La questione araba o «l’arabo-fobia»
TORNA AL CATALOGO

DON CURZIO NITOGLIA



 

Esistono quattro popoli biblici:


1°) Gli ebrei, che hanno ricevuto dal Signore l’Antica Alleanza e la Rivelazione «vetero-testamentaria», ma che non l’hanno ascoltata e per la loro infedeltà hanno rotto il Patto con Dio, misconoscendo e odiando il Messia e la sua «progenie» spirituale, la Chiesa cristiana.


2°) I cristiani (provenienti dalle Genti o da Israele), che hanno creduto alla pienezza della Rivelazione (Divinità del Messia Gesù Cristo e Santissima Trinità), con i quali Dio ha stretto una Nuova ed Eterna Alleanza.


3°) I pagani, che hanno ricevuto (durante il tempo adamitico, quello patriarcale e mosaico) la ragione naturale per elevarsi dalle creature al Creatore, più la legge naturale e la libera volontà, aiutata dalla Provvidenza per poter «fare il bene ed evitare il male» e così salvarsi l’anima.

Non tutti gli atti dei pagani sono cattivi (come diceva Bajo, condannato dalla Chiesa), infatti bisogna distinguere nel paganesimo:
a) la «religione politeista», idolatrica e misterica che è cattiva in sé;
b) dalla filosofia pagana greca (Socrate, Platone, Aristotile) la quale ha portato la ragione alle soglie della fede; mentre la forza di volontà antico-romana (Cicerone, Tiberio, Seneca,) ha organizzato i popoli, lo Stato, il diritto, l’onore, la gerarchia, portando la civiltà sin dove era allora possibile.


4°) Infine vi sono gli arabi, discendenti (semiti) da Ismaele figlio di Abramo e della sua schiava Agar.
Essi non furono i figli della «libera» Sara, quindi non sono il «popolo eletto» dell’Antica Alleanza, ma anch’essi hanno ricevuto una benedizione (secondaria) da Dio «Io lo [Ismaele] benedirò (…) e sarà capo di un gran popolo» (Genesi XVII, 20).
Ismaele non è pagano, poiché discende da Abramo, non è ebreo, poiché nato dalla schiava di Abramo (Agar) e non dalla moglie (Sara).
Ismaele è arabo, essendo Agar figlia del faraone o di un principe egiziano (***).
Il carattere di Ismaele è «bellicoso», come lo sono - generalmente - gli arabi.
Il loro ruolo è stato quello di fare da ponte tra l’Oriente estremo (India e Cina) e l’Europa medievale.
Inoltre ci hanno fatto conoscere anche Aristotele, che prima di San Tommaso era letto e commentato tramite (l’arabo) Averroè.
Inoltre, a partire dal 732 dopo Cristo, gli arabi hanno ricompattato i cristiani di fronte al pericolo di un’invasione dell’Europa.

Oggi, invece, l’Europa è devitalizzata, siamo giunti alla «fine di una civiltà» (come scriveva Marcel De Corte, «La fin d’une civilization»), dacché «la grazia presuppone la natura e la perfeziona», mentre la post-modernità ha, quasi e non totalmente, distrutto la natura umana (come un secondo peccato originale), ragionevole e libera, specialmente quella delle giovani generazioni le quali sono talmente «vulnerate» che non sanno neppure più ballare, ma solo «sballare», «vivere come porci e morire come cani» (questi sono i frutti del liberal-liberismo, come diceva Domenico Giuliotti).

Gli arabi sono l’unico popolo biblico (ancora naturalmente forte e bellicoso) che riesce a tener testa a Israele (degenerazione anticristica dell’Antica Alleanza) e alla versione post-moderna e nichilistica dell’Occidente (anglo-americano, deviazione laicista della vecchia Europa una volta cristiana).
Se nel passato sino al 1681 (Vienna) i cristiani hanno resistito eroicamente agli arabi, oggi Dio ha scelto arabi e israeliani come le due tenaglie che dovranno castigare l’apostasia e il «rammollimento» intellettuale e morale dei cristiani.
Il grande teologo argentino don Julio Meinvielle («Los tres pueblos biblicos en su lucha por la dominacion del mundo», Adsum, Buenos Aires, 1937), scrive che «Gli arabi, nemici bellicosi della civiltà cristiana, servono - nei disegni della Provvidenza - a mantenere sempre in allerta lo spirito dei cristiani, affinché non si rilassino, e possano manifestare e confessare la distanza che vi è tra essi».
Ora l’Europa è stata invasa «pacificamente», sino ad oggi ma non sarà sempre così, da una vasta marea araba determinata più che non mai.
Mentre i cristiani hanno perso le forze naturali e soprannaturali.

Negli anni Trenta, quando l’autore argentino scriveva, il giudaismo era presente nel comunismo, ateo e materialista, dell’URSS, intrinsecamente perverso (Pio XI, «Divini Redemptoris»).
Il paganesimo si riaffacciò col nazismo, che non era ateo, ma idolatricamente «religioso»: il culto del popolo germanico, del suolo e del sangue (Pio XI, «Mit brennender Sorge»).
Il cristianesimo viveva ancora nel Portogallo di Salazar, nella martoriata Spagna salvata da Franco, nell’Austria di Dolfuss.
Il mondo arabo - allora - era a fianco di Francisco Franco (le truppe del Marocco spagnolo) nella riconquista della Spagna e nella lotta contro il giudeo-bolscevismo.
Il neo-paganesimo germanico, secondo il Nostro, non sarebbe restato neutro (come il concordato del 1933 poteva lasciar sperare, ma si sarebbe schierato, ultimamente, o con Cristo o con l’Anticristo e Hitler fu sempre più attratto da Alfred Rosenberg («Il mito del XX secolo») che era un anticristo.
Un caso a parte era il fascismo italiano, un nazionalismo inizialmente paganeggiante e machiavellico (fascismo-movimento), ma che è dovuto scendere poi a patti (1929) con la realtà dei fatti: lo spirito cattolico-romano dell’Italia.
Esso fu un regime autoritario e non totalitario (confronta Pio XI, «Quadragesimo anno») orientato verso il cattolicesimo (fascismo-regime).
Per la dottrina cattolica i governi forti o autoritari, non sono cattivi in sé, lo possono diventare se si mettono al servizio dello spirito anticristico.

Oggi, XXI secolo, una delle trappole del teo-conservatorismo giudeo-americanista (che è penetrato nel cuore di certo cattolicesimo e che è il vero problema dell’ora presente) è quella di far credere che l’unica forma legittima di potere sia la democrazia moderna (potere che viene dal popolo e non da Dio) e che il «male assoluto» sia il governo forte o autoritario: ieri il fascismo specialmente spagnolo e portoghese, oggi l’arabo-fascismo [creando così una vera «arabo-fobia» o psicosi sociale; senza focalizzare il vero problema che non è quello del mondo arabo, ma dell’Islàm il quale nega la Santissiam Trinità e la Divinità di Cristo che erano ancora il cemento spirituale - anche se alquanto screpolato - dell’Europa «ante guerra» e rendono dunque inconciliabili, teologicamente, islamismo e cristianesimo].
Con Popper come maestro e la Scuola di Francoforte (freudismo + trotzkismo) l’americanismo e il «teoconservatismo» ha distrutto le ultime «vestigia» della cristianità che restavano in Europa (Portogallo, Spagna, Francia di Vichy, e Italia fascismo-regime).
Tuttavia oggi resta un ultimo ostacolo, naturalmente parlando: esso è il mondo arabo che, se con il Mille si è chiuso in un cieco fideismo (al-Gazali) ed ha perso tutte le ricchezze culturali che aveva acquisito a partire dal Settecento, proprio per questo difetto [la Provvidenza da un male tira un bene maggiore] è risultato impermeabile all’umanesimo, all’illuminismo, al razionalismo, al liberalismo e ad ogni forma di modernismo.
Specialmente nel XX secolo ha conosciuto dei regimi non ostili al cristianesimo (nazionalismo sociale pan-arabo) che rappresentano l’antitesi della «società aperta» giudaico-americanista e che andavano distrutti a suon di bombe, per poter ricevere la democrazia e lo spirito moderno e post-moderno (confronta Luigi Copertino, «Spaghetticons», Rimini, Il Cerchio, 2008).

Ma il colosso «USA-israeliano» ha trovato davanti a sé il «popolo biblico bellicoso», discendente da Abramo, Agar e Ismaele: infatti, la Palestina ha resistito all’urto ultra-sessantenario del sionismo (che comincia a perdere colpi, essendo entrato nella terza età e quindi suscettibile di «estrema unzione» collettiva, secondo la riforma liturgica montiniana), l’Iraq resiste tutt’ora a quello americanista e l’Iran, Libano e Siria si apprestano allo scontro (e soluzione) definitivo, (si dice che sarà atomico) con l’imperialismo «sionist-a-mericano».
Tuttavia la storia è nelle mani della Santissiam Trinità (Stat beatissima Trinitas, dum volvitur orbis) la quale saprà servirsi di tutti questi elementi per purificare l’attuale larva di cristianesimo «conciliare», americanizzato, aborigenizzato e non più gregoriano ma «rockettaro», il quale è l’ombra del cattolicesimo come Cristo lo ha fondato; è il mistero della «Passione» della Chiesa che è rivestita da «re di burla» come lo fu Gesù davanti ad Erode (confronta i viaggi di Benedetto XVI in USA e Australia).

L’Europa, una volta cristiana, ha smarrito le sue radici, il giudeo-americanismo è «il Padrone di questo mondo».
«Questa è l’ora vostra [sinagoga di satana] e del potere delle tenebre [satana stesso]», ci ha predetto Gesù il Giovedì Santo; il paganesimo che nel 1900 rappresentava la forza, oramai è affogato nella droga e snervato dalla sensualità.
I due vasi (di ferro) sono gli arabi e (d’oro) e i giudeo-americanisti.
Questa è la definitiva guerra dell’oro contro il ferro.
Se ai tempi di Roma antica (Furio Camillo/Brenno) la guerra si faceva col ferro, ora (1915-1945) essa si è fatta e vinta con l’oro (o il dollaro-cartaceo che comincia a perdere valore: «Sopra la banca la Patria campa, sotto la banca la Patria crepa»).
In mezzo al ferro e all’oro, c’è la povera ma vecchia (e quindi ancora un po’ saggia) Europa
(la quale ha ancora la materia… grigia) e come dice il proverbio, speriamo che «tra i due litiganti (semiti, arabi e giudei), il terzo (cristiani) goda», dopo essere stato - però - purificato dalla «grande tribolazione», ampiamente meritata.
Contro Giuda e contro l’oro è la fede a far la storia.

L’unica vera fede è Cristo, il Verbo del Padre, Incarnato per opera dello Spirito Santo.
Se non è il «dollaro» né il «vitello d’oro», non è neppure Maometto.
Per evitare l’errore del giudeo-americanismo, non bisogna cader in quello del «saracenismo».
Il mondo arabo non è il «bene in sé», ma un qualcosa da cui la Provvidenza può trarre delle conseguenze buone: purificazione dei cristiani più umiliazione e disfatta dei giudeo-americani.
Il mondo arabo prima del Seicento era cristiano, esso non è destinato ad essere sempre musulmano e bisogna distinguere - soprattutto dopo l’11 settembre 2001 - arabo da islamico, non essendo forzatamente la stessa cosa.
L’arabo-fobia è una malattia mentale pericolosa; per rendersi immuni da essa occorre ricorrere all’unico vero «guaritore» e Salvatore del mondo: Gesù Cristo: «Veni Domine Jesu. Ecce venio cito».
«Portae inferi non praevalebunt».

Don Curzio Nitoglia

25 luglio 2008