PIO XII  E  LA  SCOMUNICA  DEL  COMUNISMO

 

DON CURZIO NITOGLIA

6 marzo 2010

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Introduzione: giustizia e attualità della condanna

Pio XII, tramite la Sacra Congregazione del Sant’Uffizio, emanò tre documenti sulla natura del comunismo e la sua inconciliabilità col cristianesimo.

1°) Un ‘Decreto generale’ (1° luglio del 1949), che dichiara:

a) non essere mai lecito iscriversi ai partiti comunisti o dar loro appoggio, poiché il comunismo è materialista e quindi anticristiano;

b) che è vietato diffondere libri o giornali, i quali sostengono la dottrina e prassi del comunismo materialista ed ateo;

c) che i fedeli, i quali compiono con piena consapevolezza gli atti su proibiti, non possono ricevere i Sacramenti;

d) inoltre che i battezzati, i quali professano, difendono o propagandano consapevolmente la dottrina o prassi comunista, incorrono ipso facto nella scomunica riservata in modo speciale alla S. Sede, in quanto apostati dalla Fede cattolica (l’apostasia è il passaggio dalla religione cristiana ad un’altra totalmente diversa - nel caso il materialismo ateo - e perciò più grave dell’eresia e scisma, quale sarebbe il passare dal cattolicesimo al protestantesimo o ‘ortodossismo’).

2°) Una ‘Dichiarazione sui matrimoni’ (11 agosto 1949), la quale insegna che gli iscritti a sette ateistiche ossia acattoliche, quali sono i comunisti militanti, incorrono nell’impedimento dirimente[1] di religione mista[2], in quanto atei, debbono sottoscrivere le cauzioni che sono richieste agli a-cristiani (battesimo, educazione cristiana dei figli e rimozione del pericolo di perversione del coniuge non comunista).

3°) un ‘Monito sull’educazione della gioventù’ (28 luglio 1950), contro i genitori che consentono ai loro figli di essere iscritti a società giovanili perverse (FCGI).

●Il Papa individuava nel materialismo e quindi nell’ateismo la causa della inconciliabilità assoluta tra cristianesimo e comunismo, materialista ed ateo. Ora vediamo cosa dice di essere il comunismo stesso per capire se la condanna sia stata giusta. Alla fine vedremo se tale condanna sia ancora attuale ai nostri tempi in cui il comunismo professa di essere cambiato

Cosa dice di essere il marxismo stesso

Il marxismo-leninismo è una concezione unitaria del mondo o un’unica filosofia pratica, che comprende materialismo dialettico e storico, formanti un tutto organico, il quale deve essere considerato nel suo insieme[3].

1°) Il ‘materialismo dialettico’, ritiene la materia come unica realtà ed esclude ogni altro elemento spirituale: non c’è Dio, anima, valori trascendenti[4]. Il pensiero e la coscienza dell’uomo derivano per evoluzione dalla materia[5]. Il ‘materialismo dialettico’, concepisce la materia non come oggetto stabile, ma come attività sensibile e prassi[6]. Marx aggiunge la dialettica o dinamica hegeliana al materialismo classico o statico[7]. Ciò che distingue l’uomo dagli animali bruti è lo stadio più perfetto, ma non ancora definitivo, della materia in evoluzione, la quale grazie al lavoro ha trasformato la scimmia in uomo, onde il pensiero e la parola nascono dal lavoro e col lavoro[8].

2°) Il ‘materialismo storico’ applica il materialismo dialettico alla storia dell’umanità[9]. La storia è letta alla luce dell’economia la quale è l’elemento fondamentale dell’evoluzione storica[10]. Perciò la storia umana è soprattutto storia di classi sociali ed economiche. Esse entrano necessariamente in lotta tra loro, la lotta di classe è un fenomeno assolutamente inevitabile[11]. Come si vede la concezione economica marxista è essenzialmente legata alla filosofia di Marx, onde non si può accettare l’analisi economica marxiana e rifiutare la filosofia materialistica dialettico-storica. Il marxismo, come materialismo, nega Dio e come economicismo nega la proprietà privata[12] tramite la lotta delle classi in contrapposizione dialettica; non si ferma neppure davanti alla famiglia, in cui immette la lotta dialettica tra uomo e donna, figli e genitori[13], per giungere all’abolizione del matrimonio e alla società del libero amore[14]. Onde le degenerazioni freudiane e pansessualiste della Scuola di Francoforte tra gli anni Venti-Sessanta (Theodor Adorno + 1969 e Herbert Marcuse + 1979) esplose nel 1968, erano già contenute virtualmente in Marx (+ 1883) ed Engels (+ 1895).

Marxismo e giustizia sociale

Molti pensano, per ignoranza e in buona fede, che il comunismo sia anelito alla giustizia sociale, all’eliminazione della povertà, della miseria e dello sfruttamento dei poveri. Nulla di meno marxista. Lo scopo del comunismo è la rivoluzione o dialettica materialistica costante e permanente, tendente al “paradiso socialista in terra” o società senza Stato, classi sociali, religione e famiglia. Il comunismo per cogliere il suo fine (rivoluzione continua) ha bisogno della povertà, delle contraddizioni e ingiustizie che si incontrano nella società umana, per opporle - hegelianamente - come antitesi alla ricchezza (tesi), onde giungere alla sintesi: “paradiso in terra”. Senza miseria e sfruttamento non sarebbe possibile la rivolta del proletariato. Quindi ben vengano i soprusi, perché essi sono l’occasione per scatenare l’odio di classe e la rivoluzione del proletariato[15]. La rivoluzione è intesa marxianamente come un divenire continuo e in contraddizione permanente con la realtà e non come un semplice rivolgimento storico che ha un inizio e una fine[16].

Il marxismo in azione

All’obiezione “il comunismo odierno è cambiato”, il professor Jean Daujat risponde con ampie citazioni di autori marxisti: «[…]. Non è dunque per conversione, né per ipocrisia che i comunisti cambiano senza tregua, e dicono e fanno ogni giorno il contrario di ciò che hanno fatto e detto il giorno precedente; ciò è conforme alle più pure esigenze del marxismo ed essi non sarebbero marxisti se agissero diversamente; poiché il marxismo è un evoluzionismo integrale, essi devono - in quanto sono marxisti - evolversi e contraddirsi senza tregua. Bisogna, una volta per tutte, convincersi che ciò che essi dicono non esprime alcuna verità, ma unicamente le esigenze della loro azione, poiché per essi niente esiste all'infuori di questa azione. L'azione è una evoluzione perpetua in cui il sì diventa no a ogni momento. Riconoscere una verità, equivarrebbe a riconoscere qualche cosa che esiste, e con ciò rinunziare a trasformarla con la propria azione. Per Marx, conoscere è niente, condurre un'azione è tutto [17].[…]. È evidente che il marxismo, non ammettendo alcuna dipendenza né alcun oggetto, non ammetterà neppure un bene da amare o realizzare in misura maggiore di quanto ammette che vi sia una verità da conoscere. Un bene e un male la cui distinzione e opposizione si impongano a noi, sono altrettanto inaccettabili per il marxismo quanto un sì e un no, una verità e un errore. Per il marxismo non vi è bene da amare né da realizzare, non c'è che l'azione da condurre. Ammettere un bene che sia un fine, qualche cosa di buono che si debba amare perché è buono, significherebbe imporre una dipendenza all'azione umana. Il marxista che vive il suo marxismo non può amare nulla, poiché l'amore mette in dipendenza dell'oggetto amato; il marxismo è il rifiuto definitivo di ogni amore come di ogni verità [18]. Se un comunista ci presenta qualche ideale come un fine, per esempio l'ideale di giustizia sociale messo innanzi alle rivendicazioni operaie, oppure l'ideale patriottico, è unicamente perché la presenza di un ideale nei cervelli umani diventa in questi casi un mezzo efficace per trascinarli all'azione e alla lotta, un organo o uno strumento d'azione e di lotta delle forze materiali. Stiamo certi, però, che il comunista, il quale vive il suo marxismo, ha in vista solo l'azione rivoluzionaria e la lotta da condurre [19]; l'ideale che mette avanti è solo un mezzo per condurre meglio tale azione e tale lotta, e non ha, in se stesso, alcun valore ai suoi occhi: esiste solo in funzione di questa azione e di questa lotta e solo per tutto il tempo che è utile a essa. […] Così il marxismo resta solo un umanesimo esclusivo o integrale, che ammette solo l'azione umana. A questo umanesimo esclusivo il pensiero moderno, imperniato esclusivamente sull'uomo, doveva fatalmente pervenire [cfr. J. Maritain, L’umanesimo integrale, Parigi, 1936, nda]. Chiunque vuole riconoscere soltanto la crescita e l'indipendenza dell'individuo o della persona umana, [si pensi al ‘personalismo’ di Emmanuel Mounier + 1950 e Jacques Maritain + 1973, nda] o anche della collettività o della società umana, e rifiuta di sottomettere tale crescita e indipendenza a Dio e alla sua legge e di orientarle verso Dio, apre fatalmente la strada al marxismo, sebbene solo il marxismo giunga al termine di questa strada. Chiunque rifiuterà il primato della contemplazione, l'abbandono dell'intelligenza a una verità da conoscere e della volontà a un bene da amare per rifugiarsi nell'ebbrezza dell'azione pura e curarsi solo di agire, è sulla strada del marxismo. Il capitale o l'industriale del secolo scorso o di oggi, che fa del lavoro produttivo e dei suoi risultati materiali lo scopo e l'essenza della vita umana, pianta un albero di cui il marxismo sarà il frutto. Tutti coloro che annunciano che la civiltà futura sarà una "civiltà del lavoro", ossia una civiltà in cui il lavoro è il valore supremo della vita, sanno poi che l'unica civiltà totalmente e unicamente "del lavoro" è il marxismo? […] Per un comunista cosciente del proprio marxismo, il comunismo non è una verità (ed è per questo motivo che egli potrà senza tregua contraddirsi senza conversione e senza ipocrisia, ma in virtù del suo stesso comunismo e rimanendo perfettamente comunista), il comunismo è un'azione.[…]. Nel marxismo vi sono soltanto prese di posizione per l'azione - dunque mutevoli e contraddittorie - perché la sola realtà del marxismo è l'azione [20]. Ciò ha come conseguenza capitale che non avrebbe alcun senso dire che si collabora o ci si allea con l'azione dei marxisti pur rifiutandone la dottrina: poiché il marxismo si identifica con l'azione marxista, collaborare o allearsi con l'azione marxista significa collaborare o allearsi con il marxismo stesso. Dunque, la natura stessa del marxismo esige che completiamo il nostro studio, esponendo l'azione marxista e il suo sviluppo da Marx e da Lenin (+ 1924) ai giorni nostri» (Jean Daujat, Conoscere il comunismo, Milano, Il Falco, 1977, pp. 11-17).

L'azione marxista

«L'azione rivoluzionaria marxista, in seguito a ciò che abbiamo appena spiegato, è molto diversa dalla nozione corrente di rivoluzione. Per l'uomo comune, che si propone di realizzare un bene, una rivoluzione è un mezzo in vista di un fine, che è una società migliore e durevole. Tale non è evidentemente la concezione del marxista, per il quale non vi è un bene da realizzare, ma soltanto un'azione da condurre. L'azione rivoluzionaria non è per lui un mezzo: essa stessa è voluta come l'opera gigantesca nella quale l'uomo nuovo creerà se stesso, si tratta di trovare i mezzi di quella azione rivoluzionaria. Ora, all'epoca di Marx, si presentava un mezzo eccellente: l'estrema miseria e la totale insoddisfazione della classe proletaria. La felicità del proletariato non rappresenta un fine per il marxista, come si crede comunemente, ma la miseria del proletariato un mezzo per l'azione rivoluzionaria. Niente poteva essere più conforme ai bisogni del marxismo quanto la condizione del proletariato nel secolo XIX. Per sviluppare una volontà rivoluzionaria totale, che non voglia conservare niente, che non mantenga niente di conservatore, che voglia trasformare tutto, creare una società completamente nuova, ci volevano uomini che non avessero rigorosamente niente, che fossero strettamente spogli di tutto. Ciò non fu sempre il caso del povero o dell'operaio, ma nel secolo scorso fu esattamente il caso del proletario. […] un vagabondo in una instabilità totale. Ora, per il marxismo, tutto ciò che è stabilito o esistente, tutto ciò che ha stabilità o durata, è una abominazione, perché ostacola l'azione rivoluzionaria. Ciò di cui il marxismo ha bisogno è precisamente il proletariato [oggi sono gli studenti psicanalizzati, rockettati e drogati della Scuola di Francoforte, nda]. A causa del liberalismo, che ha soppresso ogni istituzione professionale per lasciare sussistere solo individui isolati completamente liberi, soltanto coloro che possiedono strumenti di lavoro avranno una certa sicurezza, un regime stabilito e durevole di vita e di lavoro. Gli altri hanno per vivere solo la forza delle loro braccia da affittare giorno per giorno a quelli che possiedono gli strumenti di lavoro, che li adoperano a loro piacimento, avendo tutta la libertà di sfruttarli; essi divengono proletari, che non hanno nessun diritto da far valere, nessuna certezza del domani, nessuna di vita e di lavoro; costoro non sono più legati da nulla a una società che li ignora, non riconosce loro alcun posto, non fa che utilizzarli. In breve, essi sono abbandonati a uno sfruttamento totale, non avendo alcun diritto sugli strumenti di lavoro né sui frutti del loro lavoro, interamente posseduti da altri.[…]. Ciò spiega perché la propaganda comunista non cerchi affatto di convincere di una verità, ma di trovare i mezzi più efficaci e gli slogan più adatti a far presa sui cervelli, poco importa se questi slogan siano veri o falsi: l'importante è che siano efficaci e, in ogni caso, li si cambierà secondo le circostanze [21]. L'espressione "imbottire i cervelli" trova qui il suo significato più letterale, che non ha niente di peggiorativo da un punto di vista marxista: la propaganda è l'introduzione materiale nei cervelli della massa di idee-forza [22] che li faranno agire per la lotta rivoluzionaria [23]. […] Marx, d'altra parte, ha analizzato con una lucidità mirabile come il desiderio sfrenato di guadagni sempre maggiori, desiderio scatenato dal liberalismo, trascina con sé fatalmente una concentrazione di capitali sempre maggiore e una proletarizzazione delle masse sempre in aumento, e come ciò a sua volta porti fatalmente alla rivoluzione proletaria e alla concentrazione totale nelle mani della collettività proletaria. Il marxismo deve, dunque, combattere particolarmente tutto ciò che potrebbe sostenere la piccola proprietà personale e il piccolo padronato. Allo stesso modo deve combattere ogni tentativo di restaurazione corporativa che restituirebbe al lavoratore un posto riconosciuto e uno stato di vita in una organizzazione professionale e lo toglierebbe dalla condizione proletaria, radicandolo in un ordine sociale esistente. […]» (J. Daujat, ivi, pp. 19-22).

Il comunismo odierno e la religione

«Più incompreso ancora è l’atteggiamento attuale del comunismo nei riguardi della religione, la tolleranza religiosa e la “mano tesa” dai comunisti ai cattolici. Questa incomprensione deriva dal fatto che si considera sempre il comunismo come un ateismo dottrinale invece di capire che esso è un ateismo pratico. Non si tratta affatto, per il comunismo, di opporre una verità atea a una verità religiosa. La propaganda dottrinale antireligiosa in sé stessa, se non è richiesta dalle esigenze dell’azione rivoluzionaria materialista, non interessa il marxismo, come tutto ciò che è dottrinale. Parlando dell’anticlericalismo massonico, Lenin definisce ciò “dilettantismo di intellettuali borghesi”, e si capirà facilmente ciò che questa espressione sulla sua bocca può avere di sovranamente sprezzante. Il marxismo farà propaganda antireligiosa soltanto se ciò è utile all’azione rivoluzionaria, cioè soltanto nella misura, continuamente mutevole da un’ora all’altra, in cui la religione apparirà come un ostacolo attuale all’azione rivoluzionaria. Ma la vera azione antireligiosa del marxismo non consiste affatto nel combattere la religione da fuori con una propaganda contraria: consiste nel sopprimere la religione da dentro, nello svuotare gli uomini di ogni vita religiosa e di ogni concezione religiosa, prendendoli e trascinandoli interamente nell’azione puramente materialista. Vi saranno dunque molti casi in cui, per trascinare i cristiani in questa azione puramente materialista e con ciò svuotarli dall’interno di tutto il loro cristianesimo, bisognerà “tendere loro la mano” e offrire loro la collaborazione [24]. Poco importa se con ciò si contraddice un atteggiamento che in precedenza era ostile: non si tratta né di conversione, né di ipocrisia: comandano soltanto le esigenze dell’azione. Se il successo dell’azione da condurre richiede la collaborazione dei cristiani, questo successo per un marxista deve evidentemente passare innanzi a tutto, e allora la verità marxista sarà “la mano tesa”» (J. daujat, ivi, pp. 23-27).

Conclusione

La condanna di Pio XII, che calava in pratica quanto già asserito da Pio IX (Qui pluribus 1846; Quanta cura/Sillabo 1864), Leone XIII (Quod apostolici muneris 1878; Rerum novarum 1891) e Pio XI (Quadragesimo anno 1931; Divini Redemptoris 1937), a partire da quanto il comunismo dice di sé, pertanto è non solo giusta, ma anche tuttora attuale, poiché il cambiamento è la natura del comunismo, come la serpe che cambia la pelle ma resta sempre se stessa [25].

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DON CURZIO NITOGLIA

 

6 marzo 2010

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Link al libro Conoscere il comunismo di Jean Daujat (documento in PDF da 195 KB)

 


[1] L’ “impedimento dirimente rende invalido il matrimonio, mentre l’ “impedimento impediente lo rende solo illecito.

[2] La “religione mista” avviene nel matrimonio tra appartenenti a due religioni totalmente diverse (cristiani e musulmani o ebrei); la “disparità di culto” è presente nel matrimonio tra cattolici e confessioni cristiane diverse (protestanti). Mentre la “disparità di culto” rende illecito il matrimonio e richiede una dispensa da “impedimento impediente”, la “religione mista” lo rende invalido senza la dispensa da “impedimento dirimente”.

[3] Cfr., Tesi politiche del IX Congresso del PCI, Roma, Editori Riuniti, 1960.

[4] V. Lenin, Materialismo ed empirio-criticismo, in “Opere Scelte”, Roma, Editori Riuniti, 1970., vol. III, p. 371.

[5] F. Engels, Ludwig Feuerbach e il punto d’approdo della filosofia classica tedesca, Roma, Rinascita, 1950, p. 18.

[6] C. Marx, Prima Tesi su Feurbech, in C. Marx – F. Engels, “Opere Complete”, Roma, Editori Riuniti, 1974, vol. XXV, p. 81.

[7] F. Engels, Antidühring, in C. Marx – F. Engels, “Opere Complete”, Roma, Editori Riuniti, 1974, vol. XXV, p. 135.

[8] F. Engels, Dialettica della natura, in C. Marx – F. Engels, “Opere Complete”, Roma, Editori Riuniti, 1974, vol. XXV, p. 461.

[9] G. Stalin, Materialismo dialettico e materialismo storico, Roma, Rinascita, 1954, p. 9.

[10] C. Marx – F. Engels, L’ideologia tedesca, Roma, Editori Riuniti, 1958, p. 70.

[11] G. Stalin, Materialismo dialettico e materialismo storico, cit., p. 20.

[12] C. Marx – F. Engels, Il Manifesto del Partito Comunista, Roma, Editori Riuniti, 1971, p.78.

[13] C. Marx, Il Capitale, Roma, Editori Riuniti, 1967, vol. I, p. 536.

[14] F engels, Il catechismo dei comunisti, Milano, Edizioni del Maquis, p. 19; cfr. Id., L’origine della famiglia, della proprietà privata e dello Stato, Roma, Editori Riuniti, 1970, p. 103.

[15] Arthur Rosenberg, Storia del Bolscevismo, Firenze, Sansoni, 1969, p. 3; H. Lefebvre, Il marxismo, Milano, Garzanti, 1954, p. 49.

[16] H. Lefebvre, cit., p. 90.

[17] L'idealismo era obbligato ad arrivare a questo punto: se l'idea non è più l'espressione - evidentemente spirituale - di una realtà conosciuta, la si deve ormai considerare soltanto un prodotto del cervello.

[18] "Tutto ciò che esiste merita di morire" dice Engels.

[19] Per il filosofo che riflette, il marxismo è, per questo evoluzionismo e relativismo assoluti, proprio il materialismo più materialista che possa esistere. Infatti, una materia, che fosse una sostanza avente una realtà durevole, avrebbe una natura stabile e determinata. Ciò sarebbe qualcosa di diverso dalla pura passività e indeterminazione della materia stessa, potendosi incontrare questa pura passività e indeterminazione solo nella instabilità perpetua.

[20] Questo è stato mirabilmente chiarito in Taille de l'homme di Ramuz.
[21] "Elevare le masse al livello della coscienza degli interessi di classe del proletariato", dice Stalin (+ 1953).

[22] Stalin scrive: "La disciplina di ferro nel partito non potrebbe essere concepita senza l'unità di volontà, senza l'unità di azione completa e assoluta di tutti i membri dei partito" e Lenin afferma che "il partito comunista non potrà compiere il suo dovere se non è organizzato nel modo più centralizzato, se non è retto da una disciplina di ferro che rasenta da vicino la disciplina militare".

[23] "Nel comunismo - dice Lenin - tutti i cittadini sì trasformano in impiegati salariati dallo Stato". "Bisognerà - dice Marx - centralizzare tutti gli strumenti di produzione nelle mani dello Stato".

[24] Marx dà per programma allo Stato comunista: "Aumentare al più presto la quantità delle forze produttive".

[25] Cfr. L. Colletti, il marxismo e Hegel, 2 voll., Bari, Laterza, 1976; D. Settembrini, il labirinto marxista, Milano, Rizzoli, 1975; A. Del Noce, Lezioni sul marxismo, Milano, Giuffré, 1972; F. Ocariz, Il marxismo ideologia della rivoluzione, Milano, Ares, 1977; GF. Morra, Marxismo e religione, Milano, Rusconi, 1976; A. Brucculeri, Il vero volto del comunismo, Roma, La Civiltà Cattolica Editrice, 1952; A. Messineo, voceComunismo”, in “Enciclopedia Cattolica”, Città del Vaticano, 1951, vol. IV, coll. 151-158; F. Rodano, Sulla politica dei comunisti, Torino, Boringhieri, 1975; Giorgio Napolitano, Intervista sul PCI, Bari, Laterza, 1976; E. Bloch, Karl Marx, Bologna, Il Mulino, 1972.