L’INCIDENTE DI ANTIOCHIA E LA SHOAH
 

DON CURZIO NITOGLIA

9 settembre 2010

http://www.doncurzionitoglia.com/antiochia_e_shoah.htm

 

 


 

La disputa tra Pietro e Paolo

S. Paolo nell’epistola ai Galati (II, 11-21) ci narra della controversia sorta tra lui e S. Pietro quanto a due diversi modi di agire pastoralmente, che però avrebbero avuto conseguenze dottrinali e dommatiche. Nel 49 ad Antiochia alcuni cristiani giudaizzanti, iniziarono a criticare l’attività missionaria di S. Paolo e S. Barnaba, affermando che per salvarsi non bastava il battesimo, ma era necessaria la circoncisione e l’osservanza della legge cerimoniale ebraica dell’Antico Testamento (At, XV, 1 ss.). Costoro volevano imporre ai cristiani il giudaismo quale “fratello maggiore e prediletto”, come se “L’Antica Alleanza non fosse mai stata revocata”, “nihil sub sole novi”. S. Paolo invece, ispirato dallo Spirito Santo e garantito dall’inerranza biblica, aveva scritto che oramai, con l’Incarnazione del Verbo e la sua morte in Croce, ci si salva solo “per mezzo della Fede senza le opere della Legge [cerimoniale] mosaica” (Rom., III, 28). L’Apostolo si appellò contro i giudaizzanti a S. Pietro, che indisse il primo Concilio ecumenico della Chiesa cattolica a Gerusalemme nel 50. Egli assieme agli Apostoli “cum Petro et sub Petro” definì che “noi [giudei] crediamo di essere salvati per la grazia del Signore Gesù Cristo allo stesso modo che i pagani” (At.,XV, 11). Tuttavia S. Giacomo, “pro bono pacis” suggerì un accorgimento pastorale per non urtare la suscettibilità dei cristiani di origine ebraica, chiedendo che i pagani divenuti cristiani si astenessero, ad tempus e in certi luoghi, da alcune pratiche (le carni immolate agli idoli, il matrimonio tra parenti anche relativamente lontani, la carne di animali soffocati e il sangue), non perché cattive in sé, ma in quanto suscettibili di essere male interpretate da coloro che venivano dal giudaismo al cristianesimo. Tutto filava liscio, quando poco tempo dopo S. Pietro si recò ad Antiochia e conformemente alla dottrina del Concilio di Gerusalemme andava a pranzo anche dai pagani convertitisi a Cristo, ma ciò per gli ebrei era severamente proibito, poiché il “cerimoniale” mosaico considerava immondi i pagani. Tuttavia dopo Cristo i cristiani che provenivano dal paganesimo non solo non erano più immondi, ma erano stati santificati dalla grazia abituale. Allora S. Pietro “temendo quelli della circoncisione cominciò a non frequentare più i cristiani convertiti che erano di origini pagane. E con lui anche altri giudei. […]. Quando vidi che non marciavano diritto - scrive S. Paolo - rispetto al Vangelo, dissi a Cefa davanti a tutti: ‘Se tu che sei giudeo e vivi alla gentile e non alla giudaica, perché obblighi i Gentili a giudaizzare’?” (Gal., II, 12-14). La pratica o condotta pastorale di Cefa era equivoca, non peccaminosa in sé ma suscettibile di portare all’errore dogmatico giudaizzante. Si era lasciato “intimorire” e si era “appartato” dai cristiani di origine non-ebraica. Dovendo dispiacere a qualcuno si cerca sempre o quasi di farlo con i meno pericolosi e potenti. Tuttavia la pastorale che in sé non era gravemente peccaminosa, poteva passare da questione prudenziale a problema dottrinale: Cristo ha bisogno anche del cerimoniale mosaico o basta da Sé a salvarci? È la Fede e le “buone opere” (i 10 Comandamenti) a salvare l’uomo o le “opere cerimoniali giudaiche”? Di fronte a questo pericolo di pervertimento dogmatico, S. Paolo insorse, pubblicamente e con energia, fece notare a S. Pietro la pericolosità delle conseguenze dogmatiche della sua condotta pastorale o prudenziale. “Quando venne Cefa ad Antiochia, gli resistetti in faccia, poiché era reprensibile ossia era in torto” (Gal., II, 11). Si oppose a lui in pubblico e non alle spalle. Certamente il comportamento prudenziale di Pietro in sé non obbligava de jure o per principio nessuno all’osservanza dogmatico-morale del cerimoniale mosaico. Tuttavia il suo modo di agire, troppo prudente, spingeva verso il vincolo del giudaismo come fosse obbligante. S. Tommaso d’Aquino vi vede soltanto un peccato veniale di fragilità (S. Th. I-II, q. 103, a. 4; Ad Galatas, cap. III, lect. 7-8)[1]. Tale debolezza o peccato veniale di Pietro non mina l’infallibilità pontificia anzi la conferma. Il suo esempio trascina tutti, anche Barnaba, solo Paolo (che soffriva di una specie di “epilessia”, ma non ne era calunniato dai confratelli) non lo segue. È certo ed è rivelato che ad Antiochia in quei giorni Pietro ha sbagliato pastoralmente, senza far naufragio dommaticamente, poiché non ha voluto obbligare a credere e ad agire alla maniera ebraica, ciò era stato definito da Pietro e dagli Apostoli riuniti al Concilio di Gerusalemme cum Petro et sub Petro infallibilmente e dogmaticamente. Ma per agire troppo prudentemente Cefa sbagliò pastoralmente o praticamente, non vedendo le conclusioni dogmatiche che altri avrebbero tratte dal suo modus operandi. Vi fu solo un errore di comportamento pratico o pastorale (“conversationis fuit vitium, non praedicationis”, Tertulliano, De praescrptione haereticorum, XXIII), in un ambito in cui il Papa non è assistito infallibilmente dallo Spirito Santo.

Sua attualità per noi

Tale episodio è oggi più attuale che mai, il Papa può errare pastoralmente, senza inficiare il suo Primato, la sua Infallibilità e l’Indefettibilità della Chiesa, quindi nel Concilio Vaticano II, voluto esplicitamente “pastorale” e non dogmatico da Giovanni XXIII e Paolo VI, vi possono esser degli errori (cfr. B. Gherardini, Il Concilio Ecumenico Vaticano II. Un discorso da fare, Frigento, 2009; Id., Tradidi quod et accepi. La Tradizione vita e giovinezza della Chiesa, Frigento, 2010). Di fronte a tali errori è lecita la resistenza pubblica e attiva, senza dover giungere alla conclusione della “sede abitualmente vacante” occupata da un impostore.

La morale da trarne

Dulcis in fundo, l’errore pratico e iper-prudenziale di Pietro “propter moetum judaeorum” si ripresenta dal 1965 ad oggi (27 febbraio 2010) e terrorizza i Papi, che - inoltre - non osano riaffermare la verità. Il loro errore è più grave di quello di Pietro, poiché è dottrinale e non solo prudenziale, ma non inficia l’Infallibilità della Chiesa in quanto tale insegnamento ecumenico verso il giudaismo talmudico non vuole essere dogmatico e non vuole obbligare a credere, manca ad esso la “voluntas defieniendi”, che sola lo renderebbe infallibile. Purtroppo essa ha invaso anche le menti e i cuori degli uomini, degli storici e degli ecclesiastici, i quali non osano chiedere le prove della eliminazione fisica di 6 milioni di ebrei, tramite camere a gas (detta “shoah). Tale parola fa paura e ci si inchina supinamente davanti ad essa, pur non godendo di prove serie, storiche, documentarie, scientifiche. Se qualche storico o ecclesiastico si azzarda a chiederle, viene tacciato di “nazista”, “negazionista” e messo ai margini della società e della Chiesa. Sarebbe bene che chi detiene il potere nella Società civile come in quella ecclesiastica, mediti sia sul comportamento coraggioso di Paolo, che riprese in pubblico Pietro e soprattutto su quello umile e aperto alla verità di Pietro, che riconobbe candidamente di aver sbagliato, per un eccesso di “prudenza”. Tale questione in sé non è dogmatica, ma le sue conseguenze lo sono, proprio come avvenne ad Antiochia, poiché Jules Isaac chiese ed ottenne la Dichiarazione “Nostra aetate” del Vaticano II, a partire dalla terribile shoah. Ora “Nostra aetate” è una questione di Fede e da essa è nato un lungo insegnamento erroneo, non dommaticamente vincolante, che è in contraddizione con la retta interpretazione della S. Scrittura fornita dai Padri della Chiesa, e dal magistero ecclesiastico sino a Pio XII. La gerarchia cattolica non può nascondersi dietro a un dito e dire “è solo un problema storico”, no da esso ne consegue il ribaltamento della dottrina tradizionale sui rapporti tra Antico e Nuovo Testamento (“L’Antica Alleanza mai revocata”, Giovanni Paolo II a Magonza nel 1980; gli “Ebrei fratelli maggiori e prediletti nella Fede di Abramo”, Giovanni Paolo II, 13 aprile 1986; “chi nega la shoah quale sterminio pianificato di 6 milioni di ebrei tramite camere a gas, non può esercitare il ministero episcopale nella Chiesa cattolica”, Benedetto XVI, febbraio 2010) e più ancora tra Cristianesimo e talmudismo. Quindi non si può tacere, anzi occorre riaffermare la dottrina tradizionale e sfatare il mito sterminazionista dell’olocausto ebraico che vorrebbe rimpiazzare quello di Gesù Cristo. Altrimenti si cede inizialmente su una questione storica per arrivare a errare in materia di Fede e di Morale, come sarebbe avvenuto ad Antiochia se Paolo non avesse parlato in pubblico e con energia e se Pietro non avesse ammesso di essersi sbagliato. Ne va in gioco la dottrina bi-millenaria della Chiesa e il rischio di giudaizzare, per eccesso di prudenzialità o pastoralità. Ostinarsi a far finta di nulla significa perpetuare l’equivoco del Vaticano II.

O Dio che ci hai consacrato col martirio dei tuoi Apostoli Pietro e Paolo, concedi alla tua Chiesa di seguire in tutto l’insegnamento e gli esempi di coloro da cui ricevette le primizie della Fede”.

 

d. Curzio Nitoglia

9 settembre 2010

http://www.doncurzionitoglia.com/antiochia_e_shoah.htm

 


[1] S. Agostino ritiene che “Pietro era reprensibile, ossia era dalla parte del torto” (Ad Gal., cap. II, lect. 3).