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COMMENTARIO su NOSTRA ÆTATE

 

 

DON CURZIO NITOGLIA

 

Cristianesimo e ebraismo. “L’Antica Alleanza mai revocata”:

1°) Giovanni Paolo II:

1ª obiezione:

Sin dal suo primo incontro con una delegazione ebraica, il 12 marzo 1979, G. P. II cita la Dichiarazione Nostra Aetate, «il cui insegnamento esprime la fede della Chiesa – (come preciserà più tardi a Caracas, in Venezuela, il 27 gennaio 1985).

Secondo “Nostra Aetate” [da qui in avanti abbreviata in N.A.] il legame che unisce spiritualmente il NT con la progenie di Abramo, che sono non solo gli ebrei dell’Antica Alleanza ma anche quelli odierni, sia per il Concilio che per G. P. II.

Infatti citando Rm. XI, 28-29 il Concilio dichiara - scrive padre Jean Stern della pontificia Università Urbaniana - a proposito degli ebrei [post-biblici] che formano un “popolo amatissimo dal punto di vista dell’elezione, a causa dei loro padri, poichè i doni di Dio sono irrevocabili”. Quindi se la comunità religiosa ebraica, formata dall’insegnamento rabbinico, appartiene alla discendenza [spirituale] di Abramo... l’ebraismo [post-esilico] costituisce una religione, gli ebrei di oggi formano un popolo» ().

1ªRisposta:

1°) “N.A.” rappresenta la fede della Chiesa:

La Dichiarazione “N. A.”, del 28 ottobre 1965, su «le relazioni della Chiesa con le religioni non cristiane», al n° 2 parla del Buddismo e Induismo, al n° 3 parla dei Musulmani, al 4a, parla del “legame della Chiesa con la stirpe di Abramo”. Ora stirpe = razza o discendenza carnale di Abramo; mentre la Chiesa è ultranazionale e supra-razziale; è universale, cattolica, riguarda la fede, le anime di tutti gli uomini, di tutte le ère, di tutto il mondo. La Chiesa non ha legame spirituale con nessuna stirpe particolare. Quindi non si può mettere in rapporto o legame la stirpe carnale o il sangue, con la fede, l’anima o lo spirito. Questa è la prima grande anomalia o contraddizione nei termini di “N.A.”.

Il giudaismo post-biblico non è tanto una pura religione quanto una ideologia o “religione” razziale; Elio Toaff, ex rabbino capo di Roma, ha scritto: «Ebreo è un popolo che ha una religione. I due concetti sono inscindibili. L’identità ebraica è costituita soprattutto dall’appartenenza al popolo ebraico. Anche chi non è religioso è ebreo in quanto appartiene al popolo ebraico. La religione ebraica è solo per il popolo ebraico» ().

Occorre poi specificare che stirpe di Abramo non sono solo i giudei, ma anche gli arabi: infatti Ismaele (loro capostipite) era figlio di Abramo ed Agar, (mentre Isacco, capostipite degli ebrei, era figlio di Abramo e Sara). Quindi quando “N.A.” parla dei “punti di contatto con i Musulmani” al n° 3 e al n° 4, ove tratta della “stirpe di Abramo”, e trattando solo “degli ebrei”, commette una discriminazione razziale nei confronti degli arabi, (i quali son presentati solo come “musulmani che cercano di sottomettersi... a Dio come... Abramo, a cui la fede islamica volentieri si riferisce”), senza dire che se da parte di madre sono figli della schiava Agar, da parte di padre son figli carnali o stirpe di Abramo come gli ebrei. Non sono “Nescio Nomen”, hanno madre e padre, anche se la loro madre era una schiava, e la madre di Isacco e degli ebrei era la padrona.

La teologia cattolica ha distinto adeguatamente (prima e meglio del Concilio Vaticano II) la discendenza di Abramo:

a) secondo la carne: ebrei ed arabi.

b) secondo la fede: ossia coloro che hanno la fede di Abramo, egli credeva nel Cristo venturo, era cristiano in voto. Gesù nel Vangelo di Giovanni (VIII, 56) dice “Abramo, vostro padre (secondo la carne), desiderò veder il mio giorno (l’Incarnazione del Verbo), lo vide (in spirito) e ne tripudiò (mi accolse nel suo animo, nella sua fede, mentre voi no)”.

Quindi ha legame con la Chiesa di Cristo solo chi ha la fede di Abramo in Cristo venturo (AT) e venuto (NT), indipendentemente dal popolo cui appartiene; “in Cristo non c’è più giudeo, nè greco”, si è cristiani, figli nella fede di Abramo, anche se si è ebreo o non secondo il sangue. Gli Apostoli, la Madonna, Cristo come uomo, erano ebrei di sangue e cristiani di fede, veri figli di Abramo secondo l’una e soprattutto l’altra. Eugenio Zolli () era ebreo di razza, ma divenne cristiano di fede, e solo allora fu vero figlio di Abramo. Ora la discendenza carnale, stirpe, razza o popolo di Abramo che non ha accettato Cristo come Dio e Messia, non ha legame spirituale con la Chiesa cristiana, non ne condivide la fede nella divinità di Cristo. Quindi non è la stirpe che conta (sarebbe razzismo, e la Chiesa lo ripudia), ma la fede nella divinità di Gesù.

Infatti è rivelato che “in Gesù Cristo la benedizione di Abramo passa alle Genti” (Gal. III, 14), Gesù nel Vangelo dice ai farisei: “non dite: Abbiamo Abramo per padre” (Mt. III, 9. Lc. III, 8), “la discendenza, deriva dalla fede di Abramo” (Rm. IV, 16), “quelli che hanno fede, son benedetti con Abramo che credette” (Gal. III, 9).

L’ambiguità di “N.A.” è di far passare tutti coloro che discendono da Abramo (tranne gli arabi) come aventi legami spirituali o di fede con la Chiesa cristiana. Ma le cose non stanno così, la maggior parte dei figli di Abramo secondo la carne non crede alla divinità di Cristo, solo “un piccolo resto” (Rom. IX, 27/ XI, 15) lo ha accettato come Dio e Messia. Lo stesso Gesù lo rivela “voi non avete per padre [secondo lo spirito o la fede] Abramo, ma il diavolo” (Giov. VIII, 44).

La stirpe o razza abramitica è composta:

a) dagli arabi, che spiritualmente sono - in massima parte - musulmani, quindi non hanno la fede di Abramo nella divinità di Cristo, anche se Lo riconoscono come profeta.

b) dagli ebrei, che dal Venerdì santo si trovano scissi in due:

1°) La “piccola parte” fedele a Cristo:

“il piccolo resto”, ossia gli Apostoli e i discepoli, che avendo accettato Cristo, ha dato origine alla Chiesa (stirpe+fede di Abramo).

2°) la maggior parte infedele o incredula verso la divinità di Cristo:

ha rinnegato la fede di Abramo, il mosaismo vetero-testamentario, ed ha dato luogo al giudaismo post-biblico, post-cristiano, talmudico-cabalistico e rabbinico-farisaico, il quale più che una religione è una stirpe o una “religione razziale” e razzista.

Gli esegeti distinguono nettamente il giudaismo Antico, del Tempio ossia biblico; da quello Nuovo, rabbinico-“post-templare” (dopo la distruzione del Tempio nel 70 d.C.), talmudico e cabalistico, ossia antibiblico ().

La Chiesa è “la società dei battezzati, che hanno la stessa fede (in Cristo), la stessa morale, partecipano agli stessi sacramenti e sono sottomessi ai legittimi pastori, i vescovi o successori degli Apostoli e specialmente al Pontefice romano, successore di Pietro” (s. Roberto Bellarmino); come si vede non si parla di stirpe o popolo in questa definizione classica, e comunemente accettata, della Chiesa. Quindi non vi è nessun “tanto grande patrimonio spirituale comune a cristiani e ad ebrei” (“N.A.”, n°4f).

Al n° 4e, “N.A.” insegna: “secondo s. Paolo gli ebrei, in grazia dei padri, rimangono ancora carissimi a Dio, i cui doni e la cui vocazione sono senza pentimento”. Ho già confutato il sofisma: s. Paolo dice solo che la vocazione da parte di Dio non muta (“Ego sum Dominus et non mutor”). Invece può cambiare la risposta umana alla chiamata di Dio, come è stato per la maggior parte del popolo d’Israele, che durante la vita di Gesù, ha mal corrisposto alla chiamata e al dono di Dio, uccidendo i Profeti e Cristo stesso; onde son cari a Dio, ossia stanno in grazia di Dio, solo “il piccolo resto” di coloro che hanno accettato il Messia Cristo venuto (NT), come lo accettarono venturo i loro padri nell’AT.

Al n° 4g la Dichiarazione conciliare scrive. “La morte di Cristo dovuta ai peccati di tutti gli uomini. E se autorità ebraiche con i propri seguaci si son adoperate per la morte di Cristo, tuttavia quanto è stato commessso durante la passione, non può essere imputato nè indistintamente a tutti gli ebrei allora viventi, nè agli ebrei del nostro tempo”.

Occorre distinguere:

Cristo è morto per riscattare i peccati di tutti gli uomini, ossia il fine della morte di Cristo è la redenzione del genere umano.

Ma la causa efficiente che ha prodotto la morte di Cristo, non furono i peccati degli uomini, ma il giudaismo post-biblico, che negando la divinità di Cristo, lo condannò a morte e fece eseguire la sentenza dai romani. Per tutti i Padri della Chiesa, unanimemente (), la causa efficiente e responsabile della morte di Gesù è il giudaismo farisaico, talmudico e anticristiano tramite i suoi fedeli. Nella morte di Cristo è implicata la comunità religiosa di Israele post-biblico e non tutta la stirpe (un “piccolo resto” che fu fedele a Cristo: gli Apostoli, i Discepoli), anche se la maggior parte del popolo prese parte attiva alla condanna di Gesù. Il consenso unanime dei Padri è segno di tradizione divina, ossia essi sono l’organo che trasmette la tradizione divino-apostolica, quindi il loro consenso comune è regola di fede: vale a dire che è rivelato da Dio e consegnato agli Apostoli, ciò che i Padri ecclesiastici insegnano con consenso moralmente unanime in materia di fede e di morale (non è necessario il consenso assoluto o matematico). Poichè essi sono stati posti da Dio nella Chiesa per conservare la tradizione divina ricevuta dagli Apostoli. Nel nostro caso i Padri (da s. Ignazio di Antiochia 107 sino a s. Agostino +430; passando per s. Giustino +163, s. Ireneo +200, Tertulliano +240, s. Ippolito di Roma +237, s. Cipriano 258, Lattanzio +300, s. Atanasio +373, s. Ilario di Poitiers +387, s. Gregorio Nazianzeno +389, s. Ambrogio di Milano +397, s. Cirillo d’Alessandria +444) sono non solo moralmente, ma anche matematicamente concordi nell’insegnare che la grande parte (infedele a Cristo) del popolo ebraico, ossia il giudaismo talmudico è responsabile, come causa efficiente, della morte di Cristo e ha dato luogo ad una nuova religione scismatica ed eretica, il talmudismo, che si distacca dal mosaismo e che ancor oggi rifiuta la divinità di Cristo e lo condanna come idolatra, poichè da uomo pretende farsi Dio ().

a) i capi:

sapevano chiaramente, come insegna s. Tommaso d’Aquino, (S.T. III, q. 47, aa. 5, 6/ II-II, q. 2, aa. 7, 8) che Gesù era il Messia e volevano ignorare o non ammettere che era Dio (ignoranza affettata, aggrava la colpevolezza).

b) il popolo:

che nella maggior parte ha seguito i capi, mentre un “piccolo resto” ha seguito Cristo, ha avuto un’ignoranza non affettata o voluta, ma vincibile, quindi una colpa meno grave dei capi, ma oggettivamente o in sè grave (soggettivamente, ossia nel cuore di ogni singolo uomo, solo Dio vi entra). Il popolo, che aveva visto i miracoli di Cristo, ha l’attenuante di aver seguito il sommo sacerdote, il sinedrio, i capi; il suo peccato è grave in sè, anche se è diminuito in parte, non cancellato totalmente, da ignoranza vincibile ma non affettata (S.T. supra).

Il giudaismo odierno, nella misura in cui è la libera continuazione del giudaismo rabbinico dei tempi di Gesù e si ostina a non accettarlo, partecipa oggettivamente alla responsabilità del deicidio.

“N.A.” n°4h scrive: «gli ebrei non devono essere presentati come rigettati da Dio, nè come maledetti, quasi che ciò scaturisse dalla Scrittura».

Innanzitutto bisogna specificare che si sta parlando di ebraismo religione post-biblica, e dei fedeli di essa, gli ebrei che seguono la Càbala e il Talmùd (“N.A” equivoca, quando usa la semplice parola “ebrei”, mentre sta parlando dei “rapporti tra stirpe di Abramo che ha legami spirituali molto stretti con la Chiesa di Cristo).

Poi occorre precisare i termini teologici e biblici di riprovazione e maledizione.

a) Riprovare:

significa rigettare, reputare inutile, disapprovare, rompere un’amicizia. Ora la sinagoga talmudica (che l’Apocalisse di s. Giovanni chiama due volte Sinagoga di Sàtana), dopo l’uccisione di Cristo, è stata disapprovata, rigettata da Dio che ha constatato la sua infedeltà al patto stretto da Lui con Abramo e l’ha ripudiata per stringere una Nuova Alleanza con il “piccolo resto” di Israele fedele a Cristo e a Mosè, e con tutte le Genti pronte ad accogliere il Vangelo (le quali in massima parte hanno corrisposto al dono di Dio, mentre solo una “reliquia“ Lo ha rifiutato, per adorare narcisisticamente se stessa tramite gli idoli che si era costruiti a mo’ di specchio). Dio ha sconfessato chi ha rinnegato il suo Figlio unigenito e consustanziale “Dio vero da Dio vero”. Quindi la sana teologia ha interpretato la Scrittura e ha insegnato che il giudaismo post-biblico è riprovato o disapprovato da Dio, ossia sino a che resta nel rifiuto ostinato di Cristo, non è unito spiritualmente a Dio, non è caro a Lui, non è in grazia di Dio.

b) Maledire:

significa condannare, non è una “maledizione formale” scagliata da Dio come un’imprecazione a fin di male, ma “oggettiva”, ossia una situazione che è condannata da Dio, di cui Egli dice male o “male-dice”: infatti Dio non può approvare, dir bene o “bene-dire” il rifiuto di Cristo. Il Padre, avendo constatato la sterilità del giudaismo farisaico e rabbinico, che ha ucciso i Profeti e suo Figlio, la condanna, disapprova o ne “dice-male” o “male-dice”. Come Gesù che constatata la sterilità di un fico lo maledisse, ossia non lo apprezzò, ma lo condannò in quanto infruttuoso ().

Riporto quanto ha scritto un’ebrea convertita: «Occorre distinguere il giudaismo dell’AT dal giudaismo post-cristiano. Il primo (AT), è una preparazione del cristianesimo; il secondo invece (giudaismo post-cristiano), ha negato la messianicità di Gesù e continua a rifiutare il Messia Gesù Cristo. In questo senso vi è un’opposizione di contraddizione tra cristianesimo e giudaismo attuale. L’Antica Alleanza è basata anche sulla cooperazione degli uomini. Mosè riceve la dichiarazione di Dio, contenente le condizioni del patto. L’Alleanza non è incondizionata (Dt. XI, 1-28), ma è sottomessa all’obbedienza del popolo d’Israele: “Io vi offro benedizioni e maledizioni. Benedizioni se obbedite ai comandamenti divini... maledizioni se disobbedite” (Dt. XI, 28)... L’alleanza dipende anche dal comportamento d’Israele e Dio minaccia più volte di romperla a causa delle infedeltà del popolo ebreo che vorrebbe distruggere (Dt. XXVIII; Lev. XXVI, 14 ss. ; Ier. XXVI, 4-6; Os. VII, 8 e IX, 6). Dopo la morte di Cristo il perdono di Dio non è accordato a tutto Israele, ma solo ad “un piccolo resto” fedele a Cristo e a Mosè. In seguito all’infedeltà del popolo d’Israele, nel suo complesso, verso Cristo e l’AT che Lo annunciava, il perdono di Dio si restringe solo ad “un piccolo resto”. Da parte di Dio non vi è rottura del suo piano, ma solo sviluppo e perfezionamento dell’Alleanza primitiva o antica, nell’Alleanza nuova e definitiva, che darà al “piccolo resto” dei giudei fedeli al Messia un “cuore nuovo” e si aprirà all’umanità intera... Gesù non ha instaurato una nuova religione, ha insegnato che Dio voleva la salvezza di tutta l’umanità e che la venuta del Cristo era la condizione di tale salvezza... La comunità cristiana è rimasta fedele alla tradizione vetero-testamentaria, riconoscendo in Gesù il Cristo annunciato dai Profeti. Per i cristiani è il giudaismo post-biblico ad essere infedele all’AT, ma vi è un “piccolo resto ” fedele, che entrando nella Chiesa cristiana garantisce la continuità dell’Alleanza (antica-nuova), in vista di Cristo venturo e venuto. Egli è la pietra d’angolo che “ha fatto di due (popoli: giudei e gentili) una sola cosa” (cristiani)» ().

2°) Vi è un legame che unisce spiritualmente il NT al giudaismo post-biblico:

Il NT crede alla divinità di Cristo, il giudaismo attuale o post-biblico la nega, tra essi vi è opposizione di contraddizione (Cristo è Dio; Cristo non è Dio), ossia la massima opposizione che non consente la verità di entrambe le proposizioni, per cui o Cristo è Dio (ed allora vige il NT), o Cristo non è Dio (e quindi è vero il giudaismo post-biblico), tertium non datur; la posizione irenistica del Concilio Vaticano II, e di Nostra Aetate particolarmente, è la terza via che è impossibile poichè contraddittoria.

Inoltre il legame che unisce spiritualmente cristianesimo e giudaismo attuale, è contrario all’insegnamento del Vangelo e della Tradizione patristica; infatti Gesù dice ai farisei che negavano la sua divinità (ossia al giudaismo rabbinico e postbiblico o anticristiano) che il loro padre secondo la generazione carnale è Abramo, ma secondo lo spirito è il diavolo (Giov. VIII, 31-47; S. Giovanni Crisostomo, Commento a Giovanni, Omelia LIV, 1; S. Agostino, Commento su Giovanni, Discorso XLII, 1; S. Tommaso d’Aquino, Commento a S. Giovanni, VIII, Lectio IV, 1201).

3°) Il popolo ebraico [o religione talmudica] è ancor oggi amato da Dio:

Deus non deserit nisi prius deseratur, l’Alleanza stretta con Abramo è un patto bipolare e condizionale, da parte di Dio (ex parte electionis), il Signore s’impegna a proteggere il suo popolo, se gli sarà fedele; altrimenti è rottura. Da parte del popolo, esso può contare sull’amore in atto da parte di Dio, se sarà fedele a Lui, altrimenti sarà ripudiato come idolatra, come una meretrice che ha abbandonato il suo sposo per vendersi a degli sconosciuti. Tutto l’AT si basa su tale rapporto bipolare e condizionale. Ora il popolo ebraico è stato infedele a Dio (ha ucciso i Profeti e il Messia); quindi Dio ha rotto l’alleanza con lui ed ha stretto una nuova e definitiva alleanza con il “piccolo resto” fedele e con le Genti.

I doni di Dio sono irrevocabili o senza pentimento, ex parte electionis, certo, Dio chiama, elegge un popolo, una persona ad una vocazione particolare (Israele ad accogliere il Messia Gesù; Giuda ad essere Apostolus Jesu Christi; ma entrambi hanno tradito la loro vocazione ex parte cooperationis) Dio non cambia parere, la vocazione resta, ma non vi è corrispondenza da parte del chiamato, che in quanto non corrispondente non è amato da Dio. Onde se Dio ama i padri secondo la generazione carnale (Abramo, Isacco, Giacobbe...), dell’ebraismo attuale, non ama il talmudismo in sè poichè ha rifiutato Cristo, unico Salvatore e Redentore dell’umanità.

2ª obiezione:

«La nuova Commissione Pontificia per i rapporti religiosi col Giudaismo - osserva padre Michel Dubois O. P. - fa parte del Segretariato per l’Unione dei Cristiani, mentre la Commissione per l’Islàm dipende dal Segretariato per i non-cristiani. Questa decisione è ricca di significato teologico... tale da togliere ogni differenza fondamentale tra giudaismo e cristianesimo» ().

2ª Risposta:

Il giudaismo che nega la divinità di Cristo (essenza della religione cristiana) e Lo ritiene un idolo meritevole di morte, è stato accorpato alla Commissione per i rapporti con i cristiani (come se il cristianesimo fosse un ramo del giudaismo attuale o post-biblico, o se il giudaismo talmudico inverasse il cristianesimo, quod repugnat; mentre l’Islàm che nega la divinità di Cristo ma Lo rispetta come profeta è considerato, giustamente, a-cristiano, però la sua distanza dal cristianesimo è meno forte di quella del giudaismo.

3ª obiezione:

Nel 1980, Giovanni Paolo II, a Mainz (Magonza) in Germania, ha chiamato gli ebrei «il popolo dell’Antica Alleanza mai revocata»; tale espressione - spiega padre Paul Beauchamp S. J. - era già formulata «nella nuova liturgia (versione ufficiale francese) del Venerdì santo, nell’orazione in cui si implora Dio che gli ebrei “progrediscano nell’amore del suo Nome e nella fedeltà alla sua Alleanza”. Chi è escluso da un’Alleanza non può progredirvi [quindi l’ebraismo attuale mantiene l’Alleanza con Dio]» ().

Il padre gesuita Norbert Lohfink () ha approfondito il significato della frase pronunciata a Magonza da G.P. II, ed ha spiegato che dietro il concetto di Nuova ed Eterna Alleanza si nasconde un certo antigiudaismo cristiano, si tratterebbe di un concetto di antagonismo verso il giudaismo, ereditato dalla Chiesa primitiva; l’autore sostiene che occorre parlare di un’unica Alleanza e di una duplice via di salvezza, evitando di dire che solo in Cristo c’è la salvezza per ogni uomo [contraddicendo esplicitamente il dato rivelato, n.d.a.]; gli ebrei possono salvarsi percorrendo la via del giudaismo talmudico, i cristiani quella del Vangelo, l’Alleanza è una sola cui partecipano ebrei e non-ebrei, ciascuno seguendo la propria strada.

Secondo l’autore Giovanni Paolo II si riferisce senza dubbio al popolo ebraico di oggi, infatti egli parla de «l’incontro tra il popolo di Dio dall’Antica Alleanza mai revocata (Rm, I,19) e quello della Nuova Alleanza, è... un dialogo... tra la prima e la seconda parte della sua Bibbia».

3ª risposta:

La pericope è equivoca, infatti il popolo dell’Antica Alleanza e quello della Nuova ed eterna è spiritualmente lo stesso, esso è composto da coloro che credevano nel Cristo Messia venturo (Mosaismo) e da coloro che credono al Cristo Messia venuto (Cristianesimo); per la teologia cattolica vi è un perfezionamento dell’Antica Alleanza tramite la Nuova; mentre Giovanni Paolo II parla di due popoli, quello del giudaismo attuale, con il quale - per la sana teologia cattolica - Dio ha rotto l’Alleanza perchè è stato tradito da esso che ha rifiutato i Profeti e Cristo.

Il rabbinismo farisaico-talmudico, invece, è presentato da Giovanni Paolo II come il popolo con cui Dio è ancora in alleanza.

Il popolo dell’Alleanza stabilita con Mosè è spiritualmente il cristianesimo; infatti materialmente Mosè, circa tremila anni fa, era il capo del popolo d’Israele secondo la carne; ma questo popolo, nella maggior parte, quando venne il Messia, per il quale Dio aveva stretto alleanza con Israele, Lo rifiutò e da quel momento non è più da considerarsi figlio spirituale di Abramo, Mosè e Dio, ma solo discendente materialmente da Abramo, Mosè e ripudiato da Dio spiritualmente e quindi figlio spirituale del diavolo (Jo. VIII, 44).

Il Lohfink scrive che Giovanni Paolo II «infrange, con audacia, la consuetudine, riferendo Rm., XI, 29 a questa “antica alleanza”, mentre Lc XXII, 20 parla de «la Nuova Alleanza nel mio [di Cristo] sangue, che viene versato per voi». Il Lohfink invece ritiene che «in ordine all’interpretazione del rapporto ebraismo-cristianesimo, ci sono le cosiddette “teorie dell’unica alleanza [che ha due tappe, quella vecchia e quella nuova, nda], e ci sono per contro le “teorie delle due alleanze”» ().

Secondo il gesuita «l’ebraismo odierno può riferire a sè la parola “alleanza” anche da un punto di vista perfettamente cristiano poichè la sua “antica alleanza” non è mai stata revocata da Dio» ().

Invece è ovvio che se Dio ha stretto una Nuova ed Eterna Alleanza nel Sangue sparso da Gesù, non sussiste più la Vecchia che è stata perfezionata e sostituita dalla Nuova ().

Secondo il gesuita «il concetto popolare cristiano di “nuova alleanza” favorisce l’antisemitismo. Il cristiano normale di fronte al discorso dell’“antica e nuova alleanza” immagina che vi siano due alleanze, una “antica” ed una “nuova” che si succedono l’un l’altra...; un “testamento” vecchio si estingue quando uno va dal notaio e fa redigere un testamento “nuovo”.

Quando noi cristiani parliamo della “nuova alleanza” consideriamo gli ebrei di oggi come i posteri di quegli ebrei che allora non hanno trovato accesso alla “nuova alleanza”, e poichè adesso l’“antica alleanza” non esiste più, essi non hanno più alcuna “alleanza” [mi sembra puro buon senso, nda].

Questo è il punto in cui si inserisce la formulazione di Giovanni Paolo II a Mainz» ().

Ora S. Paolo, divinamente ispirato, ha scritto:

«Dicendo Alleanza Nuova, Egli ha dichiarato antiquata la prima; ora ciò che diventa antico ed invecchia, è prossimo a sparire» ().

Il rimedio a questa distorsione del “cristiano normale, del popolo cristiano”, sarebbe secondo il gesuita un “cristianesimo a-normale ed elitario”, ossia esoterico, gnostico e cabalistico, cripto-giudaico che ritenga - contraddicendo S. Paolo - che occorra parlare di «due alleanze: di una antica che continua, nonostante sia invecchiata e prossima a sparire (già 2000 anni fa circa), e in cui si trova anche l’odierno ebraismo; e della nuova, data ai cristiani; con l’avvertenza di aggiungere subito che non esiste nessun motivo per gli ebrei di rinunciare alla propria... Non si è mosso in questo senso - si domanda il gesuita - Giovanni Paolo II nel suo discorso di Mainz?» ().

Il gesuita continua dicendo che il termine Nuova alleanza è «un’arma concettuale della chiesa primitiva, per emarginare gli ebrei, inoltre questa affermazione [Nuova Alleanza] non è storicamente sicura...» (), per provare ciò l’autore deve negare, in maniera contorta e confusa, la divina ispirazione dei Vangeli che sarebbero il prodotto delle prime comunità cristiane, del Cristo della fede e non del Cristo della storia ().

È interessante notare come l’affermazione di G. P. II del 1980 che suscitò scalpore, era già contenuta nel NOM del 1968 (Venerdì santo) in cui si chiede a Dio di far progredire nell’alleanza con Lui il popolo e la religione giudaica post-biblica.

In effetti G. P. II, non ha fatto nient’altro che esplicitare ciò che era contenuto nel Concilio Vaticano II, fornendoci così la sua retta interpretazione, che non è quella della Tradizione divino-apostolica, trasmessaci attraverso i Padri, i Papi, i Dottori e i Santi; ma che la contraddice formalmente, come il contraddice il no.

Mi sembra che tale affermazione di Giovanni Paolo II, sia contraria al dato rivelato (“Chi crederà [al Vangelo, nda] e sarà battezzato si salverà. Chi non crederà sarà condannato”; Mc, XVI, 16), renda vana la redenzione dell’unico mediatore Gesù Cristo, “creando” artificiosamente una sussistenza della Vecchia Alleanza che non ha più ragion d’essere, a causa dell’Incarnazione, Passione e Morte di Nostro Signor Gesù Cristo. Infatti a che scopo istituire una nuova alleanza se la prima è ancora valida? Sarebbe scorretto, inutile e disonesto da parte di Dio nei confronti del vecchio e del nuovo alleato (absit), sarebbe come se un marito, si sposasse di nuovo, vivente ancora la prima moglie, arrecando così danno sia alla prima che alla seconda; o come se un padre abrogasse il primo testamento, stilato dal notaio a favore del solo figlio primogenito, e lo rimpiazzasse con un secondo e definitivo a favore di tutti i suoi figli, e l’autorità giudiziaria ritenesse ancor valido il primo testamento (che è stato, per esplicita volontà del padre, rimpiazzato con un secondo ed ultimo), e - contraddittoriamente - anche il secondo testamento, di modo che vi sono due testamenti validi, di cui uno rende erede solo il primogenito e l’altro tutti i restanti, ma ciò è impossibile, “per la contraddizion che nol consente”.

In breve Giovanni Paolo II “giudaizza”, ossia ritorna a prima del Concilio di Gerusalemme in cui fu definita, dagli Apostoli “con Pietro e sotto Pietro”, l’unicità della redenzione e salvezza del genere umano operata da Cristo, mediante la fede soprannaturale in Cristo-Dio e le buone opere. Il Concilio di Firenze (1438-1445) ha definito (Decreto per i Giacobiti) che le osservanze legali dell’AT sono cessate con la venuta di Cristo ed hanno preso inizio i sette Sacramenti del NT (D. 712) (); egli cerca di reintrodurre il culto e le pratiche dell’Antica Alleanza, che sono “mortue et mortifere”, giacchè significavano la realtà di Cristo venturo. Ora se le si rispetta ancor oggi significa negare implicitamente che solo Cristo è Salvatore dell’umanità (“Non c’è salvezza in nessun altro fuori di Lui, poichè nessun altro Nome, sotto il cielo, è stato dato agli uomini, grazie al quale dobbiamo essere salvati”; Atti, IV, 12), che Egli non sarebbe ancora venuto e che pertanto l’Antica Alleanza deve restare ancora in piedi, non essendo presente il Messia, mediatore universale tra Dio e l’uomo.

Tali errori conducono all’apostasia, al cambiamento di una religione (Cristianesimo che affonda le sue radici nell’A.T.) per un’altra (il giudaismo postbiblico, antimosaico e talmudista, il quale nega il concetto di Salvatore universale che la fede cattolica applica solo ed esclusivamente a Cristo).

4ª obiezione:

Il 13 aprile 1986, durante la visita alla sinagoga romana, Giovanni Paolo, II «avendo citato il passaggio di Nostra Aetate sugli odii e le manifestazioni di antisemitismo di cui gli ebrei son stati vittime, aggiunse: “in qualsiasi epoca e da qualsiasi autore”, il pontefice aggiunse “ripeto, da chiunque”. Egli pensava, sicuramente a l’uno o l’altro dei suoi predecessori, per esempio a Paolo IV» ().

Il fratello Jean-Miguel Garrigues conclude scrivendo che «ci son voluti più di diciannove secoli, affinchè la Chiesa in quanto tale si sia concentrata ex professo sul “legame che unisce spiritualmente il popolo del N.T. con la discendenza di Abramo” (N. A., n° 4). Pronunciandosi per la prima volta con autorità, la Chiesa ha esposto al Concilio Vaticano II i fondamenti rivelati della sua fede sulla vocazione soprannaturale del popolo ebraico. Il Concilio Vaticano II ha dato... uno sguardo di fede sul popolo d’Israele..., che impegna la Chiesa propriamente detta tramite il suo Magistero dottrinale, diversamente da tante disposizioni disciplinari di tanti concili e di papi durante la cristianità, talmente dipendenti dalle contingenze storiche, che sono garantiti solo da un’assistenza divina di tipo prudenziale e fallibile nell’ordine della disciplina e del governo della Chiesa.

Tuttavia non può passare inosservato che la parte della Dichiarazione “N.A.” che concerne il popolo ebraico è il solo testo del Concilio Vaticano II in cui le referenze sono esclusivamente scritturarie, senza alcun testo posteriore allegato. Ciò significa che il Concilio non ha trovato espressioni adeguate, per insegnare la dottrina della fede, nei numerosi passaggi dei Padri, dei Dottori e dei Santi che hanno trattato sul giudaismo, infatti questi testi sono inficiati da condizionamenti molto umani provenienti dalla polemica tra cristiani e giudei. [...] Sarebbe auspicabile che la rilettura, in spirito di pentimento, di secoli cristiani di polemica, disprezzo e violenza antigiudaica..., si faccia mediante una interpretazione più esplicita dell’autentica dottrina della fede cattolica sul popolo ebraico, come il magistero supremo della Chiesa ha iniziato ad insegnare ex professo dal Concilio Vaticano II. [...] il Magistero continua a correggere, mediante l’autorità della dottrina della fede, le opinioni teologiche che stanno alla base dell’insegnamento [patristico] del “disprezzo”, queste opinioni teologiche, per “comuni” che siano state nella cristianità, sono solo opinioni umane probabili che non esprimono adeguatamente la fede cattolica e non impegnano la Chiesa in quanto tale [...] Gli ebrei che non credono in Gesù sono sempre inseriti nel piano della salvezza, essi anche rifiutandosi di entrare nella Nuova Alleanza messianica, restano l’Unico Popolo di Dio. [...] la formula “fratelli maggiori”, usata da G. P. II nel 1986 alla sinagoga romana deriva dalla liturgia del Venerdì santo “il popolo che Dio ha scelto per primo”» ().

4ª risposta:

1°) È grave affermare che i papi anteriori a G. P. II hanno favorito l’odio antisemita, e che solo con il Concilio Vaticano II (1962-1965) la Chiesa ha dato una risposta adeguata al rapporto cristianesimo giudaismo post-cristiano.

I rapporti tra Antico e Nuovo Testamento stanno alla base della fede della Chiesa: ora se i papi anteriori a G. P. II non hanno insegnato correttamente la dottrina della fede della Chiesa su tale problema, le porte dell’inferno avrebbero prevalso contro essa e la promessa di Cristo sarebbe stata falsa (portae inferi non praevalebunt).

2°) Altrettanto grave è l’asserto secondo cui ci son voluti diciannove secoli, affinchè la Chiesa docente studiasse scientificamente il rapporto tra cristianesimo e giudaismo post-biblico, ossia sul legame spirituale tra discendenti di Abramo secondo la carne e il sangue, e cristiani. S. Giovanni nel suo Vangelo ha risolto mirabilmente il problema, i Padri lo hanno commentato in maniera unanime; ora quando vi è il consenso moralmente, e non matematicamente, unanime, in materia di fede e di morale, dei Padri sul significato della S. Scrittura, esso è infallibile, poichè ci fa conoscere la tradizione divino-apostolica nel suo vero significato (V. Zubizarreta, Theologia dogmatico-scolastica, ed. El Carmen, Vitoria, 1948, vol. I, n° 699, tesi IV).

3°) La Chiesa si sarebbe pronunciata per la prima volta con autorità, esponendo la sua fede, sui rapporti cristianesimo giudaismo rabbinico, col Conc. Vat. II, che ha impegnato la Chiesa docente e gerarchica, tramite il magistero dottrinale e non disciplinare (al contrario di chi afferma che il Conc. Vat. II è pastorale, non dottrinale e quindi non ha mai impegnato l’infallibilità). Prima, specialmente durante la cristianità vi erano tante disposizioni disciplinari di tanti papi, che erano fallibili poichè dipendevano dalle contingenze storiche dell’epoca medievale.

Non è e non può essere esatto; già dal Concilio di Gerusalemme la Chiesa con il papa S. Pietro si è espressa dottrinalmente (e ne ha tratto conseguenze pratiche), adeguatamente sino a Pio XII, sui giudaizzanti, che si son rifatti vivi durante il Conc. Vat. II. ( Cfr. C. Nitoglia, L’antica e la Nuova Legge, il Talmùd e il Concilio Vaticano II, in «Per padre il diavolo. Un’introduzione al problema ebraico secondo la Tradizione cattolica», SEB, Milano, 2002, pagg. 117-124).

Tutte le decisioni disciplinari dei Papi della Cristianità sugli ebrei, derivavano da un giudizio dottrinale sugli errori del Talmùd; tali giudizi dottrinali impegnavano l’autorità della Chiesa che, dunque, era assistita infallibilmente.

4°) Chiedere un’interpretazione più esplicita della fede cattolica sul giudaismo post-biblico, è ambiguo anche quanto al Vat. II che non sarebbe stato poi così esplicito, come si dice. Infatti l’autore aggiunge che il Magistero supremo ha iniziato a darla con il Conc. Vat. II e quindi lascia intendere che essa deve ancora essere compiuta. Ma data la mentalità storicistica (i Papi e i Padri erano condizionati dalle polemiche umane del loro tempo) dell’autore che storicizzando relativizza tutto (quindi non hanno risolto il problema con autorità dottrinale, ma solo con opinioni personali e fallibili), potrebbe succedere che anche il Vat. II abbia risentito gli influssi del suo tempo e si sia lasciato influenzare da esso, per cui la sua interpretazione non è adeguata e va rivista e corretta, e così all’infinito.

5°) I Padri hanno espresso solo opinioni (non certezze) teologiche, che pur essendo comunemente insegnate, debbono essere corrette dal Magistero infallibile, in quanto esse erano umane e solo probabili.

Abbiamo già visto che «in materia di fede e di morale, il consenso unanime moralmente dei Padri è una testimonianza irrefutabile di Tradizione divina» (V. Zubizarreta, op. cit., n°699).

6°) La verità è che la Scrittura ha rivelato e il Magistero ha definito che Gesù è l’unico Salvatore di tutti uomini (compresi gli ebrei), il quale ha fondato una sola Chiesa, fuori la quale non c’è salvezza per nessuno (compresi gli ebrei).

Asserire che gli ebrei che non credono in Gesù sono inseriti egualmente nel piano della salvezza, significa rinnegare il cristianesimo e giudaizzare: infatti è rivelato che Gesù è “l’unico mediatore tra Dio e gli uomini” (I Tim. II, 5), che “non vi è nessun altro in cui ci si possa salvare” (At. IV, 12), che “siamo giustificati nel Nome del Signore Gesù Cristo” (1ª Cor. I, 30), che “Cristo è morto per tutti” (2ª Cor. V, 14-15), che “abbiamo la remissione dei peccati per mezzo del suo Nome” (At. X, 43), che “siamo riconciliati con Dio, per mezzo della Morte del suo Figlio” (Rm V, 9-10). Inoltre Egli afferma: “se uno entra attraverso Me, sarà salvo, altrimenti sarà dannato” (Gv. X, 9), “chi crederà al Vangelo sarà salvato, chi non crederà sarà condannato” (Mc. XVI, 15), “chi non è con Me è contro di Me, e chi non raccoglie con Me dissipa” (Lc. XI, 32), “chi non crede (in Me) è già condannato” (Giov. III, 18), che “Dio trasse per Israele un Salvatore, Gesù” (At. XIII, 23), che “il Padre ha mandato il Figlio come Salvatore del mondo” (1ª Gv. IV, 14), che “Dio volle riconciliare a Sè tutte le cose, per mezzo di Gesù Cristo” (Col. I, 19-20), “Mediatore di una Nuova Alleanza” (Eb. XII, 24).

La Chiesa ha definito infallibilmente ed immutabilmente che “Cristo è legislatore e giudice di tutti gli uomini”(De fide, DS. 1571, Concilio di Trento), che “mediante la Morte in Croce, Cristo ci ha riscattati e riconciliati con Dio” (De fide, DS. 1740 e 1531, Concilio di Trento), che “Cristo è morto per tutti gli uomini, senza eccezione” (Sententia fidei proxima, DS. 1522, Concilio di Trento), e che “con la sua passione ci ha meritato la nostra giustificazione” (De fide, DS. 1529, Concilio di Trento), che “nessuno fu liberato dal potere del demonio, se non mediante il merito del mediatore Gesù Cristo” (Sententia certa, DS. 1347, Decreto per i Giacobiti), che “la Chiesa di Cristo è necessaria per la salvezza di tutti, extra quam (Ecclesiam) nulla salus, nec remissio peccatorum, onde debbono essere membri della Chiesa, almeno in voto, tutti coloro che vogliono salvarsi” (DB, 388, 626, 1646, Concilio Lateranense IV; Concilio Fiorentino): questo è un dogma di fede, fondato sulla Volontà positiva di Dio, onde non può salvarsi chi, conoscendo l’istituzione divina della Chiesa, si rifiuta di entrarvi.

Il cardinal Pietro Parente ricapitola: «È verità di fede che Cristo sia Mediatore perfetto tra Dio e gli uomini. San Paolo 1ª Tim. II, 15: “Poichè uno solo è Dio, uno solo è anche il Mediatore di Dio e degli uomini, l’uomo Cristo Gesù”. Così i Padri e il Magistero della Chiesa, (Conc. Trid., sess. 5, DB. 790)» ().

7°) L’espressione utilizzata da G. P. II alla sinagoga romana (1986), con la quale chiama gli ebrei “fratelli maggiori nella fede”, la si trova già nella nuova liturgia (1968) del Venerdì Santo, ove dice «il popolo ebraico che Dio ha scelto per primo».

Ma l’autore non distingue il popolo dell’AT, fedele al mosaismo (il quale fu scelto per primo cronologicamente, per pura e gratuita bontà di Dio, e non ontologicamente per un merito intrinseco al popolo ebraico), e il popolo ebraico post-biblico che ha abbandonato Mosè per il Talmùd e la Càbala rabbinico-farisaica.

Si può tranquillamente concludere che il magistero di “N.A.” e degli insegnamenti successivi ad essa, sui rapporti spirituali della Chiesa col giudaismo post-cristiano, è molto differente da quello della Scrittura, dei Padri ecclesiastici e dei Dottori della Chiesa. L’ambiguità di “N.A.” e l’errore manifesto degli insegnamenti alla luce di “N. A.”, fa supporre che il giudaismo religione post-biblica è puro da ogni errore. Bisognerebbe allora pensare che la Tradizione divino-apostolica e il Magistero della Chiesa pre-conciliare è falso. Ma ciò è impossibile, data la indefettibilità della Chiesa e l’assistenza divina a Lei promessa. Inoltre quando si leggono i testi del Concilio Vaticano II e il magistero successivo, si evince la affermazione, da parte di chi li elabora ed interpreta, di un magistero autentico (sui rapporti col giudaismo) che inizia con “la Chiesa del Concilio” (card. Walter Kasper), che è in contraddizione con quello della patristica e della Chiesa preconciliare. Mi sembra che le cose stiano davvero così’, la chiesa conciliare è la sinagoga di Sàtana di cui ci parla l’Apocalisse, è il marranesimo e “il fumo di Sàtana che è penetrato sino al vertice della Chiesa” (Paolo VI) la quale starebbe “autodemolendosi” (Paolo VI), si fieri potest; sed portae inferi non praevalebunt.

È questa una sorta di apostasia più che di eresia, infatti l’eretico sceglie di accettare alcuni dogmi e di rifiutarne almeno uno (per es. si nega l’Immacolata concezione di Maria), mentre l’apostasia è il passaggio da una religione (per es. cristiana) ad un’altra (per es. giudaico-talmudica), rinnegando totalmente la prima. Per la teologia cattolica, più esattamente, è l’abbandono della fede da parte di un battezzato. È peccato mortale e non ammette parvità di materia, essendo un’offesa diretta contro Dio; il Diritto canonico l’annovera nei delitti contro la fede. L’elemento materiale dell’apostasia è l’abbandono totale della fede cattolica, manifestata esternamente con parole o atti non equivoci; non occorre che l’apostata aderisca ad una confessione specifica (questo sarebbe un’aggravante), basta diventare panteista, materialista, libero pensatore. Occorre la perfetta coscienza e piena libertà di abbandonare la fede cristiana. L’apostata incorre ipso facto nella scomunica latae sententiae. Chi abbia dato il proprio nome o abbia aderito pubblicamente ad una setta a-cattolica diventa ipso facto infame ().

2) il cardinal Walter Kasper

A) In una conferenza tenuta a Villa Piccolomini, in Roma il 28 ottobre 2002 (stampata dalla Commission for Relations with the Jews. Pontifical Council for Promoting Christian Unity, Città del Vaticano, che la presenta come “importante e rilevante opinione privata del cardinale K., e non una dichiarazione ufficiale del Magistero”, 6 febb. 2003), il prelato tedesco, presidente della “Commissione Pontificia per le relazioni religiose con gli ebrei” ha detto che «poche generazioni fa montagne di pregiudizi e secoli d’ingiustizia creavano una separazione fatale tra cristiani ed ebrei. Il punto di svolta di questa tensione... è stato il Concilio Vaticano II [...] passo dopo passo la chiesa del Vaticano II [sic!] arrivò alla “deplorazione” conciliare dell’antisemitismo e al riconoscimento solenne della validità perpetua della promessa di Dio [...] dopo Nostra Aetate 28 ottobre 1965 non c’è spazio, sotto nessun punto di vista, per l’antisemitismo nella Chiesa cattolica. Anzi, la Chiesa cattolica,... è capace di attendere coloro che per cultura o abitudine si sentono a disagio davanti alla riforma liturgica o ad altre riforme del Vaticano II. Ma la Chiesa cattolica non può accettare in nessuna forma e per nessuna ragione l’attardarsi nel pregiudizio e nel disprezzo verso gli ebrei e verso il giudaismo [...] Basta pensare a come l’accusa di “deicidio”... ha creato e in qualche luogo continua a creare le condizioni di una inimicizia che bestemmia sia il giudaismo che l’evangelo dell’umanità. Rompendo con la perversione “religiosa” del deicidio abbiamo dato come cristiani un contributo a credenti e non credenti...»

Rispondo:

Affermare che prima del Vaticano II, “montagne di pregiudizi creavano separazione tra ebrei e cristiani”, è erroneo; infatti la Chiesa non può aver insegnato per XIX secoli mediante “pregiudizi”, ma solo tramite giudizi teologicamente certi, su una materia di fede quale è il rapporto tra ebraismo e cristianesimo, basandosi sui Vangeli interpretati unanimemente, e quindi infallibilmente, dai Padri ecclesiastici.

Inoltre, mi sembra che il non poter attender coloro che si attardano nel pregiudizio - ammesso e non concesso che lo sia - verso il giudaismo postbiblico, non rispecchi la volontà di Dio, il quale “attende il peccatore a penitenza e non vuole che perisca nei suoi peccati”. Se il card. Kasper ha meno pazienza di Dio il problema è tutto suo e di coloro che ha imparato a frequentare, (“dimmi con chi vai e ti dirò chi sei” dice il proverbio), i quali “spiavano ogni mossa di Gesù per metterlo a morte”, mentre chi si attarda nel giudizio plurisecolare della Chiesa, resta fedele alla sposa di Cristo e al suo Capo che la “sinagoga di Sàtana” ha messo a morte, dopo un processo frettoloso e pieno di pregiudizi reali.

B) In una conferenza tenuta a Boston il 6 novembre 2002, (stampata e diffusa dalla “Commissione per le Relazioni Religiose con gli Ebrei”, Città del Vaticano) il porporato tedesco ha detto che Giovanni XXIII è stato l’architetto dell’“inizio di un nuovo inizio”, ossia ha progettato la transizione della “Chiesa in costruzione costante”, che dal suo pontificato, vive in un continuo mutamento e divenire (p.2). Il cambiamento più importante della “chiesa in costruzione” è stata la nuova concezione dei rapporti tra Chiesa e giudaismo, dopo tanti secoli di incomprensione, di “teologia del disprezzo” (come la chiamava Jules Isaac). Giovanni XXIII convoca il Concilio (p. 3) a sorpresa, ed affida al cardinal Agostino Bea la redazione della Dichiarazione sugli ebrei, che conobbe molte reazioni (della Curia romana e dei Paesi arabi) e dovette essere integrata, come capitolo, una Dichiarazione più generica sulle relazioni tra Chiesa e religioni non cristiane, Induismo, Buddismo, Islam e Giudaismo (“N.A.”). Ma il cristianesimo ha una relazione speciale e preferenziale con il giudaismo che G.P. II ha definito intriseca al Vangelo, ossia il cristianesimo è radicato nel giudaismo e non nelle altre religioni, con le quali vuol pur sempre dialogare anche se subordinatamente al giudaismo (p. 4).

La sfida attuale si fonda - per Kasper - sul problema delle Missioni, dopo il Concilio (e “D.H.”), la Chiesa rifiuta le conversioni forzate ed ogni coercizione in materia di fede, tuttavia la sola parola “missione” evoca, tra gli ebrei i fantasmi e le ferite del passato che non sono ancora cicatrizzate. Ma, al tempo stesso, la missione evangelizzatrice è il cuore del cristianesimo. Dialogo non significa chiedere ai cristiani di non essere più cristiani (p. 10). Ciò che si può fare, per evitare l’impasse, è sostituire il termine missione (parola teologicamente incriminata o scorretta) con “testimonianza o evangelizzazione” (p. 11), infatti missione si può applicare al paganesimo chiamato dall’idolatria al Monoteismo, ma non al giudaismo; perciò non ci sono più missionari per gli ebrei. Essi possono salvarsi, se seguono la loro fede, fuori di Cristo (p. 12).

NT e AT sono memoria del passaggio dall’Egitto in Terra santa e dalla morte alla resurrezione di Gesù. Il giudaismo attuale è memoria della Shoah, di Auschwitz; anche il cristianesimo deve conservarne la memoria (“Ci ricordiamo”, documento Vaticano del 1998, riguarda la memoria della Shoah).

Inoltre abbiamo in comune la coscienza messianica, o promessa del futuro (p. 13).

Rispondo

Kasper conferma la nozione di una nuova chiesa, che è stata fondata dopo la morte di Pio XII, essa è una chiesa in divenire perpetuo (evoluzione eterogenea del dogma) e la grande novità di questa chiesa in fieri è il rapporto che essa ha con il giudaismo attuale o post-biblico, che è coessenziale alla chiesa del Concilio, la quale ha le sue radici proprio nel giudaismo attuale e non mosaico, come si credeva prima del Concilio Vaticano II. Infatti non si deve più parlare di Missio verso Israele che è rimasto sempre nell’alleanza con Dio ed è ancor oggi amato da Lui, e quindi non ha bisogno di convertirsi al Vangelo di Cristo, a differenza dei pagani che son chiamati a convertirsi dal politeismo al monoteismo.

Invece Gesù ha mandato i suoi Apostoli a predicare il Vangelo e la conversione alla fede nella sua divinità in primo luogo ai giudei e solo dopo ai pagani; infatti il giudaismo attuale nega la divinità di Cristo, unico Salvatore e Mediatore tra Dio e gli uomini e la Trinità delle Persone divine nella unità della natura di Dio. La Chiesa cattolica non ha mai approvato le conversioni forzate, poichè la fede è un atto libero e meritorio; non vedo quindi come Kasper possa affermare e provare il contrario.

Gli ebrei negano Cristo, per noi cristiani è Dio: come si può evitare di soffermarsi su questo articolo di fede, che ci separa, per guardare solo a ciò che avremmo in comune con gli ebrei postbiblici (la fede di Abramo? No, egli credeva in Cristo venturo; la Legge e i Profeti? No, il giudaismo rabbinico si fonda sulla Càbala e il Talmùd e non sul mosaismo; e comune alleanza con Dio? No, ora viviamo nella Nuova Alleanza, nel sangue di Cristo, che ha perfezionato e inglobato la Vecchia, che era solo preparatoria della nuova e definitiva). Onde la relazione tra cristianesimo e giudaismo attuale è di contraddizione e non di amicizia, di comunanza. “Chi non è con Me è contro di Me” ha detto Gesù: come può il giudaismo attuale anticristiano essere in comunione col cristianesimo quando rifiuta Gesù fondatore della Chiesa? E se il neo-cristianesimo del concilio è in comunione col giudaismo rabbinico, non lo è con Cristo, per il principio evidente e per sè noto di identità e non contraddizione, che non può essere negato in buona fede. Quindi i giudaizzanti della “chiesa del Concilio”, non vogliono veder la verità, la loro è ignoranza affettata, volontaria e inescusabile, come quella di chi non ha voluto risalire dall’effetto alla Causa e si è degradato nell’idolatria politeistica, o come quella dei capi dei giudei che non vollero ammettere la divinità di Cristo che pur conoscevano.

Mi sembra esagerato dire che cristianesimo = ebraismo in quanto sono entrambe religioni di una memoria storica, che per i cristiani è la morte e resurrezione di Cristo Dio, e per i giudei attuali è la memoria di Auschwitz. Non voglio offendere nessuno, ma non si può mettere sullo stesso piano Gesù e Auschwitz, il Creatore e la creatura, creando la nuova religione olocaustica di un passato che non passa.

Per quanto riguarda la coscienza messianica futura, mi sembra che il messia Cristo sia venuto circa 2000 anni fa, solo il giudaismo talmudico si affanna ad attendere un altro messia futuro che per la tradizione cattolica è l’Anticristo. Ora Kasper e il magistero seguente “N.A.”, parlano spesso dell’attesa comune a cristiani ed ebrei del Messia, senza specificare che i cristiani attendono solo la parusia, o il secondo ritorno di Gesù alla fine del mondo per il Giudizio universale, mentre gli ebrei attendono ancora la prima manifestazione del messia, avendo rifiutato Gesù. Quindi voler accomunare cristianesimo e giudaismo nell’attesa del messia è ambiguo, male sonante e non conforme alla fede cattolica, fondamentalmente anticristico.

Mi sembra di poter concludere che la “chiesa del Concilio ”, come la chiama Kasper, sia quasi la “Sinagoga di Sàtana” di cui parla s. Giovanni, nell’Apocalisse, che in un primo tempo seguirà l’Anticristo e solo dopo le sue persecuzioni si convertirà a “Colui che hanno trafitto”. Essa ha fatto propria la “tentazione” del rabbino capo di Roma Riccardo Di Segni (17 gennaio 2002, presso il Pontificio Seminario Romano Maggiore):

«Ciò che dà fastidio agli ebrei è dire che lo scopo del dialogo è quello di convertire l’interlocutore alla propria fede.[...]

La Bibbia ci presenta due personaggi: Noè dal quale discende tutta l’umanità, per questo le Genti vengono chiamate Noachidi...

Nella famiglia umana esiste però un gruppo particolare, quello dei figli di Abramo, Giacobbe-Israele... “un regno di sacerdoti, in popolo distinto [diverso dagli altri; ai due gruppi si appartiene per nascita, non per fede, nda].

Universalismo ebraico significa due strade parallele verso la salvezza [quella di Israele e quella dei non-israelitici, nda]. Si discute se la divinità di Gesù possa essere compatibile per un non ebreo con l’idea monoteistica [ossia se i Noachidi possano credere alla divinità di Gesù; la risposta del giudaismo ortodosso è no; tale credenza è idolatria ed è passibile di morte] ().

La conseguenza - continua Di Segni - è che il cristiano potrebbe, secondo l’opinione rigorosa, non essere nella strada della salvezza [...]. I cristiani dovrebbero arrivare ad ammettere che gli ebrei... possiedono una loro vita autonoma piena e speciale verso la salvezza e che non hanno bisogno di Gesù» ().

Quindi: gli ebrei son pronti a chiudere un occhio sull’idolatra religione cristiana, non strettamente Noachida, se i cristiani ammettono che Gesù non è necessario alla salvezza come unico Mediatore tra Dio e l’uomo. Vi sono perciò due vie di salvezza: quella principale degli ebrei, e una “strada secondaria” [cfr. G.P.II, Redemptor hominis n°13-14, 4 marzo 1979 “la via e la strada”, n.d.a.] dei non ebrei o Noachidi.

Mi sembra evidente che “N.A” e il magistero successivo sui rapporti cristiano-giudaici abbia, non dico accettata, ma prevenuta addirittura, la proposta o “tentazione” di Riccardo Di Segni, che però porta a rinnegare il cristianesimo. Infatti non è possibile restare cristiani se si nega che Cristo è l’unico Salvatore dell’umanità, ebrei compresi; perciò quando i pan-ecumenisti dicono: siamo disposti al dialogo con il giudaismo (secondo la linea Di Segni), ma non potete domandarci [esplicitamente] di rinunciare ad essere cristiani, hanno già rinunciato [implicitamente, per non gettare la maschera] ad esserlo, concedendo che Gesù non è necessario alla salvezza di tutti (Absit).

3) L’Episcopato americano

Il 13 agosto 2002 a Washington il “Comitato Episcopale Americano degli affari ecumenici ed interreligiosi” e il “Consiglio Nazionale americano delle Sinagoghe” affermano che la conversione degli ebrei al cattolicesimo è un fine inaccettabile; citano Giovanni Paolo II «il quale ha insegnato esplicitamente che gli ebrei “sono il popolo di Dio dell’Antica Alleanza, mai revocata da Dio”... , inoltre - ricordano - le note del Vaticano del 1985 [che] fecero l’elogio del giudaismo postbiblico... la sua fecondità spirituale è sempre continuata... il giudaismo rabbinico, sviluppatosi dopo la distruzione del Tempio, deve essere considerato divino... Dal punto di vista cattolico, il giudaismo è una religione che deriva dalla rivelazione divina. Come ha notato il card. Kasper “la grazia di Dio..., è accessibile a tutti. Così la Chiesa crede che il giudaismo, ossia la risposta fedele del popolo ebraico all’Alleanza irrevocabile di Dio, è salvifico per essi, poichè Dio è fedele alle sue promesse”. [...] La missione evangelizzatrice della Chiesa non include più la volontà di assorbire la fede ebraica nel cristianesimo, mettendo così fine alla testimonianza specifica che gli ebrei rendono a Dio nella storia umana. [...] gli ebrei restano nell’Alleanza salvifica di Dio... inoltre essi son chiamati da Dio a preparare il mondo al Regno dei Cieli [...]

Il giudaismo - a sua volta - considera che tutti i popoli sono obbligati ad osservare una legge universale, ossia i sette Comandamenti noachidi... con la proibizione dell’idolatria»

Rispondo:

Mi sembra opportuno precisare che il giudaismo postbiblico, avendo rifiutato il Messia ha rotto il patto con Dio, qui non deserit nisi prius deseratur; onde Dio non rompe per primo un patto, ma se constata l’infedeltà dell’altra parte si considera sciolto da ogni alleanza che diventa così vecchia ed è rimpiazzata da una nuova.

Inoltre Cristo ha inviato i suoi Apostoli a predicare il Vangelo a tutti gli uomini, ebrei per primi, dicendo a tutti loro che chi non crederà al Vangelo non sarà salvato, anche gli ebrei. La Chiesa di Cristo non può rinunciare alla missione che Cristo stesso le ha data.

Infine la legge noachide per i gojim, condannando l’idolatria intende riprovare la fede nella divinità di Cristo, empietà che è passibile di morte, come lo fu già per il Messia che si proclamò Dio; Egli per il giudaismo post-biblico – allora come oggi è solo un uomo. Il cristiano, se vuol restare tale, non può accettare questa legge che nega e condanna la divinità di Cristo e condanna la fede in essa come idolatrica.

4) Un recente libro del cardinal Lustiger

È uscito recentemente un libro del card. Jean Marie Lustiger (La promesse, èd. Parole et Silence, Parigi, 2002), che raccoglie una serie di conferenze tenute da lui per circa vent’anni, in cui il porporato ritorna, a più riprese, sui rapporti tra giudaismo e cristianesimo.

Il prelato francese scrive che “il massacro e la persecuzione di Israele fu fatto dai pagano-cristiani” (p. 74), Erode sarebbe la figura o il tipo dei cristiano-pagani (ivi), la società cristiana più che una figura del Regno dei Cieli ne è “la caricatura spesso infernale” (p. 112), il peccato dei cristiani è quello di deicidio “riguardo alla sorte che hanno riservata al popolo ebraico... La vittima assoluta - di cui Gesù è solo un simbolo - è Israele” (p. 51 e 75); la teologia della sostituzione cristiana “è un’appropriazione abusiva e blasfema dell’elezione d’Israele” (p. 162).

Tali frasi pronunciate e ripetuto da venti anni almeno, gettano una luce inquietante sulla giudaizzazione dei membri della Chiesa, anche e soprattutto dei più alti.

Si legga anche:

- Fideliter, n° 151, genn.-febb. 2003, pagg. 10-11.

- L’express, 5 dicembre 2002, pagg. 88-100, Debat: Juifs-Chrètiens. Pourqoi Lustiger dèrange, par Christian Makarian.

d) La genesi di “Nostra Aetate”

Come abbiamo visto, sia gli ebrei che i cristiani, ritengono che “N.A.” sia la “Dichiarazione” più importante del Concilio, avendo dato luogo ad una nuova èra, quella della “chiesa conciliare” (come l’hanno chiamata i cardinali Benelli e Kasper), fondata sui rapporti tra ebraismo e cristianesimo, in essa Gesù non è più necessario alla salvezza degli ebrei, i quali sono sempre cari a Dio, sono tuttora il suo popolo eletto e restano nella sua Alleanza che non è stata mai revocata.

Ma come si è arrivati a tanto?

Marx Jules Isaac, è stato uno dei protagonisti principali della formazione di “N. A.”; egli era un ebreo, non credente, tendenzialmente comunista ed iscritto al B’nai B’rith (la massoneria ebraica), come ha rivelato il presidente del B.B. francese Marc Aron, il 16 novembre del 1991, nel discorso in occasione della premiazione del card. Decourtray ().

L’incontro tra Roncalli e Isaac (13 giugno 1960) fu organizzato dal B.B e da alcuni uomini politici socialcomunisti ().

L’altro artefice di “N.A” fu il card. Agostino Bea (). Il porporato tedesco, volle incontrare - subito dopo aver ricevuto da Roncalli l’incarico di arrivare ad un documento “revisionista” sui rapporti giudaico-cristiani - Nahum Goldman, presidente del Congresso Mondiale Ebraico, a Roma il 26 ottobre 1960. Bea chiese a Goldman, da parte di Roncalli, una bozza per il futuro documento del Concilio sui rapporti cogli ebrei e sulla libertà religiosa (“N.A” e “D.H”). Il 27 febbraio 1962 il memorandum fu presentato a Bea da Goldman e Label Katz (membro del B.B.), a nome della Conferenza Mondiale delle Organizzazioni Ebraiche. Ebbene questa bozza ispirata dalla massoneria ebraica (B.B.) e dal Congresso Mondiale Ebraico, ha prodotto Nostra Aetate ().

Lo stesso Bea, sin dal 1961, incontrava spesso, a Roma, il rabbino Abraham Heschel, professore al seminario teologico ebraico, che «come collega scientifico di Bea... esercitò un notevole influsso sulla elaborazione di “N.A.”» ()

Nel 1986 Jean Madiran ha svelato l’accordo segreto di Bea-Roncalli con i dirigenti ebrei (Isaac-Goldman), citando due articoli di Lazare Landau, su Tribune Juive (n° 903, gennaio 1986 e n° 1001, dicembre 1987). Landau scrive: «nell’inverno del 1962, i dirigenti ebrei ricevevano in segreto, nel sottosuolo della sinagoga di Strasburgo, un inviato del papa... il padre domenicano Yves Congar, incaricato da Bea e Roncalli di chiederci, ciò che ci aspettavamo dalla Chiesa cattolica, alla vigilia del Concilio... la nostra completa riabilitazione, fu la risposta... In un sottosuolo segreto della sinagoga di Strasburgo, la dottrina della Chiesa aveva conosciuto realmente una mutazione sostanziale» ().

Le tappe di Nostra Aetate

1°) Prima del Concilio (1962). Appendice allo schema De Verbo Dei:

[testo ritirato o non esaminato dalla Commissione Centrale Preparatoria].

«La Chiesa... riconosce che le primizie della sua fede ed elezione..., sono i patriarchi e i profeti d’Israele... ma la maggior parte del popolo ebraico resta lontana da Cristo; tuttavia è ingiusto dichiarare questo popolo maledetto mentre resta carissimo a Dio, a causa dei suoi padri...».

2°) II sessione del Concilio (1963). Capitolo IV dello schema De Oecumenismo:

[testo distribuito ai vescovi l’8 novembre 1963, discusso ma ritirato].

« La Chiesa... riconosce che le primizie della sua fede ed elezione..., sono i patriarchi e i profeti d’Israele... ma la maggior parte del popolo ebraico resta lontana da Cristo; tuttavia è ingiusto dichiarare questo popolo maledetto mentre resta carissimo a Dio, a causa dei suoi padri... o deicida, poichè la causa della passione e morte di Cristo furono i peccati di tutti gli uomini... la morte di Gesù non è stata provocata da tutto il popolo ebraico di allora e neppure da quello di oggi...».

3°a) III sessione (1964). Dichiarazione sui rapporti della Chiesa con le religioni non cristiane:

[testo distribuito il 25 settembre 1964 e discusso dal 28 al 30 settembre (89ª-94ª Congregazione); ridotto nel paragrafo riguardante gli ebrei, raddoppiato per l’aggiunta di due paragrafi: uno sulla paternità universale di Dio, con un cenno ai musulmani, l’altro con la condanna di ogni forma di discriminazione; primo testo mitigato].

« La Chiesa... riconosce che le primizie della sua fede ed elezione..., sono i patriarchi e i profeti d’Israele... Siccome i cristiani hanno ricevuto un sì grande patrimonio dagli ebrei, questo santo Concilio vuole raccomandare tra loro la conoscenza e stima mutua... per questo motivo non bisogna presentare il popolo ebraico come riprovato da Dio e non si deve imputare ad esso le cose che son state compiute durante la passione di Cristo».

3°b) III sess. (1964). Dichiarazione sui rapporti...

[testo corretto ed ampliato, distribuito il 18 novembre 1964, discusso e votato il 20 novembre, con 1651 placet, 99 non placet, 242 placet iuxta modum, 4 voti nulli (125ª Congregazione), doveva venir messo in appendice al De Ecclesia; ritorno alle idee originarie].

« La Chiesa... riconosce che le primizie della sua fede ed elezione..., sono i patriarchi Mosè e i profeti d’Israele... siccome i cristiani hanno ricevuto un sì grande patrimonio dagli ebrei, questo santo Concilio vuole raccomandare tra loro la conoscenza e stima mutua... Il Concilio deplora e condanna l’odio e le persecuzioni contro gli ebrei... Il popolo ebraico non deve essere mai presentato come maledetto, riprovato o deicida. Infatti le cose successe durante la passione di Cristo non possono essere minimamente imputate a tutto il popolo ebraico di allora ed ancor meno a quello odierno...».

4°) IV sessione (1965) Dichiarazione Nostra Aetate, De Ecclesiae habitudine ad religiones non christianas, paragrafo 4° De Judaeis.

[testo rivisto dal Segretariato nel maggio 1965, distribuito ai Padri conciliari l’11 ottobre 1965, discusso ed emendato il 14-15 ottobre e dopo 8 votazioni ottenne 1763 placet, 250 non placet, 10 voti nulli, adottato nella votazione definitiva il 28 ottobre (7ª sessione pubblica), con 2041 placet, 88 non placet, 3 voti nulli; testo finale mitigato].

Cfr. testo definitivo Nostra Aetate in «Tutti i Documenti del Concilio», Massimo, Milano, 1971, oppure in «Enchiridion Vaticanum, testo latino-italiano. Documenti. Il Concilio Vaticano II», EDB, Bologna, 9ª ed., 1971 ().

 


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