ROMA  DOMA !

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DON CURZIO NITOGLIA

25 marzo 2009

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Le radici della vera civiltà europea sono, la metafisica della Grecia antica (Platone e Aristotele), la quale ci ha insegnato che l’intelletto può arrivare con certezza a conoscere la sostanza delle cose, senza restare alle pure apparenze, che la verità è oggettiva e non dipende dal soggetto pensante, che vi sono dei principi evidenti (identità e non-contraddizione) i quali sono la fonte dei nostri ragionamenti, che debbono essere rigorosi e formalmente corretti (sillogismi) oltre che materialmente corrispondenti alla realtà. La metafisica classica è stata perfezionata, nel medioevo, dalla prima Scolastica di san Tommaso d’Aquino (con il concetto di “essere” quale atto ultimo e perfezione di ogni essenza, forma o atto primo al quale si era fermato Aristotele); essa ha continuato ad esercitare - durante la controriforma - il suo influsso benefico con la seconda scolastica italiana (Gaetano, Ferrarense, Bellarmino), spagnola (Vitoria, Cano, Soto, Bañez, Suarez) e portoghese (Giovanni da san Tommaso), sino allo scoppio

 

a) del soggettivismo religioso di Lutero (+ 1546), che ha spaccato in due l’Europa, segnandone il declino intellettuale, politico, sociale ed economico a favore dell’Olanda-Inghilterra e poi nord America;

 

b) della rivoluzione soggettivistica filosofica di Cartesio (+ 1650), che ha dato il primato al soggetto pensante sulla realtà extra-mentale, ed ha originato la modernità.

 

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Inoltre la speculazione teoretica greca è stata calata nella pratica dall’antica Roma (Cicerone e Seneca, diritto ed etica), la quale, fé i Romani al mondo reverendi” (Dante, Par., XIX, 102). Per quanto riguarda la Roma pagana (come la Grecia antica) bisogna distinguere la religione misterica, demoniaca e politeistica (delle masse) dalla filosofia razionalmente sana e dal retto diritto naturale dei Majores.

 

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È questo secondo aspetto della civiltà classica (metafisica e diritto) che è stato elevato dalla grazia di Cristo, la quale “presuppone la natura, la eleva e perfeziona e non la distrugge” (san Tommaso, Somma Teologica). Se la radice remota e speculativa dell’innesto cristiano è stata la Grecia, quella prossima e pratica è stata Roma e il suo Impero, che ha aperto le strade all’evangelizzazione del mondo civile e civilizzato, onde la Roma cristiana è il completamento di quella antica (s. Agostino, De civitate Dei), in maniera tale da permettere a Dante di cantare che, quando finirà il mondo, ogni giusto “sarà sanza fine cive/ di quella Roma onde Cristo è romano” (Purg., XXXII, 101-102), ossia Roma è oramai la Gerusalemme celeste della Nuova ed Eterna Alleanza.

 

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Roma ha conquistato il mondo e lo ha civilizzato innanzitutto con il diritto e poi con le armi. Proprio questa caratteristica le ha permesso di fondare un Impero stabile e duraturo che è continuato, e durerà sino alla fine del mondo, con la Roma dei Papi. Il diritto romano è ricalcato sulla legge naturale che Dio ha inscritto nel cuore di ogni uomo e che si riassume nel principio primo della morale “fare il bene e fuggire il male “ (sinderesi), conclusione pratica del principio speculativo di identità “il bene è il bene, il male è il male, il bene non è il male”, principi negati dalla filosofia moderna (idealismo dialettico, fondato sulla contraddizione quale norma di verità) e post-moderna (Nietzsche, fondata sulla distruzione nichilistica di ogni valore morale, che ancora sussisteva dopo la filosofia moderna o idealistica, tramite l’uccisione di Dio mediante il peccato: vedi la Scuola di Francoforte di Adorno e Marcuse e lo Strutturalismo ‘sessantottino’ francese di Sartre e Levi-Strauss).

 

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Roma, innanzitutto, è riuscita ad integrare o portare a sé, a trasmettere la propria civiltà ai popoli conquistati (civilizzazione). Roma non è stata il miscuglio di tutte le etnie, la perdita di identità, la negazione della discernita e del discrimen, no. Essa ha educato il diverso, lo straniero e lo ha reso uguale, “romano”, lo ha civilizzato, a differenza della globalizzazione mondialista odierna, che è una “babelizzazione” e un imbarbarimento dei popoli civili, i quali si lasciano sopraffare da quelli che erano stati civilizzati. L’accoglienza indiscriminata e “non-discriminante” della imbecillitas internationalis (etimologicamente parlando) era del tutto estranea al buon senso romano. Solo un’accozzaglia di “chierici” deviati dottrinalmente e degenerati moralmente ha potuto concepire e realizzare una tale mostruosità.

 

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Come spiega la professoressa Marta Sordi (Pax[1] deorum, Milano, Vita e Pensiero, 1985, pp. 146-154, passim) il giovane romano diventava adulto soprattutto tramite una iniziazione giuridica più che militare (“libro ed elmetto, romano perfetto”, prima il libro e poi l’elmetto). Mentre i Greci non solo spartani ma anche ateniesi, i Germani e gli Italici (specialmente i Bruzi e i Lucani) e gli Indoeuropei in genere, iniziavano il giovane tramite la vita militare, Roma segnava il passaggio dalla fanciullezza all’età adulta con l’assunzione della toga che comportava la compostezza e la serietà o gravitas. Ma siccome si vis pacem para bellum, anche la vita militare era prevista dall’ordinamento dell’Urbe eterna, come conseguenza del mantenimento dell’ordine e del diritto, grazie alla spada, come cantava Virgilio: “Romane memento: hae tibi erunt artes, pacique imponere mores, parcere subiectis et debellare superbos” (Eneide). Cicerone spiega nelle Filippiche che la toga, in caso di necessità, veniva cambiata col sagum che era il mantello dei soldati. Roma non conosceva il pacifismo.

 

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L’uguaglianza sostanziale tra liberi e schiavi (che non è l’egualitarismo della rivoluzione francese) fu una verità conosciuta anche presso la Roma pagana, ma non presso la Grecia antica. Non è socialismo, ma retta ragione la quale sa benissimo che anche uno schiavo non è né una cosa, né un animale, ma un uomo della stessa natura del padrone, anche se accidentalmente diverso, poiché sottomesso a lui. Cicerone nelle Filippiche ci insegna che dopo sei anni lo schiavo onesto era liberato ed acquistava la cittadinanza romana a pieno titolo. Tuttavia il ‘diritto positivo’ romano manteneva tale pratica di sottomissione dello schiavo al dominio del padrone, pur sapendo che era contraria al ‘diritto naturale’ (Digesto, f 5, 4, 1). Soltanto il cristianesimo riuscì ad eliminarla, pian piano.

 

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La fedeltà alla parola data (“parola d’onore”, “stretta di mano”) è un’altra ricchezza che la “Roma-morale” ha apportato alla speculazione greca. Il professor Alfredo Valvo (Fide, foedus, Milano, Vita e Pensiero, 1992, pp. 115-125, passim) cita lo storico greco Polibio (Storie, VI, 56, 6 sgg.) il quale parlava della differenza tra Greci e Romani: i primi, “quando amministrano la cosa pubblica, anche sotto controllo di dieci revisori, se gli si affida un solo talento […], non riescono a mantener fede alla parola data, mentre i Romani, pur maneggiando forti somme di denaro come magistrati […], rispettano il loro dovere semplicemente in forza della parola data in giuramento”. Il motivo di tale fedeltà alla parola data viene individuato da Polibio

 

1°) nella religio romana (dal verbo religare ossia legame, vincolo, unione con la Divinità). La religiosità romana, pur risentendo delle deviazioni politeistiche, era assai semplice e concreta e strettamente legata all’impegno politico o della retta gestione della polis, civitas o società civile. Onde la morale sociale o politica romana era solidamente ancorata alla religio, “timor di Dio” o legame del cittadino con la Divinità. Tutto ciò aiutava il corretto funzionamento della res publica e dell’onestà dei magistrati come dei cittadini. Cicerone spiega che in quest’ottica di morale sociale ancorata alla religiosità va ricercata l’idea della politica come “attività umana che avvicina più di tutte le altre l’uomo a Dio” (Sullo Stato l 7, 12).

 

2°) Nel giuramento (jus jurandum) che costituiva un impegno irreversibile (una specie di “voto”) di fronte alla Divinità e implicava un rapporto di fedeltà (fides-fidelitas) o fiducia reciproca tra le persone contraenti il “patto” e che sarebbe stato punito dalla Divinità qualora fosse stato infranto dall’uomo (Leggi delle “XII Tavole”). L’infrazione della parola data (fides) era (infidelitas seu fraus) una frode ed equivaleva ad essere dichiarato “consacrato agli dei”, ossia votato a morte. Questa severità o serietà romana spiega anche il suo successo militare. Infatti il soldato romano che per non farsi uccidere dal nemico indietreggiava, veniva punito dai suoi commilitoni con la “bastonatura”, con la quale gli si rompevano, una dopo l’altra, tutte le ossa sino alla morte finale. Onde egli preferiva non arretrare - anche in condizioni disperate - e farsi uccidere da eroe con un sol colpo, piuttosto che essere torturato sino alla morte ignominiosa del vile.

 

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La Romanità antica e poi cristiana è il cemento che ha unificato l’Europa e l’Italia. Per quanto riguarda quest’ultima, la sovversione vorrebbe - oggi - distruggerla ad intra servendosi anche di una certa “tradizione” celtica e di un ritorno agli antichi popoli Italici che furono sottomesi, unificati e civilizzati da Roma, contrapponendoli - apparentemente e prossimamente - al Risorgimento massonico, ma - realmente e ultimamente - alla Romanità classica e cattolica.

 

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Il ritorno a Roma è la via maestra per evitare ogni “perdita del centro”. Tutto ciò mi fa ricordare un vecchio film di Aldo Fabrizi, Gino Cervi, Peppino De Filippo e Alberto Sordi. Quest’ultimo è un vigile urbano di Roma, idealisticamente innamorato - inizialmente - della Francia e dell’Alta Italia, ma, una volta, trasferito a Milano e resosi conto della realtà termina la recita - in lombardo - con queste parole agro-dolci riferite a se stesso: “er nebiùn (la nebbia), er magùn (la tristezza), er babiùn (il fesso)…” che ha voluto farsi trasferire nell’Alta Italia ed ora ne paga le conseguenze, ossia nebbia e tristezza, poi chiude definitivamente in romanesco: “…ammazzete che magone aoh”.

 

 

d. Curzio Nitoglia,

25 marzo 2009

 

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[1] Pax  ha la stessa etimologia di paciscor: “concludo un patto”.