«Razza» e razzismo
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DON CURZIO NITOGLIA

ottobre 2008



 

Introduzione

Ho già scritto sul problema delle leggi razziali italiane del 1938, mettendo in risalto gli elementi

di esse che erano in opposizione con la dottrina cattolica.

Ma a distanza di settant’anni (1938-2008) e soprattutto vedendo la situazione di degrado

(intellettuale, morale, civico ed igienico) in cui è piombata oggi l’Italia, e specialmente Roma, a

causa della immigrazione di massa, penso che occorra studiare serenamente non tanto e solo

la legislazione razziale del 1938 (con i suoi eccessi e difetti), quanto il problema razziale che ci

affligge attualmente e che è sotto gli occhi di tutti (anche di coloro che fanno finta di non

vedere, poiché non fa loro comodo, vale a dire i «governanti»).

«Historia magistra vitae»

La Chiesa e l’Impero, per fare un esempio, sin da Costantino e specialmente con il «Corpus

juris civilis» di Giustiniano (528-534) che andava di pari passo con il diritto ecclesiastico, hanno

negato il diritto comune agli israeliti che non volevano rinunciare alla loro peculiarità e

pretendevano di essere accolti negli Stati, una volta cattolici, senza assimilarsi a loro e

costituendo così uno Stato dentro lo Stato.

Quindi gli Stati cattolici (da Costantino sino alla rivoluzione francese) concedevano agli israeliti

solo un diritto particolare o eccezionale, ossia «restrittivo», per poterli governare impedendo

loro di portare il caos e l’anarchia nelle nazioni cristiane.

Oggi si nota analogamente («ne parlano i giornali, quindi è vero», direbbe un Cartesio

aggiornato) che la popolazione «gitana» porta e diffonde una delinquenza non controllabile

dallo Stato che li accoglie, proprio perché gli zingari si rifiutano di assimilarsi ai Paesi che li

ospitano e, mantenendo il loro stile di vita vagabondo e girovago, delinquono più facilmente

non essendo censiti in nessuna città, provincia o regione (tranne le eccezioni che confermano

la regola); lo stesso problema è posto in Italia e in Europa dai musulmani integralisti (non solo

arabi ma soprattutto nordafricani) che non solo non vogliono integrarsi ma vorrebbero

sottometterci e islamizzarci.

Di fronte a tali fenomeni lo Stato dovrebbe reagire e difendere i suoi soggetti, ma oramai il

singolo cittadino è lasciato in balìa di se stesso.

Allora, senza scoraggiarsi, bisogna cercare di far luce sul problema e di porvi rimedio

praticamente, ciascuno secondo le sue possibilità lecite e legali.

Occorre specificare che quelle leggi speciali civili dette «giustinianee» erano anche teologiche,

dacché lo Stato era subordinato alla Chiesa come il corpo all’anima e non scientiste o

biologiche, ossia materialiste, come quelle che vedranno la luce coll’Illuminismo (1).

Pio XI nella bozza dell’enciclica («Humani generis unitas») che non fu mai pubblicata poiché

Papa Ratti morì (10 febbraio 1939) qualche giorno prima della sua revisione, scriveva che «la

vera natura della separazione sociale degli ebrei dal resto dell’umanità, ha un carattere

religioso e non razziale (…). Constatiamo in questo popolo un’inimicizia costante rispetto al

cristianesimo (…). Fino a che persiste l’incredulità del popolo ebraico la Chiesa deve

prevenire i pericoli che questa incredulità potrebbe creare per la fede e i costumi dei fedeli».

Purtroppo con il Concilio Vaticano II è entrata anche in ambiente cattolico la mentalità

dell’«accoglienza illimitata ed imprudente», foriera di gravi sciagure che già oggi riempiono le

cronache dei giornali e sono destinate ad aumentare.

I principali artefici di tale apertura al «cavallo di Troia» sono i politicanti e gli ecclesiastici

carrieristi.

Se sia lecito parlare di «razza»

Nell’antichità pagana Platone ed Aristotele parlavano di greci e barbari, ove il barbaro era colui

che non parlava il greco e il suo linguaggio risultava incomprensibile al greco come la

ripetizione continua della stessa sillaba («bar-bar»); infatti barbaro viene dall’aramaico

«barbarah» che vuol dire balbuziente.

Tuttavia per i due filosofi tale diversità tra greco e barbaro non era qualcosa di puramente

biologico.

Per Platone più che di «razza « biologica si deve parlare di «genere», «stirpe» o origine

comune (2); infatti per lui l’essenza dell’uomo non è il corpo (e quindi la razza biologica) ma

l’anima e dunque la virtù intellettiva e morale, la quale è troppo rara per appartenere a

un’intera razza in maniera eguale; sia perché la virtù naturale è acquisita e non innata, sia

perché è qualcosa di spirituale e quindi non può essere biologica (3).

La vera virtù appartiene soprattutto ai filosofi che sanno elevarsi alla conoscenza delle idee e

sono padroni della propria volontà.

Per Aristotele, che insegnava la composizione essenzialmente ilemorfica (anima e corpo)

dell’uomo, il discorso varia ma solo accidentalmente; infatti egli fa dipendere la virtù

soprattutto dall’anima ma anche e secondariamente dal corpo che è inferiore allo spirito.

Per Aristotele la perfezione umana (vivere virtuosamente) viene raggiunta nel suo fine che è la

società e non viene dalla «origine», «radice», razza o famiglia da cui si discende carnalmente

(vivere «simpliciter»); quindi si esclude il razzismo biologico, per un sistema di valori che si

acquisisce nella «polis» sia coll’anima che col corpo.

La diversità tra greco e barbaro, per Aristotele, non è biologica ma sociale: il barbaro è

ancora legato ad un modello primitivo e imperfetto di vita comune, la famiglia o la tribù, mentre

il greco è giunto allo Stato o società politica, che non è fondata sulla sola nascita o

discendenza genetica (4).

Quindi anche per lo stagirita la superiorità di valori e virtù propria dei greci ha un carattere di

cultura, di educazione e di costituzione legislativa e sociale, e non è strettamente razziale.

Il pensiero greco antico sulla razza può essere riassunto così: il genere umano è diviso in

diversi gruppi detti ceppi o «razze», diversi tra loro sia culturalmente che «somaticamente».

Coloro che appartengono allo stesso ceppo hanno molte cose in comune e si assomigliano più

che quelli di stirpe diversa.

La sopravvivenza della stirpe o «razza» è un bene che ogni civis deve mantenere e difendere

dai pericoli di assorbimento da parte di altre genie o «imbastardimento» (mistura di diverse

«razze», senza nessuna valenza offensiva).

Tuttavia tale diversità razziale è soprattutto differenza di virtù e di valori più che di «carne e

sangue», come pretende il razzismo genetico e materialista illuminista e ottocentesco, e non

deve sfociare in odio o disprezzo verso l’altro, ma solo nella custodia delle proprie origini e

radici, senza le quali ogni «albero» secca e muore, come ricordava all’Europa anche Giovanni

Paolo II.

La terminologia viene precisata

Sin verso il XX secolo la terminologia non è ancora fissata, da parte cattolica: si parlava,

infatti, ancora comunemente e indistintamente di popolo, stirpe, schiatta, nazione e «razza»

(da «radice o origine», non in senso strettamente medico genetico o biologico).

Bruno Vespa (5) cita un saggio di padre Raffaele Ballerini («La Civiltà Cattolica», 1890) in cui

il gesuita scriveva: «Se non si rimettono gli ebrei al posto loro, con leggi umane e cristiane

sì, ma di eccezione, che tolgano loro l’eguaglianza civile a cui non hanno diritto (…) non

si farà nulla o si farà ben poco».

Vittorio Messori su «Il Timone» (2004) spiega le ragioni di tale atteggiamento de «La Civiltà

Cattolica», che a prima vista potrebbe sembrare eccessivamente duro: «Il giudaismo da

secoli ha voltato le spalle alla legge mosaica, surrogandovi il Talmud (…). Il Talmud, oltre a

riportare una serie di espressioni ingiuriose verso il Cristo (…), afferma la superiorità

d’Israele su ogni altro popolo annunciando (…) il trionfo mondiale dei figli circoncisi di

Abramo, cui tutti gli altri finiranno per versare tributo e prestare omaggio» (6).

Di qui la conclusione dei gesuiti sulla opportunità - scrive ancora Messori – «di una

legislazione di ‘legittima difesa’, dunque, che non perseguiti, ma separi (…), una

segregazione dai cittadini [cristiani] come quella praticata per gli stranieri ostili» (7).

Fino al 1937 il pericolo razzista era (per «La Civiltà Cattolica» e quindi la Santa Sede)

rappresentato (paradossalmente, ma fondatamente) dall’ebraismo talmudico come modo di

vivere che produce una cultura e una «credenza» o mentalità razzista, che può essere anche

(ma non necessariamente) religiosa, poiché ritiene il popolo ebraico superiore e padrone del

mondo, proprio come la razza germanica si riteneva negli anni Trenta superiore e dominatrice.

Tuttavia verso il 1938, di fronte alle leggi razziali fasciste, la Santa Sede e la «La Civiltà

Cattolica» precisarono i termini, onde evitare ogni ambiguità materialista e scientista, temendo

che l’Italia si accodasse alla Germania.

Si preferì parlare di nazione, di popolo, piuttosto che di «razza» (anche se etimologicamente

la parola «razza» non sia riprovevole in sé, significa soltanto «radice»).

Ora, siccome il popolo ebraico è nemico delle nazioni cristiane, queste possono e debbono

difendersi con una legislazione di «separazione caritatevole» e non di odio razzista, senza

uso ingiustificato o sproporzionato di coazione.

Lo stesso Pio XI il 28 luglio del 1938, durante un discorso tenuto agli alunni di «De

Propaganda Fide», asseriva: «Con l’universalità c’è l’essenza della Chiesa cattolica, ma con

questa universalità stanno bene assieme - bene intese e al loro posto - l’idea di razza,

stirpe, nazione e nazionalità (…). Non occorre essere troppo esigenti, come si dice nazione

si può dire razza, e si deve dire che gli uomini sono innanzitutto un solo e grande genere

(…), una sola, universale, cattolica razza. Né si può negare che in questa razza universale

non ci sia luogo per le razze speciali (…). Ecco che cos’è per la Chiesa il vero, il proprio, il

sano razzismo» (8).

Quindi, non solo è lecito parlare, specificando il significato dei termini, di «razza», ma anche di

«sano razzismo».

Tutto questo non lo diceva Alfred Rosenberg, ma Pio XI.

Oggi, solo a parlare di «razza», si suscitano gli attacchi isterici (e penali)

dell’«establishement», che si straccia le vesti a mo’ di Caifa.

Persino il senatore Marcello Pera, quando mise in guardia (nel 2004) dal pericolo del

«meticciato» (da «mixtum» o mescolanza di diverse etnie), lui, laico, liberale, popperiano e

kantiano, venne accusato di essere fascista o meglio nazista ed è stato fatto scomparire dalla

scena politica e poi rimpiazzato da… «Quagliariello», proveniente dal partito radicale di

Pannella e infiltratosi nella quinta colonna teoconservatrice italiana (Alleanza Cattolica,

Lepanto, eccetera) (9), che continua a inquinare e addormentare, per poi distruggere gli

ambienti cattolici potenzialmente più sani e reattivi alla dissoluzione del post ‘68 (come fece

Giuditta con Oloferne, ma in senso contrario, perché ora è il cattivo che addormenta e uccide

il buono) come potrebbero essere le riviste

«Il Timone», «Immaculata Mediatrix», «Fides Catholica» e le edizioni «Il Verbo Incarnato».

Le leggi razziali del 1938

Il «Manifesto degli scienziati razzisti» fu pubblicato il 14 luglio 1938 su «Il Giornale d’Italia» e la

«Carta della razza», venne approvata il 7 ottobre 1938 dal Gran Consiglio del fascismo.

La Chiesa e il Papa accettavano in linea di principio «una legislazione discriminatoria nei

confronti degli ebrei» e loro preoccupazione era quella di «ottenere dal governo la modifica

degli articoli che potevano ledere le prerogative della Chiesa sul piano giuridico

concordatario specialmente per quanto riguardava gli ebrei convertiti» (10).

Anzi «La Civiltà Cattolica» il 6 agosto del 1938, commentando il «Manifesto degli scienziati

razzisti», scriveva che: «Chi ha presente le tesi del razzismo tedesco, rileverà la notevole

differenza di quelle proposte da questo gruppo di studiosi fascisti italiani. Questo

confermerebbe che il fascismo italiano non vuol confondersi col nazismo o razzismo

tedesco intrinsecamente ed esplicitamente materialistico ed anticristiano» (11).

Ciò che preoccupava la Santa Sede era il fatto che si attaccasse l’ebraismo in quanto razza in

senso strettamente biologico o materiale e non in quanto cultura nazionale o visione della vita.

Renzo De Felice, il più grande storico del fascismo, comunista e di lontana origine israelitica,

scriveva che se la Santa Sede non approvava il razzismo materialistico, «al tempo stesso, non

era contraria ad una moderata azione antisemita, estrinsecatesi sul piano delle minorazioni

civili» (12).

Insomma la Chiesa ribadiva la sua dottrina bimillenaria, che è stata riassunta ed ha toccato il

suo apice di elevazione e genialità in San Tommaso d’Aquino, il quale scriveva che non si

possono convertire gli ebrei con la forza, si può tollerare l’esercizio regolamentato della loro

religione, ma occorre prendere delle «misure prudenziali di difesa» nei loro confronti, in modo

da «limitare e restringere» il loro influsso sulla società.

Onde è lecito proibire l’accesso degli israeliti alle funzioni pubbliche (S. Th., II-II, q. 10, aa.

9-12).

Le varie correnti del razzismo italiano

1) Guido Landra morto nel 1980 (un giovane assistente universitario volontario presso la

cattedra di antropologia del professor Sergio Sergi) e Giorgio Almirante morto nel 1988 (vice

direttore di «Difesa della razza» diretta da Telesio Interlandi, morto nel 1965) sostenevano la

linea del razzismo biologico puro, ossia «della carne e del sangue», di matrice genetica

illuministico-ottocentesca.

Nel dopo guerra Interlandi si riciclò con la DC, Almirante, pur fondando il MSI, rinnegò il suo

passato razzista, anzi nel 1945 si fece nascondere da una famiglia di ebrei a Torino.

Di Landra non sono riuscito a saper nulla, tranne l’anno della sua morte.

2) Julius Evola (+ 1974) parlava di «razzismo spirituale», da un punto di vista magicoesoterico,

alla luce delle filosofie estremo-orientali (razza ariana pura, miti iperborei,

indoeuropei e spirito atavico).

Nel dopo guerra ha continuato a sostenere (con coerenza e forse è stato l’unico) le sue tesi

ed ha attirato a sé un vasto numero di giovani universitari controcorrente.

3) Nicola Pende (+ 1970), direttore dell’Istituto di Patologia Medica dell’Università di Roma,

prospettava misure di preservazione della «razza» europea e metteva in risalto le qualità delle

stirpi mediterranee (13).

Così pure Sabato Visco (+1971), ordinario di Fisiologia e preside di Scienze all’Università di

Roma, e Giacomo Acerbo, sottosegretario alla presidenza del Consiglio dei ministri (+ 1969).

I tre rappresentavano la linea filo cattolica del razzismo sano, ossia nazional-culturale, una

sorta di «nazional - ‘razzismo’ », teso a combinare la nozione biologica di razza con quella

culturale e spirituale di nazione o di stirpe.

Non si può parlare di razzismo biologico o materialista per Pende e Visco, i quali nel

dopo-guerra hanno continuato tranquillamente la loro carriera universitaria e le loro ricerche

scientifiche.

Varie tipologie di razza

Per tutti e tre i filoni del razzismo italiano, se l’africano suscitava le reazioni paternalistiche del

razzismo coloniale e civilizzatore, che vedeva in esso una etnia non sviluppata e adulta,

l’ebraismo invece era qualcosa di molto pericoloso per le nazioni non ebraiche.

«Quando trattano di popoli arabi, invece, le monografie di Difesa della razza adottano un tono

relativamente neutro ed equanime, se non addirittura ammirato» (14).

Filippo Giannini fa notare che la politica razziale fascista derivava anche dall’esperienza

coloniale in Africa (1936), ove si manifestò «il pericolo del meticciato» (15).

Sempre il Giannini fa notare come l’economia iper-liberale, ossia il mondo del denaro, negli

anni Trenta aveva preso di mira il fascismo italiano (assieme e quello spagnolo e portoghese)

e che conseguentemente «tutto l’ebraismo mondiale aveva dichiarato guerra all’Italia, molto

prima della promulgazione delle leggi razziali (…). La storia moderna non è che la storia del

grande capitale internazionale controllato dagli ebrei che, di volta in volta, si è alleato con

questi o quelli per distruggere o modificare quelle situazioni che minacciavano di diventare

pericolose per i suoi piani» (16).

Persino Bruno Vespa scrive che: «Secondo De Felice, ‘galeotte’ furono le guerre d’Etiopia e di

Spagna. Molti ebrei influenti e alcune organizzazioni ebraiche si opposero apertamente alle

due campagne, che provocarono l’isolamento morale dell’Italia. Mussolini incaricò alcune

personalità ebraiche di farsi mediatrici a Ginevra, Parigi e Londra, e poiché la loro missione

fallì, si convinse che l’Internazionale ebraica tramava contro il fascismo» (17).

Onde le leggi del 1938 furono anche la reazione ad una guerra dichiarata al sistema sociale

quasi-corporativo fascista che si difese in maniera ora eccessiva nel linguaggio, ora carente

nella pratica e specialmente nell’ultima fase (1943-45) a «rimorchio» del paganesimo

pangermanista, che non era capito dalla maggior parte degli italiani, i quali non hanno nulla di

«germanico», né pregi né difetti.

Il problema odierno

Tutto ciò non deve impedirci di guardare con serenità ed obiettività al problema «razziale»,

che ci sta devastando, senza complessi di colpa o paure di essere tacciati di razzismo e

ghettizzati.

Monsignor Antonio De Castro Mayer - già vescovo di Campos in Brasile - scriveva negli anni

Settanta («Problemi dell’apostolato moderno») che «L’unità del Paese nella vera fede,

costituisce il più alto dei suoi valori spirituali. Questa unità può essere spezzata se si aprono le

frontiere a correnti immigratorie che vengono a costituire dei tumori religiosi. Tale

immigrazione non deve andare a detrimento spirituale delle popolazioni cristiane».

Quindi occorre preservare:

a) la propria identità religiosa, rifiutando il modello, impostoci «democraticamente» (a suon

di bombe e quattrini) dagli USA, della società multireligiosa;

b) quella culturale, basata sulla metafisica greca (Platone-Aristotele), il diritto e l’etica

romana (Cicerone-Seneca), e la patristica e scolastica medievale (Sant’ Agostino - San

Tommaso), rifiutando il miscuglio «filosofico» orientaleggiante come quello anglo-americanista

o idealista;

c) quella linguistica, che va sempre più impoverendosi a discapito del lessico greco-latino e

dello stile dantesco-manzoniano, a favore di un linguaggio povero e commerciale qual’è

l’(anglo)-americano;

d) e infine quella etnica, evitando i due eccessi opposti:

α) quello della purezza «assoluta» della razza, che non esiste, dacché la stirpe o popolo

italico ha conosciuto, come tutti gli altri popoli, invasioni e mescolanze;

β) quello del miscuglio (o meticciato) «come ideale», poiché vi sono - come si studiava a

scuola ai miei tempi - quattro grandi etnie/continenti: la bianca (Europa), la gialla (Asia), la

rossa (America indiana) e la nera (Africa).

Ora (tranne casi eccezionali, che vanno «tollerati ma non incoraggiati») sarebbe meglio evitare

di «unire ciò che Dio ha diviso», (mentre oggi col divorzio «si separa ciò che Dio ha unito»); vi

sono - infatti - enormi diversità psicologiche, di temperamento e carattere tra l’europeo e

l’asiatico (per fare un esempio) e la loro unione normalmente risulterebbe infelice, i figli si

sentirebbero semi-sradicati e privi di una identità integrale, ossia «mezzi-mezzi», il che non è

l’ideale («natura abhorret a vacuo»).

Quindi lungi dal lasciarci condizionare dal martellamento mediatico e dalla paura della

persecuzione, dobbiamo prima riflettere e poi agire (usando solo tutti i mezzi leciti) con

prudenza e franchezza, per mantenere l’identità europea che sta per essere travolta dal

meticciato afro-asiatico e da tale mistura non si esce più; il sangue non è tutto, ma non è

neppure acqua.

La tanto deprecata illustrazione che rappresentava una daga romana separante l’europeo dal

semita e dall’africano, non è «forse» - col senno di oggi - così tanto «gravemente»

deprecabile, anzi «può darsi che» ci inviti ad una seria riflessione.

Gli spettacoli che vediamo continuamente (anche di insano razzismo all’incontrario), non solo

più nelle grandi metropoli, ma anche nei paesini dovrebbero svegliarci e farci ritornare a quel

«sano razzismo» di cui parlava Pio XI settant’anni fa, che «esclude» ogni forma di odio di

malevolenza e di violenza ingiustificata, ma ammette la «legittima difesa» comandata anche

dal diritto naturale.

«Vim vi repellere licet».

 

Don Curzio Nitoglia

 

 

1) Confronta l’ottimo libro di Marco Marsilio, «Razzismo. Un’origine illuminista», Firenze,

Vallecchi, 2006. In cui si dimostra come Herder (+ 1803), Voltaire (+ 1778), i giacobini

(1791-1794), il positivismo (seconda metà XIX secolo), Saint Simon (+ 1825), Darwin (+

1882) hanno influito sulla nascita del razzismo biologico, che non è stato solo germanico, ma

anche francese, statunitense, svedese, sino agli anni Settantacinque, e sovietico.

2) «Repubblica», V, 470 B-C, «Opere», Laterza, 1967.

3) «Fedone», 69 B-D, 80 D-82 C.

4) Aristotele, «Politica», l. 2, 1252b 32.

5) Bruno Vespa, «Vincitori e vinti», Milano, Mondatori, 2005, pagina 55.

6) Citato da Bruno Vespa, «Vincitori e vinti», pagina 56.

7) Ibidem, pagina 57.

8) «L’Osservatore Romano», 29 luglio 1938.

9) Confronta L. Copertino, «Spaghetticons», Il Cerchio, 2008.

10) F. Tagliacozzo - B. Migliau, «Gli ebrei nella storia e nella società contemporanea», La

Nuova Italia, 1993, pagine 254-255.

11) Fascicolo 2115, pagine 277-278.

12) «Storia degli ebrei italiani sotto il fascismo», Einaudi, terza edizione, 1988, pagina 298.

13) Nicola Pende, «Scienza dell’ortogenesi», Bergamo, Istituto Italiano Arti Grafiche, 1939.

Idem, «I principi scientifici del razzismo», in «Razzismo, autarchia della stirpe», a cura di E.

Poletti, Bergamo, Tavecchi, 1939. Idem, «La politica fascista della razza», Roma, Tipografia

Operaia Romana, 1940. Idem, «Medicina e sacerdozio», Ancona, Flamini, 1943.

14) V. Pisanty, «La difesa della razza», Milano, Bompiani, 2006, pagina 180.

15) «Uno schermo protettore. Mussolini, il fascismo e gli ebrei», Roma, Nuove Idee, 2006,

pagina 20.

16) Ibidem, pagina 39.

17) «Vincitori e vinti», Mondatori, 2005, pagina 34.