IL  VATICANO  II  E  “DISINCANTO”[1] DELL’ «ECCLESIASTE»

 

DON CURZIO NITOGLIA

25 febbraio 2010

http://www.doncurzionitoglia.com/VaticanoII_e_disincanto_ecclesiaste.htm

 


 

 

 

Vanità di vanità,

Ogni cosa è vanità.

Tutto il mondo e ciò che ha,

Ogni cosa è vanità.

Se del Mondo i favor suoi

T’alzeran sin dove vuoi,

Alla morte che sarà?

Ogni cosa è vanità.

Se regnassi ben mill’anni

Sano, lieto, senza affanni,

Alla morte che sarà?

Ogni cosa è vanità.

Se tu avessi ogni linguaggio,

E tenuto fossi saggio,

Alla morte che sarà?

Ogni cosa è vanità.

Dunque a Dio rivolgi il cuore,

Dona a Lui tutto il tuo amore,

Questo mai non mancherà,

Tutto il resto è vanità”.

 

 

(San Filippo Neri, Inno della visita alle Sette Chiese)

 

 

 

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Nella vita spesso ci inganniamo, siamo vittime di illusioni, di sogni ad occhi aperti, di speranze mal riposte, di credere a chi non è degno di fiducia e di credibilità. Spesso ce ne’accorgiamo solo tardi. “Meglio tardi che mai”. L’importante è scuotersi dall’illusione o incantesimo e riprendere contatto con la realtà, anche se sgradevole. Ossia essere ‘disincantati’, senza troppa ingenuità, più esperti o ‘disillusi’, privi Deo adiuvante della capacità di ingannare noi stessi e quindi anche gli altri, come fanno non pochi leader o santoni.

 

 

 

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L’Imitazione di Cristo ci avverte che forse l’amico di oggi sarà il nemico di domani. L’unico vero Amico che non tradisce o illude mai è Gesù Cristo. Quindi cerchiamo di restargli sempre fedeli e non tradirlo mai. San Tommaso d’Aquino spiega che più invecchiamo e più diventiamo, disillusi, smaliziati, poiché abbiamo ricevuto – nel corso degli anni – numerose illusioni, inganni, ma ciò è scusabile, date le amare esperienze del passato. Qualcun altro ha detto che “a pensare male del prossimo si fa peccato, ma ci si indovina quasi sempre”. La teologia morale precisa, se penso male senza indizi, faccio un pensiero temerario e peccaminoso, ma se vi sono indizi per reputare che l’altro non sia credibile, allora non vi è alcun disordine ma un giudizio vero, ossia corrispondente alla realtà e quindi moralmente lecito e prudente.

 

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L’Ecclesiaste è un Libro Sacro, attribuito comunemente a Salomone, che tratta di questo argomento (la disillusione o il disincanto) e fa al caso nostro. Esso è più attuale che mai in questi tempi di “falsi Cristi e falsi profeti”, la cui vanità è superiore alla loro stessa miseria, i quali si considerano degli Dèi[2], il “sale della terra” e così si rendono inconvertibili, dacché refrattari alla grazia divina, che agisce solo su chi si riconosce per quel che è realmente “vanità e vacuità”, “esurientes implevit bonos et fastidiosos divites dimisit inanes”. Esso si può riassumere in una frase: “vanità delle vanità, tutto è vanità”. Vanità, spiegano i Padri ecclesiastici significa che tutte le creature sono “contingenti, caduche, destinate a finire, vacue”. In breve tutto passa, solo Dio resta. Ora se “tutto passa, solo Dio ti resta. Nulla ti turbi, nulla ti sconvolga. Chi ha Dio ha tutto” (s. Teresa d’Avila).

 

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Oggi va di moda parlare di “silenzio di Dio” o addirittura della “morte di Dio”, specialmente dopo la ‘shoah’, e quindi anche dopo un terremoto, un maremoto o uno tsunami. Nel Commento dogmatico-morale al Catechismo di S. Pio X, del Canonico Ferdinando Maccono (Torino, SEI, 1924, 2° vol., Morale o Comandamenti, pag. 103), al 2° Comandamento “non nominare il nome di Dio invano”, l’Autore parla della “bestemmia eretica”, che consiste in un’ingiuria contro Dio accompagnata da qualche errore contro la Fede, per esempio nel negare l’Esistenza o un Attributo di Dio come l’Onnipotenza, la Bontà o la Provvidenza, è una ‘bestemmia’ in quanto ingiuria rivolta contro l’Essere perfettissimo, è ‘eretica’ in quanto nega una verità di Fede cattolica (Esistenza di Dio o uno dei suoi Attributi), mentre la “bestemmia semplice” è solo un espressione ingiuriosa contro Dio. La gravità della bestemmia è “molto orribile” (S. Giovanni Crisostomo, In Isaiam, XVIII), poiché vorrebbe attentare direttamente alla vita di Dio, se poi è anche eretica equivarrebbe a cercare di distruggere Dio negando la sua Esistenza o qualche suo Attributo. Essa è la maggiore empietà. Onde la moda della “a-teologia[3] del silenzio di Dio” è più grave di una vera e propria bestemmia, dacché accompagnata da un’eresia. Forse più che di silenzio divino, occorrerebbe parlare di “sordità voluta ed empietà diabolica degli uomini”, i quali di fronte ai severi ammonimenti di Dio, a causa dei loro comportamenti malvagi, si ostiniamo a continuare nella via del male. Il più grave è il fatto che oggi tali bestemmie eretiche siano proferite dai preti, vescovi ed ora anche da papa Benedetto XVI, il quale ad Auschwitz (28 maggio 2006) esclamò rivolto a Dio: “Svegliati, non dimenticare la Tua creatura l’uomo!”. Ora una cosa è l’esclamazione supplichevole rivolta a Dio durante una prova, in cui Gli si Chiede di ricordarsi di noi, quasi se ne fosse per absurdum dimenticato, altro è proferire un discorso o una riflessione teologica, studiata, letta, riletta e corretta nel solco della “a-teologia” del silenzio di Dio, durante la shoah, che ha rivoluzionato totalmente il modo di studiare concepire Dio, non più come l’Essere infinito da adorare e davanti al Volere del quale piegare il capo, ma il “non essere” ‘im-potente’, ‘im-provvido’, non-buono, da ingiuriare ereticamente.

 

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Anche i giusti, possono pensare di essere stati abbandonati da Dio. Infatti, il male trionfa e i buoni sono oppressi. Dio dorme? Certamente no. Proprio come Gesù sulla barca degli Apostoli, in mezzo alla tempesta. Dio tace e proprio nel tacere è maggiormente vicino al giusto che soffre a causa del Suo Nome.

 

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Il silenzio o l’apparente abbandono da parte di Dio, serve a farci toccare con mano la distanza infinita tra creatura e Creatore, tra antropo-centrismo e teo-centrismo. Le creature, tutte le creature sono finite, limitate e soggette a corruzione, un giorno finiranno. Mentre solo Dio, l’Essere per essenza, resta in eterno. L’uomo, come ogni creatura, dipende da Dio. L’antropo-latria o antropo-centrismo finirà, “cenere alla cenere, polvere alla polvere”. Innocenzo III scriveva nel De contempu mundi che la dignità dell’uomo consiste nel “catarro, urina e sterco”.

 

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Onde dobbiamo uscir fuori dal sogno irreale della assoluta dignità inammissibile dell’uomo, dacché esso è vanità, contingenza, e caducità, come tutte le altre creature. Se ci fossimo illusi o ingannati di essere eterni, assoluti, necessari, incorruttibili, ebbene dobbiamo disilluderci e disingannarci. Occorre, dunque, guardare alla realtà di questo mondo, con dis-incanto. Non lasciarci incantare, allucinare o stregare dalla chimera prometeica dell’Io assoluto, della dignità assoluta della persona umana, del progressismo, che ci promette un cambiamento continuo all’infinito, il quale mutamento non è infinito e spesso avviene ma dopo esso, quasi sempre, tutto sarà diverso, però peggiore, dacché uno solo è l’Assoluto, Dio. Tutto il creato, compreso l’angelo e l’uomo è contingente, composto di essenza ed essere e perciò relativo. Quindi, suscettibile di perdere l’essere, mentre solo Dio è l’Essere per sua stessa Essenza o Natura e quindi non può non essere, è necessario.

 

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Varie sono le correnti che illudono, ingannano o incantano, come la maga Circe, l’uomo di essere Assoluto, per ridurlo poi al misero stato di maialino. L’antropocentrismo naturalista, che ci venne suggerito nell’Eden “eritis sicut Dii” da chi aveva gridato “non serviam!”. La cabala esoterica madre di ogni gnosi occultistica, che fa di Israele una divinità, onde Dio è malvagio, avendo permesso la distruzione del tempio (70 d.C.), l’espulsione dalla Spagna (1492) e la ‘shoah’ (1945). Purtroppo ci si è messo anche il concilio Vaticano II, sulla scia di Teilhard de Chardin, cfr. Gaudium et Spes n° 14 e 24e Giovanni Paolo II in Dives in misericordia n°1 ha scritto che uno dei punti più importanti e forse il più importante dell’ultimo Concilio è l’aver fatto coincidere antropocentrismo e teocentrismo. Ma “ponere duos fines absurdum et haereticum esse. Infatti, il fine ultimo o il centro per definizione è uno solo, lo scisso, “s-doppiato”, “s-centrato”, “s-finalizzato” o lo schizofrenico, tendono ad avere due fini e due centri ed è proprio ciò che li rende malati. Un cerchio ha un solo centro[4], se ve ne fossero due sarebbe mal cerchiato, parimenti vi può essere un fine prossimo e uno ultimo, ma mai due ultimi e diversi, altrimenti uno sarebbe pen-ultimo, “per la contraddizion che nol consente”. Ebbene il Vaticano II, per ammissione di Giovanni Paolo II, ha perso il centro, è una contraddizione nei termini.

 

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Anche la shoah col Concilio (Nostra aetate, 28 ottobre 1965 ) e specialmente col post-Concilio (Giovanni Paolo II “L’Antica Alleanza mai revocata”, Magonza, 1981; “Ebrei fratelli maggiori nella fede e prediletti”, Roma, 13. IV. 1986 e Benedetto XVI, “i lager sono simbolo dell’inferno”, Castelgandolfo 9. VIII. 2009) è diventata una quasi verità di “fede umana” e sta cercando di rimpiazzare l’unico Olocausto salvifico del genere umano, quello di Gesù Cristo.

 

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Occorre essere semplici nell’accostarsi alla Parola di Dio, come la riforma liturgica del 1970 insegna e non pratica, quando si abolisce il latino e si usa l’ebraico, seguendo l’esempio di quei farisei dei quali Gesù diceva “dicunt, sed non faciunt. Ebbene l’Ecclesiaste ci richiama alla realtà e ci insegna che tutto il creato, dacché creato, è finito e inconsistente, caduco e transeunte. Ma non dice che è assurdo, che è l’effetto di in “Dio” malvagio (“contraddictio in terminis”). Ciò che sorpassa la nostra ragione non è forzatamente assurdo, è solo oltre la ragione ma non contro essa. Ecco il mistero, il quale ci riporta alla nostra condizione di creature, contingenti, limitate e finite.

 

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Certo la vita ha uno scopo, Dio. Ma certe volte, alcuni avvenimenti, ci sembrano difficilmente conciliabili con la bontà infinita di Dio, ci sorpassano. In questi casi, occorre chinare il capo e fare la volontà divina, anche se non ne capiamo il significato, sicuri che Lui lo sa e opera tutto per la nostra salvezza, anche quando sembra abbandonarci sulla nostra croce, come avvenne a Gesù.

 

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Dio solo sta in cielo, l’uomo sta ancora in terra, almeno sin che vive, onde la morte è l’inizio della vera vita. Dunque dobbiamo contentarci di stare in questa valle di lacrime e occorre mantenere i piedi per terra, senza spiccare voli pindarici, che rischiano di finir male come per Icaro. Alla valle di Giosafatte tutto sarà chiaro e i “falsari” di questo mondo non potranno più ingannare, basta saper attendere con pazienza e vivere bene, dacché “talis vita, mors ita”. Non affanniamoci se la menzogna sembra prevalere, Dio retribuirà ciascuno secondo quel che ha seminato.

 

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Per quanto riguarda questa “notte oscura” che è la crisi che attraversa l’elemento umano (“in membris et in Capite”) della Chiesa, dobbiamo rifarci all’Ecclesiaste, tutto passa, tutto è vacuo, solo Dio e ciò che è divino resta. Davanti al male agire e al falso insegnamento che ci frastorna da cinquanta anni, occorre non farsi ingannare, illudere e incantare. Bisogna una buona dose di dis-incanto. “Maledetto l’uomo che confida nell’uomo” come se fosse una divinità, tutto è caduco, uomini e strutture, tranne Dio e la sua Chiesa nel suo elemento divino, il quale può essere supportato da un supposito umano deficiente, vacuo, vano e caduco, proprio come succede dal 1958 sino ad oggi. Onde bisogna ripetere la giaculatoria di Salomone: “vanità delle vanità, tutto è vanità”. Tutto è inconsistente, e un nulla di fronte all’Essere stesso sussistente. Non lasciamoci turbare l’anima e la dolce presenza di Dio in noi, mediante la grazia santificante, dagli avvenimenti vacui, vani e inconsistenti di questo mondo creato. Tale “crisi” si riflette su ogni anima e istituzione umana o ecclesiale, quindi, non dobbiamo meravigliarci di nulla, illuderci di niente, ma dis-illuderci, dis-incantarci. Sappiamo che “le porte dell’inferno non prevarranno” contro la Chiesa di Roma alla quale soltanto è stata promessa l’indefettibilità. Onde non attribuiamola a nessun altra persona o istituzione umana, civile o ecclesiastica.

 

“Se del Mondo i favor suoi

T’alzeran sin dove vuoi,

Alla morte che sarà?

Ogni cosa è vanità”.

 

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Oggi, sarebbe estremamente pericoloso, farsi illudere o incantare dalle Sirene “conciliariste” le quali propongono che “tutto cambi, affinché tutto resti come prima” (la riforma della ‘riforma liturgica e conciliarista’, che nulla riforma), onde farci perdere la nostra identità, senza sapere più bene cosa si è diventati esattamente. Nei nostri giorni trionfa il pragmatismo dai principi deboli o l’ “entrismo”, che sembra essere diventato la religione o ideologia laica comune alla maggior parte degli uomini (dall’entrismo all’antropo‘c-entrismo’). Guai a chi osa avere ideali forti e soprattutto a chi li proclama. Sarà “eliminato”, castigato e messo ai margini della società (civile e anche religiosa), magari spedito in esilio. “Verrà un tempo in cui vi cacceranno dalle sinagoghe…”. La sirena dell’ “entrismo” ha ingannato molti, per esempio “Alleanza Cattolica”, si sa che non è più integralmente cattolica o controrivoluzionaria, ma non si sa esattamente cosa sia adesso. “Alleanza Nazionale”, si sa che non è più neo-“fascista”, né neo-“gollista”, ma non si sa cosa sia (forse auto-“gollista”). Lo stesso potrebbe avvenire ai fedeli anti-modernisti legati alla Tradizione della Chiesa cattolica, qualora accettassero di patteggiare e scendere a compromessi col neo e post/modernismo, si saprebbe che non sono più integralmente cattolici anti-modernisti, ma non si saprebbe più esattamente e positivamente cosa possano essere diventati.

 

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Nemmeno la Storia umana più grandiosa ed eroica può dare un vero senso alla vita, se non è diretta da e a Dio. Anche la storia degli uomini di Chiesa, se non è vissuta in rapporto di dipendenza da Dio e finalizzata a Dio, mediante Cristo, che continua nella Chiesa gerarchica, non ha senso. Quindi, di fronte ai problemi che ci assillano specialmente oggi, non illudiamoci, non inganniamoci, ma cerchiamo di vivere le circostanze odierne con dis-incanto: “vanità delle vanità, tutto è vanità, fuorché Dio solo. Il sole sorge e il sole tramonta […], non c’è niente di nuovo sotto il sole”. La filosofia dell’Ecclesiaste è il disincanto di chi vive semplicemente la propria vita, quella che la Provvidenza ha dato a ciascuno, disincantatamene di fronte a tutti gli “ideali” umani, i miti, gli idoli, accettando puramente e semplicemente la vita, come dono di Dio e la vive per Dio e non per le creature, che sono “vane” e periranno. “Passa svelta la scena di questo mondo” (san Paolo). L’Ecclesiaste spazza via ogni illusione, idolo, idolatria, megalomania, narcisismo, angelismo o perfezionismo dalla nostra vita. I vari “ecclesiastici” che concedono interviste “soft” nelle quali lapidano “sofficemente” quelli che osano parlare “pane al pane e vino al vino”, esercitano una dittatura dell’entrismo narcisista, del moderatismo estremamente megalomano-centrista, non rappresentano una novità, anzi sono anch’essi vanità e “afflizion di spirito”, per fortuna pure loro passeranno con le loro pompe e i loro “adagi”: le discrezioni non tumultuose e l’ottimismo moderatamente non esagerato. Solo i Novissimi le danno un vero senso, che è imperituro, dacché ci immettono nell’eternità. “Passate, passate creature. Dio mi resta, Dio mi basta” (s Giovanni della Croce). Redde rationem villicationis tuae, jam enim non poteris amplius administrare”.

 

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C’è un tempo per costruire e uno per abbattere, uno per parlare e uno per tacere, uno per fare la pace e uno per fare la guerra” (Ecclesiaste). Oggi sembra esser giunto il tempo di tacere (“nolite mittere margaritas ante porcos, ne forte dirumpant vos”) e osservare attentamente dove andranno a parare i tentativi degli “Ecclesiastici” (“Prelatum devìta”), molto diversi dall’Ecclesiaste. Attenzione a non lasciarci prendere dalla frenesia dell’azione e dai facili entusiasmi giovanilistici (“entrismo”) o della contestazione fine a se stessa (“scissionismo dell’atomo”). “Quando hai terminato il tuo lavoro, fa un passo in dietro, guardalo con distacco, come se non fosse opera tua, questa è la strada che porta in Cielo”. Gesù nel Vangelo ci ha ammonito: “quando avrete fatto tutto ciò che vi ho comandato, dite: ‘siamo servi inutili e peccatori’ ”. “Non sbraniamoci tra noi” (san Paolo), non formiamo partiti: “io son di Paolo, io di Apollo, io di Cefa” (san Paolo). L’essenziale è voler essere con Cristo e di Cristo. “Lui deve crescere e noi diminuire”, più Messe tradizionali ci sono meglio è, anche se non sono le “nostre”. Diciamo la nostra, senza presumere di essere infallibili, e poi mettiamoci il cuore in pace, il tempo rivelerà ogni cosa e scoprirà ogni segreto.

 

“Dunque a Dio rivolgi il cuore,

Dona a Lui tutto il tuo amore,

Questo mai non mancherà,

Tutto il resto è vanità”.

 

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Pio IX, quando scoppiò il caso Mortara, di fronte a tante angustie cercava di imitare Gesù, che durante la Passione “tacebat et dormiebat”, così l’Ecclesiaste insegna che “il sonno del lavoratore è dolce”. Infatti il lavoro se stanca, ci prepara anche al riposo, e in ciò è dolce. Il Libro Sacro ci insegna a vivere nell’ “aurea mediocritas” che aveva scoperto anche il pagano Orazio, non vale la pena affannarsi tanto nella vita, poiché più si fa più si sperimenta la propria impotenza. Il perfezionismo titanico e angelista è somma stoltezza. “Il troppo storpia”. Non bisogna avere troppa stima dell’uomo (fil-antropismo), non lo si reputi neppure - necessariamente ed eccessivamente - malvagio (mis-antropismo), basta non volerlo troppo perfetto a tutti i costi (sano an-antropismo). Se Dio tollera molte imperfezioni e mali in questo mondo, perché non dovremmo tollerarli anche noi? Non dobbiamo compromettere e sciupare la poca felicità che ci dà la vita con ideali più grandi di noi: pretendere che tutto fili sempre liscio e come piacerebbe a noi. Sarebbe bene, lo si può sperare, ma se gli uomini si ostinano a voler battere strade sdrucciolevoli, permettiamo che ciò avvenga, come lo permette la divina Provvidenza. Non tracciamoci le vesti, come Caifa, non facciamoci venire l’infarto, prendiamocela con filosofia, “buttiamola sul ridere” (diceva san Filippo Neri) [5].

Il diavolo dice: “posso spostare i monti, arrestare il corso dei fiumi, volare più veloce del lampo. Ma non posso restar fermo a pensare, è contrario alla mia natura, aumenterebbe la mia disperazione” ed è per ciò che si butta nell’azione. Non imitiamolo. Quando l’acqua è torbida, per farla tornare limpida, occorre aver pazienza e aspettare che si riposi e decanti e allora tornerà ad essere cristallina. Così nei dubbi che ci possono attanagliare.

 

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L’Ecclesiaste stesso ci invita a “gettare il seme anche se piove e tira vento”. Casi imprevedibili, il Vaticano II, ad esempio, e l’adattamento ad esso da parte dei cattolici fedeli, in Capite, membris et capitibus, posso sconvolgere i nostri piani, le nostre vedute, le nostre speranze. Tuttavia, mai dobbiamo lasciarci sopraffare dagli eventi umani “troppo umani”, o cercare di sopraffarli con le nostre sole forze umane. Mai scoraggiarci e gettare la spugna, invece continuare ad aver fede in un Dio che tace e si nasconde, ma non acconsente, e tuttavia vede e dirige tutto e che “se non paga il sabato, paga la domenica”. Attenzione al “tanto rumore per nulla”.

 

“Se tu avessi ogni linguaggio,

E tenuto fossi saggio,

Alla morte che sarà?

Ogni cosa è vanità”.

 

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Mons. Francesco Spadafora raccontava la storia vera di un prete malvagio, che si ostinava nel male. I parrocchiani dicevano sconsolati: “povero Gesù in mano a don Antonio”. Quando morì, una vecchierella molto semplice e saggia disse: “povero don Antonio in mano a Gesù Cristo”. Ebbene, facciamo tutto ciò che è in nostro potere, il nostro dovere e poi lasciamo che Dio diriga ogni cosa per il verso che Lui ha stabilito, memori che se “il diavolo fa le pentole, non fa i coperchi”. Il male non paga, (“male non fare, paura non avere”) prima o poi verrà scoperto e castigato severamente. Occorre evitare i due errori estremi, a) per difetto: l’inazione; b) per eccesso: la superattività pelagiana e super-omista (“Superman”) o super-sacerdotale (“Superclergyman”), c) cercando di restare nel giusto mezzo di altezza e non di mediocrità: “gratia Dei sum id quod sum, sed gratia Ejus in me vacua non fuit”, ossia piantare il seme e stare a vedere ed aspettare con pazienza la sua fioritura, che dipende soprattutto dalla Provvidenza divina e un poco anche dalla nostra cooperazione, la quale “fa sorgere il sole sui buoni e i cattivi”, ma alla fine manderà i suoi angeli a separare gli uni dagli altri e premierà i primi e castigherà i secondi. Expectans expectavi”, “Esurientes implevit bonis et fastidiosos divites dimisit inanes”.

 

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Quando ero un giovane prete, un fedele molto assennato e dai capelli bianchi mi sorprese. Infatti mi confidò che avendo parecchio buon senso, aveva creduto opportuno dare buoni consigli a chi gli stava vicino, specialmente ai familiari. Ma si era fatto solo molti nemici e quasi nessuno lo aveva ascoltato. Quindi concludeva: ‘se adesso qualcuno venisse a dirmi che vuol buttarsi al mare, non starei a cercare di dissuaderlo, sarebbe inutile, certo non lo butterei neppure giù, pregherei per lui e lascerei solo fare alla divina Provvidenza’.

 

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Ci sarà sempre qualcuno che si ostinerà a vedere continuità ove è rottura anche tra ‘Nostra aetate’ e la dottrina tradizionale, a negare che la shoah è stata (nel 1965) il grimaldello storico-teologico col quale si è iniziato a scardinare gli uomini di Chiesa per giungere a renderla obbligatoria per esercitare l’episcopato (Benedetto XVI, 10 marzo 2009) e a paragonarla all’inferno (Benedetto XVI, 9 agosto 2009), anche se i fatti e i documenti dimostrano l’esatto contrario. “La madre degli stolti è sempre incinta”, dice il proverbio e la S. Scrittura precisa: “numerus stultorum infinitus est”. “Se son rose fioriranno, se son cardi seccheranno”.

 

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Non temiamo, “vanità delle vanità, tutto è vanità”, buttiamola sul ridere e aspettiamo, sperando “contra spem”, l’intervento di Dio “ludens in orbe terrarum”, il quale solo oramai può raddrizzare una situazione talmente degenerata, socialmente, religiosamente e addirittura individualmente, tanto che umanamente parlando è insanabile, pur lasciando Egli alle “cause seconde” (le creature umane) un certo ruolo non principale[6], ma del tutto secondario, al quale non debbono sottrarsi, per pusillanimità, falsa umiltà o fatalismo. S. Ignazio da Lodola diceva: “Quando agisci credi che tutto dipende da Dio, ma fa come se tutto dipenda da te”.

 

 

Cuor di Gesù che sai,

Cuor di Gesù che puoi,

Cuor di Gesù che vedi,

Cuor di Gesù provvedi.

Cuor di Gesù, pensaci tu!”.

 

Aiutati, che il Ciel t’aiuta!

 

 

 

DON CURZIO NITOGLIA

 

25 febbraio 2010

 

http://www.doncurzionitoglia.com/VaticanoII_e_disincanto_ecclesiaste.htm

 

 


 

[1] Disincantare = “sciogliere da un incantesimo, liberare da una magia, scuotersi da un sogno, da una fantasticheria, vivere senza illusioni.” (N. Zingarelli).

Illusione = “errore, inganno per cui una falsa impressione viene presa per realtà; falsa percezione del reale per cui si prendono i propri sogni o pensieri per la realtà” (N. Zingarelli).

Illudere = “ingannare, facendo credere ciò che non è” (N. Zingarelli).

 

[2] San Bernardo di Chiaravalle scriveva rivolto all’uomo: “Cogita quid fueris: semen putridum; quid sis: vas stercorum; quid futurum sis: esca vermium”.

[3] Da ‘alfa’ privativo.

[4]  Centro = “in una circonferenza o cerchio, il punto equidistante da ogni punto di essa” (N. Zingarelli). Onde vi è un solo centro per ogni circonferenza, per definizione.

[5] Un adagio popolare toscano recita:

In vita forse è ancora bello stare,

tutto dipende da nun s’arrabbiare.

Fa finta d’un aver veduto,

magari d’un n’aver sentito.

Ascolta ma fa finta d’un sapere,

riguarda ma fa finta d’un vedere.

Di quel che sai è meglio nun parlare.

Va’ per i fatti tuoi, tira a campare!”.

[6] Purtroppo in ambiente antimodernista, alcuni prendendosi troppo sul serio, quasi la Chiesa dipendesse da loro, di fronte allo sfacelo attuale si arrogano il potere di annullare il Papa e di farne un altro, magari se stessi. Ci sono più di dieci di questi anti-papi sparsi per il mondo. Anche qui mi torna in mente una storiella raccontata da mons. Spadafora: «vi era un giovane sacerdote benedettino, assai vanitoso. Il padre Abate che se ne era accorto lo teneva d’occhio. U giorno il giovane sacerdote parlando tra sé e sé ad alta voce diceva: “ora sono sacerdote, domani sarò vescovo e forse anche Papa, ma da Papa che nome prenderò?”. Il padre Abate allora sbottò e disse: [sit venia verbo] “Minchione 1°!”». Ora non c’è nessun “1°”, ma tanti “M”… [venia bis], almeno una decina.