CHIESA  CATTOLICA  E  HITLERISMO:  LUCI  E  OMBRE

d. CURZIO NITOGLIA

13 gennaio 2011

http://www.doncurzionitoglia.com/chiesa_e_hitlerismo_luci_ombre.htm

 

 


 

Introduzione

 

Non si cessa di discutere sui rapporti tra Chiesa e III Reich. Alcuni per criminalizzare la Chiesa preconciliare, che sarebbe stata filofascista e autoritaria; altri per sostenere che Essa, invece, anticipando il Vaticano II, disconobbe totalmente e senza distinzioni il III Reich. Mi sembra che ambedue queste tesi siano preconcette e non corrispondano alla realtà.

Per questo motivo mi accingo a commentare un libro molto interessante e chiarificatore, che è stato pubblicato per la prima volta in italiano nel novembre del 2010 dalla “Editrice Thule Italia” (sine loco, 237 pagine, 25 euro). Si tratta del manuale dedicato nel gennaio 1944 agli ufficiali della Wermacht Wofür kämpfen Wir? (Per che cosa combattiamo?).

 

Studiandolo si comprende quale fu la concezione politica, filosofica e religiosa del nazionalsocialismo e si può giudicare oggettivamente il fenomeno storico e ideologico del III Reich senza pregiudizi favorevoli o sfavorevoli “a priori”.

 

“Per che cosa combattiamo?”

 

Il testo del libro in questione, probabilmente composto dal “Ministero della Propaganda” di Joseph Goebbels (Ministro della Propaganda e dell’Informazione) e da Alfred Rosenberg (Ministro dei Territori Occupati nell’Europa Orientale), il cui libro Il mito del XX secolo (1930) vi è abbondantemente citato, era preceduto da un’introduzione elogiativa di Hitler scritta l’8 gennaio 1944. Quindi il suo contenuto rispecchia non solo il pensiero del Ministero della Propaganda del dr Joseph Goebbels e dell’ideologo anticristiano Alfred Rosenberg, ma anche quello di Hitler in persona, una anno e quattro mesi prima della sua morte. Il Führer scriveva: «Il libro “Per che cosa noi combattiamo?” dovrà costituire per l’ufficiale il cartello stradale che gli indichi l’orientamento della sua Weltanschauung [concezione della vita] e gli dia la preparazione spirituale e mentale per poter dare l’educazione politica e la formazione al suo soldato» (tr. it., p. 32). Questo testo quindi ha un valore non solo pratico e bellico ma contiene la filosofia del nazionalsocialismo e la sua visione della vita e della realtà.

 

Perché studiare oggi questo libro del 1944?

 

Studiandolo da un punto di vista teologico si scorgono in questo testo luci ed ombre. Le luci sono la riaffermazione di alcuni valori naturali: ordine, disciplina, forza, coraggio, individuazione esatta del nemico da combattere; mentre le ombre possono essere riassunte nella mancanza dell’ordine soprannaturale, che è rimpiazzato da un surrogato di vaga spiritualità o religiosità naturalista, immanentista, biologico-razziale e tendenzialmente panteista. Si badi bene: la filosofia del nazionalsocialismo non è atea e materialista come il comunismo, non è contro il Dio trascendente e personale, non è anti-cristiana, ma ne prescinde, non ne sente il bisogno, anzi pensa di poterne fare a meno poiché la razza germanica basta a se stessa non avendo il peccato originale.

 

Due scogli da evitare

 

Nel giudicare tale dottrina bisogna evitare il duplice scoglio del “pelagianesimo”, il quale reputava che l’uomo non avesse contratto il peccato originale e quindi bastasse naturalisticamente a se stesso e non avesse bisogno della gratia sanans, come pure lo scoglio opposto del “bajanesimo”, secondo il quale ogni atto del “pagano”, ossia di colui che non è stato rigenerato dalla grazia santificante di Cristo, è intrinsecamente cattivo. La Chiesa, invece, insegna che anche il pagano e il peccatore possono compiere atti naturalmente buoni, benché non meritori soprannaturalmente e possono conoscere delle verità accessibili alla retta ragione naturale. Si comprende allora perché non tutto il libro che esamineremo è da rigettare. Ma vediamo le cose in dettaglio

 

a) LE “OMBRE”

 

«Il vero potere formativo è stato quello Germanico e poi Tedesco» (p. 37). Il germanesimo è considerato superiore alla civiltà greco-romana e a quella cristiana, che, benché non cattive in sé, sono imperfette rispetto al pangermanismo nazionalsocialista. A pagina 38 si espone una concezione erronea del cattolicesimo, che sarebbe una trasformazione sostanziale del cristianesimo primitivo, come per Charles Maurras. Inoltre i Vescovi sono considerati «funzionari del Reich» che «sostennero il Kaiser contro il Papa», come per Enrico IV. Il Reich infine non si fonda sulla religione, ma «sulla razza e sulla cultura nazionale [germanica]» (p. 39). Queste prime trentanove pagine sono state scritte e firmate da Alfred Rosenberg e fanno parte di una sorta di introduzione al libro (che non reca il nome dell’autore) intitolata “L’idea del Reich”. Tuttavia anche nel resto del libro (sino alla pagina finale 227) si ritrovano idee non conformi alla retta filosofia e alla sana teologia, miste a parecchie considerazioni di alto valore naturale, alle quali manca, però, la dimensione soprannaturale, che è la vita della grazia, intesa come partecipazione finita da parte dell’uomo alla vita infinita di Dio. A pagina 46 si inizia a confondere il giudaismo dell’Antico Testamento con il giudaismo post-biblico. Per la Chiesa il primo è buono, ma imperfetto dovendo essere perfezionato dalla Nuova Alleanza nel Sangue di Cristo, mentre per il nazionalsocialismo anche l’Antico Testamento è cattivo in sé, e questo perché lo legge secondo la “lettera” e non secondo lo “spirito” ovvero il ‘significato’ che gli dà il Nuovo Testamento, verso il quale tutto l’Antico Testamento è orientato. Ora “la lettera uccide e lo spirito vivifica”: se si legge il Vecchio testamento senza riferirlo a Cristo, lo si mutila e deforma e non si coglie il suo vero significato, come facevano i farisei al tempo di Gesù. A pagina 53 si parla di “Idealismo” germanico, senza altre specificazioni. Tuttavia non ci si può impedire di pensare all’idealismo filosofico che da Kant arriva sino ad Hegel passando per Fichte che ha fondato il pangermanesimo e la dottrina della superiorità della pura razza germanica. Penso che proprio questo idealismo filosofico, soggettivista, immanentista, relativista ha impedito al III Reich di fare il passo che, invece, fecero i Barbari germanici, i quali invadendo Roma nel V secolo seppero assimilarne le idee e la Fede e le apportarono la forza che oramai le faceva difetto. Purtroppo il III Reich germanico ha rifiutato la metafisica dell’essere greco-romana e la scolastica, preferendo loro l’idealismo filosofico germanico, figlio del soggettivismo teologico luterano. Infatti nel libro a pagina 92 è citato positivamente Kant, il quale avrebbe contrapposto all’empirismo inglese «un prussianesimo disciplinato e militare». Anche lo spirito luterano di allontanamento da Roma (“Los von Rom”, “Lontani da Roma”) ha impregnato di sé, anche se in maniera non radicale, il III Reich. A pagina 61 si legge una critica al cattolicesimo romano, visto come «pressione psicologica proveniente da Roma […]. Eccessivo pensiero autoritario della Chiesa», mentre l’Illuminismo del Settecento è visto come «un movimento intellettuale motivato da ideologie germanico-europee» e quindi positivo. Il culto della “razza e del sangue”, che sono assurte ad Assoluto o a forme divine, impedisce al III Reich di vedere che anche il romanticismo, l’illuminismo e l’idealismo tedeschi sono stati una delle tappe della sovversione dell’Europa. L’errore del nazionalsocialismo è fondamentalmente questo: tutto ciò che è germanico è buono. Il che non corrisponde a realtà, come l’affermazione contraria secondo la quale il germanesimo sarebbe il “Male assoluto”. Naturalmente col germanesimo è esaltato tutto ciò che è nordico a discapito anche della civiltà greco-romana, che è mediterranea, e perciò è ritenuta meno perfetta del germanesimo e del “carattere nordico” (p. 121). Inoltre a pagina 126 e 127 si muovono delle accuse del tutto infondate alla Chiesa romana, la quale avrebbe protetto l’ebraismo talmudico e sarebbe arrivata a “sovrapporsi” con esso, data la «l’azione antipopolare della chiesa romana politicizzata». Non si esce da Enrico IV e Martin Lutero. Anzi si giunge a sostituire a Dio, non negandolo esplicitamente come ha fatto il comunismo, il popolo germanico. Infatti a pagina 138 si legge: «la cognizione razziale per noi è la più elevata conoscenza. […]. I valori più alti sono quelli della vita, della razza, del lavoro, della natura, della Patria [...], perché attraverso tutto ciò c’è la via che conduce a Dio». Ma non si parla di Cristo: “Via, Verità e Vita”, né Fede teologale che ci unisce, assieme alla virtù soprannaturale di Carità, al vero Dio personale e trascendente il mondo; si resta in una vaga religiosità naturalistica e panteistica. Infatti a pagina 189 leggiamo: «siamo religiosi e pii. Noi crediamo in Dio come la forza creativa intorno a noi e in noi […]. La fede che risiede nell’animo tedesco è l’obbligo nei confronti del proprio sangue […], di tutto il popolo» e a pagina 139 si specifica: «Al centro della nostra concezione del mondo c’è l’idea del sangue e della razza. Il sangue è la forza motrice della vita del singolo così come quella del popolo». Ora, se l’identità etnica o “razziale” in senso largo (dacché la razza pura è un concetto meramente logico e non reale, in quanto varie “razze” si sono unite nel corso della storia ed hanno dato luogo a popoli ed etnie) è qualcosa da preservare dal miscuglio della società multietnica, multireligiosa e multiculturale, essa tuttavia non è un Assoluto, un Centro, un Fine o una “divinità”. Il nazionalsocialismo non distingue l’unità sostanziale di tutti gli uomini, tutti aventi corpo e anima razionale, dalle differenze accidentali di qualità maggiori o minori nei vari individui e anche nei vari popoli e quindi incolpa il Cristianesimo di aver «infettato il sangue nordico con il dogma dell’uguaglianza fra tutti i Cristiani» (p. 139), i quali sono eguali quanto alla sostanza, poiché tutti creati a “immagine e somiglianza” di Dio, ma conservano tra loro delle diversità accidentali e qualitative che stabiliscono una gerarchia tra gli uomini. Nella gerarchia di valori per il cattolicesimo al primo posto c’è Dio, per il nazionalsocialismo «al primo posto c’è la tutela e la valorizzazione del nostro Popolo. Per Hitler vi è una sola dottrina “Popolo e Patria!”, per il Führer al centro di tutto il pensiero nazionalsocialista vi è il Popolo» (p. 140). Come si vede il Popolo germanico è idolatrato e messo al posto di “Dio primo servito”. Il Patriottismo o amore della terra Patrum è cosa buona e giusta, ma l’idolatria che mette la creatura al posto del Creatore è cosa cattiva e ingiusta. Il libro continua: «ogni istituzione pubblica [quindi anche la Chiesa] deve servire alla prosperità del popolo e della sua terra» (p. 140). Invece il Fine ultimo della Chiesa è la salus animarum e il benessere comune temporale è solo un mezzo o il fine prossimo in vista di quello ultimo o remoto: Dio e la salvezza eterna. Il libro specifica che «la sua [nazionalsocialista] profonda religiosità […] è l’insegnamento del sangue e dell’onore» (p. 150). A pagina 164 esplicita meglio: «Il nazionalsocialismo mira allo sviluppo positivo del suo popolo! È una questione di sangue! […]. Etico è ciò che favorisce la salvaguardia del popolo tedesco. Immorale è ciò che ne impedisce la conservazione». Non più i Comandamenti di Dio o la Sua Volontà, ma la salvaguardia del popolo germanico è il criterio per distinguere il bene dal male o ciò che è morale dall’immorale. Certamente, la salvaguardia della propria Patria, del proprio ceppo etnico, del proprio popolo è una cosa lodevole e doverosa per il governante, ma non è il Fine ultimo né dell’uomo né del Capo della Nazione. Infine a pagina 173 si legge: «non abbiamo ereditato nessuna colpa e nessun peccato». È questa la negazione esplicita del peccato originale e l’affermazione pura del naturalismo pelagiano.

 

b) LE “LUCI”

 

La maggior parte del libro è dedicata a “I nostri avversari”: il giudaismo (pp. 45-65), il bolscevismo (pp. 66-85), l’Inghilterra (pp. 86-102), l’America (pp. 103-120). Questa è la parte migliore del libro. Occorre dire che il III Reich aveva bene individuato il nemico dell’Europa e dell’umanità: l’ebraismo nazionale e internazionale, che muove ad est il comunismo bolscevico e ad ovest l’America e l’Inghilterra liberiste. Quello che è mancato al Reich germanico è stata la vera teologia poiché il problema ebraico, prima di essere una questione sociale, politica ed economica, è una questione teologica. San Paolo (1a Tess, II, 15) ha scritto degli ebrei talmudici: «hanno ucciso il Signore Gesù e i Profeti e non piacciono a Dio, ci perseguitano e sono nemici di tutto il genere umano, impedendoci di predicare il Vangelo alle Genti per la loro salvezza». La sola natura senza la grazia non può bastare all’uomo ferito dal peccato originale, ma ciò non significa che tutto ciò che fa il “pagano”, non sanato dalla grazia santificante meritataci dal Verbo Incarnato e crocifisso, sia malvagio e falso. No. Il libro in questione ne è una prova: molte verità di ordine naturale, storiche, filosofiche, sociali, economiche vi sono state messe a fuoco.

 

Il giudaismo

 

Suo obiettivo è «ottenere il dominio sul mondo [tramite] un governo mondiale internazionale […] senza riguardo alle caratteristiche del singolo popolo» (p. 45). È la descrizione esatta del ‘Nuovo Ordine Mondiale’ che ha iniziato ad instaurarsi prima sulle rovine dell’Europa nel dopo-guerra (1945) e dal 2003 in Medio Oriente, ove però la battaglia è tuttora in pieno svolgimento e ricca di incognite. Il giudaismo vuole la «decomposizione della visione del mondo dei popoli ospitanti e con ciò la cancellazione dei loro peculiari stili di vita» (ivi), per instaurare una «repubblica mondiale» (p. 46). Quanto assomiglia a ciò che avevano previsto Orwell e Benson! (Cfr. l’articolo “Mondialismo, Benson, Orwell e il cardinale Newman” in due parti). Una delle armi del giudaismo è l’economia individualistico-materialistica del liberismo (ivi). Purtroppo, come scritto sopra, non si fa la distinzione dovuta tra giudaismo veterotestamentario e quello talmudico, anzi si ingloba l’Antico Testamento nella degenerazione rabbinico-farisaica del giudaismo post-biblico (cfr. Antico Testamento, Cristianesimo e Nazionalsocialismo, in questo stesso sito). Le due principali correnti del materialismo economico giudaico sono il bolscevismo sovietico (materialismo collettivistico) e il liberismo anglo-americano (materialismo individualistico). Siccome la Germania - scrive il libro in esame - «non vuol soggiacere ad un ordine mondiale ebraico» (p. 53), il giudaismo la vuol distruggere da est (Urss) e da ovest (GB-Usa). Inoltre il materialismo liberista rende più povero spiritualmente l’uomo, mentre il materialismo collettivista lo impoverisce materialmente ed anche spiritualmente, poiché entrambe gli tolgono la Fede, la Speranza e la Carità e il comunismo anche la prosperità materiale. Ora le sole ricchezze o il solo odio di classe non possono arricchire e perfezionare l’animo umano, che è spirituale e fatto per il Vero e il Bene Supremi. Quindi togliendo la Fede e lo spirituale impoveriscono l’anima e il corpo dell’uomo. E poiché la Germania con Spagna, Portogallo, Italia era la forza principale della rinascita europea dalla prima metà del XX secolo era necessario abbatterla. Un’Europa unita con le idee e la Fede della Spagna (Franco), del Portogallo (Salazar) e dell’Italia (Mussolini) assieme alla forza bellico-economica della Germania faceva paura al giudaismo, all’Urss, all’anglo-americanismo e alla massoneria, la setta segreta di cui essi si servivano per distruggere le ultime vestigia della Cristianità europea. Certo, Hitler non aveva delle idee simili a quelle mediterranee, greco-romane e cattoliche, ma il giudaismo temeva che si ricreasse una situazione simile a quella di Costantino, Clodoveo, Carlo Magno, Ottone I e che il Sacro Romano Impero Germanico (Clodoveo e Carlo Magno erano Franchi, ossia antichi Germani) avesse potuto riprendere forza. Tutto ciò era da stroncare prima del nascere. L’obiettivo principale era la Germania e quello secondario l’Italia.

 

La massoneria

 

È lo strumento del giudaismo, una «associazione internazionale con una classe dirigente segreta [i piccoli massoncelli possono essere semi-pubblici], che all’esterno sostiene l’aspirazione verso altissimi valori umanitari, ma che in verità è un ordine segreto, con l’aiuto del quale il giudaismo influenza la politica mondiale» (p. 54). La massoneria tende a realizzare la «fratellanza umana universale, […] libera da qualsiasi barriera di classe, nazionalità, colore e razza» (p. 55). Il trinomio massonico di “Libertà, Fraternità e Uguaglianza” avrebbe portato al «generale caos razziale e, quindi, alla concretizzazione del dominio [ebraico] sul pianeta» (ivi). La massoneria serve al giudaismo per la ricostruzione del «futuro Tempio mondiale di Salomone» e per la creazione di «una repubblica universale» (p. 57). Una delle creature principali della massoneria è il liberalismo (pp. 61-65).

 

Il bolscevismo

 

Vuole fondare «uno Stato internazionale proletario e mondiale […]. Esso è la distruzione dell’ordine naturale delle razze e dei popoli ed è lo strumento per la creazione del dominio mondiale ebraico» (p. 67). Il marxismo «nega ogni ordine divino del mondo, […] respinge anche i valori spirituali e caratteriali. […] Afferma che tutti i corsi e ricorsi storici siano procedimenti meramente economici. […]. Nega il valore della personalità […] la proprietà […] e la libera agricoltura. […]. Glorifica la tecnica. […]. Insegna l’ateismo» (pp. 68-69). La maggior parte dei suoi leader sono di origine ebraica.

 

L’Inghilterra

 

È il «nemico mortale di ogni potere forte nel continente europeo. Per via della sua fede puritana si sente il popolo chiamato da Dio a governare sugli altri popoli. […]. Per di più l’Inghilterra è governata dagli ebrei» (p. 86). L’unificazione dell’Europa dà fastidio all’Inghilterra, come all’America e all’Urss. Quindi esse debbono combattere le nazioni che potrebbero realizzarla, come aveva già fatto l’Inghilterra nel XVII secolo (cfr. i tre articoli apparsi su questo sito: “Giudeo-protestantesimo anglicano”; “Giudeo-calvinismo contro cattolicesimo”; “La regina Elisabetta contro Roma”) contro la Spagna e l’Olanda (p. 95). Nella guerra civile spagnola Inghilterra, America e Unione Sovietica si schierarono con i rossi, poi nel 1939 dichiararono guerra alla Germania per distruggerla e con essa impedire la eventuale rinascita di un’Europa forte, né sovietica, né americanizzata, né giudaizzata. «Il Puritanesimo di Cromwell e l’ebraismo sono la stessa cosa» (p. 88). Al puritanesimo il libro in esame affianca l’utilitarismo di Geremia Bentham e il liberismo britannico (pp. 91-92). Purtroppo, però all’utilitarismo il libro oppone il kantismo, che non è un rimedio ma soltanto un altro tipo di veleno (cfr. Guido Mattiussi, Il veleno kantiano, Verona, 1904). Certamente il “peccato originale” del nazionalsocialismo è il pangermanesimo: non si può combattere una rivoluzione con un’altra rivoluzione di segno diverso, ma solamente tramite il contrario della sovversione. Ora il III Reich ha preteso combattere il supernazionalismo razzista ebraico con un pangermanesimo altrettanto razzista e sciovinista.

 

L’America

 

La plutocrazia giudeo-americanista «si vede minacciata nel suo sistema supercapitalistico, fondato sull’economia. Inoltre anche l’americano medio, nella sua visione puritana del mondo, crede ad un’estensione del dominio degli Usa su tutti i popoli» (p. 103). Un’Europa autosufficiente avrebbe ridimensionato il mercato americano non ancora uscito dalla crisi del 1929 ed è per questo che si scatenò la seconda guerra mondiale (come pure la seconda guerra del Golfo Persico nel 2003). Dietro l’imperialismo atlantico-occidentale anglo-americano e quello panslavista orientale il libro in esame vede il mondialismo giudaico (ivi). A pagina 109 è colta la sostanziale e reale unione ideale intima tra liberismo e comunismo, sotto apparenze accidentalmente diverse: “il bolscevismo è l’americanismo del XX secolo”. Oggi, dopo il 1989, si può dire: “l’americanismo è il neo-bolscevismo del XXI secolo”. Indubbiamente la parte più debole del libro è quella che va da pagina 135 a 227, poiché il III Reich si fermava all’ordine naturale, spingendosi tutt’al più verso una vaga spiritualità immanentistica e panteistica neo-pagana, e gli mancava la sana teologia dell’unica vera Religione soprannaturale rivelata dall’Unico vero Dio. Tuttavia, dal punto di vista naturale, alcune virtù acquisite, che sono imperfette ma non intrinsecamente cattive, sono state ammirevoli nel III Reich. Esse hanno formato l’uomo, la famiglia, il popolo forte, lavoratore, combattente, patriottico, che ha resistito da solo contro i due mostri “della terra” (Urss) e “del mare” (GB-Usa), i quali infine lo hanno sopraffatto ed hanno poi distrutto le ultime vestigia della cultura europea classica, che era stata salvata dai monaci benedettini e sublimata dai Padri della Chiesa e dagli Scolastici. Il bombardamento a tappeto dell’Abbazia di Monte Cassino non è stato un caso, ma un simbolo della nuova “civiltà” mondialista.

 

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Nazionalsocialismo e “olocaustismo”: due razzismi di segno opposto

 

Prologo

 

Un giovane ricercatore, Andrea Giacobazzi, ha scritto un libro intitolato L’Asse Roma-Berlino-Tel Aviv (Rimini, Il Cerchio, 2010, 240 pagine, 20 euro), che tratta del sionismo, della sua corrente radicale di destra chiamata “revisionista”, dei rapporti internazionali tra il sionismo, il fascismo e il nazionalsocialismo. È un libro ben documentato, che ha attirato la mia attenzione soprattutto in quanto fa luce sui rapporti tra hitlerismo e questione ebraica e mi ha dato nuove prove per quanto riguarda la non veridicità della vulgata sterminazionista di 6 milioni di ebrei tramite camere a gas. Mi fermerò, perciò, solo sul III capitolo “I rapporti delle organizzazioni ebraiche con la Germania nazionalsocialista (pp. 141-191).

 

Il Sangue e il Suolo

 

Non è soltanto il motto del nazionalsocialismo, ma anche quello del sionismo. La differenza è che per il primo il sangue è quello germanico e il suolo è quello tedesco, mentre per il secondo il sangue deve essere ebraico e il suolo israeliano. Come si vede si tratta di due “concezioni della vita” di segno opposto, ma entrambe basate sul razzismo biologico, sul culto della razza e della Nazione. A partire da ciò si formò una certa intesa “diplomatica” o di interessi pratici tra III Reich e ebraismo sionista, affinché gli ebrei lasciassero la Germania e giungessero nella Palestina che 2000 anni prima era stata la loro Patria. Il Reich voleva risolvere la questione ebraica perché vedeva nel giudaismo il nemico principale della Germania e dell’Europa. Quindi cercava una “soluzione definitiva” o “finale” del problema ebraico, la quale, però, da quel che si legge nei documenti riportati nel libro di Giacobazzi, non consta che consistesse nel genocidio di tutti gli ebrei europei tramite camere a gas, ma nel voler espellere possibilmente gli ebrei che vivevano nel territorio del III Reich, per trasferirli secondo un primo piano nella colonia francese del Madagascar (dopo l’occupazione tedesca della Francia, nel 1940) e poi, con la seconda guerra mondiale in atto e la conquista tedesca della parte europea dell’Urss nel 1941-42, nella Russia occidentale. Infine i gerarchi nazionalsocialisti e i dirigenti sionisti si misero d’accordo per far giungere un gran numero di ebrei in Palestina, pagando una certa cauzione.

 

Le leggi razziali di Norimberga

 

Furono accolte con favore da alcuni esponenti del movimento sionista, i quali vedevano nell’assimilazione degli ebrei ai costumi “pagani” o “non-ebraici” un pericolo per la sopravvivenza del giudaismo. Siccome le Leggi di Norimberga del 1935 proibivano i matrimoni misti, proibiti anche dai rabbini, esse furono ben accolte dai giudei ortodossi e dai sionisti.

 

Rivalità tra ostjuden, askenaziti e sefarditi

 

I sionisti - spiega Andrea Giacobazzi - erano fortemente ostili agli “ostjuden” (ebrei asiatici), ritenuti dagli stessi ebrei nord-occidentali «creature pietose […] di un livello quasi non-umano». L’ebreo asiatico o dell’est (come pure il sefardita) non era paragonabile a quello askenazi o tedesco. In molti casi si giunse persino ad “arianizzare” gli askenaziti e i “mischlinge” (mezzi ebrei), che combatterono nella Wehrmacht raggiungendo le 150 mila unità. Per essere promossi di grado essi dovevano ottenere una speciale esenzione da parte di Hitler in persona. Giacobazzi, rifacendosi a fonti precise, scrive che: «Non furono rari i casi in cui Hitler concesse esenzioni e promozioni “eccellenti”». Fecero parte di queste esenzioni “eccellenti” Frank, il Governatore della Polonia occupata, Heydrich generale delle SS e capo della Gestapo, il feldmaresciallo dell’aviazione tedesca Milch, il generale Wilberg. Secondo Giacobazzi anche Rosenberg, Hess ed Eichmann erano di origine ebraica e furono promossi da Hitler, il quale manifestò così una notevole elasticità mentale che mal si concilia con quel mostro o “Male assoluto” che la propaganda dei vincitori ci ha dipinto. In pratica il motto nazionalsocialista “Juden rauss” era accettato anche dagli ebrei ortodossi e dai sionisti, che, per non assimilarsi ai “gojim”, se ne andavano volentieri. Addirittura il rabbino filosionista J. Prinz nel 1937 scrisse: «Nessuno ha affrontato il problema ebraico così seriamente come la Germania. Soluzione della questione ebraica? Era il nostro sogno sionista! Dis-assimilazione? Era il nostro appello!». «Il più grande frutto delle relazioni della Germania nazionalsocialista con l’Organizzazione Sionista tedesca è stato l’accordo logistico-commerciale passato poi alle cronache come “Haavara”, “trasferimento” appunto». Trasferimento geografico, non eliminazione fisica; soluzione definitiva geografica, non fisica. Quindi se l’Ebraismo anglo-americano aveva votato una risoluzione di boicottaggio economico-finanziario contro la Germania sin dal 1933 a causa dell’antisemitismo del III Reich, il sionismo tedesco e i rabbini ortodossi nord-europei, invece, vedevano di buon occhio la politica di separazione del Reich germanico (si badi bene: non il nazionalsocialismo in sé, ma la sua politica che separava nettamente gli ebrei da tedeschi).

 

Il Piano di evacuazione degli ebrei tedeschi

 

Prese avvio concreto nel 1937. Nel 1938 fu incoraggiato da Hitler stesso con un suo impegno specifico e pratico. Nel 1938 Goering pensava al Madagascar, ma la guerra del 1939 impedì tale trasferimento, e nel 1942, dopo l’invasione dell’Urss, si pensò alla Russia occidentale occupata e nello stesso tempo anche alla Palestina, in cui in quel medesimo anno si recò Adolf Eichmann. Tale trasferimento era chiamato “soluzione finale o definitiva della questione ebraica” e, come risulta dai piani, non era assolutamente una soluzione di sterminio fisico, ma di evacuazione degli ebrei dal territorio del III Reich. Questo disegno fu perseguito sino alla primavera del 1944: quando la guerra volgeva al peggio per la Germania, i nazionalsocialisti avrebbero consentito l’emigrazione in Palestina di 1 milione di ebrei in cambio di 10 mila camion, ma l’offerta fu rifiutata da parte ebraica. Perciò proprio ciò che opponeva per diametrum ideologicamente nazionalsocialismo ed ebraismo, rendeva possibile un accordo pratico di separazione tramite evacuazione geografica degli ebrei dalla Germania. Dopo la primavera del 1944, quando i bombardamenti alleati sulla Germania resero ogni spostamento assai difficoltoso, gli ebrei restati in Germania furono deportati in campi di concentramento per essere utilizzati come “forza lavoro”. Sarebbe stato, infatti, controproducente e autolesionista ucciderli invece di farli lavorare, certamente in condizioni disumane e come schiavi; il resto lo fecero il tifo, la fame, le bombe alleate, il lavoro massacrante di 16 ore giornaliere e anche le percosse delle guardie dei campi di lavoro, che non erano solo tedesche perché numerosi kapò erano “mezzi-ebrei” arianizzati. Del resto non solo la Germania ha avuto i campi di concentramento. Purtroppo ogni guerra comporta morte, prigionia e lavori forzati. Asserire che gli unici ad aver sofferto la reclusione siano stati gli ebrei è irreale. L’olocaustismo vorrebbe imporci, sotto pena di detenzione, scomunica ed emarginazione dalla società civile, un falso “dogma” che è contro (non oltre) la ragione, un “passato che non passa”, ossia una “contradictio in terminis”.

 

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CHIESA E III REICH

 

Proemio

 

Padre Giovanni Sale, lo storico gesuita della Università Gregoriana che ha continuato l’opera di padre Pierre Blet sui rapporti tra Chiesa, nazionalsocialismo e fascismo, su La Civiltà Cattolica del 20 novembre 2010 (quaderno 3850) ha affrontato il tema dei rapporti tra Pio XII e III Reich, facendo delle giuste e doverose distinzioni. Infatti vi è chi, come Pierre Maximin, sostiene che la Chiesa di Pio XI e XII, a partire dalla enciclica Mit brennender Sorge del 1937, tra Hitler e Stalin abbia finito per preferire Stalin. Maximin sostiene che il III Reich sia stato una sorta di neo Sacro Romano Impero Germanico allo stato perfetto e che non sia stato sostenuto dal Papa. Questa tesi pecca di univocità per eccesso di giudizio positivo sul nazionalsocialismo, nel quale si vedono solo luci e nessuna ombra. Vi è poi la quasi totalità degli storici “politicamente corretti”, che presentano il III Reich come il “Male assoluto” appoggiato dalla Chiesa preconciliare, che si sarebbe aperta al mondo moderno solo a partire dal Concilio Vaticano II. Anche questa tesi, però, pecca per difetto di valutazione obiettiva del III Reich, che non è certamente il “Male assoluto”, specialmente se confrontato con i sistemi che hanno governato il mondo dal 1945 ad oggi (stalinismo; imperialismo americanista, che ha toccato il suo vertice nella seconda guerra del Golfo Persico del 2003; sionismo, che, governando l’America, dirige indirettamente il mondo e lo sta portando sul baratro di una terza guerra mondiale e nucleare; le repubbliche europee americanizzate e “sessantottizzate” che hanno distrutto Stato, famiglia e individuo). Certamente, al III Reich mancava il vero rapporto col soprannaturale e la Fede infusa nell’Unico vero Dio trascendente e personale, ma promuoveva alcuni valori naturali che hanno formato dei “cives” retti, per quanto umana fragilità lo permetta. L’uomo e il mondo post-moderno o attuale, invece, è soprannaturalmente cieco e naturalmente invertito e degenerato; è il “Regno sociale di satana”, ove il diavolo regna e il male trionfa (sino a che Dio lo permetterà e non un istante di più). Allora mi sembra che, seguendo le distinzioni fatte già molte volte nei suoi precedenti articoli e libri da padre Sale, si possa giungere alla tesi secondo cui nel III Reich vi furono ombre (naturalismo tendenzialmente panteista, che compromette il soprannaturale), ma anche luci (ordine, disciplina, forza, coraggio, intelligenza, fedeltà, che hanno rafforzato le virtù naturali e acquisite del popolo germanico). La Chiesa nella enciclica Mit brennender Sorge del 14 marzo 1937 mise in guardia dalle ombre, sperando che i dirigenti del Reich germanico le correggessero. Ma non scomunicò come “intrinsecamente perverso” il nazionalsocialismo, cosa che invece hanno fatto con il comunismo Pio XI (Divini Redemptoris missio, 19 marzo 1937) e Pio XII (‘Decreto generale’, 1° luglio del 1949). La Chiesa sa che “gratia non tollit naturam sed supponit e perficit eam” e considerando le potenzialità dell’ordine naturale restaurato dal III Reich dopo lo sfacelo della Repubblica di Weimar (1919-33), comprese che esse avrebbero potuto supportar la grazia. Però così non fu.

 

Pio XII e Reich germanico

 

Padre Sale scrive nell’articolo succitato che Pio XII quando fu eletto Papa, si consultò con i Vescovi della Germania sulla lettera per partecipare ad Hitler la sua elezione al Soglio. Hitler aveva già inviato a papa Pacelli una lettera di auguri, tramite l’ambasciatore del Reich presso la S. Sede, Diego von Bergen. «Il Papa e i quattro cardinali tedeschi furono concordi nel ritenere che sarebbe stato opportuno avvalersi dell’occasione offerta dall’inizio del nuovo Pontificato per cercare di migliorare i rapporti tra le due autorità. […]. Tale gesto avrebbe dovuto apparire come una sorta di mano tesa della S. Sede verso il Governo tedesco. […]. In tale circostanza i cardinali tedeschi, preferivano distinguere […] tra i membri del Governo legittimamente incaricati del pubblico potere […] e gli “estremisti neopagani del partito nazionalsocialista”». Inoltre «in più occasioni, soprattutto negli ultimi tempi della guerra, il Papa intervenne, anche pubblicamente, contro la tesi della colpa collettiva da addebitare indistintamente a tutto il popolo tedesco propagandata dagli Alleati – in particolar modo Gran Bretagna e Francia – per giustificare il bombardamento sui civili, che abitavano le città tedesche». Appare chiara la distinzione operata dal Papa e dai cardinali tedeschi tra l’estremismo neopagano di alcuni membri del partito nazionalsocialista e il legittimo Governo germanico, col quale si sarebbe potuto sperare di trovare un’intesa.

 

Conclusione

 

Per tirare le somme mi sembra che ogni manicheismo storico sia falso e non corrisponda alla realtà dei fatti. Un nazionalsocialismo totalmente e assolutamente buono o malvagio è un “ente di ragione” che non è esistito nella realtà. Certamente la filosofia nazionalsocialista era idealistica e naturalistica, ma nell’ordine naturale il Governo germanico assicurò al suo popolo l’ordine interno, il benessere socio-economico che era stato distrutto dal Patto di Versailles e dalla Repubblica di Weimar. La Germania a partire dal 1933 in un solo anno tolse dalla disoccupazione 6 milioni di lavoratori, impiegati nella costruzione di autostrade, automobili, ferrovie, treni e nell’industria bellica. Favorì la crescita demografica e sfavorì le pratiche abortistiche, tuttavia occorre anche dire che ammise la sterilizzazione dei minorati e le sperimentazioni eugenetiche. Mise al bando la massoneria, il comunismo, il liberalismo, il democraticismo rousseauiano. Cercò di espellere l’ebraismo dal territorio germanico. Sradicò l’usura, non lasciò l’economia nelle mani dell’alta finanza apolide, ma la assoggettò al Governo dello Stato. Stilò un concordato con la Chiesa (1934). Ridiede dignità al cittadino tedesco, facendone un “secondo antico romano” molto più che un antico barbaro germanico, ossia l’“agricola-miles”, che lavora la sua terra per il sostentamento della sua gente ed è pronto a difenderla con le armi se necessario, Purtroppo il luteranesimo, l’idealismo, il neopaganesimo impedirono alla natura germanica formata dal III Reich di essere vivificata dalla grazia. La Religione pagana, però, non è da confondersi con la civiltà e cultura precristiana europea o “pagana”. Si pensi alla filosofia greca e al diritto romano. S. Ambrogio da Milano ha ben distinto Romanità da religiosità pagana, anzi questa religiosità politeistica e orgiastica secondo lui era l’unica cosa che accomunava Roma ai Barbari. Purtroppo il nazionalsocialismo si lasciò impigliare nelle sabbie mobili della vecchia religiosità pagano-germanica, in un certo luteranesimo e nell’ideologia neopagana dell’idealismo tedesco. Questo fu l’obex che gli impedì il trionfo, che invece Costantino aveva conseguito a Ponte Milvio contro Massenzio sotto il vessillo della Croce di Cristo (“in hoc signo vinces”).

 

 

d. CURZIO NITOGLIA

 

13 gennaio 2011

http://www.doncurzionitoglia.com/chiesa_e_hitlerismo_luci_ombre.htm

 

 

NOTE


[1] Il “Pelagianesimo” è un’eresia del V secolo, che non ammetteva la trasmissione del peccato originale da Adamo ai suoi posteri. Questa eresia si può ricondurre ad un sistema filosofico naturalistico a scapito del soprannaturale e del bisogno da parte dell’uomo della grazia di Dio. È intriso di stoicismo esaltando la forza umana nel fare da se stessa il bene e vincere il male, non solo fisico ma anche morale. L’uomo è “Immacolato”. Egli con le sue sole capacità naturali può conseguire la vita eterna e la visione beatifica di Dio faccia a faccia. Il Pelagianesimo è la distruzione di tutto l’ordine soprannaturale (v. Pio Paschini, Lezioni di Storia ecclesiastica, Torino, 1930, 1° vol., p. 222 ss.). S. Agostino fu il principale avversario del Pelagianesimo, che grazie ai suoi scritti fu condannato nel 416 dai Concili particolari di Milevi e di Cartagine (approvati da papa Innocenzo I) e poi nel 418 dal grande Concilio Cartaginese (approvato da papa Zosimo). Infine fu ricondannato anche dal Concilio ecumenico di Efeso nel 431 e dal II Concilio ecumenico di Orange nel 529 (cfr. DB 101 ss., 126 ss., 174 ss.).

[2] Il “Bajanesimo” è un’eresia insegnata dal professore Michel de Bay dell’Università di Lovanio in Belgio nella seconda metà del Cinquecento. Bajo insegnava che la giustizia originale (grazia e virtù soprannaturali) appartiene alla natura umana e quindi le è dovuta. Inoltre il peccato originale – al contrario di Pelagio – ha corrotto, come per Lutero, totalmente ed intrinsecamente la natura umana, la quale ha perso il libero arbitrio ed è interamente schiava della concupiscenza. Quindi l’uomo non può fare nessun bene, neppure naturale, onde tutte le opere dei “pagani” sono viziose in se stesse. Il suo pessimismo radicale è l’antesignano del Giansenismo. San Pio V condannò nel 1567 settantanove proposizioni estratte dalle opere di Bajo, che si sottomise (DB 1001-1080). L’immanentismo religioso modernistico si ricollega a certi aspetti del Bajanesimo.

[3] Per quanto riguarda l’idealismo filosofico che è nato in Germania, Michele Federico Sciacca in “L’idealismo moderno” scrive: «Hegel lo ha dogmatizzato al punto di farne una teologia della pura Ragione. […]. Esso può dirsi eretico, rispetto al Cristianesimo […] in quanto snaturamento delle verità cristiane. La Religione è il secondo momento dello Spirito dove però essa si nega. Ciò significa che il momento religioso è contenuto in quello filosofico e in esso è superato; ma il momento filosofico è quello della pura razionalità. […]. La religione resta assorbita e dissolta nella filosofia. E questa è più che un’eresia: è la negazione della Religione come tale, in quanto si esclude ogni forma di sapere rivelato. […]. Il Cristianesimo va, quindi, purificato della mitica soprannaturalità. […]. L’idealismo è storicismo; storicismo è immanenza ed esclusione di ogni verità soprannaturale, immanenza totale del divino nella storia, e perciò eliminazione da un lato della trascendenza di Dio, e dall’altro, della divinità di Cristo e della Chiesa. […]. La letteratura romantica, soprattutto tedesca, è permeata di intensa “religiosità”, […] ma attenzione a non equivocare. “Religiosità” sì, ma come culto panteistico della natura ed esaltazione dell’uomo [nel caso nostro dell’uomo tedesco e della razza germanica]. La persona del Romanticismo idealistico tedesco non è più quella cristiana: non è la creatura, è principio creatore di se stesso. […]. È soggettività della verità, immanenza di essa e della realtà al soggetto, che tutto “pone” o “crea”: è uno sviluppo della “rivoluzione copernicana” di Kant. E così l’interiorità si perde o nel soggettivismo esasperato di Novalis o nella filosofia della natura di Schelling o nel panlogismo dialettico di Hegel. […]. In breve l’idealismo è la triplice negazione del teismo, della divinità di Cristo e della Chiesa, oltre che dell’immortalità personale dell’anima. […]. L’idealismo moderno, da Fichte in poi, è statolatria: lo Stato è il “Dio reale” (Hegel)» (Aa. Vv., Eresie del secolo, Assisi, Pro Civitate, 3a ed., 1954, pp. 45-62). Il nominalismo di Lutero, secondo il quale le idee sono purus flatus vocis, che non coglie l’essenza della realtà extramentale, ha influito, non poco, sullo sviluppo dell’idealismo tedesco.

[4] Cfr. Il ruolo ebraico nella rivoluzione bolscevica e nei primi anni del regime sovietico in Russia. A cura dell’Institute for Historical Review, (30 Dicembre 2010).

 

[5] info@ilcerchio.org

[6] Cfr. B. M. Rigg, I soldati ebrei di Hitler: la storia mai raccontata delle leggi razziali naziste e degli uomini di origine ebraica dell’esercito tedesco, Roma, Newton & Compton, 2004, p. 49: «Alcuni ebrei ortodossi accolsero con favore le leggi di Norimberga, poiché queste impedivano i matrimoni misti». Da parte nazionalsocialista si affermava: «Il popolo tedesco vuole restare unito, mantenere il proprio sangue puro, proprio come hanno fatto gli ebrei» (B. M. Rigg, ibidem, p. 128). Queste citazioni in nota sono tratte dal libro di Andrea Giacobazzi.

[7] Cfr. P. Fraenkel, No fixe abode: a Jewisch odyssey to Africa, I. B. Tauris, 2005, p. 23.

[8] A. Giacobazzi, ibid., p. 146.

[9] B. M. Rigg, I soldati ebrei di Hitler…, cit., p. 72.

[10] B. M. Rigg, cit., p. 108.

[11] A. Giacobazzi, ibid., p. 151.

[12] A. Giacobazzi, ibid., p. 151-153. Anche Hitler come tutti i personaggi storici ha il diritto di essere studiato secondo fatti e documenti e non tramite preconcetti. Alcuni storici, ad esempio David Irving e Ernest Nolte, hanno tentato di iniziare uno studio non ideologizzato del III Reich e del suo Führer, ma sono stati ostacolati e perseguitati. Quel che Renzo De Felice (che era iscritto al ‘Partito Comunista Italiano’ e di lontana ascendenza israelitica) è riuscito a fare in Italia negli anni Settanta, pur tra mille difficoltà, riguardo al fascismo e al suo Duce, per ora è ancora difficile realizzarlo in Germania. Ci vuole dell’altro tempo affinché le passioni accese dalla propaganda dei vincitori si spengano e lascino all’intelletto degli storici la serenità di giudicare oggettivamente.

[13] I. Deutscher, L’ebreo non ebreo, Milano, Mondatori, 1969, p. 82.

[14] L. Brenner, Zionism in the Age of the Dictators, Westport, Lawrencer Hill, 1983, p. 47.

[15] A. Giacobazzi, cit., pp. 160-161.

[16] Tom Segev, Il settimo milione. Come l’olocausto ha segnato la storia di Israele, Mondatori, Milano, 2001, p. 85.

[17] L’Unione Europea ha bocciato la richiesta dei Paesi membri vittime del Regime stalinista di equiparare il revisionismo olocaustico e la negazione dei crimini dello stalinismo (23 dicembre 2010). L’unico colpevole è sempre e solo Hitler? Non mi sembra.

[18] Une encyclique singulière sous le III Reich, Berchem, 1999.

[19] G. Sale, cit., p. 329; cfr. anche G. Miccoli, i dilemmi e i silenzi di Pio XII, Rizzoli, Milano, 2000.

[20] G. sale, cit., p. 334.

 

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