STATO  SOCIALE

O  ANARCO-CAPITALISMO?

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DON CURZIO NITOGLIA

 



Introduzione

Le critiche, non pienamente condivisibili, fatte al nazismo da parte dei teo-conservatori filo americanisti, non sono esattamente quelle mosse dalla Mit brennender Sorge di Pio XI[1], che sono da me totalmente condivise. Le prime, infatti, più che l’aspetto filosofico-religioso, criticano quello sociale del III Reich, si celano dietro la condanna (in sé giusta) del “totalitarismo, ma in realtà, come ogni scuola di derivazione liberista, criticano lo ‘Stato sociale’, ossia il fatto che lo Stato si occupi anche di economia, la quale – per i liberisti – andrebbe lasciata del tutto esente da ogni intervento o ‘pianificazione’ statale. Questa teoria è inconciliabile con la sana filosofia: “l’uomo è animale sociale” (Aristotele e san Tommaso); con la retta ragione: il caso (o la assoluta libertà) è sempre più imperfetto di ogni “piano” umano, che per quanto fallace possa essere non lo è mai tanto quanto il fato o la pura casualità (“laissez faire”). Certamente il nazismo è stato, tendenzialmente, totalitario, neopagano, anticristiano (ma mai come il bolscevismo, il III Reich non ha abolito la famiglia, la proprietà privata e la religione, il comunismo sì)[2], come tale è mal conciliabile con la dottrina cattolica. Tuttavia, socialmente parlando, il III Reich è stato l’unico sistema “socialista” che ha portato benessere per tutti, specialmente per i meno abbienti. Proprio tale aspetto (non quello religioso) è mal visto dal teo-conservatorismo “elitario” ed esageratamente in teoria “antiegualitarista”, ossia in pratica “pro sfruttamento dei poveri” (“peccato che grida vendetta in Cielo”). Solo in tale senso (economico-sociale), affronto il problema della dottrina e soprattutto della azione pratica sociale del III Reich germanico, la quale de facto ha raggiunto degli scopi che ogni cristiano non può non apprezzare alla luce della dottrina sociale della Chiesa.

Indulgenza fiscale del III Reich per le masse

«Si può affermare senz’altro che tutti gli operai tedeschi e gran parte degli impiegati pubblici e privati non pagarono sino all’8 maggio 1945 [fine della seconda guerra mondiale e resa incondizionata della Germania] neppure un centesimo di imposta bellica diretta (…). L’imposizione generalizzata fu sostituita con un meccanismo che colpì in pieno soltanto coloro che guadagnavano molto, e moderatamente solo il 25 per cento più abbiente dei percettori di reddito (…). La guida politica tedesca creò e garantì insomma una specie di socialismo bellico che mirò ad assicurarsi la lealtà della piccola gente»[3]. Anzi, sino al 1941 per le stesse considerazioni – sostiene Gotz Aly - «furono aumentate le pensioni (…). Fu introdotta l’assicurazione obbligatoria contro le malattie. Il contributo mensile fu fissato in un marco, ma le vedove e gli orfani ne furono esentati»[4]. Hitler avrebbe preferito «evitare del tutto gli aumenti delle tasse in tempo di guerra (…). Se proprio occorre aumentare le tasse durante la guerra, allora si elevi soltanto l’imposta sul reddito a cominciare dai 6 000 marchi di reddito annuo (…). Le scelte politico-fiscali del regime furono coronate dal successo sperato (…), nel marzo del 1943: “La situazione economica della popolazione è buona. La gente paga i debiti, versa le rate di ammortamento ed estingue le ipoteche”»[5]. Anzi «benché la situazione finanziaria del Reich peggiorasse rapidissimamente nella seconda metà del 1944, Goebbels insistette con il ministero delle Finanze ancora nel novembre di quell’anno perché fossero aumentate notevolmente le pensioni di invalidità»[6].

Rigore fiscale con l’alta borghesia

Attenzione: rigore, non rapina “socialista-sovietica”. Infatti è normale che chi più ha più contribuisca. «Durante la Prima guerra mondiale i vertici del Reich avevano trascurato in modo scandaloso l’assistenza delle famiglie dei soldati. Milioni di mogli e di figli di militari (…), erano precipitati in uno stato di indigenza materiale (…). Ai responsabili del Reich del Kaiser non era mancato il denaro, ma un minimo di coscienza politico-sociale. Era rimasta loro estranea ogni concezione di equità distributiva»[7]. I familiari dei combattenti del III Reich «furono esentati, quando dovevano ricorrere alle cure del sistema sanitario, dal pagamento di quello che oggi chiamiamo il ticket. E le operaie coniugate poterono d’un tratto permettersi di non andare più a lavorare in fabbrica (…). I familiari dei tedeschi chiamati alle armi ebbero mediamente in guerra, per tutta la durata del conflitto, il 72, 8 per cento dell’ultimo reddito di pace: quasi il doppio di quanto spettò alle famiglie statunitensi (36, 7 per cento) e britanniche (38, 1 per cento)»[8]. Lo Stato sociale di Hitler «incontrò vasti consensi nell’Italia fascista. Nel 1938, un giovane economista [divenuto anti-fascista nel 1943, dopo la caduta del fascismo, come quasi tutti gli anti-fascisti italiani] Paolo Emilio Taviani, destinato poi a ricoprire alti incarichi di governo nella prima Repubblica, scriveva un saggio significativamente intitolato: Come la Germania nazista risolve il problema classista. Nello stesso periodo, il futuro storico del Pci [anche lui diventato antifascista dopo il 1943, come la maggior parte degli ‘anti’…] Delio Cantimori esaltava il significato delle riforme sociali varate da Hitler» (Il Giornale, 4 maggio 2007)[9].

Conclusione

Quindi, lungi dal rivalutare il nazionalsocialismo in quanto “statolatria neopagana” o da un punto di vista filosofico religioso, mi guardo bene dal presentare come ideale il liberismo “individuo-latria” neo-liberista “oro-latra”. Le ragioni addotte dai neo-conservatori contro il nazismo, mancano il bersaglio e propongono come modello una filosofia immanentista, il sensismo inglese del Settecento, che è egualmente inconciliabile col cristianesimo come il neopaganesimo.germanico, con una differenza: quest’ulimo assicurava l’ordine mentre il liberismo ha prodotto soltanto disordine e rivoluzione in campo economico, sociale, morale, filosofico e spirituale. Il Nazismo non ha distrutto l’individuo anzi – naturalmente parlando – lo ha rafforzato (purtroppo solo naturalmente e non soprannaturalmente), abbrutendolo con pan-sessualismo, alcool e droga, il liberismo invece sì, basta vedere lo spettacolo che offrono i giovani “liberalizzati”, ogni giorno.

Inoltre non si deve dimenticare che in Portogallo (Salazar) e in Spagna (Franco) vi furono regimi, anti-liberisti e anti-comunisti, autoritari e confessionalmente cattolici. In Italia il fascismo-regime, a parte la sua concezione “ghibellina” dello Stato, rimproveratagli dalla “Non abbiamo bisogno” di Pio XI, svolse una politica sociale lodata da papa Ratti “Quadragesimo anno”, Mussolini, infatti, introdusse la previdenza sociale, ridusse le ore lavorative degli operai a otto, tolse le donne e i bambini dai lavori faticosi e umilianti (nei quali li aveva gettate la “Rivoluzione industriale” liberal-britannica), favorì e incoraggiò le famiglie numerose, il lavoro agricolo in quanto più naturale e meno incline alla corruzione dei costumi. Naturalmente tutto ciò era mal visto sia dal comunismo che dal super-capitalismo, i quali gettarono l’Italia nelle braccia di Hitler e nella guerra, per poter distruggere un modello sociale diametralmente opposto a quello che ci ha dominati sino ad ora (comunismo in EU orientale e super capitalismo nell’occidente) e che stava prendendo piede anche in Usa, GB, Romania, Ungheria. Non voglio “canonizzare” il fascismo, ma rispetto ai governi di oggi, forse è vero quel che mi diceva mio nonno: “meglio Mussolini, malgrado la Petacci, che un governo di ladri e di pagliacci!”.

don Curzio Nitoglia

 

NOTE

[1] Uno degli studi più accurati, dal punto di vista storiografico-documentale, su tale problema, anche se non totalmente condivisibile quanto ai giudizi che porta, è quello di Giovanni Miccoli, I dilemmi e i silenzi di Pio XII. Vaticano, Seconda guerra mondiale e Shoah, (Milano, Rizzoli, 2a ed. aggiornata, 2007). Il Miccoli nel libro succitato mette bene in rilievo le differenze di approccio al problema “razziale” della Germania nazista e dell’Italia fascista, da parte di Pio XI e poi del suo successore Pio XII. Nel 1939 papa Pacelli tentò di avviare (dopo la Mit brenneder Sorge [1937] e gli ultimi discorsi di Pio XI [1938] contro il razzismo  materialista e biologico tedesco) un processo di distensione con il III Reich. All’Osservatore Romano venne proibito di pubblicare pro tempore ogni articolo polemico nei confronti della Germania, sino a nuovo ordine. Il Papa volle venire incontro alle aspettative dei cardinali tedeschi (specialmente Bertram e Faulhaber) i quali mantenevano una «fievole speranza di pacificazione e di accordo, che si richiama alla distinzione tra massimi dirigenti dl governo e gli estremisti neopagani del partito nazista, con una persistente disponibilità di Hitler» (G. Miccoli, op. cit., p. 176). Insomma, mentre Pio XI aveva perso ogni speranza di addivenire a intendersi con Hitler, Pio XII voleva tentare ancora [e questo non lo rende un “liberale”, con buona pace degli anti-Pacelliani di “destra”] di giocare la carta della apertura diplomatica verso il Reich germanico e il suo cancelliere (Hitler), separandolo dal partito nazional-socialista, specialmente dai suoi esponenti più radicali quali Alfred Rosenberg (autore del Mito del XX secolo). Ad esempio persino il cardinal Faulhaber (coautore della Mit brennender Sorge assieme all’allora cardinale Eugenio Pacelli) si era dichiarato pienamente favorevole al tentativo di ristabilire rapporti pacifici con il Governo tedesco. Egli pensava che l’inasprimento da parte della Germania, fosse dipeso non solo dal Reich, quanto anche da alcune espressioni forti e dal carattere pugnace (tutt’altro che silente e remissivo) del Pontefice testè defunto, il quale quando Hitler venne a Roma, nel 1937, fece chiudere i Musei vaticani, lasciò Roma, andò a Castel Gandolfo e protestò pubblicamente definendo la svastica che sventolava in quei giorni a Roma “croce nemica della Croce di Cristo”. Ma la risposta tedesca al tentativo pacelliano fu alquanto fredda. Lo scoppio del secondo conflitto mondiale, complicò le cose, l’episcopato germanico era lacerato tra le affermazioni di lealtà alla Patria in guerra e il persistere di una politica antiecclesiastica del Reich o piuttosto del partito, nonostante il cambiamento di Pontificato. In tale frangente ci si rifaceva al noto principio della Chiesa, secondo cui normalmente (tranne alcune eccezioni, che sono l’extrema ratio) il cittadino deve rispetto e obbedienza all’autorità, non importa se sul trono sieda un Pilato o un Nerone. Una volta che si presenta un governo nel legittimo possesso del suo potere, l’obbedienza gli è dovuta. Ora, sin dalla fine del 1937 il cardinal Bertram aveva chiesto a papa Ratti un mutamento di linea nei rapporti col Reich, poiché differentemente dal cardinal von Galen e dal Papa stesso, riteneva che l’anticristianesimo del Reich fosse l’ideologia solo di alcuni estremisti del partito (quali Rosenberg) e non la dottrina né la prassi dello Stato e del suo Capo (Hitler). Lo stesso card. Schulte riteneva che i dirigenti del partito volessero distruggere la Chiesa, ma non pensavano che questa fosse anche l’idea del Governo, e Hitler rappresentava il Capo che moderava le spinte estremistiche del partito. Certo con la Germania in guerra per i vescovi tedeschi la risposta non era evidentemente chiara, si tendeva comunemente a distinguere tra partito e Reich, riaffermando la fedeltà allo Stato legittimamente costituito e alle sue autorità, senza per ciò stesso condividere l’ideologia del partito nazionalsocialista. Il Miccoli non esclude l’ipotesi che Hitler non esternasse i suoi propositi neopagani, sino a che la guerra fosse in atto e che si riservasse di affrontare il problema solo a guerra finita e vinta (Ibidem, p. 187), ossia Hitler avrebbe concordato coll’ideologia neopagana di Rosenberg, ma avrebbe aspettato per regolare i conti col cristianesimo la fine della guerra durante la quale li avrebbe già risolti col giudeo-bolscevismo. Pio XII – da parte sua - non volle incoraggiare l’obiezione di coscienza ricordando la dottrina cattolica, secondo cui il militare deve obbedire e combattere per la Patria, chi governa deve sapere se la guerra che ha ingaggiato sia lecita o no. Addirittura nel 1944, dopo l’attentato contro Hitler, il card. Fauhalber (che pur aveva criticato in prediche pubbliche l’ideologia neopagana del partito nazista) scrisse che: “La vita del capo legittimo del Reich sta sotto la protezione del IV comandamento il quale obbliga all’obbedienza verso coloro che guidano lo Stato” (Ibidem, p. 202) e condannò il fallito attentato come scellerato. Egli disse anche apertamente, ma rispettosamente, che la svastica era lo stemma dello Stato germanico (e non solo del partito) e non conteneva in sé alcun significato anticristiano, che alcuni volevano e vogliono attribuirgli.

Parlare oggi è comodo e anche vile in certi casi, durante la guerra il problema era molto più oscuro e difficile. Non si credeva assolutamente al “dogma” del “male assoluto” rappresentato da Hitler, come ci è imposto – democraticamente – oggi. Da parte cattolica si cercava di capire, distinguere e risolvere i problemi come meglio si poteva, senza lasciarsi condizionare dal “kahal” o dal “partito”. La grandezza di Pio XII è stata questa, in mezzo alla mischia ha saputo discernere ragioni e torti dei vinti e dei vincitori, senza schierarsi col più forte, ma cercando di porre rimedio al flagello e di soccorrere i bisognosi senza far parlare di sé. Dopo le violenze dei marocchini nella valle del Liri (1944) e il modo di comportarsi degli alleati in Roma, disse al card. Maglione che tutto ciò avrebbe forse portato a “rimpiangere” i tedeschi. Non che Pio XII fosse nazista, ma sapeva veder i pro e i contro dell’una e dell’altra parte, per esempio anche il trattato di Versailles che umiliò sino al 1930 la Germania (occupata da Francesi e Belgi) veniva criticato dal Vaticano, come pure il bombardamento di Dresda e il processo di Norimberga. Certamente l’esercito germanico aveva uno stile ben più fine ed educato di quello degli alleati, ed anche qui si potrebbe distinguere tra partito nazista ed esercito del Reich. Tuttavia se compariamo il partito nazista a quelli che ci mal-governano oggi, forse dovremmo preferire il primo ai secondi, come meno “immondo” e “cleptocratico”.

Il rimprovero mosso a Pio XII di non aver condannato la Shoah è sciocco e pretestuoso, il Papa non approvava la violenza gratuita verso nessuna etnia in particolare, ma nello stesso tempo voleva le prove della reale entità della persecuzione anti-ebraica, che ancor oggi è lungi dall’essere pacificamente accettata dagli storici non “politicamente corretti”. Alla cifra dei sei milioni, tirata in ballo per la prima volta nel 1945-46 da Gromyko (che non era certamente uno “storico” imparziale ed obiettivo), molti storici rispondono che essa è esageratamente gonfiata e che rientra nella “normalità” di una inutile strage quale è una “assurda” guerra mondiale. Voler fare della Shoha un “unicum” che non passa mai è antistorico e mitologico. Tale tesi, sia pur con sfumature diverse, oltre che dagli storici “revisionisti” francesi tipo Rassinier e Faurisson, per citare i capostipiti (i quali hanno tutti fatto la resistenza contro l’occupazione germanica e son finiti nei campi di concentramento tedeschi, come migliaia di militari italiani dopo l’8 settembre) è avanzata sempre più insistentemente da storici ebrei e anche israeliani, a partire da Norman Finkelstein (La fabbrica dell’olocausto), Tom Segev, Benny Morris, Israel Shahak, Israel Shamir, sino agli ultimi libri scritti da Toaff e Burg e pubblicati in italiano durante questo anno. Vediamo questi ultimi due autori e cerchiamo di non farci lavare il cervello dalla propaganda martellante dei seimilioni e del semi-silenzio di Pio XII, no il Papa ha parlato di ciò che giungeva a sua conoscenza e non di ciò che la propaganda “illusionistica” hollywoodiana voleva fargli dire. Sarebbe ora che i cattolici riprendessero il coraggio di dire tutta la verità (mito olocaustico) e non di scusare papa Pacelli con mezze verità (semi-condanna diplomatica per non peggiorare la situazione).  

[2] Per quanto riguarda l’alleanza stipulata da Hitler con Stalin, è storicamente acclarato, che fu solamente tattica e non ideologica, per non aprire un secondo fronte dell’esercito germanico, già impegnato in Europa occidentale, contro l’Urss. Ernest Nolte ha dimostrato che il bolscevismo era il nemico mortale del III Reich e in esso il giudaismo, che aveva fatto, in massima parte, la rivoluzione russa del 1917 ed aveva contribuito alla disfatta della Germania nel 1918 e alle condizioni capestro impostegli a Versaglia. Ora dire - come fanno i teocons - che nazionalsocialismo è eguale a bolscevismo è un falso storico e ideologico. Costoro inoltre, fanno finta di scordarsi che gi Usa dettero un aiuto determinante a Stalin, non solo per vincere la Germania, ma per occupare mezza Europa libera, contro il parere della GB. Tale aiuto non fu tattico, poiché gli Usa non avevano bisogno né timore dell’Urss, anzi tutto il contrario: se non l’avesse sostenuta sarebbe crollata da sé, senza colpo ferire. Ciò dimostra come supercapitalismo della ‘borghesia-materialista agnostica’ e bolscevismo del ‘proletariato-materialista ateo’, sono - come insegnava “La Civiltà Cattolica” con la Santa Sede - due facce della stessa medaglia, 1°) il giudaismo che rivoluziona il modo tramite i suoi due rami: a) il super-capitaismo che corrompe i costumi e b) il comunismo che aizza l’odio di classe. Anche questo aspetto neoconservatore è inquietante, infatti tale movimento è composto da israeliti, trotzkisti e neo-liberisti (il proletariato avendo perso la sua spinta rivoluzionaria).

[3] G. Aly, Lo Stato sociale di Hitler, Torino, Einaudi, 2007, p. 63.

[4] Ibidem, pp. 66-67.

[5] Ibidem, pp. 68-69.

[6] Ibidem, p. 71.

[7] Ibidem, p. 80.

[8] Ibidem, pp. 82-83.

[9] Occorre dire che la figura storica di Hitler, col passar del tempo, delle passioni, degli stereotipi e dei pre-giudizi, viene sempre meglio delineata, con ombre e luci. Sino a qualche anno fa egli era il “male assoluto”, tutte ombre e niente luci, ora non più. Infatti anche per quanto riguarda l’aggressione all’Urss da parte della Germania, fatta passare come un attacco di “follia lucida” di Hitler, è uscito u libro di uno storico russo insegnante in Usa, Costantine Pleshakov, Il silenzio di Stalin, tr. it. Il Corbaccio, Milano, 2007. Lo storico, con documenti alla mano, dimostra come i sovietici stavano preparandosi ad invadere la Germania e che Stalin nell’ottobre del 1940 aveva discusso con i suoi generali una tattica di vari piani di attacco alla Germania,da realizzarsi nel 1942. Quindi l’attacco di Hitler nel 1941, non fu un “raptus” ma una mossa strategica e preventiva, che spiazzò e gettò nel panico i bolscevichi. Hitler dovette aprire un secondo fronte, sperando in un ripensamento britannico di alleanza con la Germania, in funzione antibolscevica, ma la demo-plutocrazia anglo-americana era più affine al giudeo-bolscevismo che non allo Stato sociale di Hitler, onde appoggiò Stalin contro Germania. Per quanto riguarda le uccisioni degli ebrei russi, il Pleshakov spiega che gli Ucraini in odio ai dirigenti comunisti russi tra i quali spiccavano – per quantità e qualità – gli israeliti, furono i principali artefici sorpassando i tedeschi. Assieme alla Germania, anche l’Italia di Mussolini dava fastidio al giudeo-pluto-demo-bolscevismo, infatti Bernard Show aveva già intuito nel 1937 (13 bottobre, ‘intervista’ al Manchester Guardian) che dopo la campagna italiana in Africa e l’intervento in Spagna a fianco di Francisco Franco, «le cose già fatte da Mussolini, lo condurranno, prima o poi, ad un serio conflitto col supercapitalismo. Infatti le nuove idee che partivano dall’Italia fascista si stavano espandendo in tutto il mondo (..) dalla Francia agli Stati Uniti, dalla GB all’Australia, dall’Argentina alla Norvegia. Sembrava che una volta ancora l’Italia fosse ispiratrice di un nuovo messaggio universale: il Rinascimento del lavoro». Ma il padrone del mondo, il giudaismo, con le sue due braccia: (la destra), il supercapitalismo anglo-americano e (la sinistra), il bolscevismo sovietico, doveva far scomparire l’Italia dalla faccia del mondo e della storia, gettandola nelle braccia di Hitler e costringendola alla guerra che era, volutamente, totalmente distruttiva, non solo delle strutture materiali e belliche dei futuri vinti, ma soprattutto della loro cultura e civiltà.

Per quanto riguarda il genocidio degli ebrei, Primo Levi, uno dei moltissimi sopravvissuti all’inferno della ‘shoah’ (dal quale si poteva uscire…, ma allora che “inferno” era?) in una testimonianza riportata da L’Espresso (27 settembre 2007) ricordava che fu arrestato il 13 settembre 1943 e inviato poi al campo di concentramento di Fossoli (Modena) e che: «Ci veniva regolarmente distribuita la razione di vitto destinata ai soldati e alla fine di gennaio 1944 ci portarono a Fossoli con un treno passeggeri. In quel campo si stava allora abbastanza bene; non si parlava di eccidi…». Come si vede anche la “storia” del genocidio ‘totale’ (nazi-fascista) degli ebrei va rivisitata e studiata storicamente, senza pregiudizi e stereotipi. Inoltre, ammesso e non concesso, che vi sia stata persecuzione fisica con intenzioni sterminatorie, non è certo Israele che può parlare di ‘shoah’, dopo il vero genocidio perpetrato in questi giorni (6 gennaio 2009) dall’esercito israeliano sul più grande campo di concentramento del mondo, Gaza, ai danni di bambini, donne e vecchi palestinesi. Se Israele risponde che questo è il linguaggio che usa Hamas (come ha fatto anche verso il card. Martino, accusato di terrorismo filo-Hamas, 8 gennaio 2009, per aver espresso tali constatazioni di puro buon senso), significa solo che il linguaggio di Hamas è vero e quello di Israele falso, né più né meno.