafforzi. La terza tappa consiste nel tendere ad aderire o unirsi a Dio per beatificarsi in Lui e questi sono i “perfetti” per partecipazione. Lo stesso si nota nel moto corporale: prima si lascia il punto di partenza, poi ci si avvicina al traguardo e infine ci si riposa nel raggiungimento di esso» (S. Th., II-II, q. 24, a. 9). I ‘principianti’ hanno la Grazia santificante con le Virtù infuse e i Doni del Consolatore, ma resta ancora in essi la lotta contro il peccato e le sue reliquie di cui devono ancora purgarsi e quindi non hanno ancora la pace piena, che è presupposta dalla Perfezione cristiana. I ‘proficienti’ hanno i Doni e le Virtù in maniera un po’ più sviluppata dei principianti, ma non ancora sufficientemente, di modo che non possono esercitare tutta la loro virtualità. Nei ‘perfetti’ gli abiti infusi, ossia Doni e Virtù, sono perfettamente sviluppati e possono sfociare nell’unione con Dio, che è l’essenza della Perfezione cristiana e della vita mistica, e normalmente, ma non necessariamente, nella contemplazione infusa e nell’esperienza gustata dei misteri di Dio, una conoscenza immediata quasi intuitiva di Dio, ma non di Dio così come Egli è (che avverrà solo nella Visio beatifica del Paradiso, grazie al Lumen gloriae). Vi è dunque un contatto con Dio non nella sua Essenza, ma per mezzo degli effetti soprannaturali che produce nell’anima del mistico, dandogli il modo di vivere le Virtù in maniera sovrumana, “divina” per partecipazione ed eroica. Tali effetti divini prodotti da Dio nell’anima sono guardati con amore e persino gustati o assaporati nel Dono di Sapienza.

● Attenzione! Queste tre tappe sono solamente degli schemi che il Dottore Comune ci dà per facilitare la comprensione della natura della vita spirituale. Ma ogni anima ha il suo itinerario, che aggiunge a queste tre tappe altri particolari molto più complessi e specifici, con molte sfumature e transizioni. Non dobbiamo, perciò, applicarle ai singoli casi e alle anime in maniera troppo rigida e immodificabile accidentalmente.

La Perfezione è possibile in questa vita?

La Perfezione assoluta e totale, che esclude ogni limite e presuppone la totalità dell’Amore soprannaturale, è impossibile all’uomo “in via ad Patriam”, data la sua natura finita e limitata. In Paradiso sarà possibile una certa Perfezione con la totalità dell’Amore da parte del Beato, ma con una sproporzione quanto all’oggetto amato, che è Dio infinito e quindi illimitatamente superiore alle capacità del Beato, elevato alla Visione beatifica tramite il Lumen gloriae, ma sempre in maniera limitata e partecipata-creaturale. Quindi è esclusa la totalità assoluta della Carità riguardo l’oggetto amato, che è Dio infinito, anche da parte dei Santi del Cielo; essa appartiene solo a Dio. Vi è un terzo grado di Perfezione relativa che non esige né la totalità o proporzione riguardo all’oggetto amato che è Dio infinito, né da parte del soggetto amante, cioè di colui che vive in Grazia di Dio e Lo ama soprannaturalmente, non con la massima intensità e sempre in atto (ciò può avvenire solo in Cielo), ma escludendo solamente tutto ciò che impedisce l’Amore verso Dio: peccato mortale e veniale di proposito deliberato. Tale Perfezione relativa è possibile in questa vita (S. Th., II-II, q. 24, a. 8), poiché allontana da noi ciò che è contrario alla Virtù di Carità, come il peccato mortale che dà la morte alla Grazia santificante, radice della Carità. Infine allontana da noi anche tutto ciò che impedisce alla volontà di dirigersi verso Dio “con tutte le forze”, come ci dice il massimo Comandamento, e rimpicciolisce la totalità dell’Amor di Dio, senza la quale la Carità sussiste ancora, ma non è perfetta. Non può trovarsi nella vita ascetica (prima e seconda via dei ‘principianti’ e dei ‘progredienti’), ma solo nella vita mistica o dei ‘perfetti’ (S. Th., II-II, q. 184, a. 2). Quindi per l’Aquinate la Perfezione “in via” richiede l’assenza di tutto quel che impedisce l’Amore totale di Dio “con tutto il cuore, le forze, lo spirito”, ossia l’assenza non solo del peccato mortale, ma anche quello veniale di proposito deliberato. Infatti è di Fede che “in via” non possiamo evitare tutti i peccati veniali di fragilità e le imperfezioni (DB, 833). Quindi i peccati veniali di fragilità e le imperfezioni, che sono atti buoni ma meno perfetti  o fervorosi di ciò che potrebbero essere (“acti caritatis remissi”) e non sono nemmeno leggermente peccaminosi, non escludono la Perfezione cristiana. Di fatto tutti i Santi ebbero delle imperfezioni e dei peccati veniali di fragilità (S. Th., II-II, q. 24, a. 8).

La Perfezione implica la mistica

● Le Virtù infuse non possono raggiungere la loro Perfezione quanto al modo di agire, se non sono elevate dai Doni dello Spirito Santo, “attuati”, o fatti passare dalla potenza all’atto, abitualmente dagli impulsi o Grazie attuali sovraeminenti del Consolatore. Ma tale attuazione dei sette Doni al modo divino di agire è la natura della terza via dei ‘perfetti’ o mistica. Quindi essa è necessaria per giungere alla Perfezione relativa “in via ad Patriam”.

● La mistica è il termine e il compimento normale e non straordinario della vita cristiana. Tutti sono chiamati da Dio alla Perfezione e quindi almeno remotamente alla vita mistica. Questa tesi è sostenuta, oltre che dal Dottore Comune della Chiesa S. Tommaso D’Aquino (S. Th., II-II, q. 24, a. 9), anche dai grandi Dottori della vita spirituale: S. Giovanni della Croce (Fiamma viva d’amore, strofa II, n. 27;Notte oscura, I, 9, 9 ) e S. Teresa D’Avila (Cammino di perfezione, XVII, 2).

● La natura della mistica è l’attuazione dei Doni del Paraclito al modo divino o sovrumano. Ciò normalmente produce un’esperienza passiva di Dio, che è gustato come presente nell’anima specialmente dal Dono di Sapienza. Attenzione! L’esperienza mistica è totalmente diversa dal sentimento religioso o “esperienza religiosa” del modernismo. Infatti la vera esperienza mistica è passiva, ossia l’esperienza non è prodotta dal mistico, ma soprattutto dai Doni intellettivi e in maniera più completa dal Dono di Sapienza[2], che è estrinseco al mistico[3]. Invece l’esperienza religiosa del modernismo è un prodotto del sentimento umano, che erompe dal subconscio dell’uomo e che predomina sull’intelletto e la volontà illuminate dalla Fede ed aiutate dalla Grazia attuale di Dio. Inoltre non si sperimenta Dio presente coi suoi Doni nell’anima, ma si sente sentimentalisticamente e a livello subumano o subconscio[4] il “divino”, percepito vagamente come qualcosa che non è esterno e trascendente l’uomo ma immanente ad esso[5]; l’esperienza religiosa del modernismo non ha nulla a che spartire con la mistica, ma è propria del falso misticismo.

● Bisogna distinguere, inoltre, molto bene tra atto mistico, che è passeggero e transeunte e si ha quando l’influsso del Paraclito su un Dono ci fa produrre un’azione soprannaturale quanto all’essenza e al modo, e stato mistico, che è abituale e permanente, cioè quando l’anima, dopo una lunga vita ascetica (il ‘principiante’ e il ‘proficiente’), arriva all’unione abituale con Dio (il ‘perfetto’) o vita mistica. In questo secondo caso l’attuazione dei Doni è predominante e talmente frequente che prevale sull’esercizio delle Virtù al modo umano abitualmente e non in maniera transitiva tramite qualche azione passeggera.

● L’esperienza di Dio presente con la sua Grazia nell’anima non è essenziale alla vita mistica, invece, ne rappresenta solo il completamento[6] dal momento che può mancare in alcuni stati mistici, come le notti dei sensi e dello spirito o purificazioni passive[7], in cui si sperimenta l’assenza e quasi l’abbandono di Dio, ed anche nell’attuazione dei Doni affettivi dello Spirito Santo, che non conducono all’esperienza saporosa di Dio, la quale avviene in maniera perfetta specialmente con i Doni intellettivi e ultimamente ed in maniera specifica col Dono di Sapienza. Tuttavia tale passività non va intesa nel senso dei quietisti, come assoluta, ma è una passività relativa nei confronti del motore principale, che è lo Spirito Santo, e non nei confronti delle buone opere, che l’anima, spinta dal Paraclito, compie docilmente e cooperando liberamente o non opponendo resistenza alla mozione del Paraclito.

Doni affettivi e intellettivi

● La ragione profonda della eccezionalità o non necessità dell’esperienza di Dio nella vita mistica va ricercata nella distinzione tra Doni pratici o affettivi e Doni intellettivi e conoscitivi. Vi può essere vita mistica senza esperienza diretta e specifica dei frutti di Dio gustato come realmente presente nell’anima del giusto tramite i Doni intellettivi e specialmente il Dono di Sapienza. Infatti questo è il più alto dei Doni intellettivi (Intelletto e Scienza). Ora può esservi vera vita mistica coll’attuazione abituale dei quattro Doni affettivi o pratici del Paraclito (Timor di Dio, Fortezza, Pietà e Consiglio), senza che i tre Doni speculativi o intellettivi siano attuati abitualmente. Vi potranno essere atti di mozione dei Doni intellettivi, ma senza il loro influsso abituale. Lo stesso vale per la “contemplazione infusa”[8] che è prodotta dai Doni intellettivi e specialmente nel suo grado più alto da quello di Sapienza. Padre Reginaldo Garrigou-Lagrange in La vie spirituelle (marzo 1923) sostiene questa tesi. Padre Antonio Royo Marin sostiene che tale fu il caso di S. Teresina del Bambin Gesù, la quale certamente era nella terza via dei “perfetti” o vita mistica, ma “non godeva le abituali dolcezze della contemplazione” né tanto meno la saporosa presenza di Dio in lei grazie al Dono della Sapienza, anzi addirittura si sentiva abbandonata da Dio (Teologia della perfezione cristiana, cit., p. 321). Essa aveva sviluppati e attuati abitualmente i quattro Doni affettivi, poneva qualche atto di quelli intellettivi, ma non abitualmente. Quindi mistica e assenza di contemplazione infusa o esperienza soave della presenza degli effetti di Dio sulle anime sono compatibili. Tuttavia ciò è eccezionale, mentre la norma sarebbe che la pienezza della vita mistica comporti anche l’attuazione abituale dei Doni intellettivi, Sapienza compresa.

● Inoltre ascetica e mistica non sono due vie parallele e separate, ma si compenetrano vicendevolmente: dopo la vita ascetica seriamente condotta, Dio chiama l’anima e la introduce in quella mistica, ma una volta entrata nella terza via dei “perfetti” o unitiva, l’anima porrà sempre qualche atto ascetico pur vivendo abitualmente nello stato mistico relativamente passivo, contrariamente all’insegnamento dei quietisti[9]. Lo stato ascetico è quello in cui predominano gli atti ascetici; stato mistico quello in cui prevalgono gli atti mistici. L’asceta, però, può emettere qualche volta un atto mistico sotto l’influsso dello Spirito Santo, così come il mistico qualche volta procede con atti ascetici. Quindi non esiste un puro stato ascetico e un puro stato mistico. La mistica e l’ascetica non sono due vie indipendenti che conducono (ordinariamente o normalmente la prima e straordinariamente o anormalmente la seconda) alla santità, ma sono soltanto due tappe di un’unica via, la quale è quella della Perfezione della vita cristiana, che tutti sono chiamati a percorrere per avvicinarsi sempre più al loro Fine ultimo e riposarsi nel suo pacifico possesso. L’ascetica serve coma base e preparazione alla mistica, nella quale risiede la perfezione della vita soprannaturale.

● Attenzione! La mistica non ha nulla a che vedere con i carismi straordinari o gratiae gratis datae, che sono soltanto epifenomeni della vita soprannaturale in quanto non santificano l’anima di chi li riceve ma gli sono dati per l’edificazione del prossimo e possono coesistere persino con lo stato di peccato mortale. La mistica, invece, è lo sviluppo normale e pieno della Gratia gratum faciens o Grazia santificante soprannaturale nella sua essenza, la quale è in un certo modo “incohatio Vitae aeternae”.

Conclusione

Come si può vedere la mistica e la devozione allo Spirito Santo con i suoi sette Doni non sono qualcosa di facoltativo o accidentale, ma sono necessarie per la nostra vita spirituale e anche per la nostra salvezza eterna. Cerchiamo quindi di mettere in pratica ciò che abbiamo letto, tramite la lotta contro il peccato e la meditazione quotidiana, poi la pratica delle Virtù infuse e solo così saremo pronti a ricevere con docilità la mozione speciale del Paraclito sui Doni, che - dopo lo sforzo ascetico - si saranno finalmente sviluppati come le vele di una barca completamente spiegate per potere ricevere il soffio del vento e correre sempre più velocemente verso la meta.

Fine

d. CURZIO NITOGLIA

 

9 maggio 2011

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NOTE

[1] S. Tommaso D’Aquino, De perfectione vitae spiritualis, opusc. 18.

[2] Il modo divino o sovrumano di agire e di vivere le Virtù, che è proprio di tutti i Doni dello Spirito Santo, è estraneo al nostro modo di agire, che è umano. Quando i Doni sono attuati dalla mozione del Paraclito, l’anima percepisce questo elemento sovrannaturale quanto al modo di agire che le è estrinseco e trascendente. Quindi lo spirito umano percepisce che Dio Spirito Santo agisce in lei e che lei è “agita” o mossa da Lui in maniera relativamente passiva, quanto al Consolatore che ci muove, ma non quanto al bene che ci fa fare chiedendo la nostra cooperazione o non resistenza. Tuttavia tale esperienza è perfetta e compiuta solo coi Doni intellettivi e ultimamente col Dono di Sapienza. Se Dio, per i suoi disegni misteriosi su un’anima, vuole purificarla mediante le notti dei sensi e dello spirito, allora l’esperienza di Dio, che normalmente ma non necessariamente segue l’attuazione dei Doni, non verrà percepita dall’anima, la quale tuttavia è mossa dal Consolatore a vivere le Virtù in maniera sovrumana anche quanto al modo di agire. Questa è l’essenza della mistica e non può mancare neppure eccezionalmente.

[3] S. Teresa D’Avila, Vita, XV, 1; XVII, 1.

[4] Cfr. P. Parente, voce “Subcosciente”, in “Dizionario di Teologia dommatica”, Roma, Studium, IV ed., 1957.

[5] Cfr. C. Fabro, voce “Esperienza religiosa”, in “Enciclopedia Cattolica”, Città del Vaticano, 1948-1954, in XII volumi.

[6] Come un uomo, anche se non è un genio, è pur sempre un essere umano e la genialità è solo il coronamento della sua natura di animale razionale e non la sua essenza.

[7] La perfetta purificazione dell’anima si può ottenere solo mediante le “purificazioni passive”, che sono la “notte dei sensi” e quella “dello spirito” (cfr. S. Giovanni della Croce, Notte oscura). Infatti l’amor proprio ci acceca e, anche se volessimo, non riusciremmo a purificare completamente i nostri difetti più reconditi, che quasi non riusciamo a vedere. Allora interviene Dio e ci purifica prima direttamente mediante la “notte del senso”, che è una serie di aridità della sensibilità, la quale non sente più nessuna consolazione nella vita spirituale (cfr. S. Giovanni Della Croce, Notte oscura, I; S. Teresa D’Avila, Vita) e poi con la “notte dello spirito”, nella quale l’anima si sente come abbandonata da Dio e quasi riprovata (cfr. S. Giovanni, Notte oscura, II; S. Teresa, Vita, XIX, 2; Id., Castello interiore, Seste mansioni, I, 1-2).

[8] Cfr. S. Th., II-II, qq. 180-182. I Doni intellettivi sono il principio immediato che produce l’atto di contemplazione infusa soprannaturale, la quale ci fa “intuire la Luce eterna di Dio” (S. Agostino, Contro Fausto manicheo, lib. XII, cap. 48). I Doni affettivi non possono produrre direttamente l’atto di contemplazione soprannaturale, anche se possono disporre l’anima ad arrivarvi, grazie ai Doni intellettivi. Infatti la facoltà che produce la contemplazione o conoscenza amorosa è l’intelletto aiutato dalla volontà. Quindi i Doni che la producono sono quelli intellettivi, ai quali siamo disposti da quelli affettivi. Perciò la contemplazione infusa è prodotta dall’intelletto aiutato dalla volontà. Queste due facoltà sono perfezionate sostanzialmente dalla Virtù di Fede informata dalla Carità e rafforzata - quanto al modo di agire - dai Doni intellettivi dello Spirito Santo.

“Il Dono d’Intelletto purga l’intelligenza umana, che può quasi intuire Dio in un certo qual modo” (S. Th., I-II, q. 69, a. 2, ad 3). Il Dono di Scienza ci fa intuire l’oggetto secondario della contemplazione, ossia le creature, ma in rapporto a Dio, in quanto per mezzo di esse l’uomo si eleva alla conoscenza quasi intuitiva di Dio. Il Dono di Sapienza, infine, ci fa intuire Dio perfezionando l’intelligenza e la Fede e, in quanto ci fa sperimentare la soave presenza di Dio nell’anima nostra, perfeziona la volontà e la Virtù di Carità (S. Th., I-II, q. 69, a. 3, ad 1).

[9] Cfr. R. Garrigou-Lagrange, Perfezione cristiana e contemplazione, cit., p. 677 ss.

 

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