PIO XII  PAPA  “DEMOCRATICO”?

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DON CURZIO NITOGLIA

28 luglio 2009

http://www.doncurzionitoglia.com/PioXII_dottrina.htm

 

Pio XII con il popolo romano durante i bombardamenti angloamericani



 

Introduzione

 

Alcune persone si affrettano ad asserire - senza provarlo - che Pio XII fu un Papa “democratico” (come Leone XIII era stato “repubblicano” e Pio XI “liberale”), nel senso moderno o rousseauiano della parola. Esse si basano sul Radiomessaggio natalizio ai popoli del mondo intero, che papa Pacelli pronunziò la notte del 24 dicembre 1944. Se - invece - si va a studiare attentamente tale discorso, la realtà è completamente opposta. Pio XII, in esso, riassume la dottrina tradizionale sulle forme di governo e la applica al suo tempo, la fine della seconda guerra mondiale (soli cinque giorni al 1945) e l’inizio (aprile 1945) di un’epoca nuova (ma non per questo migliore).

 

 

La dottrina di papa Pacelli

 

a) La prima enciclica (1939)

 

● Già nella sua prima enciclica Summi Pontificatus (20 ottobre 1939), contenente il programma del suo pontificato, Pio XII aveva scritto che il mondo attuale (anni Trenta-Quaranta) era immerso nel culto del presente, attaccato disordinatamente ai beni della vita terrena e noncurante della Legge divina. È un mondo spiritualmente debole e bisognoso, ma che invece si ostina a non voler che Cristo regni su di lui. Papa Pacelli pone il suo pontificato sotto il segno di Cristo re. Parla di apocalittiche previsioni di sventure imminenti e future. Il tempo presente ha aggiunto ai vecchi, nuovi errori, spinti al parossismo. La radice prossima dei mali dell’epoca odierna è la negazione dell’esistenza reale di un Dio personale e trascendente e quindi di una morale oggettiva e universale inscritta nel cuore dell’uomo, sua origine è il protestantesimo, o soggettivismo religioso. Da questa duplice negazione, nasce la fine della pace e prosperità degli Stati. Se è vero che anche in passato vi furono guerre, tuttavia si sapeva distinguere il bene dal male, anche se si faceva pure ma non solo quest’ultimo. Attualmente, però si è persa la sinderesi. L’assolutismo è un’idolatria, che attribuisce allo Stato le caratteristiche di Dio o Essere Assoluto. Donde la deficienza di ogni società civile, che si fonda non su Dio, ma unicamente sulle capacità umane. Pacelli non condanna solo la statolatria totalitaria e assoluta della razza (nazionalsocialismo, 1933), ma anche quella che fa derivare ogni potere dal popolo (democratismo di Jean-Jacques Rousseau, +1778) e quella che fa derivare tutto dalla classe (comunismo sovietico, 1917). Il totalitarismo sovietico della classe e quello germanico della razza hanno portato alla seconda guerra mondiale, ma occorre guardare al futuro per restaurare la società, una volta passata la bufera. Occorre ristabilire i principi dalla retta ragione, del diritto naturale e della divina Rivelazione, che è stata ultimata da Cristo. Pio XII cita la enciclica Quas primas di Pio XI (1925) sulla regalità sociale di Cristo e riafferma che solo se la società tornerà a Lui troverà il vero ordine. Infine conclude che l’epoca attuale è una vera ‘ora delle tenebre’ e l’immane flagello della guerra mondiale è forse solo ‘l’inizio dei dolori’. Tuttavia Cristo re non è mai tanto vicino come nell’ora della prova, che è l’ora della fedeltà. Purtroppo quando il cristianesimo assicura la potenza tutti lo seguono, ma quando porta la persecuzione moltissimi lo abbandonano. Oggi gli uomini parlano di progresso e invece indietreggiano, di elevazione ma si degradano, di maturazione mentre divengono schiavi. Questi sono i principali enunciati della prime enciclica di Pio XII. Secondo don Julio Meinvielle essi - come il radiomessaggio del Natale 1944 - sono diametralmente opposti ad ogni democratismo o mito religioso della “democrazia” moderna come bene assoluto (Nuestro Tempo, n° 26, 16 marzo 1945), la quale è una forma di idolatria della massa e della falsa libertà, condannata da papa Pacelli sia nel 1939 come nel 1944.

 

 

b) Il radiomessaggio (1944)

 

● Il Papa inizia il suddetto radiomessaggio, ricordando che il Natale del 1944 coincide con il sesto anno di guerra. Se questa non è ancora terminata, volge tuttavia al termine (ancora quattro-cinque mesi) e «le moltitudini, irrequiete, travolte dalla guerra, sono oggi invase dalla persuasione […] che, se non fosse mancata la possibilità di sindacare e correggere l’attività dei poteri pubblici, il mondo non sarebbe stato trascinato nel turbine disastroso della guerra»[1]. Pacelli si rende conto e constata semplicemente che l’Asse Roma-Berlino-Tokio oramai va verso la sconfitta e che i cittadini delle tre suddette Nazioni - di fronte a tanto sfacelo - attribuiscono (a torto o a ragione) alla dittatura la colpa della guerra e disfatta e vedono nella “democrazia” la possibilità di ricostruzione. Ora, di fronte a tale cambiamento di opinione da parte dei popoli, che pure avevano largamente aderito ai regimi autoritari nei primi decenni del Novecento sino alla conflagrazione mondiale e al suo volgere al peggio (1943), ne prende atto e cerca di insegnare quale sia la vera “democrazia” e quale la falsa, in modo tale da preservare l’umanità da una ulteriore e ancora più cocente illusione. Egli cita Leone XIII (Libertas, 20 giugno 1888), il quale aveva insegnato che “la Chiesa non riprova nessuna delle varie forme di governo, purché adatte a procurare il bene dei cittadini” e affronta la realtà - che non sempre è l’ideale - esclamando «Noi indirizziamo la Nostra attenzione al problema della democrazia, per esaminare secondo quali norme deve essere regolata, per potersi dire una vera e sana democrazia»[2]. Ossia il Papa non è un fanatico della democrazia come l’optimum, anzi essa potrebbe anche essere falsa e insana, ma capisce che essa oramai (fine del 1944) è diventata un problema e cerca di risolverlo dando le regole del diritto naturale e cristiano, le quali impediscano il sorgere di una erronea e malsana forma di governo, la quale sotto il nome di democrazia, nasconda la sostanza della “dittatura del relativismo e opinionismo”. Innanzitutto, Pacelli ricorda che «la democrazia, intesa in senso largo, ammette varie forme e può attuarsi così nelle monarchie [vedi GB e Belgio, nda] come nelle repubbliche»[3].

 

Poi dà le regole ai cittadini per essere ben governati ai cittadini e quindi ai governanti quelle per ben dirigere la res publica.

 

a)   I cittadini

 

Debbono essere “popolo” e non “massa”, ossia «agglomerazione amorfa di individui […] la massa è per sé incerta e non può essere mossa che dal di fuori […], facile trastullo nelle mani di chiunque ne sfrutti gli istinti o le impressioni, pronta a seguire, a volta a volta, oggi questa, domani quell’altra bandiera. […] Della forza elementare della massa, abilmente maneggiata ed usata, può servirsi lo Stato: nelle mani ambiziose di uno solo o di più […]. Quale spettacolo offre uno Stato democratico lasciato all’arbitrio della massa! La libertà […], si trasforma in una pretensione tirannica di dar libero sfogo agli impulsi e agli appetiti umani a danno degli altri»[4]. Nel popolo invece «tutte le ineguaglianze, derivanti non dall’arbitrio, ma dalla natura stessa delle cose, ineguaglianza di cultura, di averi, di posizione sociale […], non sono affatto un ostacolo all’esistenza e al predominio di un autentico spirito di comunità e fratellanza»[5]. Come si vede Pio XII aveva previsto il pericolo di una deriva tirannica della “democrazia della massa amorfa” (quale oggi essa è divenuta de facto nel mondo “occidentale”), sfruttata da alcuni poteri in vista del proprio interesse e non del benessere comune temporale dei cittadini, subordinato a quello spirituale. Dopo averlo previsto, lo ha condannato ed ha proposto i rimedi per evitarlo, ma – oggi costatiamo – invano. D’altro canto egli ha riprovato l’egualitarismo livellatore delle diversità e ineguaglianze, che “non ledono la giustizia e carità”, dacché non tutte le ineguaglianze sono per sé buone, infatti ove esse siano contrarie alla virtù di giustizia (dare a ciascuno il suo) e alla carità (amare il prossimo come noi stessi, per amor di Dio), esse sono disordinate e peccaminose.

 

 

b) I governanti

 

Lo Stato democratico - secondo il Papa - deve avere e riposare su una concezione dell’autorità conforme al diritto naturale e cristiano. Se si nega l’autorità non vi è più Stato, ma anarchia e disordine; se si esagera il potere dell’autorità umana, dissociandolo da quella divina, si ha la tirannide. Pacelli ricorda che l’autorità «non può avere altra origine che in un Dio personale, nostro Creatore»[6]. Come si vede la sua concezione di democrazia non ha nulla in comune con quella moderna, secondo la quale il potere viene dal basso o dal popolo e non dall’alto o da Dio. Inoltre, Il Papa ricorda che la vera «dignità dell’uomo è la dignità dell’immagine di Dio»[7]. Ossia l’uomo ha valore o “dignitas” solo in quanto corrisponde alla sua natura di persona intelligente e libera, fatta per conoscere il vero e amare il bene. Onde se aderisce all’errore e fa il male, perde la sua vera dignità o valore di “immagine di Dio”. Così lo Stato «è la dignità della comunità morale, voluta da Dio»[8]. Vale a dire, lo Stato è voluto da Dio e dalla natura come l’unione di più uomini e famiglie per ottenere un fine comune, sotto un’autorità. Infatti l’uomo, per natura, è animale socievole, fatto per vivere in società o comunione morale. Onde, se lo Stato perde questa connotazione, perde ipso facto anche valore o dignità. Infine, Pio XII riafferma che l’autorità umana è tale in quanto «partecipazione all’Autorità divina». Perciò, asserire che Pio XII sia stato un Papa “democratico” nel senso moderno del termine, è assolutamente contrario alla realtà.

 

 

c)   Il pericolo dell’insana democrazia

 

Pio XII mette in guardia contro l’assolutismo di Stato, quale corruzione della sana forma di governo “democratica”. Questo accade quando si attribuisce allo Stato «un potere senza limiti né freni, che fa anche del regime democratico, nonostante le apparenze contrarie ma vane, un puro e semplice sistema di assolutismo»[9]. Ossia, le apparenze ingannano (“all’esterno tanti Dèi, all’interno farisei”). Anche la democrazia può essere assolutismo, e molto più dei regimi autoritari, che nel dicembre 1944 volgevano al termine. Infatti, il Papa in un’udienza del 1° maggio 1944 «si lamentò […] che gli Alleati a volte bloccavano le navi cariche di vettovaglie o addirittura mitragliavano i camion della missione alimentare. “È recente il mitragliamento di una colonna di 50 autocarri vaticani da bassissima quota in pieno giorno, da parte di velivoli anglo-americani, e quanto agli sforzi fatti per ottenere che le navi vaticane portino vettovaglie, non si riesce ancora ad aver risposta dal governo inglese, mentre quello tedesco ha già risposto affermativamente. Bisogna riconoscere che in quest’ultimo periodo ha più riguardi per il Vaticano il governo tedesco, che non gli Alleati”. […] Il Papa si lamentò  […] anche degli Alleati, per il bombardamento di Castelgandolfo, e per il loro modo di condurre la guerra in Italia, cioè bombardando le città abitate da civili inermi» (G. Sale, I rifugiati in Laterano al tempo dell’occupazione nazista di Roma, in “La Civiltà Cattolica”, 20 dicembre 2008, p. 542 e 548).

Inoltre - conclude il Papa - assolutismo di Stato o di una democrazia insana non è la «monarchia assoluta», ma consiste «nell’erroneo principio che l’autorità dello Stato è illimitata»[10]. Onde la regula capitalissima di ogni buon governo, sia monarchico che democratico, è «la conformità all’ordine voluto dal Creatore»[11].

 

 

La dottrina tradizionale

 

S. Tommaso, insegna che le forme di governo sono tre: monarchia, aristocrazia e democrazia (che, in senso stretto, è una degenerazione della politìa). Per l’Aquinate la prima forma di governo è la monarchia (governo di uno solo); essa può degenerare in tirannia. La seconda è l’aristocrazia (governo dei migliori) che può degenerare in oligarchia (tirannia di pochi). La terza è la politìa (governo della moltitudine o dei cittadini) o timocrazia (governo in cui le cariche sono assegnate in base all’onore [timé], che tutti possono avere, anche i semplici cittadini), la quale può degenerare in democrazia (tirannia della massa); oggi, tuttavia, al posto di politia o timocrazia è prevalsa la parola democrazia (che anticamente aveva in sé una valenza negativa), la quale può degenerare in ‘demagogia’. Pio XII ha voluto evitare che la democrazia degenerasse in demagogia, come poi – invece – è avvenuto. Nel “Commento alla politica” di Aristotele, l’Angelico spiega meglio il concetto di politìa. Essa è una forma di governo che conserva l’ordine pubblico, l’esecuzione delle leggi e la tranquillità dello Stato ed amministra la giustizia tramite i magistrati e i loro ministri, ossia i militari che oggi si chiamano anche “polizia”. Onde la politia è il governo dei magistrati, mentre la “democrazia” è il governo della massa informe e quindi è una degenerazione della politìa. La politìa è una via di mezzo tra due vizi (l’eccesso o oligarchia e il difetto o democrazia), che si fonda sulla “sanior pars populi” e non sulla massa o sull’aristocrazia. In essa la partecipazione degli onesti e validi cittadini alla vita politica è la più vasta e intensa possibile, ogni capace cives deve poter partecipare all’esercito, alla magistratura e al governo[12].

 

 

Conclusione

 

Come si evince, la dottrina tradizionale (da Aristotele a san Tommaso e Leone XIII) è stata ripresa da Pio XII e applicata alle contingenze del suo tormentatissimo pontificato. Pacelli non ha innovato nulla, ha solo calato i principi immutabili dalla filosofia politica nel caso concreto (fine 1944), evitando l’eccesso (non tener conto delle circostanze) e il difetto (dimenticare i principi), per evitare il neo-totalitarismo democratico e tecnocratico, in cui viviamo oggi, nel quale le leggi, le istituzioni e i governi, conculcano sub specie democratiae il diritto naturale e divino, riducendo i cittadini a massa e non popolo, in oppressi - senza violenza fisica ma “democraticamente” - e manipolati - psicologicamente ma dolcemente - e non più uomini dotati di intelletto e volontà, creati ad “immagine e somiglianza di Dio”.

 

Uomini siate, e non pecore matte,

sì che ’l Giudeo di voi tra voi non rida!” (Par, V, 81)

 

 

DON CURZIO NITOGLIA

 

28 luglio 2009

 

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Note

[1] Pio XII, Ai popoli del mondo intero. Radiomessaggio natalizio, 24 dicembre 1944, in “Atti e discorsi di Pio XII. Volume VI -1944”, Roma, Pia Società San Paolo, 1945, pp. 165-166.

 

[2] Ibidem, p. 166.

 

[3] Ib., p. 167.

 

[4] Ib., pp. 168-169.

 

[5] Ib., p. 169.

 

[6] Ib., p. 171.

 

[7] Ivi.

 

[8] Ivi.

 

[9] Ib., p. 174.

 

[10] Ivi.

 

[11] Ivi.

 

[12] Cfr. r. spiazzi, Enciclopedia del pensiero sociale cristiano, ESD, Bologna, 1992, pp. 54-57.

Id. , Lineamenti di etica politica, Bologna, ESD, 1989.