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IL CASO ZOLLI

 

 

DON CURZIO NITOGLIA

 

Preambolo  

Anche oggi il “caso Zolli” è un “nervo scoperto” per l’ebraismo italiano.

Non solo perchè il rabbino capo di Roma si convertì al cattolicesimo: ma anche e soprattutto per le vicende oscure di cui si macchiò la comunità israelitica romana – nei suoi vertici – quando con il crollo del regime fascista, Roma cadde in mano ai nazisti (1943).

Infatti l’ebraismo italiano, assimilato col Risorgimento e pienamente integrato col Regime, non si aspettava di essere tradito ed osteggiato da quest’ultimo.

Siccome Zolli era di parere contrario nel 1937-‘38 avvertì che le varie comunità israelitiche d’Italia, e specialmente quella di Roma, correvano un serio pericolo (dato il “patto Roma – Berlino e le “leggi razziali”), fu messo da parte e calunniato – in un primo tempo (1938) – dai vertici della Comunità israelitica romana. In un secondo tempo (1944 –‘45) - quando si convertì al cattolicesimo – addirittura fu preso come capro espiatorio sul quale far ricadere tutte le colpe; ossia le responsabilità dei vertici israelitici romani che si prestarono, prima (sino al ’43) come collaboratori dell’OVRA; poi come spie delle S.S., a rassicurare gli ebrei (i “piccoli pesci”) che nulla sarebbe cambiato (1938) e quindi (1943) denunciandoli alle S.S. per farli deportare, salvando così la vita dei “pezzi grossi”.

Mentre il Vaticano – tanto criticato a partire dal 1962 – alcune note di protesta ufficiale – tramite il vescovo Alois hudal – ai comandi militari tedeschi, sin a partire dal 1935.

Durante l’occupazione di Roma e specialmente il 16 ottobre 1943, il Vaticano – tramite Hudal – disapprovò per iscritto la razzia del ghetto romano e annunciò alla Germania una futura protesta pubblica da parte di Pio XII, se la razzia non fosse cessata. Fu così che soltanto mille ebrei, su diciassettemila, furono deportati da Roma.

Proprio Alois Hudal ha narrato di come il presidente della Comunità israelitica romana Ugo Foà, avesse destituito il rabbino capo Israel Zolli, poichè metteva in guardia i vertici della Comunità sul pericolo di deportazione. Invece Foà, “legato a filo doppio” con l’OVRA, non voleva prendere in considerazione l’eventualità prospettata da Zolli. Così iniziò la campagna diffamatoria contro di lui, la sua destituzione e l’accusa di ogni responsabilità riguardo alle persecuzioni degli ebrei e soprattutto alla deportazione del 16 ottobre 1943.

Però quando gli americani entrarono a Roma (14 giugno 1944), il governatore militare del Lazio, Charles Poletti, sciolse i vertici della Comunità israelitica romana, poichè compromessi con il fascismo.

Il rabbino John Pollock (colonnello dell’esercito americano), avviò un’inchiesta su Foà (che fu ritenuto responsabile di stretta collaborazione con l’OVRA); mentre Israel Zolli risultò innocente e fu reintegrato nella carica di rabbino capo.

Dopo circa un anno Zolli dette le dimissioni e si convertì al cattolicesimo, in seguito ad un’apparizione miracolosa del S. Cuore…

Introduzione  

Il 2 marzo 1956, moriva il professor Eugenio Zolli, ex Gran Rabbino di Roma, che il 13 febbraio 1945 era diventato cristiano, ricevendo il Battesimo.

Il professor Zolli si era recato da Padre Paolo Dezza S. J., Rettore dell’Università Gregoriana, per chiedergli di essere battezzato, il 15 agosto 1944, quando Roma era già stata invasa dalle truppe anglo-americane (4 giugno 1944), e gli Ebrei non avevano più nulla da temere; lo Zolli non cercava quindi protezione contro un’eventuale persecuzione. «Un motivo ben più alto e nobile aveva condotto il prof. Zolli al mio ufficio - scrive Padre Dezza - (...) egli non veniva a chiedermi un aiuto materiale, ma a manifestarmi la sua intenzione di divenire Cristiano. “Padre - mi disse - la mia domanda del Battesimo non è un do ut des. Domando l’acqua del Battesimo e nient’altro. Sono povero, i nazisti mi hanno portato via tutto; non m’importa, vivrò povero, morirò povero, ho fiducia nella Provvidenza”. Ascoltai commosso quelle dichiarazioni, (...) e la conversazione continuò rievocando l’evoluzione spirituale che da anni si era iniziata e sviluppata nell’animo del Gran Rabbino e l’aveva portato alla soglia del Cristianesimo» (1).  

La vita  

Eugenio Zolli era un ebreo di origine polacca; nato a Brodj, in Galizia, il 17 settembre 1881, il suo nome di nascita era Israele Zoller. La madre era discendente da una famiglia di Rabbini da oltre quattro secoli. Il giovane Israele frequentò prima l’Università di Vienna, poi quella di Firenze, ove si laureò in filosofia, studiando nello stesso tempo nel Collegio rabbinico. Nel 1911 fu nominato vice-rabbino a Trieste, città che apparteneva ancora all’Impero Austro-ungarico. Ma Israele si sentiva molto legato all’Italia e perciò rimase a Trieste anche quando questa passò sotto il dominio italiano. Nel 1920 fu nominato Rabbino Capo della città. Dopo la morte della sua prima moglie, sposò Emma Majonica, da cui ebbe una figlia, Myriam, ed entrambe lo seguirono nella sua conversione miracolosa. Nel 1933 ebbe la cittadinanza italiana e cambiò il cognome da Zoller in Zolli. Ottenne la cattedra di lingua e letteratura ebraica nell’Università di Padova. «Ma pochi anni dopo cominciò pure in Italia, sotto pressione della Germania, la campagna antisemitica, e cominciarono le difficoltà anche per Zolli, che dovette abbandonare l’insegnamento» (2). Nel 1940 fu nominato Gran Rabbino di Roma. «Purtroppo con l’occupazione di Roma da parte dei tedeschi, l’8 settembre del 1943, la situazione per gli Ebrei andò rapidamente peggiorando. Il 27 settembre il tenente colonnello Kappler, capo della polizia tedesca a Roma, intimò ai responsabili della Comunità ebraica di consegnare entro 24 ore 50 chilogrammi d’oro, con la minaccia, in caso contrario, della deportazione di tutti gli uomini ebrei residenti a Roma. La sera di quel giorno gli Ebrei avevano potuto raccogliere 35 chilogrammi d’oro; ne mancavano 15. Fu quando Zolli si recò in Vaticano per informare il Papa della tragica situazione e chiedere aiuto. L’aiuto gli fu assicurato, benchè non sia poi stato necessario, perchè gli altri 15 chili si erano potuti trovare nelle comunità cattoliche di Roma» (3). Ma nonostante la consegna dei 50 chilogrammi di oro, «la notte tra il 15 e il 16 ottobre più di duemila ebrei, uomini e donne, giovani e vecchi, furono brutalmente presi e deportati, mentre gli altri disperatamente cercavano rifugio. Moglie e figlia di Zolli avevano già trovato altrove asilo sicuro; egli fu accolto da due giovani sposi cristiani, di condizione operaia, che avendo perduto i loro genitori, lo assistettero come loro padre» (4). Quando Roma fu invasa dagli Anglo-americani, Zolli riprese il suo posto di Gran Rabbino, e nel luglio 1944 celebrò nella sinagoga di Roma una solenne cerimonia, radiotrasmessa, per esprimere la riconoscenza degli Ebrei al Sommo Pontefice Pio XII. Chiese ed ottenne di essere ricevuto in udienza da Papa Pacelli, il 25 luglio, per ringraziarlo personalmente, per quanto aveva fatto in favore degli Ebrei assieme ai Cattolici di Roma, aprendo loro conventi e monasteri. Allo stesso modo dopo il 1945 fu fatto per gli sconfitti dell’altra parte che cercavano scampo dalla persecuzione e dalla morte.

La conversione

Alla fine di quello stesso luglio 1944, Zolli era oramai pronto a fare il passo e diventare cristiano. «Era rimasto vicino ai suoi correligionari per tutto il periodo della dura prova... e ritornata la quiete e la serenità... poteva ritirarsi silenziosamente per seguire la voce del Signore.

Ciò spiega la visita che mi fece nell’agosto di quell’anno, col proposito di prepararsi convenientemente al suo ingresso nella Chiesa cattolica, in una forma discreta evitando contrasti e pubblicità» (5). La prima cosa da farsi era quella di dimettersi dall’ufficio di Rabbino. «Il Signore stesso gli faceva sentire che non era più al suo posto nella sinagoga. Vi fece l’ultima celebrazione nella festa dell’Espiazione, nel mese di settembre. (...) Quel giorno mentre gli altri pregavano e cantavano, egli non riusciva a pronunciare una parola. Gli parve di vedere in mezzo ad un prato verde la figura di Gesù, rivestito di un manto bianco, che irradiava una pace inesprimibile, mentre una voce risonava nel suo cuore: “Tu sei qui per l’ultima volta”» (6).

Zolli stesso raccontò questo ed altri fatti miracolosi della sua conversione nella sua autobiografia: «Nel 1953, - scrive Saam Waagenaar - quando ormai da parecchi anni aveva ripudiato la sua vecchia religione ed era divenuto professore di letteratura ebraica al Pontificio Istituto Biblico di Roma, Zolli decise di raccontare nei dettagli la storia della sua conversione. Quell’anno era stato invitato negli Stati Uniti a tenere una serie di lezioni sulla liturgia cristiana all’Università di Notre Dame dell’Indiana. A Washington s’incontrò con l’Arcivescovo Amleto Giovanni Cicognani, (...) e con lui parlò dell’idea di scrivere una specie di autobiografia in cui fossero ben spiegati il perchè e il come della sua conversione... Il progetto andò in porto e ne sortì un libro intitolato Before the Dawn (Prima dell’Alba) che fu messo in vendita l’anno successivo da una casa editrice cattolica di New York (...). La figura di Cristo, narra Zolli, lo colpì sin da quando aveva dodici anni, allorchè frequentava la casa di un compagno di scuola cristiano a Stanislavow in Austria... Ad una parete della casa dell’amico c’era un crocifisso ed egli, “alzando gli occhi, restava a lungo a guardare la figura appesa alla croce. Questa contemplazione... avveniva non senza un certo turbamento del mio animo”.

Individuata così l’origine di quella conversione che doveva aver luogo più di mezzo secolo dopo, Zolli rievocava i circa trent’anni durante i quali era stato Rabbino Capo di Trieste, mettendo in rilievo come in tutto quel tempo “il seme della vita cristiana che l’invisibile mano di Dio aveva gettato nella mia anima cominciò a svilupparsi con sempre maggior vigore”. Tuttavia “non avvertivo ancora nessun conflitto tra questo sviluppo e la mia funzione di membro della Comunità religiosa ebraica”.

Mentre dunque in lui “L’Antico e il Nuovo Testamento si venivano mescolando in un tutto armonico”, una sera “del 1917 o ‘18” ch’era intento a scrivere un articolo dovette deporre a un certo punto la penna “e come in trance cominciai ad invocare il nome di Gesù... Non ebbi pace finchè non Lo vidi, come in un grande quadro senza cornice, nell’angolo buio della stanza”. Zolli sentì in quel momento che “Gesù era entrato come ospite” nella sua vita interiore.

Nel 1944 ebbe una nuova visione, questa volta decisiva. Per gli Ebrei quello era un giorno specialissimo, il più santo dell’anno: Jom Kippur, il Giorno dell’Espiazione.

Ecco, secondo la descrizione di Zolli, che cosa avvenne. Egli era in piedi, nella grande sinagoga romana, dopo un lungo giorno trascorso nel digiuno e nella preghiera per implorare da Dio la purificazione dell’anima e del corpo e il perdono dei peccati commessi nei dodici mesi precedenti.

«Il giorno era vicino alla fine, e io ero solo in mezzo ad una grande moltitudine di persone. Cominciai a sentire come se una nebbia s’insinuasse nella mia anima. Essa divenne sempre più fitta, finchè persi completamente il contatto con le persone e le cose che mi stavano attorno. (...) Mi sentivo lontanissimo dal rito e lasciai che gli altri continuassero per loro conto a recitare le preghiere e a cantare. Non avvertivo nè gioia nè dolore; ero privo di pensieri e di sensazioni. Il cuore era come morto nel petto... E proprio allora vidi con gli occhi della mente un prato che si estendeva verso l’alto, luccicante d’erba ma senza fiori. In questo prato vidi Gesù Cristo vestito d’un mantello bianco, e dietro il suo capo il cielo azzurro. Provai la più grande pace interiore...

Circa un’ora dopo, mia moglie, mia figlia e io eravamo finalmente a casa per la cena. Quando fui stanco mi ritirai nella mia camera da letto. La porta della stanza di mia figlia era chiusa. Ad un tratto mia moglie mi disse: “Oggi mentre stavamo davanti l’arca della Torah mi è parso come se un’immagine bianca di Gesù ti mettesse le mani sul capo nell’atto di benedirti”. Fui sbalordito ma rimasi calmissimo, e finsi di non aver capito. Mia moglie allora mi ripetè ciò che aveva detto, parola per parola. In quello stesso momento udimmo la nostra figlia minore, Myriam, che chiamava da lontano: “Papà!”. Andai nella sua stanza. “Che c’è?” le domandai. “Stavate parlando di Gesù Cristo” rispose. “Sai, papà, ho sognato che vedevo un Gesù altissimo, ma non ricordo che cosa succedeva dopo”.

Fu pochi giorni dopo questi fatti che mi dimisi dal mio posto nella comunità israelitica e mi rivolsi ad un umile prete per farmi istruire. Ci fu un intervallo di alcune settimane, dopo di che, il 13 febbraio, ricevetti il sacramento del Battesimo ed entrai a far parte della Chiesa cattolica, Corpo Mistico di Gesù Cristo» (7).

Zolli scrisse quindi al Presidente della Comunità ebraica, presentando le sue dimissioni da Gran Rabbino. La domanda giunse del tutto inaspettata e causò grande meraviglia. «Di fronte alla ferma decisione di Zolli e nulla sospettando di quanto stava maturando, il Presidente della Comunità prendeva atto con vivo dispiacere delle dimissioni, ma insieme lo pregava di accettare l’incarico di direttore del Collegio rabbinico, per continuare in questo modo a rendere un prezioso aiuto alla Comunità ebraica.

Crebbe assai la sua sorpresa quando ricevette la risposta di Zolli, che cortesemente, ma decisamente declinava l’offerta del nuovo incarico. Replicò il Presidente nella lettera inviata a Zolli, e che io stesso [Padre Dezza, n.d.a.] ho letta, manifestando tutta la sua meraviglia e il suo dispiacere, perchè non dubitava di asserire che nella comunità ebraica non vi era una persona più competente e preparata per quel delicato ufficio, ed insieme da tutti stimata e apprezzata per la sua onestà e dottrina» (8).

Il professor Zolli, si liberava da ogni impegno per potersi preparare seriamente a riceverre il Battesimo, assieme a sua moglie Emma e, un anno dopo, alla figlia Myriam, che aveva voluto attendere per procedere con maggior convinzione personale. Il Battesimo fu amministrato da S. E. Mons. Traglia, il 13 febbraio 1945, in forma strettamente privata, nella cappella attigua alla sagrestia  di S. Maria degli Angeli. Padre Dezza scrive: «Eravamo fra tutti una quindicina di persone [tra cui P. Agostino Bea, n.d.a.] (...) Israele prese il nome di Eugenio, per riconoscenza a Pio XII... e la moglie aggiunse al suo nome Emma quello di Maria.

Ritornato nella sua abitazione, Zolli fu improvvisamente svegliato durante la notte dal corrispondente di un’agenzia stampa americana. “Si dice - asseriva il corrispondente - che oggi lei è stato battezzato. Se non è vero, voglia smentire la notizia. Se è vero, domattina sarà pubblicata sui giornali”. Zolli, meravigliato e stupito di quella inaspettata telefonata, semplicemente rispose che non poteva smentire la notizia. E la mattina seguente i giornali a Roma, in America e in altre nazioni pubblicavano la singolare notizia del Gran Rabbino di Roma che si era fatto Cristiano.

La famiglia Zolli, che abitava nelle vicinanze della sinagoga... da quel giorno non ebbe più pace. Si susseguivano le telefonate da parte degli antichi correligionari, piene di insulti e di minacce... Non mancarono alcuni che cercarono di gettare fango sulla persona di Zolli... era urgente un trasferimento... la moglie e la figlia furono ospitate in un convento di suore e il prof. Zolli fu accolto nell’Università Gregoriana» (9).

Qualche giorno dopo, nella cappella della Gregoriana, Zolli ricevette con la moglie la Cresima, dall’ex Vescovo di Trieste Mons. Fogar, che lo aveva conosciuto al tempo della sua permanenza in città, e la Prima Comunione da Padre Dezza S.J. Qualche giorno dopo ebbe luogo l’udienza privata con Pio XII.

«Durante la sua permanenza alla Gregoriana, Zolli ricevette numerose visite di amici e nemici. Fra gli altri vennero alcuni ebrei americani, facendo pressione per un suo ritorno all’Ebraismo, offrendogli qualunque somma egli desiderasse, che egli tranquillamente rifiutava» (10).

Pagine autobiografiche

Due sono le opere autobiografiche di Zolli. La prima s’intitola Christus (11). Ne riporto alcuni dei passi più salienti: «Secondo l’opinione, resa pubblica, d’un giornalista, (...) io sarei stato “il serpente” che la più antica Comunità Israelitica del mondo aveva “scaldato” nel suo seno. (...) Non mi dolgo dell’epiteto di “serpente”. Il serpente, purchè non si tratti di chi ci induce a fare il male, è una creatura di Dio... Ed io ringrazio Ben D.  d’aver suscitato nel mio cuore un po’ di carità oltre che per i tanti che ci vogliono male... anche per il ...serpente. (...) Lei, caro Ben D. (...) parla del serpente che la Comunità scaldava, ma il serpente è dell’opinione che l’ambiente lo... agghiacciava. (...) Lei non sa immaginare quante lagrime ho versato... per gli israeliti perseguitati... Il suo popolo è il mio popolo... ma il mio Dio non è il suo Dio. Il mio Dio... è Iddio che si è rivelato... in Gesù Cristo. Io sento per Gesù un amore ardente...e per amore di Gesù Cristo ho rinunciato al posto di Rabbino Capo di Roma... Nulla chiesi a voi e nulla ebbi da voi... Nulla chiesi alla Chiesa cattolica all’infuori di un rito... ed è forse perciò che ho assunto ai Suoi occhi le sembianze di un serpente? (...) Può darsi che sia un serpente. Ebbene, come tale mi vedrà ai piedi della Croce... In una cosa mi permetta che io non sia d’accordo con lei: il serpente non lo avete scaldato voi. Gesù Cristo lo ha infiammato. Anche il serpente ha un cuore e questo cuore, così misero, così povero com’è, io lo ho offerto... al mio Signore» (12).

Un giovane israelita aveva fatto una telefonata anonima in casa del professor Zolli, augurando ad ogni membro della famiglia una tomba con la sua croce. Lo Zolli risponde: «Disse S. Paolo: “Se viviamo, viviamo per il Signore (Domino vivimus); se moriamo, moriamo per il Signore (Domino morimur), sia dunque che noi viviamo, sia che moriamo, siamo del Signore (Domini sumus)”.

Prendo lo spunto per rivolgere sin d’ora a chi vorrà occuparsi un giorno pietosamente della mia sepoltura di voler collocare sulla mia tomba una semplice Croce con la scritta: Domino morimur-Domini sumus; e poi in fondo il mio nome e cognome.

Ringrazio di tutto cuore - senza l’ombra d’ironia - l’anonimo interlocutore dell’onda di pietà suscitata nel mio cuore» (13).

«Si può essere (almeno in apparenza) osservanti e malvagi, scriveva ancora, ma non si può essere sinceramente credenti e malvagi. Ed è così che l’Apocalisse (II, 9) parla della bestemmia di coloro che dicono di essere Giudei, e non lo sono; anzi sono una sinagoga di Satana» (14).

L’altro scritto autobiografico è Before the Dawn (Prima dell’Alba) (15) che già ho citato.  

I motivi della conversione  

La conversione è innanzitutto il frutto della Grazia di Dio, alla quale l’uomo deve, poi, corrispondere. Zolli era solito dire che “Il convertito è come il miracolato. Egli è l’oggetto, non il soggetto del prodigio. È falso dire che uno si è convertito, come se si trattasse di un’iniziativa personale. Del miracolato non si dice che egli si è guarito, ma che è stato guarito. Così del convertito”.

Abbiamo già visto come la grazia lo inseguisse da molto tempo. Ancora ragazzo, ebbe l’occasione di leggere il Vangelo, rimase impressionato dal Discorso delle Beatitudini, dalla contemplazione del Crocifisso, nel quale riconosceva la profezia di Isaia sul servo sofferente di Jahvè, presentato come l’uomo più innocente e puro, eppur percosso, umiliato e tormentato fino alla morte per i nostri peccati.  

Incipit vita nova  

«La convinzione profonda della verità del Cristianesimo si traduceva in una fervente vita di alta spiritualità. Nei mesi che trascorse alla Gregoriana, in un tenore di vita ritirato e tranquillo... visse intensamente il suo Cristianesimo.

Ogni mattina in cappella assisteva alla mia Messa - scrive Padre Dezza - si comunicava e poi si tratteneva a lungo assorto in preghiera, così che, quando una volta lo sollecitai a fare la prima colazione: “Padre - esclamò - si stà così bene in cappella con il Signore, che non vorrei mai uscirne» (16).

Era solito dire ai Cattolici: «Voi che siete nati nella Religione cattolica, non vi rendete conto della fortuna che avete avuto di ricevere fin dall’infanzia la Fede e la Grazia di Cristo; ma chi come me, è arrivato alle soglie della Fede dopo un lungo travaglio di anni e anni, apprezza la grandezza del dono della Fede e sente tutta la gioia di essere Cristiano».  

La morte  

Sofferente di cuore e vicino ai 75 anni, le sue forze andavano scemando sempre più. Si spense serenamente, il 2 marzo 1956 (primo venerdì del mese) alle 14,30, (17) accompagnato da una ferma fiducia nella misericordia del Signore. Le sue ultime parole, dopo aver ricevuto il Viatico, furono: «Spero che il Signore mi perdonerà i miei peccati. Per il resto mi affido a Lui».

Ora riposa in pace nel Cimitero del Verano in Roma.

Nella conversione di Zolli, ex Rabbino Capo della sinagoga di Roma, alla Chiesa romana, mi sembra si possa vedere, oltre che una spina nel fianco per l’Ebraismo mondiale, una figura della futura conversione dei Giudei al Cristianesimo, come è stata rivelata da S. Paolo.  

Difficoltà della conversione sincera degli Ebrei?  

Considerando le vicissitudini storiche del popolo ebraico vediamo che esso costituisce una categoria del tutto a parte nella storia delle conversioni. Sembrerebbe quasi che per gli Ebrei la Grazia debba intervenire in maniera più abbondante ed efficace. «Le vie comuni per loro non valgono: ci vuole, se non proprio un miracolo, un intervento di Dio che vi si avvicini» (18).

Il fatto è che per Israele non vale la legge dell’assimilazione: gli Ebrei non si sono mai integrati con i popoli coi quali venivano a contatto, e i suoi figli possono vivere per secoli in qualsiasi nazione restando sempre Ebrei. Ciò potrebbe far pensare che l’Ebreo non possa convertirsi a Gesù Cristo senza un intervento straordinario e miracoloso di Dio. Molti casi confermerebbero tale opinione: S. Paolo sulla strada di Damasco, Alfonso Ratisbonne in S. Andrea delle Fratte a Roma, lo stesso Zolli con moglie e figlia alla sinagoga romana. Tuttavia se è vero che in alcune conversioni di Ebrei vi è stato un intervento miracoloso, è altresì vero che in altri casi sono avvenute normalmente, come, per esempio, per Paul Drach o i fratelli Lèmann. Vi è tuttavia una certa complessità dell’anima giudaica che ne rende difficile la risposta alla Grazia di Dio. E spesso tale resistenza ha tutti i caratteri di un dramma. Per esempio Henry Bergson, arrivò alla percezione della divinità della Chiesa cattolica, ma non volle mai ricevere il Battesimo. «Non si può non apprezzare la profondità di questi rilievi, ma allo stesso tempo, non riconoscere la complessità di una situazione psicologica.

Come mai la lettura del Nuovo Testamento, praticata assiduamente dal Bergson, non gli ha fatto sentire l’obbligo stretto del Battesimo? (...) Se il caso Bergson fosse un fatto isolato, forse potremmo spiegarlo con un riferimento alla complessità della coscienza umana... Ma il Bergson non è unico: il suo è uno stato d’animo che, benchè sott’altra forma, ritorna in altri Ebrei» (19). Edmund Husserl arrivò anch’egli a sentire l’attrattiva del Cattolicesimo, tuttavia non osava aprire il Nuovo Testamento per il timore di dover rinunziare alla sua filosofia. Il Battesimo, ricevuto da un ministro protestante, non significò molto nella sua vita, infatti continuò a chiedere lumi alla filosofia, convinto della sua totale sufficienza. La complessità dell’animo degli Ebrei ci apparirà ancora più profonda, se esaminiamo il caso di Paolo Landsberg, che come Bergson e Husserl arrivò alle soglie del Cristianesimo attraverso l’indagine scientifica. Però gli mancò sempre il coraggio di entrare nel Corpo Mistico di Cristo e restò sempre alle sue soglie. Tutti questi esempi ci fanno constatare una certa complessità dell’animo giudaico nei confronti della Chiesa cattolica. Ci si pone, pertanto, il problema di sapere come mai i figli d’Israele trovino così difficile vedere in Gesù Cristo il Messia, il Figlio di Dio e nella Chiesa romana il suo Corpo Mistico. L’opinione che soltanto un miracolo possa convertire un ebreo è esagerata, anche se ha un fondamento nella realtà; tuttavia gli esempi citati testimoniano una difficoltà notevole degli Ebrei ad abbracciare il Cristianesimo. Per quale ragione? Recentemente un convertito ebreo, Carlo Stern, ha cercato di dare una risposta: «Per gli Ebrei il convertirsi alla Fede in Cristo comporta uno straordinario sacrificio, non solo l’individuo deve morire a se stesso per vivere, ma è il popolo intero che deve morire con Cristo per vivere in Cristo. Gli Ebrei sono il popolo che non può rimanere un popolo ed essere Cristiano allo stesso tempo; non soltanto l’individuo Adamo deve dissolversi in lui, ma anche il gruppo dev’essere dissolto» (20). I contemporanei di Cristo sapevano che se Lo avessero accolto avrebbero dovuto sacrificare il predominio terrestre della loro nazione. La conversione del­l’Ebreo implica anche la rinunzia a questo ideale terreno e politico, di dominio sul mondo intero e il riconoscimento che la missione che era stata data alla Sinagoga dell’Antica Alleanza è passata alla Chiesa della Nuova ed Eterna Alleanza.  

Conclusione: tre casi “teologicamente scorretti”  

Perchè i casi Mortara, Coen, Zolli, specialmente negli ultimi anni del dopoguerra, hanno fatto parlare poco di sè e in sordina?

Eppure i primi due hanno rappresentato una pietra miliare del Risorgimento e della difesa del potere temporale da parte del Papato, del conflitto tra Cattolicesimo e Liberalismo, mentre l’ultimo è in stridente antitesi con un certo falso ecumenismo che ha invaso anche gli spiriti cattolici a partire dagli anni sessanta.

Prima del libro di David Kertzer (1996) l’unico studio scientifico sul caso Mortara che abbia raggiunto l’ampiezza di un libro era quello pubblicato nel 1957 da Bertram Korn, dedicato interamente alle reazioni americane alla vicenda. Per il resto, i casi Mortara-Coen sono noti agli studiosi attraverso citazioni passeggere e ridotte.

«Quando lessi la prima volta - scrive il Kertzer - della vicenda... immaginai che dovesse essere ben nota agli italiani colti. Scoprii con stupore di essermi sbagliato. (...) In breve, la vicenda Mortara era caduta dalla corrente principale della storia italiana nel ghetto della storia ebraica» (21).

L’importanza dei casi Mortara-Coen, non sta tanto nel fatto che dei bambini ebrei siano stati sottratti alla famiglia dopo il Battesimo (ciò accadeva regolarmente prima del 1870), quanto il fatto che il mondo insorse protestando! Cosa era accaduto? Lo spirito liberal-massonico di tolleranza e di non-esclusivismo era penetrato nelle intelligenze di tutta l’Europa, il Papato opponeva una strenua resistenza dottrinale alla peste del Laicismo ma le sue forze materiali erano inadeguate.

Scrive Kertzer: «Per i cattolici il caso è inquietante per parecchi motivi. È basato su un’ideologia che era assolutamente centrale nella Chiesa fino a tempi recenti, ma che oggi è considerata riprovevole: un’ideologia che vedeva gli Ebrei come gli ignobili assassini di Cristo... Più in generale, nel mettere in luce che fino a tempi recenti la Chiesa respingeva l’idea della tolleranza religiosa e, anzi, continuava a mantenere attiva l’Inquisizione, il caso Mortara attira l’attenzione sul fatto che la transizione della Chiesa dal fondamentalismo medievale alla modernità è avvenuta solo in questo secolo (...).

Per gli Ebrei d’Italia non è stato il dolore del ricordo a rendere difficile la discussione del caso Mortara, quanto l’imbarazzo per il suo esito. (...) Quando la Chiesa cominciò a rendere noto che Edgardo mostrava i segni della sua trasformazione sovrannaturale, scoprire che cosa davvero pensasse il bambino e se davvero preferisse restare nella Chiesa piuttosto che tornasse a casa sua e all’Ebraismo dei suoi antenati, divenne una sorta di verifica pubblica dei relativi meriti delle due religioni. E gli Ebrei persero la prova. (...) Il bimbo, un tempo dipinto con i colori più luminosi... diventò un uomo abietto, il cui carattere doveva essere screditato. Un uomo simile non poteva... essere sano di mente, perchè se lo fosse stato, ciò avrebbe messo in pessima luce la religione ebraica. Era meglio non parlarne affatto» (22).

In breve i tre casi sono “teologicamente-scorretti” per l’ecumenismo latitudinarista e irenista oggi imperante un po’ ovunque, ma specialmente presso i Cattolici (purtroppo). Non conviene nominare Mortara e Coen, si offenderebbe il Liberalismo risorgimentale, non conviene soprattutto nominare Zolli, si squalificherebbe Nostra Aetate, e la visita di Giovanni Paolo II nel 1986 a Elio Toaff (successore di Zolli nella sinagoga romana). Nel 1956 muore da cristiano l’ex Rabbino Capo di Roma (la comunità israelitica più antica e in un certo senso più simbolica del mondo), fatto di enorme portata apologetica per il Cristianesimo e nel 1986, appena trent’anni dopo, sembra quasi che le parti si siano capovolte!

Eppure i fatti sono questi: due Ebrei si convertono al Cattolicesimo in piena Rivoluzione liberale e non vogliono ritornare al Talmùd, anzi si fanno sacerdoti e muoiono in odore di santità alla vigilia della seconda grande guerra e del Nuovo dis-Ordine Mondiale. Mentre alla fine della seconda guerra mondiale il Gran Rabbino di Roma si fa cattolico, perchè ha studiato le Profezie dell’Antico Testamento senza il paraocchi del Talmùd.

Un particolare: il pomeriggio della domenica del 4 giugno1944, mentre le truppe americane occupano Roma, entra nell’Urbe anche il Rabbino Morris Kertzer, padre di David, autore del libro su Mortara. La sera del venerdì 9 giugno, insieme al Gran Rabbino Israel Zolli, celebra il rito del Sabato nella sinagoga romana. «Circa sei mesi dopo... il vecchio Rabbino Zolli... stupì gli Ebrei di tutto il mondo annunciando la sua conversione al Cattolicesimo. (...) I capi delle diverse comunità scagliarono invettive contro la sua persona e il suo passato, mettendo persino in dubbio che fosse sano di mente. Mio padre, che aveva fatto visita al rabbino Zolli più volte e aveva potuto conoscerlo un po’, scrisse in sua difesa» (23). Nihil sub sole novi!

Note

1) P. Dezza S. J., Eugenio Zolli: Da Gran Rabbino a testimone di Cristo (1881-1956), in “La Civiltà Cattolica”, 21 febbraio 1981, pag. 340.

2) Ibid., pag. 341.

3) Ivi. Cfr. anche Actes et Documents du Saint Siège relatifs à la seconde guerre mondiale, vol. 9, Città del Vaticano, 1975, pag. 494.

4) P. Dezza, op., cit., pag. 342.

5) Ivi.

6) Ivi.

7) S. Waagenaar, Il ghetto sul Tevere. Storia degli Ebrei di Roma, Mondadori, Milano, 1972, pagg. 366-368.

8) P. Dezza, op. cit., pag. 343.

9) Ibid., pagg. 343-344.

10) Ibid., pag. 344.

11) E. Zolli, Christus, Casa editrice A.V.E., Roma , 1945.

12) Ibid., pagg. 152-155.

13 ) Ibid., pag. 155.

14) Ibid., pag. 201.

15) E. Zolli, Before the Dawn, Sheed and Ward, New York, 1954.

16) P. Dezza, op. cit., pag. 347.

17) «“Morirò il primo venerdì del mese, alle 15, come Nostro Signore”, aveva confidato una settimana prima del decesso ad una suora che lo assisteva nella malattia». Cfr. T. Ricci, Convertito, anzi arrivato, in “30 giorni”, n° 3, marzo 1991, pag. 62.

18) La Civiltà Cattolica, 12 febbraio 1925, vol. I, quad. 2512, Contrasti e problemi nella conversione degli Ebrei, pag. 393.

19) Ibid., pagg. 395-396.

20) C. Stern, la colonna di fuoco, Milano, 1954, pagg. 198-199.

21) D. I. Kertzer, op. cit., pag. 438.

22) Ibid., pagg. 438-440.

23) Ibid., pag. 443.  

Bibliografia:

I. Zolli, Israel, Udine, 1935. Il Nazzareno, Udine, 1938. Antisemitismo, Roma, 1945.

E. Zolli, Il Salterio. Nuova traduzione e commento, Milano, 1951; Mi encuentro con Cristo, Madrid, 1952; L’Ebraismo, Roma, 1954; Guida all’Antico e Nuovo Testamento, Milano, 19

 


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