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LA DEVOZIONE ALLO SPIRITO SANTO

- SECONDA  e  TERZA  PARTE -

PRIMA  PARTE SECONDA e TERZA  PARTE QUARTA  PARTE

d. Curzio Nitoglia

6 maggio 2011

http://www.doncurzionitoglia.com/devozione_spirito_santo_2_e_3.htm

 

 

SECONDA PARTE

 

 

 

Necessità dei Doni dello Spirito Santo

 

 

 

1°) I Doni sono necessari al perfezionamento delle Virtù

 

poiché quest’ultime quanto al modo di agire sono umane e quindi imperfette, hanno bisogno di essere soprannaturalizzate o perfezionate anche quoad modum. Ora questo è esattamente il compito dei Doni del Paraclito. Quindi i Doni sono necessari alla vita cristiana in quanto mossi o attuati dalla Grazia attuale speciale dello Spirito Santo stesso e non dalla ragione anche se illuminata dalla Fede come nelle Virtù infuse. I Doni, perciò, conferiscono alle Virtù infuse la forza sovrabbondante anche quanto al modo di sviluppare tutta la loro energia soprannaturale (S. Th., I-II, q. 68, a. 2). Attenzione! l’imperfezione delle Virtù è solamente e puramente accidentale, ossia quanto al nostro modo umano e quindi imperfetto di agire, e non essenziale, poiché in sé esse sono sostanzialmente soprannaturali. Ecco la necessità che i Doni vengano a perfezionare le Virtù, disponendo le facoltà dell’animo umano ad essere mosse soprannaturalmente, anche quanto al modo di agire, dall’influsso del Paraclito. L’Angelico lo spiega mirabilmente: «in ordine al Fine ultimo soprannaturale, verso il quale la ragione umana tende in quanto è informata imperfettamente - quanto al modo di agire - dalle Virtù teologali, non basta la mozione della ragione se non le si sovraggiunge il soffio dello Spirito Santo» (S. Th., I-II, q. 68, a. 2). Tale soffio del Paraclito perfeziona le Virtù quanto al modo e le rende “eroiche o divine” (S. Th., I-II, q. 65, a. 2; II-II, q. 23, a. 8; I-II, q. 68, a. 4).

 

2°) I Doni sono necessari alla salvezza eterna?

 

È la questione che si pone San Tommaso nella Somma Teologica (I-II, q. 68, a. 2) e risponde di sì. L’Angelico si basa sull’imperfezione con cui l’uomo possiede e usa le Virtù infuse al modo umano e conclude scrivendo: «nessuno può giungere all’eredità della Terra beata se non è mosso e condotto dallo Spirito Santo. Quindi, per conseguire il Fine è necessario all’uomo il Dono dello Spirito Santo». Padre Antonio Royo Marin commenta: «molti si salvano senza gli atti, ma non senza gli abiti dei Doni. I bambini battezzati, che muoiono prima dell’uso di ragione, si salvano senza gli atti delle Virtù e dei Doni, ma non senza i loro abiti. Così come coloro che si convertono in punto di morte e coloro che vivono una vita spirituale tiepida, senza manifesta attuazione dei Doni, ma muoiono in Grazia. Le Virtù senza i Doni possono produrre atti imperfetti. Se non si presentano delle occasioni difficili che richiedono l’aiuto dei Doni, questi atti sono sufficienti a salvarli, ma sempre attraverso il fuoco del Purgatorio»[1]. De facto o l’eccezione è che ci si può salvare con la sola Grazia santificante e il suo corteo: le Virtù infuse e i Doni dello Spirito Santo, senza compiere atti soprannaturali anche quanto al modo e persino senza atti di Virtù, come succede ai neonati che hanno ricevuto il Battesimo, la Grazia, l’abito delle Virtù infuse e dei Doni, ma, non avendo l’uso di ragione, non possono compiere atti volontari. Tuttavia, se muoiono in Grazia di Dio senza aver ancora compiuto atti di Virtù infuse, vanno in Paradiso. De jure o la regola, invece, è che per salvarsi occorre la Grazia abituale con il suo corteo: le Virtù e i Doni vissuti con atti imperfetti quanto al modo mediante le Virtù o perfetti tramite i sette Doni che ogni uomo, il quale ha l’uso di ragione, deve compiere per cogliere il Fine ultimo. Quindi nella vita normale di ogni uomo l’attuazione dei Doni è moralmente necessaria per vivere in Grazia di Dio e salvarsi l’anima. Per esempio nella minaccia di martirio o si compie l’atto eroico di fortezza, grazie alla Virtù di forza sopraelevata dal Dono di fortezza, o si apostata e ci si perde.

 

I “Frutti” dello Spirito Santo e le “Beatitudini”

 

● Quando l’anima non resiste, ma coopera docilmente all’azione o mozione della Grazia attuale speciale o sovrabbondante dello Spirito Paraclito, che attua i Doni, allora produce i Frutti dello Spirito Santo, che sono degli atti eroici di Virtù paragonabili ai frutti di un albero, come i Doni ai rami e l’effetto alla causa. Questi atti, che sono eroici quanto al modo di azione, sono effetto dei Doni e della mozione attuale e sovrabbondante del Paraclito essi sono caratterizzati dalla facilità, soavità e dolcezza con cui sono posti e che fanno sperimentare all’anima. S. Tommaso scrive che «sono Frutti dello Spirito Santo tutti quegli atti buoni nei quali l’anima trova consolazione spirituale» (S. Th., I-II, q. 70, a. 2). La Vulgata ne ricorda dodici: “carità, gioia, pace, pazienza, benignità, bontà, longanimità, mansuetudine, fede, modestia, continenza e castità” (Gal., V, 22-23). I Frutti del Paraclito producono le opere dello spirito, mentre i frutti della natura umana decaduta e ferita dal peccato originale e tentata dal demonio producono le opere della carne (S. Th., I-II, q. 70, a. 3, ad 4). I Frutti del Paraclito dicono totale opposizione alle opere della carne, che inclina ai beni sensibili i quali sono inferiori all’uomo; invece lo Spirito Santo ci spinge verso ciò che è superiore a noi (S. Th., I-II, q. 70, a. 4).

 

● Le Beatitudini sono ancora più perfette dei Doni e dei Frutti. Esse sono il culmine della vita cristiana su questa terra e danno un certo avangusto del Paradiso (S. Th., I-II, q. 69, a. 2). Non sono abiti ma atti, “opera perfecta” li chiama l’Angelico (S. Th., I-II, q. 69, a. 1), e talmente perfetti che sono effetto dei Doni più che delle Virtù (S. Th., I-II, q. 70, a. 2). Gesù nel “Discorso della Montagna” ne enumera otto: “povertà di spirito, mansuetudine, lacrime, sete di santità, misericordia, purezza di cuore, pace, persecuzione a causa di Gesù” (Mt., V, 3-10).

 


 

TERZA PARTE

 

 

 I Doni in se stessi [2]

 

1°) Il Dono del Timor di Dio

 

San Tommaso (S. Th., II-II, q. 19, a. 1) lo definisce un abito soprannaturale per cui il giusto, sotto la mozione dello Spirito Consolatore, acquista una docilità speciale per sottomettersi e uniformarsi completamente alla Volontà divina anche nelle cose avverse e spiacevoli. Certamente Dio, in quanto Bontà infinità, è oggetto di Amore e non di Timore, ma in quanto Giustizia infinita, che premia il bene e castiga il male e perciò può castigare le nostre azioni malvagie, è oggetto del nostro Timore, che può essere servile (paure del castigo) o filiale (dispiacere di offendere un Dio infinitamente amabile). Il Dono riguarda il Timor filiale ed esclude quello servile (cfr. S. Th., II-II, q. 19, a. 1 in corpore e ad 2).

Tale Dono è quindi necessario per perfezionare il modo in cui viviamo la Virtù di Speranza, senza cadere nella presunzione di salvarci senza merito, oppure nella disperazione (S. Th., II-II, q. 19, a. 9, ad 1 e ad 2), e perfeziona anche la Virtù di temperanza, in quanto il Dono corregge la tendenza disordinata al piacere sensibile, rafforzando in maniera soprannaturale ed eroica la Virtù di Temperanza, che tiene a bada i piaceri della golosità e della sensualità (S. Th., II-II, q. 141, a. 1, ad 3).

 

2°) Il Dono di Fortezza

 

San Tommaso ne tratta nella Somma Teologica (II-II, q. 139). Esso si può definire come un abito soprannaturale che irrobustisce l’anima affinché pratichi, mossa dal Paraclito, tutte le Virtù in maniera eroica con la fiducia invincibile ed incrollabile di superare i maggiori ostacoli e sopportare le più grandi avversità.

Il compito di questo Dono è di elevare le forze dell’animo umano e farle giungere ad una maniera di agire “divina” per partecipazione, soprannaturale, perfetta e sovrumana o eroica. Benché il Dono di Fortezza perfezioni direttamente la Virtù di Forza, non di meno il suo influsso raggiunge tutte le Virtù, la cui pratica eroica suppone la Fortezza speciale che è Dono dello Spirito Santo (S. Th., II-II, q. 139, a. 1, ad 3; cfr. In III Sent., dist. 34, q. 3, a. 1, quaest. 2, sol.).

La differenza specifica tra Virtù infusa di Forza e Dono di Fortezza consiste nel loro diverso modo di azione. Mentre la Virtù infusa si appoggia all’aiuto divino, il quale in sé è invincibile ed onnipotente, ma quanto al suo esercizio si comporta in modo umano, ossia secondo il discorso della ragione illuminata dalla Fede, che non riesce a togliere completamente dall’animo la percezione delle proprie debolezze e dei limiti della propria forza, il Dono fa sì che l’anima sia mossa dall’impulso del Paraclito in modo totalmente soprannaturale e quindi toglie ogni apprensione dovuta alla coscienza dei propri limiti e fa abbandonare all’azione diretta, immediata e onnipotente dello Spirito non tenendo in nessun conto le proprie capacità con i propri limiti[3].

Si vede perciò che il Dono di Fortezza è necessario non solo per la perfezione della Virtù di Forza e delle altre Virtù infuse, ma a volte anche per potere restare in Grazia di Dio, per esempio di fronte alla minaccia del martirio.

 

3°) Il Dono di Pietà

 

È un abito soprannaturale infuso assieme alla Grazia santificante per eccitare la volontà, sotto l’influsso dello Spirito Santo, ad amare Dio come un figlio ama il padre e il prossimo come un fratello.

L’aspetto formale del Dono di Pietà, secondo San Tommaso (S. Th., II-II, q. 121), è l’amore filiale che accende nella nostra volontà e che lo differenzia dalla Virtù di Pietà. Questa è una parte della Virtù di Religione, la quale ci fa adorare Dio come Creatore, con la ragione aiutata e illuminata dalla Fede, mentre il Dono di Pietà ci fa considerare Dio come Padre amorevole e amante, che ci ha dato la vita della Grazia (S. Th., II-II, q. 121, a. 1, ad 2). Inoltre il Dono di Pietà si estende anche a tutti gli uomini creati da Dio e figli adottivi di Lui, in potenza o in atto mediante la Grazia abituale o giustificante (S. Th., II-II, q. 121, a. 1, ad 3).

Questo Dono è necessario per perfezionare sino all’eroismo del modo soprannaturale gli atti della Virtù di Giustizia e di quelle Virtù che da essa derivano, tra cui la Religione e la Pietà. Praticare la Religione sotto l’impulso del Paraclito, che ci fa vedere in Dio un Padre amoroso che va riamato con tutte le forze, diventa molto più facile e perfetto. Così verso il prossimo il Dono di Pietà perfeziona le inclinazioni della Giustizia e della Carità, conferendo loro una certa affettuosa e intensa gentilezza,che sorpassa il modo puramente umano con cui viviamo tali Virtù. Esso pone nell’anima lo spirito e l’abito di abbandono filiale tranquillo e fiducioso, senza alcun dubbio, nelle braccia di Dio. Nulla può alterare la pace dell’anima che possiede tale Dono attuato abitualmente dall’impulso del Paraclito.

Uno dei Vizi maggiormente opposti a questo Dono è la”durezza di cuore”, che nasce dall’amore disordinato ed egoistico di noi stessi, il quale assorbe tutta la nostra attenzione e ci fa commuovere solo per quanto riguarda noi stessi, dimentichi del prossimo e di Dio. Donde l’asprezza, il rancore,la vendetta che alberga nella nostra volontà. Invece quanto più il Dono di Pietà è sviluppato in un’anima tanto più essa è sensibile agli interessi di Dio e del prossimo[4].

 

4°) Il Dono di Consiglio

 

È un abito soprannaturale per il quale l’anima in Grazia di Dio, sotto l’ispirazione dello Spirito Santo, giudica correttamente nei singoli casi ciò che conviene fare o non fare in vista della salvezza eterna (cfr. S. Th., II-II, q. 52, a, 2).

Questo dono perfeziona la Virtù di Prudenza, in cui vi è un lento e  faticoso lavorio della ragione, illuminata dalla Fede e mossa dalla Grazia attuale ordinaria, per determinare quale mezzo sia meglio prendere per conseguire il Fine. Con il Dono di Consiglio cambia la modalità di operazione, in quanto l’animo umano non opponendo resistenza segue docilmente il “Consiglio” dello Spirito Santo ricevuto nell’omonimo Dono e quindi l’uomo o, meglio, lo Spirito Consolatore muove l’uomo a scegliere con prontezza, facilità, senza difficoltà e dubbi quale mezzo prendere, cosa fare hic et nunc per cogliere il Fine ultimo.

Questo Dono è necessario nei casi difficili da risolvere e che richiedono una decisione immediata, senza avere il tempo di consultare un manuale di teologia morale o un moralista. A volte tali casi ci pongono di fronte alla responsabilità morale di fare il male o evitarlo e perciò il Dono in questione è necessario per la salvezza. Per esempio, a volte è molto difficile conciliare in concreto la fermezza con la dolcezza, la vita interiore con l’apostolato, l’affetto e la bontà verso il prossimo con la purezza. Esso è necessario soprattutto ai sacerdoti, che, avendo studiato teologia morale, riescono a far diventare bene il male e viceversa attraverso i cavilli e i sofismi della casuistica. Giustificare l’ingiustificabile, conciliare l’inconciliabile è assai difficile per i semplici fedeli, ma diventa facile per i “teologi” che pongono la teologia al servizio della passione dell’amor proprio e non della verità che è conformità alla realtà oggettiva. S. Agostino insegna: “quel che ci piace diventa buono e quel che desideriamo diventa santo”. Allora solo il Dono del Consiglio, che sopranaturalizza la ragione naturale ferita dal peccato originale e incline a seguire piuttosto i propri capricci che la verità, può farci emettere un giudizio vero immediatamente e senza dover troppo indagare, anche se esso contrasta i nostri desideri naturali.

Tale Dono corregge la precipitazione nell’agire senza dovuta riflessione o “consiglio” da parte di un saggio, che nel caso è lo Spirito stesso di Sapienza, come pure la ostinazione, per eccessiva fiducia in se stessi, nel proprio parere, anche quando esso si rivela non vero.

Questi sono i primi quattro Doni pratici (quello di Consiglio è speculativo-pratico), che ci aiutano ad agire soprannaturalmente ed eroicamente; poi vengono i tre Doni speculativi (Intelletto, Scienza e Sapienza) che ci aiutano a conoscere ed amare Dio in maniera più soprannaturale e “divina” per partecipazione. Vediamoli!

 

5°) Il Dono di Intelletto

 

È un abito soprannaturale, infuso assieme alla Grazia abituale e alle Virtù, per cui l’intelligenza umana, mossa direttamente dall’impulso o Grazia attuale speciale e sovrabbondante del Paraclito, riesce a penetrare sempre più profondamente (“intus legere”) il senso o lo spirito delle verità Rivelate ed anche quelle naturali viste alla luce di Dio o sub specie aeternitatis.

Sappiamo che solo la Grazia sovrabbondante del Paraclito può attuare i Doni e non basta quella ordinaria che attua le Virtù. Quindi l’uomo può soltanto predisporsi, tramite un lungo sforzo ascetico, a sviluppare i Doni e a ricevere docilmente l’impulso o Grazia attuale del Consolatore, come il marinaio che spiega le vele della barca e le dispone a ricevere docilmente il soffio del vento.

L’elemento specifico di questo Dono è la capacità di farci penetrare o “leggere dentro” in modo profondo e quasi intuitivo, che supera il ragionamento umano, le verità Rivelate (S. Th., II-II, q. 8, a. 6, ad 2). L’Angelico lo definisce lapidariamente “simplex intuitus veritatis” (S. Th., II-II, q. 180, a. 3, ad 1). Il Dono di Intelletto è la simplex apprehensio e si distingue dai Doni speculativi di Scienza, Sapienza e da quello speculativo-pratico di Consiglio (che emette un giudizio sul come applicare le verità Rivelate al singolo caso pratico), che invece oltrepassano la semplice conoscenza della verità ed emettono un giudizio sulle verità Rivelate, cosa che l’Intelletto non fa (S. Th., II-II, q. 8, a. 6).

Questo Dono è necessario poiché la Fede si esercita in modo umano e discorsivo o ragionato (adesione dell’intelligenza umana spinta dalla volontà, mosse entrambe dalla Grazia attuale ordinaria, ad una verità Rivelata da Dio e proposta a credere dal Magistero della Chiesa). L’uomo ragiona non intuisce. Solo il Dono di Intelletto gli dà il potere di intuire le Verità Rivelate.

 

6°) Il Dono di Scienza

 

San Tommaso ne parla nella Somma Teologica (II-II, q. 9) e lo definisce un abito soprannaturale infuso con la Grazia giustificante e le Virtù, mediante il quale l’intelligenza umana, sotto l’impulso della Grazia attuale eccezionale del Paraclito, giudica correttamente le cose create e finite in ordine al Fine soprannaturale ultimo. Scientia est cognitio certa per causas (Aristotele), perciò questo Dono ci dà la certezza sulla natura delle creature in ordine al Fine ultimo, ossia sulla loro bontà per aiutarci a coglierlo. Infatti “chi vuole il Fine , prende i mezzi”. Ora come si fa ad essere certi che tale mezzo creato è buono per farmi giungere al Fine ultimo? Il ragionamento, anche se aiutato dalla Grazia attuale ordinaria delle Virtù infuse, agisce nel modo umano e quindi vi è possibilità d’errore. Solo la Grazia o mozione attuale e sovrabbondante del Paraclito, che attua l’abito del Dono di Scienza, toglie ogni dubbio e possibilità di errore (S. Th., II-II, q. 8, a. 6). Infatti le creature possono allontanarci o avvicinarci al Fine e chi ci dice con certezza e immediatamente se tale creatura o mezzo (“ea quae sunt ad finem”) per noi è buona o inadatta a conseguire il Fine è il Dono di Scienza (S. Th, II-II, q. 9, a. 4).

Questo Dono è necessario poiché non basta la conoscenza più approfondita delle verità di fede o Rivelate (Dono di Intelletto), ma per salvarci dobbiamo sapere con certezza se i mezzi che prendiamo o le creature che ci circondano ci aiutano o ci ostacolano per giungere al Fine dovendo noi usare di esse “tanto quanto, né più né meno” (S. Ignazio da Loyola, Esercizi Spirituali).

 

7°) Il Dono di Sapienza

 

È il più alto dei sette Doni. L’angelico lo definisce come un abito soprannaturale, infusoci assieme alla Grazia santificante e alle Virtù, che ci fa giudicare rettamente di Dio e delle cose divine nelle loro ultime e altissime cause ed inoltre ce le fa gustare per una certa connaturalità (S. Th., II-II, q. 45, a. 1). Questo Dono si differenzia da quello di Scienza in quanto giudica delle cose divine e ce le fa sperimentare con piacere e soavità (“Gustate e vedete quanto soave è il Signore”, Sal., XXXIII, 9 e San Bernardo Di Chiaravalle canta: “Nec lingua valet dicere, / nec littera exprimere; /expertus potest credere, / quid sit Jesum dirigere, Inno Jesu, dulcis memoria), mentre il Dono di Scienza ci fa giudicare delle creature in rapporto a Dio. Il Dono di Sapienza è perciò inferiore solo alla “Visione beatifica”.

Nei ‘perfetti’ gli abiti infusi, ossia Doni e Virtù sono completamente sviluppati e possono sfociare nell’unione con Dio, che è l’essenza della vita mistica e normalmente, ma non necessariamente, nella contemplazione infusa e nell’esperienza gustata dei misteri di Dio, che è una conoscenza immediata quasi intuitiva non di Dio così come è (che avverrà solo nella Visio beatifica del Paradiso, grazie al Lumen gloriae) ma dei suoi misteri. Vi è dunque, col Dono di Sapienza, un contatto con Dio non nella sua Essenza, ma per mezzo di suoi effetti soprannaturali prodotti nell’anima del mistico, dandogli il modo di vivere le Virtù in maniera sovrumana o “divina” per partecipazione. Tali effetti divini sono guardati con amore e persino gustati o assaporati nel Dono di Sapienza.

Questo Dono è necessario perché perfeziona sino all’eroismo del modo sovrumano la Virtù di Carità, la quale è “il vincolo della Perfezione” in quanto ci unisce a Dio e senza la quale non si ha la Grazia abituale.

 

Novena per ottenere i Doni dello Spirito Santo

Beata Vergine Maria, che siete la Mediatrice e dispensatrice di ogni Grazia, ottenetemi da Gesù:

1°) Il Dono del Timor di Dio, affinché mi aiuti a non cadere nel peccato per non dispiacere al Signore e ad amar Dio come Padre affettuosissimo.

Pater, Ave e Gloria.

2°) Il Dono di Pietà, affinché possa sempre servir Dio con il massimo fervore ed amare sinceramente e generosamente il prossimo mio quale Suo figlio e mio fratello e specialmente i bisognosi e i sofferenti.

Pater, Ave e Gloria.

3°) Il Dono di Fortezza, affinché possa superare risolutamente tutti gli ostacoli e sopportare tutte le avversità di questa vita, che possono impedire la salvezza dell’anima mia.

Pater, Ave e Gloria.

4°) Il Dono di Consiglio, affinché possa ben scegliere tutto ciò che mi aiuta meglio a santificarmi e a raggiungere il mio Fine e a scoprire gli inganni del demonio tentatore.

Pater, Ave e Gloria.

5°) Il Dono di Intelletto, col quale possa intendere bene e correttamente i Misteri divini e distaccarmi, così, dalle cose di questo mondo per aderire a Dio solo.

Pater, Ave e Gloria.

6°) Il Dono di Scienza, affinché possa conoscere tutte le cose create in relazione col Creatore e discernere la loro bontà o malizia per servirmene tanto quanto mi aiutano, né più né meno.

Pater, Ave e Gloria.

7°) Il Dono di Sapienza, affinché possa rettamente giudicare dei Misteri divini, amarli, viverli e gustare la loro soavità per essere indissolubilmente unito a Dio.

Pater, Ave e Gloria.

Si può terminare col “Veni Creator Spiritus”.

 

Note

 

[1] Teologia della perfezione cristiana, cit., p. 188.

 

[2] Cfr. S. Th., II-II, q. 8, 9, 19, 45, 52, 121, 139; Giovanni Di San Tommaso, Cursus theologicus In I-II dist. 18; Id., Les Dons du Saint-Esprit, tr. fr., Parigi, Téqui, II ed., 1950; R. Garrigou-Lagrange, Le tre età della vita interiore…, cit.; Id., Perfezione cristiana e contemplazione…, cit.

 

[3] Cfr. Giovanni Di San Tommaso, In I-II, dist. 18, a. 6.

 

[4] Cfr. G. Di San Tommaso, In II-II, dist. 18, a. 6, § 1, n. 26.

 


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