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IL PRINCIPE CRISTIANO CONTRO IL PRINCIPE DI MACHIAVELLI
 

DON CURZIO NITOGLIA

20 aprile 2010

http://www.doncurzionitoglia.com/Principe_Cristiano_Vs_Principe_Machiavelli.htm

 


 

Introduzione

Machiavelli, dopo Dante e più di Dante, nega l’ordine politico indicato da S. Tommaso nel De regimine principum. L’Aquinate voleva riunire la Società a Dio, Machiavelli voleva una polìtica autonoma dalla morale e da Dio. Il principe di Machiavelli è l’opposto per diametrum del principe di S. Tommaso, e produrrà la separazione della polìtica dall’etica, dello Stato dalla Chiesa. Se per S. Tommaso la società deve essere ordinata a Dio da chi governa, per Machiavelli ciò che conta non è più il fine ultimo, ma l’interesse egoistico del principe. Secondo Machiavelli, seguito da Nietzsche e neopagani, il cristianesimo ha reso imbelli e vili i romani, facendo crollare l’Impero; sarà compito di Ribadeneyra, Bellarmino e Vieira, confutarlo e dimostrare che i cristiani, per quanto riguarda la loro vita privata, debbono essere umili e mansueti; ma quando debbono difendere la fede e la patria diventano coraggiosissimi, e la storia dal I sec. d.C. sino al XX sec. ce lo dimostra ampiamente. Machiavelli - come abbiamo già visto - è cinico, empio, acristiano, pagano; per lui la religione può essere buona solo se serve agli interessi del principe “volpe e leone”; i tre gesuiti che citerò mostrano che la politica, come etica sociale, è tutto il contrario di quella machiavellica, che poi è la moderna e l’attuale, con tutti i mali esempi che abbiamo sotto gli occhi, a livello politico ed anche ecclesiale.

***

(1a parte)

A) RIBADENEYRA

Secondo Ribadeneyra i politici machiavellici hanno un unico desiderio: distruggere il regno sociale di Cristo e far regnare il principe egoista, dispotico e tiranno. Il trattato del gesuita spagnolo è diviso in due parti: la prima indica i rapporti che il principe deve avere con la religione; la seconda tratta dell’arte polìtica di condurre la società. “In definitiva ci troviamo di fronte ad un trattato di scienza polìtica cattolica, organizzato attorno alla ritrovata fede della Controriforma e reso appassionante dalla carica polemica del gesuitismo ispanico” ([1]). Gli autori scolastici asseriscono che nessun uomo è un buon politico per diritto naturale, ma solo perché ha determinate qualità o virtù. S. Tommaso insegna: “Solo la scienza e la virtù e altre prerogative del genere, rendono una persona idonea ad esercitare l’autorità” (S. T., II-II, q. 102, a. 1, ad 2um). Il politico, oltre alla scienza deve avere la virtù, contrariamente a quanto insegnava Machiavelli, infatti è impossibile che un uomo, senza prudenza, giustizia, fortezza e temperanza, possa promuovere il bene comune della Società. È quanto ci spiegheranno i tre gesuiti, citati in questo capitolo.

Pedro De Ribadeneyra, Il principe cristiano

1° libro

‘il valore della religione e la venerazione di Dio

che deve avere il principe cristiano per governare bene’

Il Ribadeneyra, nel primo capitolo del primo libro, si difende attaccando: “la differenza che esiste tra i politici moderni e noi è che i primi vogliono che i principi tengano per buona la religione dei propri sudditi, qualsiasi essa sia, vera o falsa, mentre noi vogliamo che essi sappiano che la religione cattolica è l’unica vera, e solo essa è da difendere. Loro vogliono che i principi si servano della religione come pretesto, per ingannare e distrarre il popolo, (...) noi vogliamo, invece, che i principi servano veramente la vera religione”([2]). Nel secondo capitolo afferma che i cattivi principi si servono della religione per ingannare meglio. Nel quinto insegna che se i romani antichi dettero molta importanza alla loro falsa religione pagana, a maggior ragione noi cristiani dobbiamo essere più zelanti verso la nostra santa Religione per la conservazione dello Stato cristiano. Nel settimo ci spiega ciò che la religione cristiana insegna sul dovere dei principi per conservare il loro Stato: temere Dio, osservare i suoi comandamenti, non insuperbirsi per il comando. Nel decimo afferma che la Provvidenza è più sollecita verso i re buoni. “Cosa non farà Dio verso i re che lo servono in modo che i suoi sudditi, Lo riveriscano, estirpino i vizi e propaghino le virtù, nei loro regni?”([3]). Nell’undicesimo ci indica quale sia la vera felicità dei re. Essa consiste nel premio finale: il Cielo e la salvezza dell’anima. Nel quattordicesimo dimostra che i principi i quali seguono la ragion di Stato rovinano i loro regni. Infatti, S. Tommaso insegna che la saggezza e la potenza sono sorelle della vera religione; che il capo il quale guarda più alla ragion di Stato che alla legge di Dio perderà sicuramente il suo Stato. Nel diciassettesimo ammonisce il principe cristiano a proteggere la religione professata dai propri sudditi. “La prima preoccupazione dei principi cristiani deve essere quella della religione. Mentre la falsa ragion di stato dei politici (...) è empia, diabolica (...) distruttrice dei medesimi stati (...). La ragion di stato insegna che i prìncipi non devono occuparsi della religione dei loro sudditi, ma lasciare che ognuno segua la religione che vuole (...) come facevano i pagani che tolleravano le sette filosofiche e approvavano tutte le religioni” ([4]). Mentre, secondo Ribadeneyra, il principe cristiano nei suoi Stati, non deve tollerare eretici o settari, poiché se in uno stesso Stato si trovano il cattolico e l’eretico, ne nascerà un gran turbamento e forse una sedizione. Il compito principale del re è quello di proteggere la religione cattolica e non permettere la libertà di religione. Nel diciannovesimo spiega che i re devono favorire la religione e non essere giudici di cose religiose. “Essi sono i custodi della legge di Dio, non gli interpreti. Sono ministri della Chiesa e non giudici; sono armati per castigare l’eretico (...) ma non sono i legislatori e gli interpreti della volontà divina nelle cose ecclesiastiche (...). Se si incontra qualche grave difficoltà si deve ricorrere al sacerdote” ([5]). Nel ventiseiesimo spiega che gli eretici debbono essere puniti e che la libertà di coscienza è cosa pericolosa. “La verità è che gli infedeli (...) non debbono essere costretti ad abbracciar la fede, perché essa è una cosa libera ed è un dono di Dio. (...). Ma gli eretici e coloro che sono stati battezzati (...) possono e debbono essere obbligati a rispettarla mediante pene, e castigati severamente, qualora non lo facessero (...). Di qui i Santi deducono che si debbono uccidere come lupi, perché non muoiano le pècore...” ([6]). Nel ventisettesimo asserisce che le eresie sono la causa delle rivoluzioni e della rovina degli Stati. “Come la legge di Dio ci insegna ad obbedire ai nostri re, nelle cose che non son contrarie ad essa, così colui che obbedisce a Dio, necessariamente obbedirà al principe (...). Mentre quando l’uomo si scatena a causa dell’eresia, perde il santo giogo e la soggezione che deve a Dio ed è simile ad un cavallo senza freno, e trascura anche l’obbedienza al suo re (...). Colui che tradisce il proprio Dio tradisce anche il suo principe (...). Dunque dalla slealtà e dalla disobbedienza, nascono le ribellioni contro i prìncipi, le rivolte e le divisioni dei regni, l’incendio e la devastazione degli Stati” ([7]).

Nel trentatréesimo spiega come i prìncipi che incorrono in qualche grave peccato siano puniti dalla Chiesa. “La stessa religione insegna ai grandi prìncipi che se talvolta, come uomini, cadono in qualche grave delitto, siano pronti a riconoscerlo, si umilino e si assoggettino ai canoni ecclesiastici, alla censura e alla correzione della Chiesa” ([8]).

2° libro

‘l’aspetto politico della conduzione del regno:

le vere virtù che sono proprie dei re’

Nel primo capitolo del secondo libro, padre De Ribadeneyra afferma che per parlare delle virtù necessarie per ben governare, bisogna prima spiegare la differenza tra il concetto cristiano e quello pagano di virtù. Tra il cristiano e il pagano esiste una diversa concezione della morale individuale e sociale. I pagani possono arrivare a concepire il fine ultimo solo grazie alla ragione naturale, quindi quella che essi ritengono virtù li conduce solo ad un fine naturale (benessere temporale). Invece il cristianesimo, illuminato dalla fede e dalla Rivelazione, conosce anche il fine soprannaturale dell’uomo, la Visione Beatifica, verso la quale ci conduce le vera e perfetta virtù. La filosofia tomistica o cristiana procede solo mediante la ragione naturale, ma non prescinde dalle risposte, che ad essa vengono dalla Rivelazione, che la guida solo estrinsecamente e negativamente, ma realmente; perciò la polìtica di Aristotile è imperfetta rispetto a quella di S. Tommaso il quale, oltre il lume della ragione umana, poteva ricorrere, estrinsecamente, alla luce della teologia e della Rivelazione divina([9]). Ad esempio, come quando bisogna risolvere un problema matematico e il manuale ci dà solo la soluzione; lo studente procederà basandosi solo sulla matematica nella soluzione del problema, senza però disprezzare l’aiuto estrinseco o la soluzione del problema offertagli dal libro, e se alla fine del suo incedere la sua soluzione non combacia con quella del libro, dovrà pazientemente ricominciare e vedere dove ha sbagliato per correggersi e risolvere giustamente il problema. Quindi il cristiano non può considerare vera e perfetta la virtù del pagano che è priva di ogni riferimento all’ordine soprannaturale; pertanto senza la religione cristiana non è possibile la perfetta virtù; ciò non toglie che certi cristiani vivano peggio di certi pagani. Le virtù naturali dei pagani non sono cattive in sé, contro l’errore di Bajo, ma sono imperfette, poiché manca loro il riferimento all’ordine soprannaturale; esse possono essere perfezionate solo dal cristianesimo, che ha la vera nozione di Dio sub ratione Deitatis e del fine ultimo che è soprannaturale nella sua essenza e dei mezzi o virtù che necessitano per coglierlo, le quali debbono essere anch’esse soprannaturali, ossia proporzionate al fine ultimo soprannaturale. Padre Royo Marin, scrive che:

a) Le virtù naturali acquisite del pagano:

possono sussistere senza la grazia santificante. Si acquistano mediante ripetizione di atti, sotto la direzione della ragione naturale. Il loro oggetto o fine è accessibile alla ragione naturale. Le virtù acquisite per essere più stabili, devono essere connesse tra loro e ben indirizzate verso il fine ultimo naturale.

b) Le virtù infuse soprannaturali del cristiano:

non sussistono senza grazia santificante. Sono infuse da Dio. Il loro oggetto è soprannaturale e proporzionato al fine soprannaturale, sono subordinate alle virtù teologali e al fine ultimo soprannaturale. La grazia abituale è accompagnata dal ‘corteo delle virtù e dei Doni dello Spirito Santo’. Ora i mezzi debbono essere proporzionati al fine. E le virtù teologali ci ordinano al fine ultimo soprannaturale ([10]). Occorre anche distinguere il paganesimo-religione (idolatrico e politeistico), da una certa sana (anche se imperfetta) filosofia greco-romana, che con Platone-Aristotele (in Grecia), Cicerone-Seneca (a Roma) ha colto quelle che sono le linee fondamentali della verità sull’essere, la conoscenza e l’etica naturale.

Vera natura del paganesimo-religione

Padre De Ribadeneyra S.J., riprende, asserendo che“i pagani non possedevano un vero senso della virtù, perché la sottomettevano all’idolatria, (...) che oscura l’intelletto, svia la volontà e perverte tutte le capacità dell’uomo. Le loro azioni miravano a fini particolari e mondani, come gli onori, la gloria, la fama terrena ed è mirando a ciò che - come dice S. Agostino - i romani vinsero le passioni disordinate dell’uomo (...) e anche S. Gregorio Nazianzeno afferma che i pagani “pur perseguendo cose buone, non agirono con purezza d’intenzione, perché più di ogni altra cosa li muoveva il desiderio della gloria, anziché l’amore verso il bene stesso’ ” ([11]). L’uomo pagano accecato e abbrutito - scrive Bossuet - non ha voluto adorare Dio ma gli idoli che lui stesso aveva fatti. «L’idolatria nasceva dall’attaccamento profondo e disordinato che abbiamo per noi stessi. Noi uomini abbiamo inventato gli dèi che erano simili a noi, soggetti alle nostre stesse passioni, debolezze e vizi, di modo che adorando questi dèi i pagani adoravano se stessi» ([12]).

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Torniamo adesso al libro del Ribadeneyra; nel secondo capitolo, il gesuita spagnolo, dimostra che le virtù del principe cristiano debbono essere vere e non affettate o simulate, come quelle dei farisei e del principe neopagano di Machiavelli; il quale insegna una “dottrina falsa, empia e indegna non solo di un cristiano, ma di ogni uomo retto e prudente. Egli afferma (...) che per meglio ingannare e conservare i suoi stati, il principe deve fingersi timorato di Dio, pur non essendolo, (...) ed assumere di volta in volta la maschera della delle virtù che gli sembrano più opportune per conseguire il proprio tornaconto, dissimulare i suoi vizi ed essere stimato ciò che in realtà non è (...). Le parole di Machiavelli sono uscite dall’inferno, per distruggere la religione e strappare dal petto del principe cristiano con un sol colpo tutte le virtù. (...) Machiavelli afferma che molte volte il principe sarà obbligato ad agire contro la fede, la carità, l’umanità e la religione per conservare il suo Stato, (...) ma lo stato senza virtù non può esser mantenuto in nessun modo (...). La simulazione non può durare troppo a lungo, e quando viene smascherata il principe è tanto più odiato quanto più si comprende che volle ingannare. Però la conservazione degli stati non dipende (...) dagli uomini (...). Ciò che soprattutto conta è la volontà del Signore, il quale gli stati li dà e li conserva o li trasferisce a suo piacimento. E il principe può guadagnarsi il favore di Dio (...) solo rispettandone la santa legge (...). Non è fine della religione conservare lo stato, ma  anzi è lo stato che deve servire ad essa” ([13]). Nel terzo capitolo il gesuita spagnolo insegna che il principe ipocrita è odiato da Dio. Infatti secondo Machiavelli il suo principe deve dare a Dio le foglie e al demonio i frutti. Come se il Signore dell’Universo, fosse un idolo di pietra che non sa né vede, e non ricompensa il male e il bene. Nel quinto tratta della giustizia del principe cristiano, lasciando da parte Machiavelli e compagnia. Giustizia è dare a ciascuno il suo, e su di essa si fonda il regno e senza di essa si perde. Nel sesto scrive sulla distribuzione degli onori; infatti il principe cristiano deve fondarsi sulla giustizia per dare a ciascuno ciò che è suo per diritto. “Gli onori e le ricchezze che possiede appartengono più alla società che alla sua persona, quindi non può disporne a piacimento, ma deve ripartirli in base ai meriti e ai servizi resi alla sua persona o alla comunità. (...) Per ben amministrare le risorse della società, il principe non deve tener conto di patrimonii e di lignaggi, ma delle virtù e delle opere di ciascuno. Favorire un ricco solo perché è tale, significa dargli un’occasione in più per arricchirsi e scialacquare le sue sostanze (...). D’altro canto, onorare un uomo solo perché i suoi antenati furono valorosi fondatori della nobiltà del suo casato (...) significa disonorare la virtù e recare affronto agli stessi antenati (...). I poveri e coloro che non sono di sangue nobile, hanno la speranza di progredire, si animano con lo stimolo dell’onore e del premio, compiendo azioni meravigliose al servizio del bene comune. Dal canto loro i nobili, vedendo che a nulla vale essere stati tali solo per nascita, per non perdere l’eredità degli antenati, si sforzeranno di conservare vive le splendide tradizioni della loro casa (...) come il nobile merita di essere onorato più del non nobile, quando conferma con le sue proprie azioni il prestigio degli antenati, così egli non merita nessun onore né favori quando si imbastardisce e rinnega il valore dei suoi avi” ([14]). Perciò il principe cristiano deve anteporre, il povero virtuoso al nobile dissoluto, l’uomo di basso lignaggio ma capace, alla falsa nobiltà, infatti solo la virtù è la vera nobiltà. Nel capitolo nono ci spiega che la virtù di giustizia fa la differenza tra il re e il tiranno. “Nel ripartire oneri ed onori, il principe deve essere guidato da un criterio di giustizia. Egli non è signore assoluto dei beni dei suoi sudditi. (...). Se consideriamo (...) le false dottrine dei politici, scopriremo che (...) mirano ad istituire un’abominevole tirannia in luogo di un governo giusto e legittimo (...). Il vero re è soggetto alle leggi divine e naturali, mentre il tiranno segue esclusivamente la legge della sua volontà. Il re professa la salvaguardia della pietà (...), mentre il tiranno non tiene in alcun conto Dio, la fede e la giustizia. L’uno è attento al pubblico bene e alla difesa del popolo, mentre l’altro mira esclusivamente al proprio tornaconto; l’uno arricchisce i sudditi per quanto gli è possibile, l’altro aumenta il suo patrimonio personale con la loro rovina. L’uno vendica le offese contro Dio e la società, e perdona quelle contro la sua persona, l’altro vendica crudelmente queste ultime e perdona le altre” ([15]). Nel capitolo decimo scrive che  il buon principe è equo nell’imporre le tasse. “Il principe giusto è chiamato anche pastore, perché deve reggere e governare, come il buon pastore, il suo gregge, difendendolo dai lupi e dai malanni, cercando di realizzare il suo bene. Soprattutto in una cosa il principe assomiglia al pastore: come il pastore tosa il gregge senza scorticarlo, così si comporta il buon principe nell’imposizione dei tributi” ([16]). Quindi la prima preoccupazione del principe in materia fiscale, è di non ascoltare gli adulatori che, per interesse, cercano ogni giorno nuovi arbitrii per dissanguare il regno. La seconda è che deve mostrare che le tasse son dovute alla necessità dello stato e non al suo capriccio, in modo che i cittadini lo aiutino e non si sdegnino davanti allo spettacolo di un re che non essendo ricco dilapida il pubblico denaro in spese inutili. Inoltre è giusto che un re sia ricco per poter far del bene a chi ne ha bisogno, per resistere ai nemici; però queste ricchezze non vanno accumulate a discapito della ricchezza del regno, ma con cautela, poiché si ammassano grosse ricchezze più con lo spender poco, che col ricever molto. Nel dodicesimo capitolo parla della scelta dei giudici e dei loro compiti. Non serve a nulla un principe amico della giustizia  se non sceglie con cura i ministri più degni e non veglia sul loro operato. Nel diciottesimo scrive sulla clemenza che deve avere il principe cristiano. “Ogni cosa riguardante la giustizia deve essere accompagnata dalla misericordia, poiché se la misericordia senza giustizia è debolezza, una giustizia senza misericordia si converte in crudeltà. (...) Al contrario i principi troppo severi e rigorosi si rendono antipatici e, tirando troppo la corda, la spezzano (cap. 19°)” ([17]). Nel capitolo ventiquattresimo tratta della necessità di avere buoni consiglieri. “Ogni principe ha necessità di un buon consiglio, a causa della debolezza e della miseria dell’uomo, che ha bisogno di molti appoggi e aiuti per non cadere. In contingenze particolarmente gravi ogni uomo deve ricorrere ad un consiglio e non fidarsi soltanto del suo parere per la debolezza dell’intelletto e la forza delle passioni che accecano e annientano anche la più forte delle volontà. La vera prudenza ... insegna... anche a saper trarre giovamento dagli altrui consigli... Chi non si attiene a questa règola finisce con peccar di presunzione. (...) S. Giovanni Crisostomo afferma: ‘è proprio solo di Dio il non ricorrere ai consigli altrui, come invece debbono fare tutti gli uomini’ (...). Un principe molto sapiente, ma nemico dell’aiuto altrui, è peggio di un principe poco colto, ma disposto a farsi guidare dalla prudenza di chi supplisce alle sue mancanze” ([18]). Nel venticinquesimo analizza il ruolo dei consiglieri. “Perché un uomo si fidi di un altro e creda nelle sue parole, tre sono le cose necessarie, secondo Aristotele: la prudenza, l’amicizia o benevolenza, e la virtù. La prudenza è necessaria per intender bene e non ingannarsi su ciò che viene detto; l’amicizia perché più facilmente siamo propensi a dare ascolto a coloro che ci fanno del bene, e la virtù (...), perché nessuno giudica mentitore quegli che stima come virtuoso. Soprattutto a quest’ultima il principe deve fare attenzione nello scegliere i consiglieri... La virtù, infatti, mèrita stima di per sé e nulla ha valore senza di essa. Il principe creda che, dove c’è vera e salda virtù, non può esistere spazio per l’inganno. (...) S. Gregorio Nazianzeno dice che un consigliere deve essere dotato di grande esperienza, molta carità e libertà di parola. (...) La principale dote del consigliere in una repubblica è l’approfondita conoscenza della repubblica stessa (...). È necessario, dunque, conoscere tutto ciò che è relativo allo stato, alla pace, alla guerra, alle leggi, all’economia. Essere prudenti in un campo non comporta necessariamente che si sia prudenti in ogni occasione (...). Conviene dunque che i prìncipi si servano di uomini in grado di affrontare le più disparate questioni o, in mancanza, di varii consiglieri, ciascuno specializzato in un particolare genere di problemi... La seconda dote necessaria è l’amicizia (...), con cui si intende il desiderio di aiutare per quanto è possibile e di far del bene col proprio aiuto, senza mirare al tornaconto personale ([19]). La terza dote necessaria, è trattata nel capitolo 26°, essa consiste nel saper esprimere liberamente il proprio parere (...) non serve a nulla che il consigliere sia prudente, scrupoloso e abile nella risoluzione dei problemi, se poi non ha il coraggio di esporla (...). Una cosa è essere prudenti e virtuosi, un’altra essere un buon consigliere, perché senza questa libertà la prudenza e la virtù non danno alcun frutto. (...) A volte per non offendere il principe, altre volte per compiacerlo, succede che il consigliere taccia (...) oppure (...) che dica il contrario di ciò che pensa. I consiglieri sono deboli (...) a volte per un cattivo comportamento del principe, che alle volte chiede  consiglio per pura formalità , avendo già deciso le sue azioni, e mostra di mal sopportare chi lo contraddica. Tale comportamento è nocivo e spinge i consiglieri a dire solo ciò che al principe fa piacere (...). Il buon principe non deve offendersi se qualcuno non è d’accordo con le sue idee, ma al contrario deve incoraggiarlo con pazienza e benignità” ([20]). Nel capitolo ventinovesimo il gesuita spagnolo insegna al principe come difendersi dagli adulatori. “La prudenza è necessaria anche (...) per distinguere il vero amico dal falso, per riconoscere l’adulatore e il consigliere fedele (...). L’uomo, alimenta nelle viscere un amor proprio che lo acceca, lo illude, gli fa credere di meritare molto, di poter essere anteposto agli altri... e lo incita ad aver stima di sé e disprezzo per gli altri. (...) In genere è un sentimento più forte nei re e nei prìncipi, perché la corruzione della natura umana aumenta con il lusso e il comando (...). Ora se la fiamma che regna nei principi (...) viene alimentata dall’adulazione, cosa ci si può aspettare se non che consumi il principe stesso, trasformando in cenere tutto il suo stato? Con parole e consigli più viscidi dell’olio trafiggono come frecce acute i cuori dei principi (...). Il più pericoloso tra gli animali feroci è il tiranno e tra gli animali domestici l’adulatore. (...) L’adulatore che corrompe la verità , è peggio del falsario. (...) Purtroppo alla fine gli adulatori prevalgono assoggettando l’animo di chi li ascolta, perché le loro parole sono conformi all’amor proprio, cioè a quell’adulatore interiore che noi tutti possediamo e che falsamente ci predica di noi stessi” ([21]). Nel trentatreesimo  dimostra come discernere il vero amico dal falso. “Nulla è più difficile e più utile che conoscere se stessi,  allora gli adulatori oscurano la luce che Dio ha infuso nelle nostre anime, senza la quale non possiamo né vedere né conoscere. Riguardo ai veri e ai falsi amici, è molto difficile distinguerli, perché pur seguendo finalità opposte, si servono di mezzi molto simili. La vera sostanziale differenza consiste nel fatto che il vero amico ama con amore sincero, senza scopi personali, mentre l’adulatore ama per primo il proprio interesse e in vista di vantaggi personali. (...) Il vero amico, nel giudicare un affare, per prima cosa guarda al bene o al male che possono derivarne al principe o alla società; l’adulatore subito considera che guadagno o danno la cosa può causargli. (...) Il vero amico cerca di accontentare per quanto è possibile, senza tirarsi indietro quando è il momento di dire la verità, cosa che fa con modèstia e libertà, perché preferisce recare un effettivo giovamento al suo signore, piuttosto di compiacerlo quando non è il caso. L’adulatore... si preoccupa di dire ciò che fa piacere, allontanando tutto ciò che potrebbe corrucciare il principe, per meglio ingannarlo e convincerlo. (...) Per sapere se un amico è vero o falso, il principe deve mostrare di preferire ciò che poco prima lo disgustava e viceversa: subito l’adulatore gli darà ragione dicendo che prima si meravigliava del suo parere... Al contrario il vero amico, che conosce la differenza tra bene e male, non si comporterà mai in tal modo (...). Inoltre il principe deve seguire la propria coscienza e se questa lo rimprovera mentre l’adulatore lo loda, capisca che si tratta di una chiara menzogna, e non di vera lealtà” ([22]) .Nel trentaquattresimo ci parla della fortezza del principe cristiano e di quella del principe di Machiavelli. La fortezza rappresenta il sigillo e la custodia di tutte le altre virtù, quindi viene cronologicamente per ultima, ma non per importanza gerarchica. Secondo Machiavelli gli antichi pagani erano più forti dei cristiani e ciò per colpa dell’educazione morale del cristianesimo. Infatti il cristianesimo ci insegna a non stimare gli onori del mondo; mentre il paganesimo li fa stimare tanto come fine ultimo dell’uomo, e questo rendeva le loro azioni più feroci. (...) Per dimostrare meglio la sciocca empietà e l’empia sciocchezza di questo miserevole maestro dei politici moderni occorre tener presente che (...) secondo la sana filosofia, la virtù della fortezza non è una specie di forza corporale spaventosa (...). Neppure consiste in un animo sprezzante e temerario, che senza considerare se una cosa è (...) pericolosa o facile, azzardata e imprudente, si lascia trascinare da un impeto furioso e da pazza temerarietà (...). In realtà noi stiamo parlando della fortezza come virtù morale, arma dell’uomo forte per resistere al vano timore, moderare gli impeti, intraprendere cose difficoltose che comportano pericoli mortali, soffrire assalti con vigore e pene con costanza (...) tutto ciò per la gloria del Signore (...). Questa fortezza la chiamiamo virtù; mentre quella del Machiavelli (...), possiamo definirla solo barbara fierezza. (...) Dunque se la fortezza è una virtù, chi sarà più forte, l’uomo vizioso o il virtuoso, il cattivo o il buono? E se è un dono di Dio, a chi il Signore lo comunicherà, agli amici o ai nemici (...). A chi adorava le pietre o il legno o ai cristiani che adorano il Creatore dell’Universo (...). Dunque, per forza di cose, il cristiano è più forte del gentile” ([23]). Inoltre il Ribadeneyra dimostra che la blanda educazione del ‘600 non è quella cristiana, ma quella umanista e rinascimentale o neopagana; infatti il Vangelo predica durezza, povertà, temperanza, lavoro e ogni virtù che generi la fortezza, e impone di educare con severità i figli. Nel quarantaquattresimo e ultimo capitolo ci insegna che il principe cristiano deve onorare l’arte militare. Infatti “i buoni  soldati sono i difensori della società e del regno, proteggono la religione, rafforzano la giustizia, castigano i facinorosi, proteggono i lavoratori, i giovani, le donne e lo stesso principe. (...) Inoltre è necessario che sia tenuta in gran conto la disciplina militare, affinché i soldati siano veramente ancorati alla fortezza cristiana e non siano banditi da strada, siano ministri di Dio e non di Satana, difensori e non distruttori della patria (...). Senza questa disciplina i soldati diventano una rovina” ([24]).

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(2a parte)

B) S. ROBERTO BELLARMINO S. J.

Anche il Dottore delle Controversie ha sentito la necessità di rintuzzare gli errori di Machiavelli, lo ha fatto nel suo libro De officio principis christiani del 1682. In esso insegna, nel libro primo capitolo primo, che il principe è ministro di Dio, ma deve farlo con sincerità di cuore, e deve sentirsi innanzitutto il luogotenente di Dio. “Perciò i re della terra non sono padroni assoluti del loro principato, ma governatori a tempo del regno concesso loro dal Re supremo, con l’obbligo di rendergliene conto nel tremendo giudizio” ([25]). Il santo Dottore della Chiesa continua: “Dal Signore vi fu dato il dominio (...), il quale esaminerà le vostre opere e scruterà i pensieri. Perché, ministri del suo regno, non avete governato rettamente (...). Terribile e veloce Egli piomberà su di voi; perché rigorosissimo giudizio sarà fatto di quelli che stanno in alto (...). C’è molta differenza tra i peccati dei prìncipi e quelli dei privati cittadini, toccando i primi gli interessi di molti e i secondi gli interessi di pochi” ([26]). Per quanto riguarda l’agire del principe cristiano, il Bellarmino scrive: “Non deve imporre leggi di testa sua, ma deve governare i popoli con le leggi date dal Signore suo Re, perché non governa popoli veramente e assolutamente suoi, bensì popoli di Dio (...) perciò deve stare attento a non imporre cose contrarie alla legge divina (...) ma anche con l’esempio e con le opere, deve far di tutto per non violare, proprio lui, le leggi divine (...). Dio infatti si adira quando vede trasgredire le sue leggi proprio da coloro che ha voluto ministri del suo regno, per tenere assieme il popolo con il senso del dovere e l’osservanza delle leggi divine” ([27]). Nel capitolo secondo scrive: “Il principe saggio (...) deve trattare in modo diverso i sudditi empi e scellerati, che sono (...) figli del diavolo, ed i sudditi religiosi e santi che hanno diritto al regno eterno” ([28]). Al capitolo quarto parla del dovere del principe verso il Papa : “Il Sommo Pontefice nella Chiesa è padre, pastore, dottore, sentinella e Sommo Sacerdote. (...) Ora sempre il Pontéfice fu anteposto al principe (...) poiché il Pontefice presiede alle cose divine e il principe alle cose umane (...) nel mondo vi sono molti principi ma un solo Pontefice (...). S. Bernardo così parla: ‘come ogni anima è stata sottoposta a potestà superiori e chi resiste alla potestà resiste a Dio (...) [occorre] mostrare rispetto alla Somma e Apostolica Sede ” ([29]). Nel quinto capitolo, il Bellarmino tratta del dovere del principe verso il proprio vescovo. “Beata quella città cui è toccato avere un vescovo e un principe santo, i quali d’amore e d’accordo altro non cérchino che governare bene il popolo (...). Il vescovo è padre, pastore, dottore, sia del principe che del popolo. E (...) è il principe a dover essere soggetto del vescovo (...) non è paragonabile l’autorità dei prìncipi a quella episcopale (...) S. Giovanni Crisostomo (...) afferma che il sacerdozio è tanto più sublime del regno quanto può essere la differenza tra lo spirito e la carne” ([30]). Al capitolo sesto analizza i doveri del principe verso il suo confessore. “Il sacerdote confessore del principe (...) è giudice ed ha la potestà nel foro interno di legare e sciogliere. Ne è segno evidente che durante la confessione il sacerdote siede col capo coperto, mentre il penitente, chiunque esso sia, anche se re e imperatore, genuflesso, è a capo scoperto (...). Ora la salvezza del principe dipende in modo particolare dal confessore (...). Guidare le coscienze dei principi è un compito immane e richiede un uomo non solo esperto, bensì anche molto prudente e costante e (...) che non abbia alcun desiderio personale, non abbia ambizione alcuna, cerchi e voglia solo la salvezza eterna del suo principe e dei suoi popoli. (...) Se il confessore non ha il coraggio di rifiutare l’assoluzione ad un uomo così importante, ascolti ciò che dice lo Spirito Santo: ‘Non cercare di diventar giudice, se non hai la forza di sradicare le ingiustizie, perché tu non abbia a temere in faccia al potente’ (Sir. VII, 6) (...). Non è integra la confessione di un prìncipe che confessa i peccati commessi come privato cittadino (...) e non manifesta, invece, i peccati commessi in quanto principe. Non mancano prìncipi che, per quanto riguarda la propria persona, sono molto pii e giusti, ma non conoscono i peccati dei loro collaboratori (...). E frattanto i poveri vengono oppressi, i processi stravolti e i piccoli scandalizzati. L’ignoranza scusa il principe solo se è invincibile. Perciò egli deve riflettere seriamente sulle qualità dei ministri ed indagare sul loro comportamento e sul loro modo di governare. Il confessore, dunque, non deve contentarsi della confessione che il principe fa come uomo privato, specialmente se sa dall’opinione pubblica, o in altri modi, che i suoi ministri non si comportano bene nell’amministrazione dello Stato” ([31]). Il Bellarmino consiglia al confessore che “si accorgesse che con qualche principe perde il suo tempo, perché questi non vuol seguire i suoi giusti ammonimenti, egli stesso chieda umilmente di essere esonerato e, se non gli viene concesso, prenda da solo la decisione. Infatti è meno grave sopportare l’ira del principe terreno che quella di Dio” ([32]). Nel libro primo capitolo decimo il santo Dottore insegna che la giustizia vendicativa, relativamente al castigo di coloro che agiscono male, è necessaria allo Stato, affinché per la pena di uno solo molti desistano dall’arrecare ingiurie e così dalla giustizia sorgano la pace e la tranquillità. Mosè era il più mite degli uomini e, tuttavia per lo zelo dell’onor di Dio, comandò che venissero uccise migliaia e migliaia di persone che avevano adorato il vitello d’oro. Perciò quando vengono castigati i malvagi, i buoni che erano oppressi dai cattivi, vengono liberati da un grave pericolo, per misericordia del principe. Perciò la severità del principe, nell’applicare la giustizia, è da lodarsi, sia perché gli altri, intimiditi, fuggano i peccati, sia perché i buoni vivano senza timore una vita quieta e tranquilla. Al capitolo undicesimo del primo libro, S. Roberto mostra che “la fortezza è necessaria al principe per governare i popoli, essa si manifesta soprattutto in guerra e, anche se appartiene a tutti i soldati, tuttavia si addice particolarmente al principe, che è capo e guida (...) e che fortifica l’animo dei soldati con la sua fortezza (…) ma vi sono guerre più gravi e più atroci: quelle del demonio contro le anime (...). In questo combattimento spirituale i prìncipi cristiani devono aiutare la Chiesa (...) come scrive S. Agostino nella Lettera a Vincenzo Donatista, dove dimostra che è giusto che i pagani e gli eretici siano puniti dai prìncipi terreni. Anche S. Gregorio, nella Lettera al Prefetto dell’Africa Pantaleone, scrive di schiacciare gli eretici donatisti e, nella Lettera all’imperatore Maurizio e a Brunilde (...), di perseguitare, come idolatri, gli eretici. E anche in pace il principe dovrà lavorare molto e spesso restare sveglio durante la notte, pensando e ripensando ai rimedi che bisognerà apprestare ai propri sudditi” ([33]). Nel capitolo quindicesimo dimostra che la clemenza è necessaria al principe per governare i popoli. “Se l’anima (...) comincia a trattare il suo corpo troppo severamente, con digiuni e veglie questo, ribellandosi, rifiuta di fare il proprio dovere. Così se il principe, sull’esempio dell’anima o dello spirito, governa i popoli come sue membra con clemenza e dolcezza ed impone un giogo sopportabile, (...) sperimenterà a sua volta, che i popoli lo amano, sono obbedienti e fedelissimi senza esitazione. Se, al contrario, sperimenteranno il loro principe non come un padre clemente, ma come un severo padrone, questi non dovrà meravigliarsi se sarà odiato ed abbandonato dai sudditi quando avrà maggior bisogno di aiuto” ([34]). Al capitolo diciassettesimo mette in guardia il principe a non lasciarsi dominare dalla moglie, infatti “abbiamo esempi nelle S. Scritture dai quali possiamo conoscere quanta sia l’incapacità della donna a contenersi e a quali orrendi precipizi le mogli abbiano spinto i loro mariti (...) Eva la moglie di Adamo (...) Dàlila la moglie di Sansone (...)” ([35]). Nel capitolo ventesimo ci parla dei doveri verso i cortigiani. “Essi, con facilità, adulano il loro padrone. (...) Questa adulazione, a guisa di dolce veleno, facilmente penetra nell’animo, se non incontra un cuore veramente umile e sottomesso completamente a Dio. Quando il veleno dell’adulazione riempie l’animo del principe è incredibile a dirsi quanti e quanto gravi danni arreca. Chi ascolta gli adulatori, gonfio per la superbia, pensa a cose grandi e meravigliose che dovranno capitargli e crede che a lui tutto sia facile. Perciò non segue i consigli dei sapienti” ([36]). Infine nel ventiduesimo capitolo, S. Roberto ammonisce il principe a pensare a Dio suo fine ultimo che lo ha creato per essere conosciuto amato e servito e mediante questo salvarsi l’anima, perciò i prìncipi devono pensare seriamente alla salvezza eterna.

***

(3a parte)

C) ANTONIO VIEIRA S.J.

Antonio Vieira, nacque a Lisbona il 6 febbraio 1609 e nel 1623, a quattordici anni, entrò tra i gesuiti; dopo esser giunto in Brasile, svolse numerose missioni diplomatiche in Francia, Olanda, Inghilterra e a Roma; nel 1652 ritornò in Brasile, passò ancora a Roma nel 1669 e nel 1681 riattraversò l’oceano e tornò in Brasile, ove morì il 18 luglio 1697. Nonostante il suo zelo, ebbe - secondo l’Enciclopedia Cattolica - dei problemi con l’Inquisizione, a causa di una sua eccessiva credulità a una certa rivelazione privata, singolare e stravagante. In realtà secondo Yosef Hayim Yerushalami (Dalla corte al ghetto. La vita, le opere, le peregrinazioni del marrano Cardoso nell’Europa del Seicento, Garzanti, Milano, 1991, cap. VII, pagg. 273-276: Sabbatianesimo e sebastianesimo?): padre Vieira era un adepto del sebastianesimo, una forma di messianismo giudaico il quale sosteneva che il re del Portogallo Sebastiano (+1578), sarebbe tornato per salvare i portoghesi, oramai sottomessi alla Spagna. I partigiani del mito erano marrani portoghesi, sostenuti da padre Antonio Vieira S.J., il quale fu imprigionato dall’Inquisizione per tre anni (1665-1667); egli aveva sostenuto nel 1665 che re Sebastiano sarebbe tornato come Messia ([37]). Riporto i “quattro sermoni” che possediamo in italiano, e nel presente capitolo mi baso solo su di essi e metto in guardia il lettore dalle altre opere, specialmente quelle di carattere messianico. La sua produzione oratoria fu vastissima, in portoghese esistono quindici volumi di Opera oratoria postuma, editi da Lello & Irmao, Porto, 1951. Nelle quattro prediche agli uomini di governo, tenute a Lisbona, mostra quale deve essere la concezione cristiana della polìtica, diametralmente contraria a quella neo-pagana di Machiavelli. Secondo lui l’azione e la dottrina polìtica non possono prescindere da Dio, che le muove e le finalizza. Dio ha creato l’uomo animale sociale, è Causa efficiente remota della Società civile ed è il fine ultimo dell’uomo singolo e vivente in società. Questo è il problema politico; se esso è ben impostato e ben risolto, si avranno la pace e l’ordine e la vita virtuosa che sono la strada del Paradiso. Ma se il problema è mal posto o mal risolto, si avrà il caos o il terrore, il vizio e il disordine che sono la strada per l’inferno. A partire da questi due punti capitali, il gesuita portoghese, traccia il quadro della concezione cattolica della polìtica: essa è molto franca, piena di buon senso, diretta, accessibile a tutti. Anche se la sostanza è assai simile a ciò che abbiamo visto in Ribadeneyra e Bellarmino, il modo di esposizione, gli esempi, la strada seguita è molto originale e toccante, semplice e schietta come il buon senso di un vecchio montanaro (attenzione “non è tutt’oro quel che riluce” dice il proverbio); ed è perciò che l’esporrò brevemente.

1°) Il buon consiglio:

La prima considerazione che il Veira fa, nella prèdica tenuta alla corte reale del Portogallo nel 1662, è che la buona polìtica dipende dal buon consiglio, e per averne uno che sia veramente tale occorre scegliere bene i consiglieri. La materia su cui si deve consigliare deve essere attinente alla professione del consigliere: sulla fede e la morale il consigliere sarà il prete, sulla guerra consiglierà il soldato, sulla navigazione il marinaio. Se il mondo va male significa che i prìncipi sono mal consigliati da persone che parlano di cose su cui non sono competenti e soprattutto da “castellane” intriganti che sanno adulare e accattivarsi la simpatia del principe, per fargli fare, poi, ciò che esse vorranno.

2°) Ben formulare le proposte:

Non vi è nulla di più letale che una proposta mal formulata. Attenzione ai consiglieri o ai prìncipi che dicono: vedremo, faremo. Essi fanno parte della prima classe d’uomini di cui parlano gli Esercizi di S. Ignazio n°153, son coloro che rinviano il problema sempre all’indomani: “cras, cras”. Son chiamati corvi, sono sempre morosi, specialisti nell’arte di rinviare, per non affrontare la realtà. Ma la politica dello struzzo, come si sa, non paga. Nascondere la piccola testa nella sabbia, lasciando esposto il resto del corpo, notevolmente più voluminoso. Ciò è pericoloso, e lo struzzo, pur illudendosi di essere al sicuro, diventa una facile preda del suo nemico. Invece il buon principe e il buon consigliere dicono: facciamo, ora tutto il da farsi. Non rimandiamo al domani quel che può esser fatto oggi. Odio ciò che devo fare, ma siccome debbo farlo è bene che lo faccia subito. Come la SS. Trinità, che vedendo gli uomini andare all’inferno disse: facciamo la Redenzione del genere umano (Esercizi spirituali di S. Ignazio, n° 101). E la fece all’istante, senza rinviarla giorno dopo giorno alle “calende greche”. “Gli uomini del faremo non sono uomini, e tanto meno uomini che possano fare il re o consigliarlo (...). Non c’è cosa al mondo dalla quale un re debba maggiormente fuggire, che dagli uomini del faremo ” ([38]).

3°) Efficacia e prontezza dell’esecuzione:

Il consiglio del sinedrio condannò e fece uccidere Gesù in dodici ore, dalla mezzanotte del Giovedì Santo alle 12 del Venerdì Santo, quando Gesù fu crocifisso e spirò poi alle 15. E la storia continua, per ora, (...) in Palestina e nel resto del mondo occidentale... “Fino a quando non si dà esecuzione ai decreti (...) non si è dato inizio a niente (...) Il consiglio di esecuzione è quello che fa le cose” ([39]).

4°) Né carta né inchiostro:

“Carta e inchiostro sono due elementi poco utili in un consiglio” ([40]). Essi servono, nella maggior parte dei casi, al ritardo dell’attuazione del consiglio. L’autore non condanna assolutamente l’uso della carta e della penna, ma l’eccessivo uso di esse, ossia quel che oggi chiamiamo burocrazia, che tanto tempo e denaro fa perdere allo Stato e al cittadino.

Politica e senso cristiano

Il consiglio del sinedrio fu efficacissimo, politicamente parlando, ma dal punto di vista religioso fu una catastrofe: “Combinò la distruzione di Gerusalemme (...). E perchè? Perchè ebbe tutto quello che di meglio poteva avere dal punto di vista politico, ma non ebbe nulla dal punto di vista religioso; anzi fu contro Cristo (...) e da un consiglio che si riunisce contro Gesù, che cosa ci si poteva aspettare, se non la sua stessa distruzione? E così fu. (...) Essi furono ingannati dalla loro stessa  polìtica; ‘Uccidiamolo perchè non vengano i romani e non distruggano Gerusalemme’; e poiché lo uccisero vénnero proprio i romani e distrussero Gerusalemme” ([41]). In breve: “il diavolo fa le pentole ma non i coperchi”, e se compariamo l’attuale situazione dello Stato d’Israele, molto efficace nella politica, ma assolutamente deficiente in religione, con quella di allora, possiamo trarre dalla storia, che è “maestra di vita”, un insegnamento: ciò che si produsse duemila anni fa sta per riprodursi adesso, a causa degli stessi zeloti che volendo tirar troppo la corda finiranno per spezzarla definitivamente.

Politica e legge di Dio

“La vera polìtica deve basarsi sul timore di Dio, sul rispetto di Dio! (...) La vera arte di governare è di seguire la sua legge! (...) Qualsiasi polìtica che esclude la legge di Dio è ignoranza, inganno, errore, malgoverno, rovina” ([42]).

   

DON CURZIO NITOGLIA

20 aprile 2010

 

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NOTE

[1]) P. DE Ribadeneyra S.J., Il principe cristiano, Cantagalli, Siena, 1978, I vol., introduzione a cura di P. Caucci, pag. 23.

[2]) Ibidem, pag. 45.

[3]) Ibidem, pag. 84.

[4]) Ibidem, pag. 123.

[5]) Ibidem, pag. 134.

[6]) Ibidem, pag. 174.

[7]) Ibidem, pag. 182.

[8]) Ibidem, pag. 196.

[9]) Cfr. nota n° 170.

Cfr. S. T., II-II, qq. 123-140 (su la Fortezza e la Magnanimità).

[10]) S.T., I-II, q.63, a.3./  I-II, qq. 64-67./  I-II, q.110, a.4, ad1. / I-II, q.68, a.2. Cfr. A. Royo Marìn O.P., Teologia della perfezione cristiana, ed Paoline, 1965, 6ª ed., Roma, pagg. 119-123. Cfr. J. Dumont, La Chiesa ha ucciso l’Impero romano e la cultura antica?, Effedieffe, Milano, 2001. A. J. Fustigière, Ermetismo e mistica pagana, Il Melangolo, Genova, 1991. P. F. Beatrice (a cura di) , L’intolleranza cristiana nei confronti dei pagani, EDB, Bologna, 1993.

[11]) P. De Ribadeneyra S.J., op. cit., II vol., pag. 10.

[12]) J. Bossuet, Discours sur l’histoire universelle, Garnier- Flammarion, Paris, 1966, pag. 293.

Roma “religio-pagana”

Il mondo intero, si divide in due grandi religioni: quella della SS. Trinità, e quella di Satana (che da luogo a varie sette e scissioni, riconducibili tutte al suo maestro), da queste religioni seguono due politiche: la Cristocrazia  e la Satanocrazia. La Satanocrazia ha avuto come capitali: Gerusalemme deicida, distrutta nel 70 d. C. dai Romani, e Roma religione pagana dei Cèsari, la quale rimpiazzò Gerusalemme deicida, sino a che non si convertì a Cristo (IV secolo d. C.). La Cristocrazia ha come capitale la Roma dei Papi. In queste pagine parliamo della Roma religione pagana sino al 313 d. C., e neo pagana, a partire dall’Umanesimo e dalla Rinascenza, sino alla breccia di Porta Pia e all’Italia risorgimentale e post-risorgimentale. La Roma antica e pagana era caratterizzata dal panteismo e dall’idolatria politeista. Roma, quanto alla religione, succede a Babilonia, diventa la padrona del mondo, la metropoli dell’idolatria e la fortezza di Satana (Cfr. S. Agostino, De civitate Dei, lib. XVIII, cap. II e ss.). Nel paganesimo Satana era veramente il ‘dio’ del mondo (Omnes dii gentium, demonia recita il salmo). Il paganesimo dopo essere stato la religione degli assiro-babilonesi, degli egiziani, dei greci  e dei romani, incontrò a Roma il Vicario di Cristo che sconfisse, versando il proprio sangue sul monte Vaticano, Satana e il paganesimo romano. Anzi la Provvidenza si servì della grandezza materiale di Roma, praeter intentionem fundatoris, per diffondere il Vangelo in tutto il mondo. Ma per trecento anni Satana e Roma hanno perseguitato Cristo e i cristiani con odio infernale. E dopo esser stato cacciato da Roma, governata dal Vicario di Cristo, Satana ha sempre cercato di rientrarvi. Purtroppo con l’Umanesimo e il Rinascimento lo spirito cabalista e pagano riprende piede, anche se non totalmente, a Roma e di li nel mondo intero, spargendo i suoi errori e le sue rivolte dappertutto (Cesarismo, Protestantesimo, Rivoluzione americana, inglese e francese, Comunismo, Mondialismo), sino al 1870, in cui una setta infernale la giudeo-massoneria, caccia il Vicario di Cristo da Roma, per adorare Cesare. Ma la lotta continua, Pietro ritorna a Roma, sino a che dopo la morte di Pio XII, il naturalismo neo-pagano riprende slancio, avendo occupato, purtroppo, proprio il Vaticano, donde si espande a macchia d’olio e prepara il regno dell’Anticristo (Cfr. J. J. Gaume, Traité du Saint-Esprit, tomo I, Paris, Gaume-Duprey, 1864, pagg. 463-502).  

 

[13]) P. De Ribadeneira, op. cit., pagg. 15-16.

[14]) Ibidem, pagg. 33-35.

[15]) Ibidem, pagg. 45-46.

[16]) Ibidem, pag. 49.

[17]) Ibidem, pag. 85.

[18]) Ibidem, pagg. 99-103.

[19]) Ibidem, pagg. 99-107.

[20]) Ibidem, pagg. 108-111.

[21]) Ibidem, pagg. 115-118.

[22]) Ibidem, pagg. 119-122.

[23]) Ibidem, pagg. 136-140.

[24]) Ibidem, pagg. 170-171.

[25]) R. Bellarmino, Scritti Spirituali, il dovere del principe cristiano, Morcelliana, Brescia, 1997, pag. 37.

[26]) Ibidem, pag. 43.

[27]) Ibidem, pag. 45.

[28]) Ibidem, pag. 53.

[29]) Ibidem, pagg. 77 e 79.

[30]) Ibidem, pag. 79 e 81.

[31]) Ibidem, pagg. 89 e 91.

[32]) Ibidem, pag. 93.

[33]) Ibidem, pagg. 127 e 129 e 131.

[34]) Ibidem, pag. 159.

[35]) Ibidem, pagg. 175 e 177.

[36]) Ibidem, pag. 203.

[37]) Cfr. anche C. Roth, Storia dei marrani. L’odissea degli ‘ebrei invisibili’ dall’inquisizione ai giorni nostri, Serra e Riva, Milano, 1991, pagg. 272-277). A. Sicroff, Les controverses des statuts de puereté de sang en Espagne du XV au XVII siècle, Paris, 1960. H. J. Zimmels, Die Marranen in der Rabbinischen Literatur, Berlin, 1932. S. Assaf, I marrani spagnoli e portoghesi nei responsi (in ebraico), «Me’ assef», vol. V, pagg. 19-61. D’Azevedo, Història de Antonio Vieira, Lisboa, 1908-1931, 2 voll. Gli scritti messianici di A. Vieira si trovano nelle sue Obras escolhidas, vol. VI, che contiene l’importante Esperanças de Portugal, quinto imperio do mundo, pagg. 1-66. Cfr. anche M. Gonçalves Viana [a cura di], Cartas do Padre Antonio Vieira, Oporto, s.d., pagg. 135-164).Vieira fu anche un millenarista impregnato profondamente del pensiero di teologico di Gioacchino da Fiore. Cfr. m. reeves – w. goulo, Joachim of Fiore and the myth of the Eternal Evangel in the nineteenth century, Clarendon Press, Oxford, 1987, p. 22.

[38]) A. Vieira S.J., Quattro prediche agli uomini di governo, Centro Studi Sociali, Milano, 1960, pag. 26.

[39]) Ibidem, pagg. 30-31.

[40]) Ibidem, pag. 35.

[41]) Ibidem, pagg. 40-41.

[42]) Ibidem, pagg. 43-45.