KASPER, LA ‘SHOAH’ E LA VERA “CATASTROFE” CONCILIARE

 

 

DON CURZIO NITOGLIA

3 luglio 2010

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“Et haec initia sunt dolorum”

 

Kasper, la shoah e “Nostra aetate”

 

●Il cardinal Walter Kasper ha dichiarato al Corriere della Sera (31 maggio 2010, p. 23) che «la shoah è stata favorita anche da un tipo di teologia. […]. Secoli di teologia cristiana anti-giudaica hanno contribuito alla shoah favorendo […] l’antisemitismo razziale-biologico del nazismo. […]. Quel crimine senza precedenti ha costretto le Chiese cristiane a rivedere il loro rapporto con gli ebrei e per i cattolici il tornante decisivo è stato il Vaticano II, con le sue scelte irrevocabili. […]. Il riconoscimento di una responsabilità cristiana indiretta nella shoah era contenuto già in un documento epocale della “Commissione per i rapporti religiosi con l’Ebraismo”, pubblicato nel 1998 con il titolo “Noi ricordiamo”, in vista del “mea culpa” giubilare del 2000».

 

 

●Il cardinale qui mette in relazione di contrarietà (e non di continuità) secoli di teologia cristiana e Vaticano II. Ora, come spiega monsignor Brunero Gherardini, se non vi è continuità fra la Tradizione divina o divino-apostolica della Chiesa e l’insegnamento pastorale conciliare (per esempio, Nostra aetate), significa che quest’ultimo è erroneo poiché in disaccordo con una delle due fonti della Rivelazione[1]. “De ore tuo te judico” si può dire a Walter Kasper. Il quale, inoltre, non esita a vedere nella shoah il termine della teologia pre-conciliare e il punto di partenza di quella conciliare e post-conciliare. Egli può liberamente parlare di shoah poiché lo fa in maniera conforme alla vulgata sterminazionista, mentre, se lo si fa chiedendo di “rivisitare” storicamente e scientificamente (tramite analisi fisiche e chimiche) tale avvenimento, si è linciati moralmente anche nell’ambiente cattolico-conservatore oramai abbondantemente giudaizzato, come è avvenuto a monsignor Vitaliano Mattioli, quando nel 1997 pubblicò con l’editrice Mursia di Milano il libro Gli ebrei e la Chiesa. La shoah è - quindi - un problema non solo storico-politico, ma anche teologico, e come tale, analogamente a ciò che la Chiesa ha fatto recentemente, ad esempio, nei confronti della Rivoluzione francese o del Risorgimento italiano, va affrontato da un punto di vista storico, politico e teologico, senza lasciarsi intimorire dagli attacchi della stampa laicista e rinchiudendosi in sacrestia, accampando la scusa, del tutto catto-liberale, che la Chiesa non deve far politica, come se l’uomo non fosse “naturalmente animale sociale e politico” (S. Th., I, q. 96, a. 4) e Gesù Cristo non avesse stabilito sulla terra un regno anche sociale e politico (Pio XI, Quas primas, 1926).

 

●Al contrario dei cattolici liberali di ieri e di oggi, monsignor Marcel Lefebvre scriveva che «a partire da Giovanni XXIII e Paolo VI, le autorità ecclesiali si son fatte collaboratrici attive della massoneria ebraica internazionale»[2]. Aveva, infatti, constatato personalmente, durante i lavori conciliari, l’influenza decisiva del Bené Berìt nella stesura di Nostra aetate. Già nel 1946 Marx Jules Isaac in Jésus et Israel e poi nel 1948 in Genèse de l’antisémitisme aveva teorizzato la fine dell’antigiudaismo teologico alla luce della shoah e l’inizio di una nuova teologia giudeo-cristiana, dando la colpa dell’antigiudaismo ai Vangeli, soprattutto di Matteo e Giovanni, e ai Padri della Chiesa, specialmente a S. Giovanni Crisostomo. Isaac assieme al cardinal Bea è stato uno degli artefici di Nostra aetate.

 

Per una retta comprensione dei rapporti tra cattolicesimo e III Reich dal 1933 al 1934

 

●I primi rapporti tra Chiesa cattolica e nazionalsocialismo furono buoni. Si guastarono dopo il 1935 e soprattutto nel 1937 quando fu promulgata l’enciclica Mit brennender Sorge di Pio XI, la quale però va letta alla luce della nota del cardinal Eugenio Pacelli, come abbiamo scritto su questo stesso sito, che distingueva tra elementi estremisti e neopagani del partito (Rosenberg e Goebbels) e l’ala più equilibrata, che aveva in Hitler il suo moderatore. Dopo la Repubblica di Weimar, il cattolicesimo tedesco, come la Chiesa romana, vedeva il nemico numero uno nella «modernità di stampo illuminista e liberale, della secolarizzazione, del kulturkampf e della rivoluzione d’Ottobre»[3].

 

●Il III Reich, secondo Martino Patti, in virtù della sua “fisionomia autoritaria” e “antidemocratica”, «poté essere interpretato e percepito da un cospicuo numero di intellettuali cattolici quale felice adempimento al peculiare Sonderweg tedesco, quale realizzazione di una precisa opzione politica, quella del sociale nazionale ed organico, dunque non come una sciagura bensì come evento salvifico, provvidenziale, cristianamente ispirato. Che non si sia trattato di una banale allucinazione quanto piuttosto di una lettura impegnata, lucida, coscienziosa sono appunto le fonti a testimoniarlo: una matassa spaventosa di argomentazioni coerenti, convinte, ampiamente diffuse e partecipate»[4]. Gli intellettuali tedeschi, che vedevano nel nazionalsocialismo un possibile alleato della Chiesa per combattere la modernità, vengono definiti dal Patti come “paleotomisti, neoscolastici”, che vedevano i rapporti tra Stato e Chiesa secondo l’ottica patristica e scolastica di due ordini ontologici stabiliti da Dio in collaborazione mutua e subordinata, come il corpo con l’anima, e rigettavano la separazione liberale propria della Repubblica di Weimar[5]. Essi vedevano in Clodoveo, Carlo Magno, Ottone I di Sassonia i paladini della cristianità o del Sacro Romano Impero Franco-Germanico, che poteva essere restaurato ora con il III Reich contro l’avanzata della secolarizzazione, del laicismo, dell’individualismo liberale, della mostruosità illuministica. Il fulmine nazionalsocialista avrebbe potuto arrestare ben quattro secoli di decadenza a partire dal Rinascimento[6]. Uno degli autori più importanti ed interessanti di tale concezione è Michael Schmaus (+ 1993), ordinato sacerdote nel 1922, professore di filosofia sotto la guida di monsignor Martin Grabmann presso lo studentato teologico di Frisinga nel 1924; dal 1928 insegnante di teologia dommatica all’Università di Monaco e dal 1933 a Münster. Dopo la seconda guerra mondiale è incaricato di riorganizzare gli studi di teologia dall’università di Monaco, presso la quale resterà sino alla morte. Nel 1951 venne nominato rettore dell’Università. Nel 1962 venne invitato a Roma come “perito straordinario” al Concilio Vaticano II, dove rappresentò l’orientamento conservatore. Famosa resta la bocciatura impartita alla tesi di dottorato su S. Bonaventura del giovane Joseph Ratzinger nel 1957, da lui giudicata modernista. Lo Schmaus riteneva che il III Reich si sarebbe innestato sul ceppo di Ottone I, come questi si era innestato su quello di Carlo Magno, per superare i secoli bui della modernità e la cristianità sarebbe risorta sotto un capo spirituale (il Papa) e uno temporale (il Führer/Duce/Caudillo)[7]. Il Reich germanico rappresentava per lui la reazione contro «l’individualismo, il soggettivismo e l’utilitarismo scaturiti dalla Rivoluzione del 1789, contro il sistema di governo liberale, contro il parlamentarismo, ma soprattutto contro il marxismo tanto bolscevico quanto socialdemocratico»[8]. Ora il fatto che pensatori come Schmaus abbiano potuto concepire una tale teoria dovrebbe far sorgere in noi almeno un “legittimo dubbio” sulla intrinseca perversità[9], sulla follia, sulla stupidità del III Reich, anche se ciò oggi non è “politicamente e teologicamente corretto”.

 

●Ma proprio questo è il problema: se oggi tale teoria è rigettata, questo potrebbe essere un punto a favore del “non politicamente corretto”, poiché il mondo di oggi è sotto sopra, all’incontrario ed invertito. Infatti, oggi (giugno 2010), la polizia belga ha sequestrato per 10 ore l’intero episcopato del Belgio, lasciandolo senza mangiare né bere, ha violato alcune tombe di cardinali defunti, in cerca di presunte prove sulla pedofilia del clero, ma non ha fatto altrettanto con i ministri, i rabbini, gli imam, i bonzi e tanti padri di famiglia che, statisticamente, sono i maggiori “abusatori”. Tutto ciò – ha detto il cardinal Sodano – non avveniva neppure nei Paesi comunisti del tempo di Stalin, men che mai è avvenuto in Germania dal 1933 al 1945. Questa è stata la risposta della modernità all’apertura conciliare allo spirito del mondo moderno e contemporaneo: la persecuzione senza il timore. Infatti una volta la Chiesa o, meglio, gli uomini di Chiesa erano perseguitati ma rispettati; ora non più, poiché son diventati “insipidi” e quindi “buoni ad essere gettati per terra e calpestati”. Speriamo che tali dimostrazioni pratiche di odio verso la Chiesa e il Papato inducano i prelati post-conciliari a capire che il loro errore è stato quello di aver abbracciato, adulteramente, la modernità e perciò devono ritornare alla vera Tradizione apostolica e alla teologia classica dei Padri e degli Scolastici. Purtroppo il richiamo al “grande artefice del Concilio cardinal Suenens” fatto dal cardinale Segretario di Stato non sembra andare verso la buona direzione[10]. Gli abusi sui minori sono anche il frutto del rilassamento dei costumi e dell’ascetica cattolica apportato dal Vaticano II. Ma la Chiesa l’ha fondata Cristo e Lui sa come raddrizzarla, con le buone o con le cattive. Noi dobbiamo solo pregare e far penitenza per il Papato e la Chiesa romana, dapprima infiltrata dall’inimicus homo, erosa modernisticamente dal di dentro e poi calpestata come un vecchio straccio proprio da quel mondo moderno che il Concilio volle blandire e non convertire. “Non buttate le perle ai porci, perché vi si rivolteranno contro” ci ha ammonito Gesù. Purtroppo prelati utopisti, irrealisti, filantropi e antropolatri si sono illusi che, gettando le perle non solo ai porci ma anche ai lupi, li avrebbero convertiti in pecore. Un altro autore che viene citato nel libro del professor Patti della Scuola Normale Superiore di Pisa è Joseph Pieper (+ 1997), conosciuto anche in Italia poiché nella seconda metà degli anni Settanta la Morcelliana di Brescia ha tradotto i suoi libri sulle virtù cardinali e teologali. Professore universitario anche nel dopo guerra all’Università di Münster, Gottinga, Francoforte, Magonza e Monaco. Fu critico lucido del materialismo collettivistico marxista come di quello individualistico liberal-liberista, ai quali opponeva la dottrina sociale della Chiesa (specialmente l’encicliche Rerum Novarum di Leone XIII, 1891, e Quadragesimo Anno di Pio XI, 1931). Tutti questi intellettuali erano fautori di un ritorno al sano realismo della conoscenza conforme alla filosofia aristotelico-tomistica, al rigetto del soggettivismo cartesiano-idealistico, dell’individualismo protestantico, del separatismo tra Stato e Chiesa liberale e del democratismo di Rousseau. La guerra e la vittoria “dell’oro contro il sangue” ha significato il successo del soggettivismo moderno e post-moderno e la sconfitta del patrimonio greco-romano, patristico-scolastico dell’Europa, la quale è diventata una seconda Babele, nella quale si confondono e si fondono assieme tutte le etnie, le culture, le religioni e la rendono irriconoscibile avendola separata dalla propria identità e radici.

 

Un sano revisionismo storico sul III Reich

 

●Oggi - invece - si tende a fare del nazionalsocialismo l’incarnazione del male, anzi il “Male Assoluto”, che non può esistere poiché il male è privazione di bene e non può essere un assoluto. Certamente non bisogna cadere nell’errore opposto e fare di lui il “Bene Assoluto”, ma bisogna “rivisitare” la storia senza pre-giudizi e vedere ciò che di male e di bene vi è stato nel III Reich. Per esempio lo storico israelita, e quindi non anti-scemita, Benjamin H. Freedman ha dichiarato che «quando, dopo l’armistizio del 1918, la Germania realizzò che gli ebrei erano responsabili della sua sconfitta, non digerì questo colpo di coltello alle spalle. […]. Nel libro del professor Tansill dell’Università di Georgetown, […] il quale cita alcuni documenti del Dipartimento di Stato, scritti da Hugo Schoenfelt, un israelita inviato da Cardell Hull in Germania nel 1933 al fine di fare un’inchiesta sull’esistenza dei campi di prigionieri politici, si trova che questi campi erano pieni di comunisti, la cui stragrande maggioranza erano ebrei. […] Inoltre in quegli anni in Germania vi era una popolazione di circa 90 milioni e solo 460 mila ebrei, ma questi controllavano quasi tutta la stampa e l’economia germanica. […]. Nel luglio del 1933, fu organizzata ad Amsterdam una conferenza del congresso sionista internazionale. Tramite esso gli ebrei del mondo intero si rivolgevano alla Germania, invitandola perentoriamente a licenziare Hitler, appena salito al potere, e di reintegrare tutti gli ebrei, comunisti o meno, nelle loro funzioni. […]. Ma la Germania si rifiutò di piegarsi alle ingiunzioni sioniste. Il presidente del congresso sionista di Amsterdam era un ebreo-americano di nome Samuel Untermeyer, che partì immediatamente alla volta degli Usa dove, dagli studi della ‘CBS’, dette una conferenza trasmessa via radio in tutto il territorio americano, nella quale asserì che il “il sionismo internazionale ora fa appello ad una guerra santa contro la Germania”. Tale conferenza fu ripresa anche dal New York Times del 7 agosto 1933. […]. Infine nel novembre del 1933 l’America riconobbe ufficialmente l’Urss. La Germania iniziò a riarmarsi pensando ad una futura aggressione sovietica»[11]. Anche il premio Nobel Elie Wiesel ha dovuto riconoscere che «gli antisemiti francesi che vedevano ebrei dappertutto avevano ragione […], per quanto riguarda la Germania. Le scienze, le arti, la medicina erano nelle mani degli israeliti»[12]. Occorre ricordare che Hitler aveva dato lavoro a 6 milioni di disoccupati in un anno e quindi ridato il pane a circa 20 milioni di persone (i loro familiari), aveva respinto la dittatura del dollaro rafforzando il marco e ridimensionata la preponderanza ebraica nella società civile tedesca. Ma una tale politica non poteva lasciare indifferenti le plutocrazie giudaico-massoniche come l’Inghilterra e l’America del nord ed anche la Francia, ove l’ebraismo era più influente che mai. Il 25 novembre del 1936, Chaim Weizmann, presidente dell’Organizzazione Sionista Internazionale, dichiarò davanti alla ‘Commissione Pell’: «non è esagerato affermare che 6 milioni di ebrei saranno condannati all’internamento in Germania»[13]. Hitler, volendo espellere gli ebrei dal III Reich germanico, ha commesso quello che il ministro dell’Educazione francese, sotto il regime di Vichy del maresciallo Philippe Petain, Abel Bonnard ha chiamato «un eccesso concentrato in un solo atto, che risponde però ad un altro eccesso diluito nel tempo: quello della penetrazione degli israeliti nelle nazioni cristiane»[14].

 

●La Germania non aveva nessun interesse a scatenare la Seconda Guerra mondiale contro Usa, Inghilterra e Urss, le tre più forti nazioni del mondo, che, messe assieme, non avrebbero lasciato quasi nessuna speranza di vittoria alla Germania appena risollevatasi da Versailles. Essa voleva solo opporsi al diktat del Trattato di Versaglia del 1919, che la umiliava e le impediva di rialzare le sue sorti economico-sociali. È pur vero che la Germania il 1° settembre del 1939 invase la Polonia, ma l’Urss il 17 settembre dello stesso anno non fece la medesima cosa? Ed allora perché l’unico “cattivo”, responsabile della Seconda Guerra mondiale, sarebbe Hitler, contro cui Francia e Inghilterra sono dovute scendere in guerra per sovvenire alla Polonia, mentre Stalin non avrebbe commesso niente da rimproverargli? Nel 1941 la Germania offriva alla GB numerose offerte di pace separata in funzione anti-sovietica, tutte sistematicamente rifiutate dal Regno Unito. Forse il bolscevismo era da preferirsi al nazionalsocialismo? Era esso una democrazia socialista sovietica al contrario del fascistissimo nazismo teutonico? La verità è che la risposta italiana, tedesca, spagnola e portoghese al pericolo dell’anglo-americanismo e del giudeo-bolscevismo non poteva essere tollerato dai peggiori nemici dello spirito europeo: Urss ad oriente e Usa ad occidente e specialmente dal sionismo internazionale, che vedeva – giustamente – in Hitler un pericoloso ostacolo, una catastrofe e un colpo di freni, forse definitivo, alla scalata verso il dominio universale del mondo.

 

●Nel 2003 il dottor Itzhak Attia, direttore dei “Seminari francofoni alla Scuola Internazionale per lo studio della shoah presso lo Yad Vashem”, ha dichiarato: «noi sionisti siamo in guerra contro le Nazioni. Tale guerra non può essere che totale e genocida, poiché sono in ballo le nostre rispettive identità»[15]. Di fronte a questa frase quelle pronunciate da Hitler (per esempio l’8 novembre del 1941 ai veterani del partito: “ho capito che l’ebraismo è l’incendiario del mondo”) impallidiscono e si rivelano esatte. La Germania, che aveva cercato di facilitare l’esodo ebraico anche verso la Palestina ed aveva optato per il Madagascar nel 1940, si vide costretta il 20 febbraio 1942 a Wansee, durante la guerra conto l’Urss, a pianificare un enorme ghetto ad est, tra la Polonia e la Russia (Auschwitz, Belzec, Maidanek, Treblinka), in cui vennero rinchiusi comunisti e ebrei per sfruttare la loro mano d’opera nell’industria bellica, allora sotto massimo sforzo, con 11 ore iniziali di lavoro al giorno, le quali arrivarono verso la fine della guerra anche a 16. Alcuni studiosi e storici affermano che ad Ad Auschiwitz vi fu un alto tasso di mortalità, sia tra i prigionieri che tra i guardiani del campo di lavoro, data l’aria malsana, che provocava, con la scarsità del cibo la quale aumentava col passare del tempo, la malaria, il tifo e la dissenteria, per combattere le quali, affermano sempre tali storici, venne impiegato l’insetticida Ziklon B, inventato dal chimico israelita Fritz Haber nel 1920. Il professor Arno J. Mayer dell’Università di Princeton nel 1988 ha dichiarato che «dal 1942 al 1945, certamente ad Auschwitz ed anche altrove, le cause naturali uccisero più prigionieri ebrei che quelle non-naturali»[16].

 

Epilogo

 

Per concludere, la shoah è stato il grimaldello di cui ci si è serviti e ci si serve ancora per scardinare e distruggere la cultura europea, fondata sulla filosofia greco-romana e patristico-scolastica, la teologia cattolica preconciliare per sostituirla coll’antropocentrismo neomodernista, l’uomo come animale razionale, libero e sociale per sostituirgli una larva di bestia abbrutita dal freudismo e dallo strutturalismo francese o “pensiero selvaggio” di Claude Levy-Strauss. Se vogliamo ritornare al reale, ristrutturare l’uomo ad immagine e somiglianza di Dio, instaurate tutto in Cristo, dobbiamo fare i conti con “l’inizio dei dolori” conciliari: la penetrazione giudaica nell’ambiente cristiano tramite la vulgata sterminazionista della shoah, la quale oramai tende a rimpiazzare l’unico vero Olocausto quello di Gesù Cristo Redentore dell’uomo. Le mezze verità sono più pericolose dell’errore palese. Se non troveremo il coraggio, con l’aiuto di Dio, di ritornare alla verità integrale, sia nell’ordine naturale (storico, scientifico, filosofico, politico) che in quello soprannaturale (teologico), i quali non vanno mai scissi, la situazione non potrà che peggiorare e - con la nostra falsa prudenza carnale - metteremo soltanto un rattoppo che è peggiore dello strappo.

 

d. Curzio Nitoglia

 

3 luglio 2010

 

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[1] Cfr. Brunero Gherardini, Quod et tradidi vobis. La Tradizione vita e giovinezza della Chiesa, Frigento (AV), Casa Mariana Editrice, pp. 460, € 25, apostolatostampa@immacolata.ws . Cfr. pure sì sì no no, 31 maggio 2010, “La Tradizione e il Concilio Vaticano II: continuità o discontinuità?”.

[2] M. Lefebvre, Itinéraire spirituel, Tradifusion, 1991, prologue. Cfr. L. De Poncins, Il ruolo degli ebrei in Concilio, Roma, 1962; M. Pinay, Complotto contro la Chiesa, Roma, 1962; E. Ratier, Misteri e segreti del B’nai B’rith, CLS, Verrua Savoia (TO), 1995.

[3] M. Patti, Chiesa cattolica tedesca e Terzo Reich (1933-1934). Il caso di Schmaus, Pieper, Lortz, Taeschner, von Papen, Brescia, Morcelliana, 2008, p. 15.

[4] Ivi.

[5] Ibidem, p. 17.

[6] Ibidem, p. 18.

[7] Ibidem, p. 37.

[8] Ibidem, p. 38.

[9] Si noti che mentre Pio XI nella enciclica Divini Redemporis del 1937 qualifica il comunismo come “intrinsecamente operverso”, non così ha fatto per il nazionalsocialismo nella Mit brennender Sorge dello stesso anno. Infatti, mentre il comunismo ha abolito la religione, la proprietà privata e ha fatto professione esplicita di materialismo e ateismo, non così il nazionalsocialismo. Durante la campagna russa le SS del generale Léon Degrelle avevano i cappellani militari, che celebravano la Messa ogni giorno per i combattenti. Ora se Hitler fosse stato quell’anticristo che si dice, avrebbe permesso ciò? Avrebbe ammirato Degrelle sino al punto di dirgli: “Se avessi una figlia, vorrei che sposasse un uomo come lei”? Sembrerebbe proprio di no. Eppure è successo, e “contra factum non valet argumentum”.

[10] Si noti che, quando il Suenens durante il Concilio si pronunciò a favore della pillola contraccettiva, il cardinale Alfredo Ottaviani gli disse, tra il serio e il faceto, che, se sua madre l’avesse presa, non avrebbe fatto un soldo di danno. “O quam mutatus [Sodano] ab illo [Ottaviani]”. “Mala tempora currunt”.

[11] Benjamin H. Freedmann, Discorso per il magazine “Common Sens”, pronunciato all’Hotel Willard di Washington nel 1961.

[12] E. Wiesel, Le Testament d’un poète juif assassiné, Parigi, Point Seuil, 1995, p. 100.

[13] Cfr. P. Rassinier, Les responsables de la Seconde Guerre mondiale, Parigi, NEL, 1967, p.74.

[14] A. Bonnard, Inédits politiques, Parigi, Avalon, 1987, p. 112.

[15] I. Attia, Israel Magazine, aprile 2003.

[16] A. J. Mayer, The  “Final Solution”, in “History”, 1988, p. 365.