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ESISTE UNA MISSIONE

DIVINA DELLA FRANCIA?

di DON CURZIO NITOGLIA

INDICE DEGLI ARGOMENTI

1 - CLODOVEO

- Il potere temporale dei Papi

- L'Italia e al Chiesa

- La Francia risorgerà?

- Patriottismo sì, nazionalismo esagerato no

 

2 - Leone XIII e il Ralliement

- L'enciclica contestata

- Rampolla massone?

 

3 - Pio XI e l'Action Française

- L'antefatto

- La storia

- Action Française e integrismo cattolico

- La dottrina dell'Action Française

- Il Decreto del S. Uffizio del 29/12/1926

- L'Allocuzione concistoriale di Pio XI

- Seconda lettera di Pio XI al card. Andrieux

- Risposta della S. Penitenzieria Apostolica

- Decreto della Suprema Sacra Congregazione del S. Uffizio (10 luglio 1939)

- Gli errori di Maurras

- Gli errori dottrinali e morali dell’Action Française

- Lungimiranza di Roma

- Filosofia maurassiana

- Natura e grazia secondo Maurras

- Maurras e il positivismo di Auguste Comte

 

 



 

- 1 -

CLODOVEO

Monsignor Umberto Benigni nella sua monumentale Storia Sociale della Chiesa scrive che: «Di Clodoveo si deve dire come di Costantino: nulla autorizza a ritenere che il loro ingresso nel cristianesimo cattolico non fosse consono alla loro personale convinzione e coscienza; ma è certo altresì che tale conversione fu per loro una sapientissima politica (…). Nel giorno fatidico della battaglia franco-alamanna, del 496, Clodoveo che aveva sposto una cattolica nel 493 (…) promise al Dio di Clotilde [sua moglie] di aggregarsi alla di lei religione [se avesse vinto]» (Milano, Vallardi, 1922, vol. III, pp. 230-231). Per quanto riguarda il battesimo di Clodoveo (Natale del 498 o 499) monsignor Benigni parla di «straordinaria solennità data al battesimo (…), quanto fosse apprezzato l’ingresso di Clodoveo nel mondo cattolico, da chiaroveggenti e santi prelati, quali Remigio» (ibidem, p. 247) e «come la minuta descrizione trasmessaci da Gregorio di Tours e dalla fiorita leggenda gallo-franca ci dice quanto quell’apprezzamento fosse condiviso dai suppuri di Remigio» (ivi).

L’Enciclopedia Cattolica (Città del Vaticano, 1951, VI vol., coll. 1769-1770) attribuisce a Incmaro arcivescovo di Reims (nato nell’806 e morto il 21 dicembre 882) la leggenda della Santa Ampolla contenuta nella sua Vita di san Remigio (PL 125, 1229-88, Monumenta Germaniae Historica, Hannover-Berlino, 1826, Script. Rer. Merov. , III, pp. 239-341) che «è opera solo di edificazione» (col. 1170). La figura di Incmaro è assai discutibile, basta studiare A. Fliche-V. Martin, Storia della Chiesa, (Cinisello Balsamo, San Paolo, 1983, vol. VI, pp. 423-475) per apprendere la sua lunga attività di falsario di documenti e decretali di diritto canonico o perlomeno di sfruttatore di falsi documenti (i cosiddetti “falsi isidoriani”, dal nome di Isidoro Mercatore, composti attorno all’850), di prepotente depositore del vescovo Ebbone dalla sua carica, in maniera anticanonica. Incmaro (pur se non è il compilatore di esse) si è riferito certamente alle false decretali sin dall’852 e se ne è servito per il suo potere personale. Papa Niccolo I entrò in conflitto con Incmaro da Reims attorno all’862, in quanto egli assai rigido con i suoi soggetti «non ammetteva resistenze dei suoi subalterni; ma l’idea di un potere superiore che intervenisse tra lui e i suoi vescovi (…), non mancava di ispirargli una certa ripugnanza» (ibidem, p. 464). Lui poteva disubbidire al Papa, ma guai a chi disubbidiva a lui, “nihil sub sole novi”. Il fatto che l’arcivescovo di Reims (e quindi allora Incmaro stesso) fosse il depositario e custode dell’Ampolla portata dallo Spirito Santo a Remigio nel 498 o 499 a Reims, lo rendeva – come il re di Francia – “in un certo senso” indipendente dal Papa. Tutto il suo modo di agire nella controversia che ebbe con Roma fu un lungo temporeggiare, fatto di attestati teorici di obbedienza e dipendenza alla Sede Apostolica, mentre nei fatti (ibidem, p. 473 e 475) continuava ad agire come se fosse il sovrano assoluto della sua arcidiocesi e della chiesa di Francia (data l’importanza di Reims, a causa della Santa Ampolla ivi ancora custodita, su tutta la Gallia).

Secondo Marc Bloch, nel suo libro sui ‘re taumaturghi’ apparso nel 1924, Clodoveo fu unto solo nel battesimo che ricevette dal Vescovo Remigio nel Natale del 498 o 499 e non nella consacrazione reale. «Unti, come re, i Merovingi non lo erano mai stati; men che ogni altro Clodoveo (…), la sola unzione da lui ricevuta fu quella che il rito gallicano [del battesimo] imponeva ai catecumeni. La leggenda (…), fece più tardi della cerimonia compiuta a Reims da san Remigio, la prima consacrazione reale, in verità non fu che un battesimo. Ma quando nel 751 Pipino (…), decise di chiudere in convento gli ultimi discendenti di Clodoveo [i Merovingi] e di assumere per sé , con il potere, la dignità regia, sentì il bisogno di aureolare la sua usurpazione con una specie di prestigio religioso (…). La nuova dinastia [i Carolingi], stirpe autenticamente santa, doveva trarre la sua consacrazione da un atto preciso giustificato dalla Bibbia, pienamente cristiano. In Gallia, i teologi erano prontissimi ad accettare questa resurrezione di una pratica ebraica, perché, tra essi, era allora in auge la tendenza favorevole all’Antico Testamento; in parte per effetto di influssi irlandesi, le leggi mosaiche penetravano nella disciplina ecclesiastica. Così Pipino fu il primo re di Francia a ricevere, a guisa dei capi ebraici, l’unzione dalla mano dei sacerdoti»[1]. Tuttavia nel 751 si era ancora lungi dal dire che l’olio col quale il re francese era unto, fosse celeste o portato direttamente dallo Spirito Santo e non confezionato da un pontefice. Per arrivare a questa leggenda occorrerà attendere il IX secolo, come si vedrà appresso.

Jacques Le Goff, nel 1983 commenta, nella sua “Prefazione” al libro di Bloch che «la Santa Ampolla [è] conservata nell’abbazia di Saint-Rémi a Reims (…). Gli oggetti soprannaturali venuti dal cielo e il potere di guarire (…), mettono il re in comunicazione diretta con Dio, tuttavia (…), è mantenuto l’intermediario ecclesiastico: la Santa Ampolla è riferita a san Remigio, è l’abate di Saint-Rémi che la custodisce, (…) è l’arcivescovo di Reims che unge il re». Le Goff scrive, inoltre, che quella della Santa Ampolla è una «credenza strettamente popolare, non accolta dalla Chiesa»[2]. Sempre Le Goff spiega che «Come dicono i manuali liturgici della consacrazione dei re di Francia (…) nel secolo XIII, la cerimonia di Reims comprende due aspetti (…): la consacrazione o unzione e l’incoronazione. È dall’unzione che i re di Francia derivano il loro potere miracoloso [taumaturgico]. Ciò che farà del re di Francia colui che sarà chiamato alla fine del medioevo re cristianissimo, ciò che lo colloca al di sopra degli altri re della cristianità, è il fatto che l’olio con cui è unto durante la consacrazione è l’unico che abbia un’origine soprannaturale . Viene dalla Santa Ampolla portata da una colomba (lo Spirito Santo o un suo messaggero) per il battesimo di Clodoveo da parte di san Remigio. Il re di Francia è l’unico ad essere unto con un olio divino, venuto dal cielo. Ma nel secolo XIV la monarchia inglese rivendicherà il medesimo privilegio. Nel 1318 un domenicano inglese (…) va ad Avignone, per riferire al papa, Giovanni XXII (…) che il famoso arcivescovo Thomas Becket  (…), quando era esule in Francia  aveva ricevuto dalla Vergine un’ampolla destinata a ungere il quinto re d’Inghilterra (…). Giovanni XXII non respinse né riconobbe ufficialmente il racconto. Tuttavia, per lo meno in Inghilterra, si impose l’opinione che anche il re inglese fosse unto con olio soprannaturale»[3]. La leggenda dell’olio divino della Santa Ampolla, viene avvalorata dal fatto che un domenicano fra’ Tolomeo, concluse un’opera che s. Tommaso d’Aquino aveva iniziati e lasciata incompiuta a causa della sua morte prematura, il De regimine principum . «In uno dei capitoli da lui aggiunti all’opera primitiva, dedicò alcune righe all’unzione, in particolare a quella ricevuta dai re di Francia»[4]. Onde gli apologisti della monarchia francese di diritto direttamente divino si richiameranno all’autorità di san Tommaso, senza specificare che il passaggio sulla Santa Ampolla è stato scritto da fra’ Tolomeo e non dal Dottore Angelico. Ma ci si domanda quando è nata questa leggenda? Lo scritto più antico sul battesimo di Clodoveo, come conferma anche il Bloch, è di Incmaro da Reims, la Vita Remigii, composta nell’877 o nell’878. Il Bloch si domanda: Incmaro «inventò di sana pianta l’edificante storiella? L’accusa gli è stata mossa. In verità questo arcivescovo, che papa Nicolò I denunciò brutalmente come falsario e i cui falsi sono notori, non merita davvero il rispetto degli eruditi»[5]. Tuttavia lo stesso Bloch deve ammettere che esistesse una iconografia che rappresentasse il battesimo di Clodoveo e che a Reims si conservassero alcuni oggetti di esso. Ora si sa «da una miriade di documenti, che gli oggetti sacri o le reliquie erano allora conservati frequentemente in ricettacoli fatti a somiglianza di una colomba [lo Spirito Santo] di solito sospesi sopra l’altare»[6]. Anche su  Cristo quando fu battezzato da Giovanni Battista scese lo Spirito Santo sotto specie di colomba e così è stato raffigurato dall’iconografia cristiana. Ma il caso di Cristo è divinamente rivelato e lo si ritrova nei Vangeli, mentre quello di Clodoveo no, anzi è una leggenda molto “arricchita”. Fu così che Incmaro usò l’olio santo per consacrare il re nell’860 e non più solo per i sacramenti del battesimo, cresima, estrema unzione e ordine sacro. Ciò ha fatto parlare i gallicani di una specie di ottavo sacramento: la consacrazione del re francese, mentre in teologia si studia celiando che il “vero” ottavo sacramento, oltre i sette istituiti da Cristo, è la Santa Ignoranza, la quale ne manda in cielo più lei da sola (se invincibile) che gli altri sette messi a assieme. Onde i re francesi divennero a partire dall’860 superiori a tutti gli altri re, poi con Filippo il Bello anche all’Imperatore e indipendenti persino dal Papa.

«L’atteggiamento di Filippo il Bello (…), è anche l’estremizzazione di quella concezione sacrale della monarchia francese che era cominciata con i Carolingi e che la tradizione faceva risalire al miracoloso battesimo di Clodoveo; il Sovrano, consacrato con l’olio Santo portato misteriosamente in volo da una colomba, era l’unico tra tutti i monarchi della terra ad essere stato unto con un crisma santificato da Dio stesso [e non dal Pontefice]: da qui la sua speciale dignità sacrale, superiore a quella di tutti gli altri che venivano unti con olio di fattura umana. Ne deriva una visione grandiosa della missione politica della Francia sulla cristianità intera (…). Non casualmente il Papato, nel suo estremo sforzo di affermazione teocratica, urtò contro la Francia (…). Le ambizioni di dominio universale in temporalibus del Papato si scontravano inesorabilmente con le aspirazioni della Francia all’egemonia sulla cristianità»[7].

Papa san Zaccaria (+ 752), scrisse nel 751 al maggiordomo di Francia Pipino III il Breve (capostipite dei Carolingi): «È meglio che sia re l’uomo il quale detiene realmente il potere, piuttosto che colui il quale è privo in pratica di ogni potere reale». Il capo è chi detiene de facto il potere temporale su una comunità. Ora, l’ultimo re de jure (ma fannullone de facto) merovingio (Childerico III, + 755), legittimo quanto al Titolo (de jure), ma non esercitante il proprio potere (de facto) di reggere la comunità, pur non essendo un tiranno, fu privato anche de jure legittimamente, col consenso di papa san Zaccaria, del trono e rinchiuso in un convento affinché continuasse a far nulla e non facesse ulteriori danni volendo governare, cosa di cui era totalmente incapace come ogni discendente da una lunga catena di nobiltà, la quale proprio in quanto lunga è usurata o tarata; la noblesse per funzionare bene deve essere giovane, altrimenti diviene decadente e decaduta. Il potere andò non al più diretto discendente, al più santo o virtuoso, ma a chi deteneva il potere effettivo, reale o de facto: Pipino il Breve (unto nel 751 dal vescovo di Reims e incoronato da papa Stefano II nel 754) che diede inizio alla dinastia carolingia, il quale era il più prudente, e da maggiordomo divenne re legittimo anche de jure in virtù del fatto che governava realmente e praticamente (sanctus oret, doctus doceat, prudens gubernet)[8].

[1] M. Bloch, I re taumaturghi, Torino, Einaudi, 1989, p. 48.

[2] J. Le Goff, Prefazione, pp. XXXII-XXXIII.

[3] J. Le Goff, Ibidem, p. XXVII.

[4] M. Bloch, op. cit., p. 100.

[5] M. Bloch, op. cit., pp. 173-174.

[6] M. Bloch, op. cit., p. 174.

[7] Beatrice. Frale, L’ultima battaglia dei Templari, Roma, Viella, 2001, pp. 30-31.

[8] Il celebre medievista professor Paolo Brezzi scrive: «Clodoveo (…) si convertì al Cristianesimo dopo una battaglia contro gli Alemanni. (…) Il gesto fu determinato certamente, oltre che da motivi personali e dall’azione della moglie, la piissima Clotilde, da opportunità politiche, e permise al re di avere con sé tutta la popolazione romana della Gallia (…). Clodoveo, morto nel 511, era uomo rozzo, primitivo, violento; uccise di sua mano quanti gli davano ombra; ebbe avidità di dominio; anche nel suo sentimento religioso fu impulsivo» (Enciclopedia Cattolica, Città del Vaticano, 1949, vol. 3, coll. 1876-1877).

La stessa tesi è sostenuta da K. Bihlmeyer-H. Tuechle, (Storia della Chiesa, Brescia, Morcelliana, 1 vol., pp. 280-282): «I motivi della sua decisione furono certamente, oltre che religiosi, anche politici. (…) La conversione del re e del popolo dei Franchi, in principio non era molto più che un mutamento religioso esteriore e non comportava affatto la realizzazione di un ideale di virtù cristiane. (…) Continuavano a regnare largamente costumi rozzi, era molto diffusa la superstizione e rimanevano in piedi usanze pagane (…). La chiesa franca dipendeva tutta dal re, era spiccatamente chiesa di Stato e nazionale, sulla quale l’influenza del papato si riduceva a ben poca cosa».

A. Fliche e V. Martin (Storia della Chiesa, Cinisello Balsamo, San Paolo, vol. IV, 1972, pp. 490-492) seguono la stessa traccia, non parlano dell’ampolla portata dal cielo, come tutti gli altri storici che ho consultati e inoltre ammettono che «sarebbe poco esatto rappresentarsi Clodoveo come un docile strumento nelle mani dell’episcopato. (…) Egli si rese conto che la principale (…) barriera che separava ancora le due razze , franca e gallo-romana, era la differenza di religione, e che il costituirsi protettore della Chiesa cattolica gli avrebbe attirato non solo la folla (…), ma anche la simpatia fattiva di innumerevoli anime. (…) I Franchi rimanevano pagani nella grande maggioranza; ma (…) l’opera di evangelizzazione, che si prolungherà per tutto il VII secolo, lo [il paganesimo] eliminerà poco a poco».

Hubert Jedin, (Storia della Chiesa,  Milano, Jaca Book, 1978, 3 vol., p126) scrive che «scarsa luce fanno le fonti coeve sulla genesi del regno merovingio e sulla conversione di Clodoveo», non parla assolutamente di ampolla celeste e colomba inviata da Dio, ma rinvia all’opera fondamentale di W. V. Den Stein, Chlodwigs Ubergang zum Christentum, MIOG Erg, vol. 12, 1923-1933, pp. 417-501, nella quale non si trova nessuna traccia di tale avvenimento miracoloso.

La storia della Francia continuò, grosso modo, seguendo le linee di una chiesa molto nazionale e poco universale o romana, ma non ancora all’estremo (anche con san Luigi IX si dovette assistere alla ‘prammatica sanzione’ il cui articolo VI restringeva ‘moderatamente’ e non sino alle ultime conseguenze il potere del Papa sul re francese: «“il re riceve il suo potere solo da Dio e dalla sua propria spada”. Questa massima, come osservano giustamente gli storici ed i giuristi, fu il primo movimento di ribellione contro la teocrazia papale nel senso che il re non deriva dal Papa, e contro la feudalità nel senso che non deriva dall’imperatore (…) La prammatica sanzione è considerata il fondamento di quello che i francesi chiamano la libertà della chiesa gallicana» (S. Sibilla, Gregorio IX, Milano, Meschina, 1961, pp. 267-268), sino al 1300 epoca in cui l’atteggiamento di Filippo il Bello, rappresenta l’estremizzazione di quella concezione sacrale del presunto diritto divino diretto della monarchia francese, che la leggenda faceva risalire al miracoloso battesimo di Clodoveo; il sovrano, consacrato con l’olio Santo portato misteriosamente in volo da una colomba, era l’unico tra tutti i monarchi della terra ad essere stato unto con un crisma santificato direttamente da Dio stesso [e non dal Pontefice]: da qui la sua speciale dignità sacrale e diretta o prossima, superiore a quella di tutti gli altri re che venivano unti con olio di fattura umana (monarchia di diritto divino indiretto o remoto). Ne deriva una visione grandiosa (la grandeur…) o “megalomane” della missione politica della Francia sulla cristianità intera. Dopo la parentesi di S. Giovanna D’Arco, che ha richiamato la Francia alla piena sottomissione a Roma, purtroppo le cose sono andate di male in peggio, con la costituzione gallicana del clero ideata nel 1682 dal Bossuet e poi con la rivoluzione del 1789, che ha spalancato le porte alla separazione totale e alla contrapposizione tra Stato e Chiesa, ri-esplosa poi nel 1906 sotto s. Pio X.

Ora buon senso, scienza storica e fede insegnano che, ammesso e non concesso, poiché non provato, che Clodoveo sia stato unto (496 o 498-99) con un olio non consacrato da un vescovo ma portato da una colomba (il che non è storicamente accertato), tuttavia è certo che il potere monarchico è passato dai Merovingi (discendenti di Clodoveo) ai Carolingi (751) con Pipino il Breve padre di Carlo Magno, non grazie ad un intervento (non provato, ma immaginato) miracoloso e diretto di Dio, ma alla decisione (storicamente certa) del Papa di prendere atto del passaggio pratico di potere dai Merovingi ai Carolingi. Però, una volta divenuti “fannulloni”, questi stessi furono rimpiazzati a loro volta (987) con Ugo Capeto (neppure lui scelto direttamente da Dio) dai Capetingi, che si estinsero nel 1328 e ai quali subentrarono i Valois (come ramo collaterale) rimpiazzati poi dai Borbone (1589), i quali vantavano un legame di parentela coi Capetingi, che, se (ammesso e non concesso) furono consacrati con l’olio celeste, furono pur sempre unti da un vescovo o dal Papa e accettati dal Sommo Pontefice come re e imperatori come ‘conditio sine qua non’ per esercitare il potere. Onde la teoria gallicana che il re francese non dipende dal Papa neppure indirettamentein temporalibus, ratione peccati’, ma solo direttamente da Dio (per via dell’ampolla portata nel 496 o 98-99 via aerea… dal piccione viaggiatore…) cozza contro il buon senso, la scienza storica e la dottrina cattolica, che, quanto ai rapporti tra Stato e Chiesa, come minimo è prossima alla fede. Più che di storia, sarebbe meglio parlare di “storie” o di mitologia fantascientifica gallicana. Infatti, sia i Carolingi che i Capetingi sono stati scelti da uomini, e accettati dal Papa e non direttamente da Dio come succedeva ai re dell’Antico Testamento. Se poi i gallicani insistono sulla loro dottrina ereticale della monarchia francese di diritto direttamente-prossimamente (e non remotamente-indirettamente) divino, ebbene essi ritornano all’Antico Testamento (in cui i re erano scelti direttamente da Dio stesso) ed avverano un’intuizione del card. Angelo Roncalli, Nunzio apostolico a Parigi sotto il Pontificato di Pio XII, secondo cui “i francesi sarebbero in un certo qual modo gli ‘ebrei’ del Nuovo Testamento”, dato il loro spirito esageratamente sciovinista. Tale tendenza ‘a-romana’ e virtualmente gallicana, rimasta sempre latente in Francia, è esplosa in alcuni momenti particolari quali il “Ralliement” di Leone XIII e “L’Action Française” di Charles Maurras sotto Pio XI, essa purtroppo continua ancor oggi ad esercitare un influsso nefasto in ambiente cattolico-tradizionalista, che non distingue tra origine del potere remotamente da Dio, ma prossimamente dal Papa.


Il potere temporale dei Papi

La Chiesa è una società perfetta di ordine soprannaturale, fondata da Dio, avente per fine il Cielo, ma è formata di uomini composti di anima e corpo, (sia la gerarchia che i fedeli), essa quindi è divina quanto all’origine al fine e ai mezzi di cui è fornita (sacramenti, dogmi e comandamenti), ma umana quanto alla materia di cui si compone: gli uomini che la dirigono (Chiesa docente) e quelli che ne formano la base (Chiesa discente). Per compiere la sua missione (salvare le anime), in tutto il mondo, sino alla fine dei tempi, essa ha bisogno non solo dell’assistenza divina, promessale e mai mancatale, ma anche di mezzi umani o “temporali”, per sussistere in questo mondo deve avere un “ubi consistam” che le permetta una certa indipendenza dai potenti di questo mondo, essa deve “incarnarsi” (come il Verbo) in uno Stato che le consenta la libertà dell’esercizio della sua missione divina, ma rivolta agli uomini, nel corso della loro vita in questo mondo. L’essenza di essa è principalmente spirituale ma secondariamente non può non fare i conti con la realtà umana che deve elevare e di cui è materialmente composta. Quando l’imperatore romano (IV secolo) lasciò Roma, essa divenne la capitale della cristianità ancora “neonata”. Infatti a Roma, nel palazzo che l’imperatore Costantino aveva donato alla Chiesa, abitava il Papa, successore di Pietro e vicario di Gesù Cristo in terra, capo visibile della Chiesa e della cristianità nascente. Nel 476, quando l’impero d’occidente cadde, l’imperatore risiedeva a Ravenna (che divenne la sede dell’impero romano d’oriente) e a Roma vi era un altro Cesare, di ordine spirituale, ma che essendo composto di anima e corpo aveva bisogno per sé e la sua società di un certo potere temporale, onde poter mantenersi libero nel proprio compito. Quindi la penisola italiana si trovava divisa politicamente in tre parti (grosso modo), l’impero d’oriente o bizantino a Ravenna e nell’esarcato (Emilia-Romagna), al sud e nelle Marche ed Umbria; il Papa a Roma e nel centro e col 568 i Longobardi al nord (Lombardia, Piemonte e Veneto). Di fronte alla “aggressività” dei bizantini e dei Longobardi Roma, per sussistere, dovette far ricorso ai Franchi, che a partire dall’VIII secolo divennero “il braccio armato della Chiesa disarmata”, e rimpiazzarono i Longobardi. Il potere temporale fu una necessità, per mantenere libero il potere spirituale della Chiesa da ogni mira prepotente di Bizantini o Longobardi. Infatti, la Chiesa abbisognava e abbisogna di un certo fondamento visibile, Pietro su cui Cristo ha fondato la sua Chiesa è un uomo, ha un corpo, deve poterlo mantenere senza dover dipendere dai capricci dei potenti e prepotenti, egli deve risiedere in un luogo sensibile, fisico e visibile. La Chiesa spiritualmente è inattaccabile ma umanamente, data la fragilità delle sue membra (principali e secondarie) è vulnerabile, quindi è importante che abbia ed occupi, in questa terra, uno spazio materiale che le è strettamente necessario per poter continuare libera la sua azione spirituale su tutti gli uomini, di tutto il mondo, sino alla fine dei tempi. Quando il potere temporale della Chiesa fu usurpato dai Savoia (1861-1870), la S. Sede protestò e non accettò l’invasione, vista come un’usurpazione, incoraggiò la resistenza che però non dette i frutti sperati (il ribaltamento dell’usurpatore); quindi dopo i pontificati di Pio IX (+ 1878) e Leone XIII (+ 1903), con s. Pio X (+1914) si arrivò a far partecipare i cattolici alle elezioni politiche, per mandare in parlamento deputati che si obbligassero a non fare leggi contrarie a quella divina e alla Chiesa. Pio X, riconosceva, che de facto i Savoia governavano l’Italia anche se de jure non ne avevano il titolo. Quindi con Pio XI (11 febbraio 1929) si riconobbe che l’Italia era (oltre che una nazione) uno Stato unificato, sotto un governo centrale (Casa Savoia), anche de jure e che il Vaticano si accontentava de facto dei 44 ettari concessi dallo Stato italiano al Papa, come suo Stato pontificio. Dunque la questione romana e quella italiana, nel 1929 hanno trovato la loro soluzione. Il Papa ha uno Stato suo, ove esercita un potere temporale, che gli permette la sopravvivenza e la libertà dai Principi di questo mondo; mentre l’Italia non è più soltanto una nazione o patria, ma anche uno Stato unitario sotto un governo legittimo. Il voler riproporre la secessione dall’Italia, con la scusa del Risorgimento da riscrivere (sul quale siamo pienamente d’accordo) è anti-storica, irrealistica e favorisce lo spezzettamento delle nazioni a vantaggio di super-entità mondialiste, che rappresentano un peggioramento della situazione venutasi a creare con gli Stati nazionali, i quali hanno infranto l’unità della Cristianità europea sotto il Papa e l’Imperatore, ma oggi sono molto meno pericolosi della globalizzazione mondialista della “repubblica universale”, verso la quale la massoneria ha sempre teso i suoi sforzi satanici. Onde entrare nella “repubblica universale” in nome dell’anti-risorgimentalismo è una contraddizione nei termini o illudersi che il “regionalismo” possa funzionare nell’epoca del mondialismo è uno specchietto per allodole dal quale non bisogna farsi abbagliare.

Occorre fare attenzione allo spirito antiromano (lon von Rom) che anima i secessionisti o “scissionisti”, alcuni dei quali vorrebbero servirsi dei “tradizionalisti” antirisorgimentali, per provocare un ulteriore scisma, appellandosi apertamente ad una “Chiesa nazionale” o meglio “regionale”, a seconda che la Padanìa sia considerata una nazione o una regione.


L’Italia e la Chiesa

L’Italia con l’invasione longobarda e bizantina aveva perso l’unità politica (si era trovata divisa in tre Stati), tuttavia aveva conservato l’unità geografica marcatissima (essendo una penisola, coronata dalle Alpi), l’unità di cultura (greco-romana e patristico-scolastica, pur se erosa dall’umanesimo e da un certo illuminismo, che toccarono però solo le élites e non il popolo il quale rimase profondamente cattolico-romano) e religiosa (il cattolicesimo romano, che grazie alla controriforma era rimasto puro da ogni contaminazione protestantica nel popolo italiano), una certa unità di lingua che nelle classi colte era il volgare di Dante, Petrarca e Boccaccio ritoccato e aggiornato continuamente dai grandi autori del Quattrocento sino all’Ottocento, quando, infine, col Manzoni (I Promessi Sposi) la lingua italiana ha trovato una certa “canonicità”. Onde l’Italia è sempre stata un Popolo, una Nazione (unione morale di più famiglie per comunanza di origine [nasci], con una comunanza di lingua, cultura e religione) pur avendo cessato di essere uno Stato unitario (insieme di cittadini che vivono sopra un territorio, sotto una comune autorità) dal VI secolo. Una nazione non coincide con lo Stato o potere politico, come lo Stato può avere più nazioni (impero austro-ungarico) così una nazione può essere divisa in più Stati (Italia sino al 1861-70; Svizzera ancor oggi). Col 1861 l’Italia nazione si trovò divisa in due campi: uno Stato (liberal-massonico) e una Patria o nazione cattolicissima. Ora il Papa pur sentendosi italianissimo, non poteva appoggiare lo Stato nuovo risorgimentale e anti-italiano. Quindi il Papa benediceva la nazione italiana ma scomunicava lo Stato massonico che aveva invaso l’Italia nazione. Pio IX il 10 febbraio 1848 disse: “Benedite , Gran Dio l’Italia” come la più direttamente compartecipe della religione cattolica, con Roma sede di Pietro. Nell’enciclica Noscitis et nobiscum (1849) scrisse: “Avvenne per l’ammirabile efficacia della religione di Cristo, che l’Italia (…) giungesse nulla di meno, a preferenza di tutte le nazioni del mondo, ad un grado sì eccelso di gloria (…) a motivo dell’augusta cattedra di Pietro”. Nel 1867 con l’enciclica Venerabiles il Papa distingue esplicitamente “questa povera Italia” dal “disgraziatissimo Stato italiano”.

Leone XIII nell’enciclica Inimica vis (8 dicembre 1892) contro la massoneria in Italia, chiamò l’Italia “figlia primogenita della Chiesa, nazione prediletta a Cristo, sede del suo Vicario in terra e centro della cattolica unità” (par. 3). Inoltre riconosce all’ “Italia il primato sulle altre nazioni e a Roma lo scettro spirituale del mondo” (par. 1).

Lo stesso Leone XIII (Nobilissima Gallorum gens, 1884), aveva chiamato anche la Francia “fille ainée del’Eglise”, per significare che pur essendosi convertita al cattolicesimo nel 496 (Clodoveo), quindi circa due secoli dopo l’Italia (Costantino 313 - Teodosio 381), tuttavia in Europa aveva svolto, il ruolo di “braccio armato della Chiesa disarmata”, specialmente a partire da Pipino il breve (714-748) che difese il Papa e Roma dai Longobardi e dai Bizantini. Ruolo che la Francia ha rinnegato totalmente con Filippo il bello (1303), con il gallicanismo (XVIII secolo) e la rivoluzione del 1789, il cui spirito anima ancora la “già” figlia primogenita.

Ma tutte queste gratifiche non devono portare nessuno ad inorgoglirsi, poiché tutto quel che abbiamo lo abbiamo ricevuto da Dio, sia la Francia come l’Italia. La differenza tra le due, come acutamente nota Vittorio Messori, è che mentre gli Italiani sono portati all’auto-denigrazione, i Francesi sono più propensi all’auto-esaltazione. Ora, quest’ultimo è un pericolo che può spingere ad un nazionalismo esagerato, il quale non è amore ordinato della propri Patria, ma anche disprezzo delle altre, errore in cui incapparono duemila anni or sono i Giudei e che li accecò al punto di prendersi per Dio stesso e rifiutare il Messia Gesù di Nazaret, che portava il Regno dei Cieli a tutte le nazioni e non solo a Israele, il quale avrebbe dovuto essere – per i farisei – il capo di tutti gli altri popoli, suoi schiavi.


La Francia risorgerà?

A questa domanda risponde l’Abbé augustin lemann, nel suo libro Dieu a fait la France guerissable. Secondo il sacerdote francese ed eminente teologo, vi sono due errori, che circolano in Francia, riguardo a questo tema a) il primo errore:

pretende che quando le nazioni son scese fino a un certo grado d’empietà non sono più guaribili e che se ne vanno irrimediabilmente verso la morte. È l’errore di disperazione. b)Il secondo errore: afferma “che la rinascita della Francia è, al contrario, una cosa assolutamente certa, in virtù della sua missione... di Figlia primogènita della Chiesa” (9). È l’errore di presunzione.

 “I nostri compatrioti - prosegue il Lémann - sono troppo portati a credere che la Provvidenza ha bisogno della Francia e che non può far nulla senza di essa; come una volta gli ebrei, che si credevano una nazione indistruttibile, perché possedevano il Tempio, Templum Domini, Templum Domini, Templum Domini est” (10). E conclude: la dottrina della Francia guaribile è teologicamente vera; tuttavia, la guarigione della Francia, non è in sé, che possibile; per diventare moralmente certa, bisogna che si compiano diverse condizioni.

Nessuna fatalità pesa sulle nazioni colpévoli, non più che sugli individui colpévoli. “Non voglio la morte dell’empio, ma che si converta e viva” , recita la S. Scrittura (Ezech. 23, 11). E nella Storia sacra leggiamo il fatto dell’adorazione del vitello d’oro, che gli ebrei si erano costruiti, mentre Mosè, che li conduceva attraverso il deserto, dall’Egitto in Palestina, era salito per quaranta giorni sul monte Sìnai.

 Ebbene Dio aveva stabilito di distruggere il popolo ebraico, la prima vera soluzione finale fisica, e non geografica, va attribuita a Jhaveh (Exod. 23, 9-13) , però Mosè con le sue preghiere fece in modo che Dio non attuasse il suo piano, e non fosse finito a... Norimberga...

Tuttavia occorre sapere che se le nazioni possono convertirsi e guarire, non sono indistruttibili, esse possono perire. Abbiamo visto, con Delassus, che la Francia ha avuto una grande missione storica, ma che a partire da Filippo il Bello l’ha rinnegata. Essa può risorgere e guarire, ma la sua resurrezione è soltanto possibile, non certa. “La perpetuità è stata promessa solo alla Chiesa cattolica, apostolica e romana: tu sei Pietro e su questa Pietra edificherò la mia Chiesa e le porte dell’inferno non prevarranno contro di essa ; Io sarò tutti i giorni con voi, sino alla fine del mondo” (11).

Dopo la perpetuità, nella Bibbia si parla di resurrezione, ed è al popolo ebraico che è stata promessa. San Paolo nell’epistola ai Romani (XI, 11-15), la profetizza. E tra tutte le nazioni del mondo solo quella ebraica ha ricevuto la promessa di una resurrezione, dopo un lunghissimo tempo di apostasia.

Infine la Bibbia parla di guarigione: Se questa nazione si pente del mal fatto, pel quale Io l’avevo condannata, anche Io mi pentirò del castigo che avevo pensato di infliggerle” (Ger. 18, 8).

Il canonico agostino lemann, commenta: “È a tutte le nazioni, passate, presenti e future, senza distinzione, che la guarigione è stata offerta. Ma se la guarigione è offerta a tutte non è assicurata, nominalmente, a nessuna. Tutte possono guarire, però non è specificato che una specialmente debba guarire certamente... Cara Francia, per quanti e quali siano i tuoi titoli e i tuoi servizi, non sei, in questo campo, l’oggetto di nessun privilegio” (12) . L’opinione del de La Franquerie, (missione divina assoluta della Francia, al pari della Chiesa) perciò, non è fondata teologicamente e non può essere seguita. Tuttavia la guarigione della Francia può diventare moralmente certa, se si avverano certe condizioni:.1ª) la preghiera; 2ª) la penitenza o la conversione del cuore; 3ª) l’unione, infatti “ogni regno diviso, cadrà in rovina”.

Ebbene, sinora queste tre condizioni non sono state raggiunte; lo saranno in futuro? Solo Dio lo sa.

 9) A. Lémann, Dieu a fait la France guerissable, Paris, Lecoffre, 1884, pag. 10.

10) Ibidem, pagg. 11-12.

11) Ibidem, pag. 56.

12) Ibidem, pagg. 59-60.


Patriottismo sì, nazionalismo esagerato no

Il Magistero è intervenuto più volte sulla questione del nazionalismo esagerato o sciovinismo:

_ pio ix: condanna la seguente proposizione: “Possono istituirsi Chiese nazionali sottratte... all’autorità del Romano Pontefice” (13).

- leone xiii: “Bisogna amare la Patria... ma è necessario che sia più grande il nostro amore per la Chiesa... il voler tirare la Chiesa in mezzo a questioni politiche... per restar superiori agli avversari, è un vituperevole abuso di religione”(14).

 - pio xi: “Anche questo amor di Patria, quando sia regolato dalla legge cristiana, è di per sé incitamento di molte virtù e anche di mirabili eroismi; ma diventa occasione di gravi ingiustizie, quando da giusto amor patrio diventa esagerato nazionalismo...”(15).

- pio xi: “il contrasto tra nazionalismo esagerato e la dottrina cattolica è evidente; lo spirito di questo nazionalismo è contrario... alla fede” (16).

- pio xi: “guardatevi soprattutto dall’esagerato nazionalismo... le nazioni le ha fatte Dio, dunque c’è luogo anche per un giusto, moderato, temperato nazionalismo, associato a tutte le virtù. Ma guardatevi dall’esagerato nazionalismo come da una vera maledizione...”(17) .

- pio xii: “La Chiesa è sopranazionale, perché abbraccia con il medesimo amore tutte le nazioni e tutti i popoli...”(18).

 

13) Sillabo, 8 dic.1864.

14) Sapientiae christianae, 10 gennaio1890.

15) Ubi arcano Dei, 23 dic. 1922.

16) Discorso alle suore di N.S. del Cenacolo,1938.

17) Discorso agli alunni di Propaganda Fide, 28 luglio 1938.

18) Radiomessaggio natalizio, 1945.


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LEONE XIII E IL RALLIEMENT

 

“Nessuno s’identificò con il pontificato di Leone XIII più di Mariano Rampolla, l’uomo che fu il suo segretario di stato dal 1887 sino alla morte del Pontefice nel 1903... Rampolla aveva un’assoluta dedizione nei confronti del Papa e della Chiesa e credeva fermamente nella necessità di ripristinare il potere temporale del Papa. (...)

In Francia... quando Leone XIII divenne Papa nel 1878 i repubblicani avevano ormai preso il sopravvento e, anche se i monarchici non sembravano rendersene conto, la monarchia era morta. Benché politicamente sulla difensiva, la Chiesa francese aveva un gran vantaggio: una vasta rete di parrocchie, sacerdoti, monaci e suore.... 55. 000 parroci, 33. 000 monaci e più di 127. 000 religiose... C’erano anche più di due milioni di alunni che studiavano nelle scuole elementari gestite dalla Chiesa, cioè un numero quasi uguale a quello degli alunni che frequentavano le scuole pubbliche. Anche le scuole pubbliche erano comunque sottoposte al controllo del prete della locale parrocchia: le giornate di studio cominciavano e finivano con una preghiera. Circa la metà degli studenti delle scuole medie frequentava scuole cattoliche, molte dirette da gesuiti, mentre ogni scuola media pubblica aveva un prete nominato dal vescovo locale che fungeva da supervisore.

Ma la Chiesa francese dovette affrontare una nuova minaccia durante i primi anni di pontificato di Leone XIII, perché era giunta al potere una nuova maggioranza parlamentare ben decisa a limitare l’influenza della Chiesa sulla vita pubblica... Preoccupata che il clero cattolico alimentasse simpatie monarchiche nei giovani studenti, nel periodo dal 1880 al 1886 la legislatura approvò una serie di leggi che tendevano a portare la scuola sotto il controllo statale. (...)

A metà del secolo tra gli ebrei si contavano già ministri della Finanza e della Giustizia... essi erano particolarmente in vista nell’ambito bancario e dell’alta finanza: alla fine del secolo più del venti per cento dei titolari delle maggiori istituzioni finanziarie di Francia erano ebrei.

Nel calderone del risentimento cattolico contro lo stato repubblicano degli anni Ottanta dell’Ottocento gli ebrei, così visibili nella politica nazionale, nell’amministrazione pubblica e nell’economia, servirono da parafulmine... fu il basso clero ad avere il ruolo più importante nello sviluppo del movimento moderno antigiudaico in Francia” (19).

Leone XIII - con un governo ostile in Francia che voleva annullare l’influsso, ancora notevole, della Chiesa sulla società, accusandola di essere per natura antirepubblicana - non ebbe difficoltà a dimostrare che la Chiesa riteneva che le tre forme di governo (monarchia, aristocrazia, politìa) in sé fossero indifferenti e che sarebbero diventate buone o cattive a seconda delle leggi che avrebbero promulgato; perciò scelse di combattere la repubblica anticristiana sul suo terreno, dimostrandole che per la Chiesa vi può essere una sana repubblica, a condizione che la sua legislazione sia conforme al diritto naturale e divino. Spronava perciò i cristiani francesi ad entrare nell’arena della repubblica e a renderla buona, eleggendo dei candidati che si impegnassero a far promulgare leggi conformi a quella divina e a combattere quelle contrarie ad essa sino a farle abrogare. Il Papa (finissimo conoscitore del tomismo) sapeva benissimo che, in sé, la miglior forma di governo è la monarchia, ma sapeva anche che le altre due non sono cattive e possono essere utilizzate da un cristiano e finalizzate a Dio. Per non far annullare l’influsso sociale della Chiesa in Francia scelse la politica della collaborazione alla repubblica in sé al fine di farla diventare una repubblica cristiana. Purtroppo molti francesi, legati più alla monarchia che al Papa, scelsero di non seguire le direttive della S. Sede, asserendo che non si poteva collaborare con la repubblica francese, anticristiana e massonica del 1880; mentre il Papa aveva soltanto detto di servirsi di una forma di governo non cattiva in sé, la repubblica, per neutralizzare il governo repubblicano-massonico francese del 1880, e rendere la repubblica cristiana, facendole promulgare leggi cristiane.


L’enciclica contestata

Il 16 febbraio 1892, Leone XIII pubblicava l’Enciclica Au milieu des sollicitudes.

In essa il Papa mostra la gravità “del vasto complotto, che certi uomini hanno ordito, per distruggere il cristianesimo in Francia”. A tale ostilità anticristiane, il Pontefice oppone la buona volontà della Francia:

“molte volte, mossi da un profondo sentimento di religione e di vero amor patrio, i rappresentanti di tutte le classi sociali di Francia, sono venuti sino a Noi, felici di sovvenire alle necessità incessanti della Chiesa, e desiderosi di domandarci luce e consiglio”. E il Papa prende l’occasione al balzo per dar loro qualche consiglio, mediante l’Enciclica.

“Noi invitiamo, non solo i cattolici, ma tutti i francesi onesti e sensati, ad allontanare da loro ogni germe di discordia e divisione polìtica... Solo la religione può creare il legame sociale; solo lei basta a mantenere la pace della nazione, su delle solide fondamenta”.

Ed eccoci al cuore della vexata quaestio:

Innanzitutto bisogna distinguere tra le ‘considerazioni teoriche’ riguardo alla miglior forma di governo in sé (che sappiamo essere la monarchia) e d’altra parte le ‘contingenze storiche’ in cui ci si trovava allora la Francia (1892).

Leone XIII, ricorda che in principio la Chiesa sa quale sia la miglior forma di governo in sé, tuttavia la Chiesa insegna che tutte e tre le forme di governo (monarchia, aristocrazia, politìa) sono indifferenti, esse diventano buone o cattive a seconda del fine verso cui son dirette, ossia il bene comune o meno. In tale ordine di idee speculative, ogni cittadino, ha piena libertà di preferire una forma di governo (per es. la monarchia) all’altra (per es. la repubblica). Ma, ricorda papa Pecci, la forma di governo non è né perpetua, né intangibile; il tempo, questo grande trasformatore di ogni cosa quaggiù, opera nelle istituzioni politiche dei grandi cambiamenti, essi possono essere pacifici, o purtroppo violenti, ed allora si corre il rischio di cadere nell’anarchia; allora una necessità sociale s’impone alla nazione, essa deve provvedere a se stessa, e tale necessità giustifica la creazioni di nuove forme di governo, facendo succedere una forma (per es. la repubblica) ad un’altra (per es. la monarchia), la novità riguarda solo la forma di governo (che in sé è indifferente) e non il potere o l’autorità considerati in sé, che continuano ad essere degni di rispetto.

Il Papa introduce un’altra distinzione tra potere costituito e legislazione. E spiega che sotto un regime la cui forma è eccellente (per es. la monarchia) la legislazione può essere detestabile (per es. le leggi promulgate da Casa Savoia in Italia durante il Risorgimento); mentre al contrario, sotto un regime la cui forma di governo è la meno perfetta (per es. la politìa o repubblica), vi può essere un’eccellente legislazione (per es. l’Ecuador di garcia moreno) . La legislazione è l’opera degli uomini che sono investiti del potere, quindi la qualità delle leggi dipende più da questi uomini di governo, che dalla forma di potere. Le leggi saranno buone o cattive, a seconda che i governanti abbiano lo spirito imbevuto dalla prudenza polìtica, o dalla passione.

Quindi il Papa giunge alla conclusione: ecco il terreno sul quale , messa da parte ogni discordia polìtica, la gente per bene deve unirsi come un solo uomo, per combattere gli abusi della cattiva legislazione, fatta da cattivi governanti (actiones sunt suppositorum), a prescindere dalla forma di governo, in sé indifferente, che non è il problema primario, ma che deve cèdere il passo di fronte ad una legislazione anticristiana e a dei legislatori cattivi.

Ecco riassunto il succo dell’Enciclica, che ha fatto scorrere tanto inchiostro e tante stupidaggini, essa è perfettamente ortodossa, e in accordo con il magistero tradizionale della Chiesa e la filosofia polìtica tomistica (20).


Rampolla massone?

A conferma di quanto scritto vi è l’atteggiamento di leone xiii e Rampolla in Austria, ove la situazione era diversa da quella francese e quindi il Vaticano poté seguire una linea politica e una strategia diversa da quella che aveva dovuto adottare in Francia. Il Papa e il cardinal Rampolla “scorsero nell’antigiudaismo un potente strumento per mobilitare [in Austria, nda] le masse cattoliche” (21). Il movimento dei cristiano-sociali, fondato a Vienna nel 1887, trovò in karl lueger il suo leader, la sua politica era fortemente anti-giudaica, antimassonica e anti-liberale. “Leone XIII e ... il cardinal Rampolla, appoggiarono con entusiasmo il movimento cristiano-sociale... Alla morte del precedente segretario di stato,... molti pensavano che Galimberti avrebbe ottenuto l’incarico... Ma i conservatori della gerarchia lo accusarono di essere troppo liberale... Alla fine fu scartato a favore di Mariano Rampolla, le cui credenziali conservatrici erano impeccabili... L’Archivio Segreto Vaticano fornisce una prova drammatica del ruolo prominente avuto dal Papa e dal suo segretario di stato nell’alimentare la campagna antigiudaica del partito cristiano-sociale... ” (22).

Per quel che riguarda la mancata elezione al Soglio Pontificio di Rampolla nel 1903, in ambiente tradizionalista francese (di qualche ma non di ogni francese) anti-Ralliement circola la voce - senza alcuna prova e alcun riscontro oggettivo - che Rampolla fu ‘bocciato’ dall’Austria poiché massone, e che addirittura spirò tra le braccia di S. Pio X, il quale poté costatare le insegne massoniche che Rampolla portava sul suo corpo! Questa è pura mitologia tradizionalista-gallica, in funzione anti-Ralliement : Rampolla massone convince un papa ‘liberale’ - così dicono i tradizionalisti - Leone XIII, ad accordarsi con la repubblica massonica francese.

Non posso dilungarmi sul tema ma la realtà è esattamente il contrario. francesco giuseppe e metternich, svolsero una polìtica filo ebraica, contraria al movimento cristiano-sociale, perché anti-giudaico. Francesco Giuseppe (che fra l’altro era anti-infallibilista) non volle nominare sindaco di Vienna Lueger, che pur era stato eletto ad ampia maggioranza, perché lo riteneva anti-semita; Metternich, amico del finanziere Rothschild, fece molte pressioni su gregorio xvi, durante il processo agli ebrei, accusati dell’omicidio rituale di padre Tommaso cappuccino da Damasco (+1840), affinché si smentisse l’accusa del sangue, senza riuscirvi (23).

Rampolla, che aveva partecipato alla famosa campagna anti giudaico-massonica della Civiltà Cattolica, assieme a Leone XIII, fu ‘bocciato’ dall’Austria proprio perché anti-liberale e anti-giudaico. “Quando sembrò che Rampolla potesse essere eletto... il governo austriaco rese nota la sua opposizione. Tra le altre lamentele, gli austriaci si erano risentiti del forte appoggio che Rampolla aveva dato al partito cristiano-sociale” (24). San Pio X, portò avanti una linea pratica antimodernista, mentre il problema giudaico-massonico e filo-risorgimentale, durante il suo pontificato, passò in seconda linea. Questo non significa che san Pio X fosse liberale, ma che in quel periodo, la Provvidenza si è servita di un Papa che lottasse frontalmente contro il pericolo nuovo (modernismo) che attanagliava la Chiesa, e mettesse – senza dimenticarlo – in secondo piano il pericolo giudaico-massonico e la questione risorgimentale, togliendo addirittura il non expedit di Pio IX, che era stato mantenuto in piedi da Leone XIII, il quale, nel suo periodo di pontificato, dovette affrontare la questione romana che si era creata col Risorgimento e la causa di esso, ossia la giudeo-massoneria. Purtroppo, la crisi del Concilio Vaticano II, ha indebolito il prestigio del Papato, e ogni fedele si sente in diritto di criticare l’operato dei Papi, a torto o a ragione. Quindi, per alcuni Leone XIII era liberale, poiché non aveva sostenuto la Repubblica francese; per altri Pio X non era all’altezza di Pio IX e neppure di Leone XIII, in quanto aveva mandato i cattolici italiani alle urne, proprio analogamente a papa Pecci in Francia; per altri ancora Pio XI era democristiano, dacché preferì l’Azione Cattolica all’Action Française. Ebbene occorre saper distinguere, per non diventare nemici del Papato, proprio per un eccesso di zelo nei confronti del Papa (come lo vorremmo noi e non come la Provvidenza ce lo ha dato). Questo è il pericolo che corrono alcuni “tradizionalisti”, pur se animati dalle migliori intenzioni, ma poco illuminati e privi di discernimento e di prudenza.

Recentemente è uscito un ottimo studio sul tema: g.m. cazzaniga, (diretto da), Storia d’Italia, Annali, n° 21, La Massoneria, g. miccoli (a cura di), Leone XIII e la Massoneria, Torino, Einaudi, 2006, pp. 193-243, in cui viene sfatata la leggenda dell’appartenenza massonica del Rampolla.

Si può anche leggere il libro di philippe prevost, ferocemente contrario al Ralliement di Leone XIII, per capire uno ‘stato di spirito’, ancor vivo nella Francia tradizionalista, che rifiuta categoricamente sia il Ralliement sia la condanna dell’Action Française, e fa di tale rifiuto un cavallo di battaglia che si è trasformato in una contro-dottrina polìtica (“politique d’abord” e “la politica non è la morale”), da seguire ancor oggi, per restare fedeli alla propria‘tradizione’.

 

19) D. I. Kertzer, I papi contro gli ebrei. Il ruolo del Vaticano nell’ascesa dell’antisemitismo moderno, Rizzoli, Milano, 2002,pagg. 180-184.

20) Rinvio il lettore al testo completo dell’Enciclica, consiglio la lettura dei seguenti libri, per approfondire l’ambiente storico in cui il documento maturò e le varie reazioni che incontrò e continua ad incontrare in certi ambienti soprattutto francesi:

G. Jarlot S.J., Doctrine pontificale et histoire, Léon XIII, ed. Gregoriana, Roma, 1964, pagg. 140-176.

A. Roussel, Libéralisme et Catholicisme, Rennes, 1926, pagg. 116-126.

A. De Castro Albarran, El derecho al alzamiento, Univ. di Salamanca, 1940.

E. Soderini, Leone XIII, Mondadori, Milano, 1933, 3 vondatoriDe Escalante, Los catòlicos y la repùblica, Rivista “Acciòn Espanola”, n° 46, 1° febb. 1934, pagg. 231-239.

E. Geurrero S.J., Disciplina social y obediencia cristiana, ed Razon y Fe, Mdrid, 1942.

J. Bélorgey, Doctrine traditionnelle de l’Eglise sur le respect et l’obéissance dus aux Pouvoirs Constitués, Digione, ed. Rebourseau, 1928.

E. Barbier, Cas de conscience, les catholiques français et la République, Paris, Lethielleux, s.d. (di spirito non buono, fu messo all’Indice sotto il pontificato di S. Pio X, per la mancanza di rispetto e le critiche aspre nei confronti di Leone XIII).

J. Maritain (a cura di), Pourquoi Rome a parlé, Paris, 1927.

J. Maritan, Clairvoyance de Rome, Paris, 1929.

J. Maritain, Primauté du spirituel, Paris, Plon, 1927, cfr. pag. 73. 197. 202.

E. Weber, L’Action Française, Stock, Paris, 1964.

v. nguyen, Aux origines de L’Action Française. Intelligence et politique à l’aube du XXme siècle, Fayard, Paris, 1991.

G. Solari, La formazione storica e filosofica dello Stato moderno, Guida, Napoli, 1974.

21) D.I. Kertzer, op. cit., pag. 200.

Cfr. Anche:

c. crispolti-g. aureli, La politica di Leone XIII da Luigi Galimberti a Mariano Rampolla, Roma, Bontempelli e Invernizzi, 1912.

22) D. I. Kertzer, op. cit., pagg. 201-202.

23) Per chi volesse approfondire il tema raccomando:

D.I. Kertzer, I papi contro gli ebrei, il ruolo del Vaticano nell’ascesa dell’antisemitismo moderno, Rizzoli, Milano, 2002.

R. Taradel, L’accusa del sangue, Storia politica di un mito antisemita,Editori Riuniti, Roma, 2002.

24) D. I. Kertzer, op. cit., pag. 235.


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PIO XI E L’ACTION FRANÇAISE

 L’antefatto

Papa Benedetto XV deplorò il trattato di Versaglia, come un «insulto contro la giustizia e come inadeguato a stabilire una pace durevole». La Germania restò occupata dal 1919 al 1930, favorendo così l’ascesa al potere di Hitler. Specialmente «La Francia si era riproposto l’ideale napoleonico d’una egemonia militare in Europa» (25). Sogno che si sciolse come neve al sole, infatti nel 1940, in un solo mese la Germania occupava la Francia. Benedetto XV aveva definito la prima guerra mondiale «un suicidio per l’Europa» e si sforzò sin dal 1917 di ottenere una pace giusta ed equilibrata che potesse essere duratura e favorire la rinascita della civiltà europea. Invece lo sciovinismo belga e specialmente francese rovinarono tutto, la Germania dal 1919 al 1930 e poi se stesse nel 1940, con la seconda guerra mondiale, dalla quale l’Europa non si è più riavuta ed è diventata una colonia degli Usa. Per il governo francese e i nazionalisti dell’Action Française Benedetto XV era il «papa bosche» (‘crucco’) .Analoga sorte toccò a Pio XI. Infatti anche il giovane storico francese Yves Chiron (che non nasconde le sue simpatie per Maurras) scrive: «Nell’immediato dopoguerra, la Santa Sede farà sentire la sua voce per un nuovo ordine internazionale fondato sulla pace e la giustizia. Questa posizione di principio spesso è stata mal compresa dall’opinione pubblica. In Francia, in particolare, qualcuno accuserà il papato di essere germanofilo e pacifista. (…) Allo stesso tempo però la Santa Sede, sulle questioni dei risarcimenti dovuti dalla Germania, prende delle posizioni che il governo francese considererà scandalose» (26). La preparazione prossima dell’attrito tra Roma e Maurras, va ricercata, quindi, nella situazione creatasi in Europa subito dopo la fine della prima guerra mondiale. Il trattato di Versailles aveva imposto alla Germania delle condizioni insostenibili. Nel 1921 la Gran Bretagna invadrà la Ruhr. Pio XI il 7 aprile del 1922 scrisse una lettera (pubblicata sull’ ‘Osservatore Romano’, il giorno seguente) in cui chiedeva ai vincitori di limitare le loro richieste finanziarie. Il ministro degli esteri francese rispose che tale lettera era «un atto di aperta ostilità» (27). Lo stesso Chiron riconosce che: «Pio XI non era né a favore né contro la Germania. Cercava di contribuire alla nascita di un’Europa pacificata» (28). A partire da questi fatti «negli scritti di Maurras Pio XI diventerà ‘il papa più tedesco della storia’» (29). Se invece avesse dato ascolto al Papa, la Francia (probabilmente) avrebbe evitato il revanchismo tedesco che non tarderà a riprendersi con la forza ciò di cui era stato privato con la forza. Pio XI aveva visto lontano, Maurras no.

I due famosi storici della Chiesa Augustin Fliche e Victor Martin, spiegano che «L’azione di Pio XI per mitigare l’intransigenza antitedesca della Francia non ebbe buona accoglienza in quella nazione» (30). Dopo la reazione del governo contro la Santa Sede, continuano i due storici, «Anche la maggioranza dei cattolici francesi, imbevuti dello spirito nazionalistico che veniva istillato dall’Action Française, condivise la violenta protesta del governo, che accusò d’interferenza la Santa Sede» (31).

Se queste sono le premesse è facile immaginare quali furono le conclusioni.


ά) la storia

Vi è un interessante articolo, pubblicato dall’Enciclopedia Cattolica, che fa la cronaca di quelli che furono gli avvenimenti che portarono alla condanna dell’Action Française; lo riprendo, quasi totalmente, e lo porgo al lettore:

“Movimento politico sociale, sorto in Francia, nel 1899, per iniziativa di henry vaugeois. charles maurras ne divenne il principale teorico, sulle tracce del maestro del Positivismo francese, Auguste Comte. (...) Strumenti della sua espansione le opere del Maurras e di daudet e la Revue d’ActionFrançaise, divenuta poi il quotidiano L’Action Française (1908).

Il programma politico del movimento, assurto col tempo a vero e proprio partito, era e restava prettamente francese: la restaurazione della monarchia in Francia. La lotta, però, per attuare questo programma, venne ad assumere caratteri più universali: l’esaltazione di un nazionalismo integrale... accanto al movimento politico ed al partito, stava il sistema filosofico sociale ispiratore di principi e di dottrine ben più ardite e pericolose. I teorici del movimento... Maurras e Daudet... si ispiravano volentieri alle teorie positiviste. Nessuna meraviglia dunque se sullo sfondo delle dottrine dell’Action Française troviamo un agnosticismo decisamente ateo ed anticristiano, un naturalismo apertamente pagano, e quindi un inconfondibile amoralismo, dell’individuo e della società, con la conseguente sottrazione dell’individuo come della società all’influsso della legge di Dio e della Chiesa. La proclamata subordinazione della morale e del diritto all’interesse nazionale si spiega appunto sullo sfondo di siffatte dottrine.

Era evidente che militare nel movimento sotto l’influsso di tali dottrine, costituiva un grande pericolo per la fede... il pericolo più grave e l’illusione più deprecabile incombeva sulla gioventù, non solo francese. (...) Per queste ragioni le autorità della Chiesa, evitando con ogni cura, d’ingerirsi nel programma meramente politico dell’Action Française, disapprovarono e condannarono gli errori, dal punto di vista morale e religioso. La condanna era decretata e pronta fin dal 1914; ma era stata differita la pubblicazione ‘a tempo più propizio’, [damnabilis sed non damnanda nunc, aveva detto s. pio x] . Questo richiamo cronologico... smantella l’equivoca tesi dell’Action Française, la quale tendeva a mettere in opposizione Pio XI con Pio X. (...) Frattanto pio xi dovette personalmente riesaminare tutta la questione, non avendo potuto procurarsi la posizione, smarrita durante lo sloggiamento degli archivi dell’Indice. Ma le sue conclusioni furono in tutto conformi a quelle del 1914. (...) Contrastò invece pietosamente l’atteggiamento di aperta insubordinazione assunto dagli esponenti del movimento...

L’Action Française rispose con l’orgoglioso non pòssumus e si lanciò in una campagna di anticlericalismo velenoso. Seguirono allora condanne più gravi e più formali, sia da parte della S. Congregazione del S. Uffizio, concernenti il sistema dottrinale non solo del movimento ma anche del giornale stesso e delle leghe, sia da parte della S. Penitenzieria, circa l’interdetto e il rifiuto dell’assoluzione ai ribelli...

Più tardi vi fu una lodevole resipiscenza. Fin dal 1938, gli esponenti del movimento si erano rivolti al Papa pio xi per ottenere il ritiro della condanna. La supplica fu ripetuta, con leale ritrattazione e garanzie per l’avvenire, nel 1939, al Papa pio xii, che l’accolse e l’esaudì. (...) Bisogna però tener ben presente che la misura di clemenza di Pio XII riguardo all’Action Française dopo ripetuti atti di resipiscenza, concerne soltanto il giornale omonimo, lasciando sussistere la condanna delle opere del Maurras e del Daudet elencate nel libro dell’Indice” (31).


L’Action Française e l’integrismo cattolico:

Una delle figure dell’integrismo francese è dom jean martial besse, nato nel 1861, monaco di Solesmes. Si lascia sedurre dalla scuola dell’A.F. «In questo movimento... , non vuol vedere che un eccellente mezzo al servizio della Chiesa... Ignorando deliberatamente l’anticristianesimo di Maurras, egli vuol considerare solo l’omaggio reso dall’A.F. alla Chiesa dell’ordine» (32).

Altre figure del cattolicesimo integrista francese sono padre thomas pegues o.p., l’abbé emmanuel barbier e monsignor henry delassus; però gli obiettivi dell’A.F. e quelli degli integristi «sono diversi e l’A.F. non vuole occuparsi di problemi di ordine religioso. I suoi fini sono esclusivamente politici [come se la politica possa essere indipendente dalla morale e dal fine ultimo dell’uomo animale sociale per natura, nda]. Anche il cardinal louis billot s.j. e padre le floch (superiore del Seminario francese di Roma) sono ammiratori dell’A.F.

Tuttavia l’integrismo romano ha notevoli riserve sull’A.F., riguardo il piano religioso. «Monsignor umberto benigni... diffida della dottrina di Maurras... e il Vaticano [con S. Pio X] non è disposto ad ammettere la pretesa maurrassiana di un’autonomia dell’azione politica dalla morale... [“la politica non è la morale”, era uno degli slogan di Maurras] Monsignor Delassus è preoccupato nel vedere l’A.F. subordinare la questione religiosa a quella politica e le consiglia di rivolgersi direttamente al clero, malgrado alcune simpatie per l’A.F. egli si rifiuta di intervenire in suo favore sulla sua rivista la Semaine religeuse de Cambrai,... non può accettare l’unione tra cattolici intransigenti e positivisti agnostici» (33).

Il 26 maggio del 1908 - sotto il pontificato di s. pio x - due libri dell’abbé barbier - irrispettosi verso Leone XIII e il cosiddetto Ralliement - vengono messi all’indice. dom besse - monarchico anti-ralliement più che integrista - decide di restare lo stesso vicino all’A. F. , senza arrivare agli eccessi di Barbier; mentre monsignor Benigni, i cardinali merry del val e de lai ne scorgono i pochi lati positivi ma anche quelli negativi e non vogliono aderire al movimento francese.

In breve gli integristi più fini non potevano accettare la pretesa di far servire la religione al partito (politique d’abord) dando così il primato alla politica, essi dicevano: politique d’abord significa religion après e vedevano nell’A.F. una sorta di “modernismo politico di destra” (monarchico-nazional-conervatore).


β) la dottrina de l’Action Française

La questione dell’Action Française, è molto delicata, cercherò di affrontarla il più serenamente possibile, sine ira et studio, senza passioni e pregiudizi, spero di riuscirvi.

Comincio presentando le parti più importanti di tutti i documenti pontifici riguardo ad essa. Il primo è:

►La lettera di pio xi al cardinal andrieux, arcivescovo di Bordeaux (5 settembre 1926):

Essa loda e approva la lettera che Andrieux aveva scritto sull’Action Française.

Pio XI scrive: “Abbiamo letto con piacere la risposta di S. Em. al gruppo di giovani cattolici che l’hanno interrogata sull’Action Française (...).

S. Em. segnala un pericolo... che tocca... la fede e la morale cattolica; e potrebbe far deviare il vero spirito cattolico, il fervore e la pietà della gioventù... S. Em. enumera e condanna, con ragione, ... i principi di un nuovo movimento... che riguardo alla morale cattolica, specialmente nei suoi rapporti necessari con la polìtica, che è subordinata alla morale, mostra delle tracce di paganesimo e di naturalismo... ” (Roma, 5 settembre 1926).

La lettera del cardinal Andrieux, era stata pubblicata il 27 agosto 1926, su L’Aquitaine, organo della diocesi di Bordeaux, essa concedeva all’Action Française di aderire alla forma di governo che le sembrasse migliore, accettava le campagne dell’Action Française contro le leggi cattive della III Repubblica, ma precisava che “L’insegnamento dei principi generali della polìtica e dell’organizzazione sociale spettano al Magistero ecclesiastico”. Poi accusava Maurras di difendere la Chiesa per calcolo e non per convinzione, e continuava dicendo che in polìtica alcuni dei massimi dirigenti dell’Action Française sono partigiani del determinismo di Comte, in polìtica presentano una concezione pagana dello Stato, e quindi li tacciava di ateismo, agnosticismo, anticristianesimo, amoralismo dell’individuo e della società.

L’ammiraglio schwerer, uno dei capi-fila dell’Action Française, rispose: “Servendo l’Action Française, servo la Francia... Nel dominio religioso resteremo interamente sottomessi all’autorità religiosa del Papa; nel dominio politico, continueremo a seguire le direttive politiche dei grandi Francesi... che sono i nostri capi” (34). Il secondo documento del Magistero ecclesiastico è:

Il Decreto del S. Uffizio del 29 dicembre1926:

Esso verteva sulla esistenza o meno di un documento di s. pio x su charles maurras e l’Action Française. Pio XI ordinò all’assessore del S. Uffizio di cercare negli Archivi della S. Congregazione dell’Indice, che era stata incorporata al S. Uffizio. Fatta la ricerca si trovarono le seguenti cose:

1°) nella riunione... del 15, gennaio, 1914: “Tutti i consultori furono d’accordo nella sentenza su quattro opere di Maurras (Le Chemin du Paradis, Antinéa, Les amants de Venise, Trois idées politiques) , che sono veramente pessime e perciò mèritano la proibizione, alle quali dissero che bisognava aggiungere L’Avenir de l’intelligence.

2°) Nella riunione... del 26, gennaio, 1914: il cardinal Van Rossum disse che egli stesso aveva trattato l’affare Action Française con Pio X, il quale aveva deciso che la Congregazione del S. Uffizio trattasse il caso e che Egli si riservava di pubblicare il testo del Decreto della S. Congregazione. (...) I cardinali convennero che i succitati libri dovessero essere condannati, ma che la pubblicazione del Decreto dovesse essere lasciata alla saggezza del S. Pontefice. 3°) 14 aprile 1915 (benedetto xv)

Il Papa chiese al Segretario sui libri di Maurras e le riviste dell’Action Française, il Segretario Gli spiegò che S. Pio X, aveva ratificato la proscrizione pronunciata dai Padri della S. Congregazione e l’aveva approvata, ma aveva rinviato ad un momento più opportuno la pubblicazione del Decreto. (Dammnàbilis sed non damnànda nunc). Ascoltato ciò benedetto xv, disse che tale momento non era ancora venuto, dato che la guerra durava ancora e le passioni politiche delle nazioni belligeranti, non avrebbero permesso un giudizio equo sul Decreto della S. Sede.

Nel 1926, a guerra finita, pio xi, decise che era opportuno pubblicare il Decreto di S. Pio X e stabilì che fosse reso pubblico, con la data prescritta da Pio X. Papa Ratti confermò la condanna data da Pio X e l’estese al quotidiano dell’Action Française (Roma 26 dicembre1926). Il terzo documento del Magistero sull’Action Française è:

L’Allocuzione concistoriale di Pio XI (20 dicembre 1926)

Dopo aver parlato del Messico il Papa passò alla Francia: nominò “il partito politico o scuola che si chiama Action Française (...) In nessun caso è permesso ai cattolici di aderire... alla scuola di coloro che pongono gli interessi del partito al di sopra della religione e vogliono mettere la seconda a servizio del primo; non è neppure permesso di esporsi o di esporre altri, soprattutto la gioventù, a delle influenze o a delle dottrine, che costituiscono un pericolo, sia per l’integrità della fede e dei costumi, sia per la formazione cattolica della gioventù.

Non è altresì permesso ai cattolici di sostenere, favorire, leggere i giornali diretti da uomini i cui scritti, scartandosi dai nostri dogmi e dalla nostra dottrina morale, non possono sfuggire alla condanna (...) ”. Il quarto è :

►Una seconda lettera di pio xi al cardinal andrieux

(5 gennaio 1927)

“Il Decreto del S. Uffizio ha un’importanza enorme... ne risulta, infatti, che né Noi, né i Nostri cooperatori siamo stati i primi a occuparCi della questione dell’Action Française; ma ne risulta che Noi abbiamo finito là dove pio x aveva cominciato.

Pio X era troppo antimodernista per non condannare questa particolare specie di modernismo politico, dottrinario e pratico, col quale dobbiamo confrontarci... In questi ultimi tempi si è scoperta un’assenza assoluta di ogni giusta idea sull’autorità del Papa e della S. Sede e sulla sua competenza di giudicare, sulla sua estensione e sulle materie che le appartengono; un’assenza assoluta di ogni spirito di sottomissione; un’attitudine assai pronunciata di opposizione e di rivolta; un vero disprezzo della verità, che è andato sino all’insinuazione e alla divulgazione di invenzioni tanto calunniatrici che false... Tutto ciò ha portato la misura al colmo e ci fa proscrivere il giornale l’Action Française, come Pio X ha proscritto la rivista bi-mensile dello stesso nome. Quanto ai libri di Charles Maurras, proscritti da Pio X, la proscrizione non perde nulla della sua forza... essendo intervenuto l’Index della S. Chiesa cattolica... ” (Roma, 5 gennaio 1927). Il quinto è:

La risposta della S. Penitenzieria Apostolica

alle domande presentate da un Vescovo (8 marzo 1927)

1ª domanda:

Quale attitudine prendere, in foro interno e esterno, riguardo ad ecclesiastici che:

a) notoriamente rèstano partigiani o lettori de l’Action Française?

b) che incoraggiano i fedeli a leggere l’Action Française

c) che assolvono senza la condizione del fermo proposito e continuano ad assolvere i lettori d’Action Française

1ª risposta:

Per il foro interno: tutti debbono ricevere un’ammonizione grave, per aver resistito, in materia grave, agli ordini certi e manifesti della Suprema Autorità Ecclesiastica. Essi non devono essere assolti che a condizione di essere ritornati seriamente a resipiscenza.

Per il foro esterno: potranno essere privati, se persevereranno nella loro attitudine, del diritto di confessare.

2ª domanda:

Quale condotta dovranno avere i superiori di seminari riguardo ai seminaristi che restano attaccati in maniera pubblica o in segreto all’Action Française?

2ª risposta:

Se avvertiti, non si son corretti e non hanno riparato lo scandalo:

in foro interno: non debbono essere assolti.

In foro esterno: debbono essere espulsi dal seminario come non atti allo stato ecclesiastico.

3ª domanda:

Quale attitudine tenere, in foro interno e esterno, riguardo ai fedeli che:

a) leggono abitualmente l’Action Française?

b) che fanno campagna pubblicitaria in favore del giornale l’Action Française?

c) che continuano a finanziare, ostentatamente o in segreto, l’Action Française?

3ª risposta:

Se avvertiti della gravità della loro insubordinazione, hanno rifiutato di sottomettersi o non hanno voluto riparare come conviene lo scandalo dato:

in foro interno: non devono essere assolti;

in foro esterno: devono essere considerati come peccatori pubblici.

4ª domanda:

a) i propagandisti dell’Action Française, se sono notori, possono essere ammessi ai sacramenti e specialmente alla comunione?

b) Gli stessi possono essere ammessi, o tollerati nei nostri gruppi cattolici?

4ª risposta:

a) No.

b) se non si sono sottomessi completamente e pubblicamente, no”. (Roma 8 marzo 1927).

Il sesto documento è :

Il Decreto della Suprema Sacra Congregazione del S. Uffizio (10 luglio 1939)

“Il giornale l’Action Française, fu condannato e messo all’Indice dei libri proibiti, il 29 dicembre 1926, visto ciò che scriveva il suddetto giornale, soprattutto in quell’epoca, contro la S. Sede e il Sommo Pontefice. Ora per una lettera indirizzata, il 20 novembre 1938 , al papa pio xi, di santa memoria, il comitato direttore di questo giornale presentò la sua sottomissione e una petizione affinché fosse abolita la proibizione del giornale e fosse sottomesso all’esame di questa S. Congregazione.

In più, questo stesso comitato, ha fatto un’aperta professione di venerazione verso la S. Sede, e ha riprovato i propri errori, dando delle garanzie di rispetto del Magistero ecclesiastico, tramite una lettera del 19 giugno 1939, al Papa pio xii, gloriosamente regnante.

È perciò, che nella seduta plenaria del S. Uffizio, tenutasi il 5 luglio 1939, i cardinali hanno dichiarato che:

Restano proibiti i numeri del giornale l’Action Française messi all’Indice sino al 10 luglio 1939, mentre la proibizione di leggere e conservare il suddetto giornale è tolta; tuttavia la Suprema Congregazione non vuol portare nessun giudizio sulle questioni puramente politiche portate avanti dal suddetto giornale, purché, ben inteso esse non siano contro la morale e che siano, inoltre, conformi a ciò che è stato inculcato dalla S. Sede, concernente sia la distinzione sia tra le cose religiose e le cose puramente politiche, sia la dipendenza della polìtica dalla morale” (Roma, 10 luglio 1939) .

Il 19 luglio 1939 il comitato direttore de l’Action Française, inviava una lettera a Pio XII di scuse per quanto avevano fatto di male a Pio XI, di sottomissione alla dottrina della Chiesa anche in campo morale e politico. La lettera era firmata da Léon Daudet, Charles Maurras, Maurice Pujo, ecc. (35) .


1°) Gli errori di Maurras

In un interessante studio, diretto da maritain ed intitolato Pourqoi Rome a parlé, due insigni teologi domenicani, padre m.v. bernardot, direttore della Revue Thomiste e della Vie Spirituelle, e padre e. lajeunie, professore di teologia al Convento domenicano di S. Massimino a Parigi, hanno esposto, secondo la dottrina polìtica tomista, gli errori di Maurras, in queste pagine riassumo quanto detto magistralmente dai due domenicani e lo porgo alla riflessione del lettore:

“La frequentazione intima e continua dei fedeli con degli incréduli dell’Action Française, non potrebbe comportare un grave pericolo per la fede? - si chiedono i due domenicani - (...)

La Chiesa non accetta il sistema di Maurras; e il suo gran talento fa risplendere le sue idee che non sono cristiane... poco a poco una mentalità maurrassiana si sostituirebbe alla mentalità cristiana...

Ma è sul terreno delle idee che bisogna giudicare Maurras, esse si oppongono all’insegnamento della Chiesa? Se la risposta è positiva, si capirà come fosse dovere stretto del Papa condannare Maurras.

In questo capitolo non esaminiamole idee dei discepoli cattolici di Maurras ma gli errori del capo dell’Action Française.

 Ebbene il pensiero di Maurras è agnostico, a-cristiano, il suo romanticismo è pagano; la sua dottrina polìtica è naturalista. ... Il suo agnosticismo razional-positivista lo conduce ad un ateismo pratico. Egli ignora Dio, quindi la sua filosofia è indipendente da Lui. ... Ogni idea dell’infinito deve essere eliminata dalla filosofia positivista, che studia solo i fenomeni finiti, limitati, concreti, sperimentabili; quindi l’ordine polìtico sarà anch’esso senza Dio. Bisogna organizzare il pensiero, la città, senza Dio. [s. pio x diceva:. Instaurare omnia in Christo. M. dice: Restaurare tutto senza Dio] ... Perciò nessun cattolico può restare fedele discepolo di Maurras (...)

Inoltre il cristianesimo ‘palestinese’, non il cattolicesimo greco-romano, sono dei sogni, che possono diventare molto pericolosi per la Società. La causa di tale pericolosità Maurras la trova nella Bibbia, in Cristo, nell’unione mistica con Dio, che conduce all’anarchia... La Bibbia e Cristo sono ebraici... gli Apostoli e i quattro Evangelisti sono ebrei... La schiavitù è stata abolita! (...)

 Maurras scivola verso il laicismo pratico. La molla del laicismo è l’ateismo o agnosticismo; la sua concezione naturalista della Chiesa, come società d’ordine e non Regno dei Cieli sulla terra, lo porta necessariamente al laicismo, anche se come reazionario e monarchico è un ‘clericale’, ma non un cristiano.

Allora - si domandano i padri domenicani - Dio è sì o no, per un cattolico, il fondamento della città, la regola dei costumi, il fine ultimo dell’uomo? Ora nella città maurrassiana Dio non esiste, è nulla. Quindi un cattolico non può essere nello stesso tempo buon cristiano e buon maurrassiano! Inoltre, Gesù Cristo è sì o no Re delle Nazioni? Ebbene nella città di Maurras Gesù non solo non è nulla, ma è un pericoloso sovversivo, un anarcoide che turberebbe l’ordine della Francia monarchica. Maurras rimpiazza Dio con la nazione, salus populi Galliae suprema lex ! Il fine ultimo di Maurras è la grandeur della Nazione e specialmente della Francia. La sàlus animàrum suprèma lex, non lo riguarda, è agnostico, non crede alla salvezza dell’anima, non crede in Dio; anche se esplicitamente cerca di non negarlo, per non scioccare i conservatori e i benpensanti, anche cattolici, che ingrossano le fila dell’ActionFrançaise.

Secondo Maurras il bene pubblico della Francia sarà procurato dal Positivismo comtiano e dal cattolicismo, il primo per gli incréduli il secondo per i credenti. (...) Ma la Chiesa dice che questa alleanza tra credenti e incréduli è pericolosa! ...

Altra spiacevole conseguenza è che la polìtica di Maurras è a-morale, essendo agnostica, non riconosce la legge di Dio e quindi la polìtica deve essere indipendente dalla morale. La conclusione dei due domenicani è che la polìtica di Maurras è in contraddizione con i principi della polìtica cristiana. L’errore fondamentale di Maurras consiste a voler realizzare, non solo un incontro accidentale, per alcuni fatti politici determinati, tra credenti e non credenti; ma Maurras voleva una vera unità sostanziale e spirituale tra gli uomini di Cristo-Dio e gli atei, come se per l’unità sostanziale e spirituale tra uomini credenti e non, Dio e Cristo non contassero nulla” (36). Maurras stesso ha scritto: “La politica non è la morale (37). Ora, questa non è la dottrina aristotelico-tomistica, ma è quella di Machiavelli. S. Tommaso, seguendo Aristotele, insegna che “la virtù morale della prudenza applicata alla vita sociale si chiama politica” (Commento alla Politica di Aristotele). Mentre Machiavelli ha scisso nettamente la politica dall’etica o morale, per farne lo strumento della ragion di stato e non un mezzo utile (o virtù morale) per cogliere il benessere comune sociale temporale, subordinato a quello soprannaturale (fine). Il cattolicesimo, quindi, è totalmente estraneo alla concezione politica di Maurras come lo è a quella machiavellica.


2°) Gli errori dottrinali e morali dell’Action Française

Sempre nello stesso libro, a cura di Maritain, l’Abbé D. Lallement, professore di sociologia all’Istituto cattolico di Parigi, dimostra gli errori del movimento di Maurras, vediamoli:

L’Action Française si difendeva dicendo che il pensiero personale, non cristiano, di alcuni suoi dirigenti, non influiva sul loro insegnamento politico... La Chiesa ha giudicato diversamente. (...)

La dottrina cristiana sul fine ultimo dell’uomo insegna che esso non è solo il benessere temporale, ma la Beatitudine soprannaturale, e solo la Rivelazione ci può dire quale è il cammino per giungere alla Visione Beatifica. La città non è servita se Dio non è il primo ad essere servito. (...) Per l’Action Française, il fine ultimo è ‘La patria innanzitutto’, l’interesse nazionale prende così il posto del bene comune temporale subordinato a quello soprannaturale, il quale ùltimo non può neppure essere preso in considerazione da un agnostico positivista quale è Maurras. Ora tale errore della scuola dell’Action Française, non può non rappresentare un pericolo per la gioventù cattolica, che segue l’Action Française (...) , il Papa quindi è dovuto intervenire, per il bene delle anime a Lui confidate, e non per calcoli politici anti-francesi e filo-tedeschi. (...)

Inoltre che dei cattolici e degli atei s’intendano su un certo numero di verità parziali e naturali, di semplice constatazione dei fatti è possibile; ma ciò che è impossibile è che costituiscano una scuola polìtica e che si uniscano in una dottrina polìtica comune... poiché una dottrina implica unità di principi da cui si tirano logicamente determinate conclusioni, ora l’unità di principi tra cattolici e incréduli non c’è, e omettere da una dottrina le verità supreme da cui tutto dipende (la distinzione tra Creatore e creatura, tra finito e infinito) significa falsare questa dottrina. Come il modernismo voleva sposare il kantismo col dogma cattolico, relativizzandolo e soggettivizzandolo; così Maurras, volendo unire positivismo comtiano e cattolicesimo, produce un aborto di dottrina cattolica, che è incompatibile con quella romana. La realtà è che l’A.F. si serve della Chiesa e non vuole servirla!

Tali errori speculativi comportano delle conseguenze di errori in campo morale (àgere sèquitur èsse). Mentre l’Action Française dice politique d’abord, s. giovanna d’arco diceva: il primo mezzo da prendere è credere in Dio, confessarsi e comunicarsi! L’ordine interno all’uomo è la condizione prima e indispensabile per rimettere l’ordine nella città. Altrimenti si rischia di fare ‘gli uomini d’ordine che fanno il disordine’. [Ed è quello che l’Action Française ha fatto nella Chiesa e in Francia dal 1926 sino al 1938] ” (38).


Lungimiranza di Roma

La lungimiranza di Roma nel condannare l’Action Française nel 1926 risalta dal fatto che il male che ha denunciato e fulminato si nascondeva sotto mille apparenze di bene (cfr. l’angelo decaduto che tenta sub specie boni o mascherato da angelo di luce, s. ignazio Esercizi spirituali, n°313-336), di ordine, di restaurazione, di controrivoluzione, di intransigenza dottrinale.

Infatti dopo la condanna scoppia la rivolta e il “Partito dell’ordine” fa il... disordine, e getta la maschera.

Vediamo come:

pujo, rispose a Pourquoi Rome a parlé, in una serie di articoli, pubblicati dalla rivista L’Action Française e raccolti poi in un volume.

In questo volume si possono trovare le idee centrali della dottrina maurrassiana, dette apertamente, senza più l’accorgimento di non scioccare i cattolici che militavano nell’Action Française, nascondendo il naturalismo polìtico dietro una certa forma di “clericalismo-polìtico”, che rassicurasse i cristiani .

 L’Action Française oramai preferisce apertamente un maestro ateo (Maurras) a Cristo e al suo Vicario, il Papa, assistito dallo Spirito Santo.

Le frasi di Pujo sono citate ampiamente e rigorosamente da Maritain, in Clairvoyance de Rome, alla cui lettura rinvio il lettore; mentre io per non stancarlo e per amore di concisione, mi limito a riportarle confutate da Maritain, senza per questo aderire al maritainismo .


La filisofia maurrassiana

1°) Essa è razionalista:

“Non accetta norme... superiori alla ragione umana... essa deve essere sottomessa non solo al suo oggetto... ma deve essere anche docile a Dio, aperta alle luci superiori senza le quali non potrebbe assicurare né l’ordine della vita umana, né il bene reale delle nazioni” (39).

Occorre ricordare che Pio IX nel Sillabo aveva condannato la proposizione seguente: “La ragione umana, senza rapporto a Dio, basta da se stessa a procurare il bene degli uomini e dei popoli”. (40). È l’errore dell’Action Française.

2°) è positivista:

Anche se Maurras non segue pedissequamente il suo maestro comte, ritiene che “la sociologia è una scienza che si è affrancata da ogni considerazione dei fini metafisici dell’uomo” (41).

3°) è atea:

Essa rifiuta la nozione di infinito, critica il Monoteismo che sarebbe antisociale, in quanto rende alla persona umana “fatta ad immagine e somiglianza di Dio” (ma che è creata e finita) una dignità speciale che consiste ad essere intelligente e libera; cosa che ad un “uomo d’ordine” non può andar giù.“Il Monoteismo è l’anarchia, ma la Chiesa romana ha compiuto il miracolo di organizzare l’anarchia, [e di renderla super-archìa, nda] di piegare il teismo di Sem all’ordine greco-romano” (42).

4°) è anti-cristiana e anti-evangelica:

Maurras ha scritto delle pagine ingiuriose contro Cristo e “si tratta del Gesù del Vangelo... un Cristo ebreo... che è venuto per morire sulla Croce... gridando: ‘Tutto è compiuto’, e ha ridato agli schiavi il dominio sulla loro anima [cosa inammissibile per un “uomo d’ordine”, nda]” (43). Maurras “ammira la Chiesa contro il Monoteismo, l’ammira contro il Vangelo... ammira la Chiesa dell’ordine [tranne quando lo richiama all’ordine, nda]” (44). La Chiesa per lui è solo un’organizzazione polìtica, monarchica e autoritaria, è la sua chiesa maurrassiana; non ha nulla di divino e soprannaturale, non è certo la Chiesa di Cristo e di Pietro.

5°) è naturalismo politico:

“Maurras confonde la scienza polìtica con una scienza naturale, e le toglie il suo valore specifico che consiste nel fatto che la polìtica è una scienza etica e morale... che deve dirigere l’uomo, che non è puro fenomeno, ma è una persona dotata di intelligenza e libera volontà, e quindi sottomesso alla moralità degli atti, ordinato ad un fine ultimo che è Dio” (45). Roma ha condannato questa concezione positivista o fisicista o naturalista della polìtica, in quanto a-morale.


Natura e grazia secondo Maurras

La polìtica di Maurras, non rispetta la subordinazione di Ordine Naturale e Soprannaturale; non ammette l’obbedienza, che sarebbe un’ingiuria alla ragione; non concepisce la polìtica come etica e morale; essa è solo fenomenica e fisicista o natural-positivista.

Giustamente Maritain risponde che: la Francia si è fatta e si rifarà, facendosi cristiana. La grazia non distrugge la natura ma la compie e la perfeziona (S. Tommaso), anzi guarisce le ferite causatele dal peccato originale. La natura è per la grazia ed è subordinata ad essa (46) . Ma la polìtica dell’Action Française, essendo positivista si fonda sul postulato che le leggi politiche sono leggi fisiche, studiate dal fisico e non dal filosofo o peggio dal teologo, e che non hanno nulla a che vedere con la morale e con Dio; per Roma questo è naturalismo politico, e come tale è stato condannato.


Maurras e il positivismo di Auguste Comte

Per capire ancor meglio il fenomeno Action Française, penso sia opportuno studiare il pensiero del maestro di Maurras: auguste comte il fondatore del Positivismo, al quale aderì anche Maurras.

yves chiron scrive: «Maurras definiva il positivismo come una dottrina che ‘riunisce gli uomini ai loro simili nello spazio e nel tempo, mediante l’unione carnale della razza, del sangue ed anche dal rispetto della legge di continuità’» (47).

In apparenza sembra contraddittorio che il maestro politico della controrivoluzione monarchica francese e della restaurazione della monarchia in Francia sia un positivista in filosofia; ma ci sono dei legami che vanno messi in luce, altrimenti qualcosa di molto importante nella figura di Maurras e de l’A.F. ci sfuggirà.

Comte “è un discendente dell’Illuminismo francese. Come tutti gli illuministi egli ripone la massima fiducia nella ragione. Inoltre nutre una grande ammirazione per i progressi della scienza... La metafisica [per lui] si aggrappa a realtà inesistenti ed illusorie ed è superata... Il progresso della società umana si è svolto in tre tappe: lo stadio teologico, quello metafisico e quello scientifico. Soltanto il terzo stadio, proprio dell’epoca della scienza, è positivo, cioè rappresenta un progresso realmente acquisito e innegabile”(48).

Le tre tappe di Comte sono paragonate da Eric Voegelin alle tre ere di gioacchino da fiore; Comte e Maurras, sarebbero esponenti di una corrente filosofica definibile come Gnosticismo di massa, di matrice manicheo-gnostica, alla stregua di Nietzsche e Marx (49).

Il maestro di Comte era stato charles henri de saint-simon (+1825), che fondò una setta religiosa (cfr. Il nuovo cristianesimo, 1825), la quale esercitò un forte proselitismo in Francia e all’estero. La fede si fonda non sulla ragione ma sul sentimento, e ha come oggetto un ‘Dio’ immanente nell’uomo o un Uomo ‘divinizzato’. La nuova religione dovrà fondere il potere spirituale e temporale in un unico potere: la produzione industriale che dovrà assicurare il benessere dell’umanità su questa terra e non nell’altra.

Ma, ci si domanderà, cosa possono aver di comune, oltre a ciò, Maurras e Comte, un tradizionalista e un progressivo?

La risposta non è difficile. Comte fondò una nuova religione positivista, che venerava il genere umano e di cui Comte stesso era il Sommo Sacerdote! Occorre dire che era stato ricoverato più volte in manicomio, e quindi ci credeva veramente.

Soprattutto la Massoneria riconobbe in Comte il suo novello Mosè ”(50). La filosofia positivista nasce in Comte dal bisogno di “una rigenerazione universale” (sembra di sentire De Maistre, ed ecco spiegato l’aggancio con Maurras) politica e filosofica “per trarre la Francia...dal disordine delle istituzioni e dell’anarchia intellettuale, in cui è caduta con la rivoluzione del 1789... L’intento che caratterizza Comte nella cultura della Restaurazione oscilla tra le nostalgie dell’Ancién règime e la ricchezza di fermenti progressivi... Solo la sociologia [positivista] può salvare l’umanità dall’anarchia... Negli ultimi tempi Comte attende soprattutto all’idea di un Sacerdozio rigeneratore che sarebbe la corporazione dei filosofi positivisti e introduce una sociocrazia come regime assoluto... Il pensiero comtiano persegue il fine dell’ordine mediante la costituzione di una stabile gerarchia e di uno Stato accentratore. La sua filosofia positiva si congiunge in ciò ad apologeti della tradizione, come il de Bonald e il De Maistre...” (51).

Ecco ciò che unisce (maxi-archia) due personalità apparentemente dissimili ma realmente e fondamentalmente convergenti, per quanto riguarda le conclusioni politiche del Positivismo.

Mi sembra chiaro che lo spirito dell’Action Française non fosse conciliabile con quello del Vangelo e che il Papa, finita la guerra, avesse dovuto condannarla; occorre riconoscere che gli stessi dirigenti dell’A.F. che nel 1926 si rivoltavano contro Roma, già nel 1938 verso la fine del regno di Pio XI, e poi nel 1939, sotto il pontificato di Pio XII, abbiano fatto ammenda pubblica e si siano sottomessi a Pietro, Vicario di Cristo in terra, al quale Dio stesso ha dato le chiavi per legare e sciogliere ed ha promesso che ciò che Pietro lega in terra è legato in cielo e ciò che Pietro scioglie in terra è sciolto in cielo.

Lo spirito maurrassiano, e la non accettazione del Ralliement da parte di ecclesiastici e fedeli francesi nel XIX e XX secolo, ha impregnato di sé la mentalità di alcuni ‘tradizionalisti’, specialmente francesi ma non solo, che di fronte alla immane tragedia del Concilio vaticano II, non hanno saputo rispondere con i principii del Magistero, della filosofia e della teologia perenne, ma sono andati a cercarli nel maurrassismo e nell’anti-Ralliement.

Un caso tipico è il succitato libro di philippe prevost, in cui si sostiene che il Ralliement o cedimento alla modernità e alla rivoluzione, iniziò con Pio VI (Pastoralis sollicitudo, 1796) , Pio VII (Concordato con Napoleone, 1801) e Pio VIII (Breve del 29 settembre1830); con Leone XIII (1892) conobbe la sua maturità che porterà alla condanna de L’Action Française (1926) da parte di Pio XI, continuò con la sola semi-condanna del nazismo della Mit brennender Sorge (1937) e con un tentativo d’intesa di Pio XI con l’URSS bolscevica, che fallì. Il prologo lo si trova in Pio XII, che nel togliere la scomunica a L’Action Française si sbagliò perché pose dei limiti o delle condizioni, e quindi eccoci al Concilio Vaticano II, che non è null’altro che il fiore del Ralliement iniziato con Pio VI nel 1796; ma vi è una speranza, anzi due: giovanni paolo ii che con l’enciclica Evangelium vitae (1995) ha denunciato la democrazia, e che ha contribuito al crollo del comunismo in Europa e ratzinger che nel documento Dominus Jesus (2000) ha ricordato che solo la Chiesa cattolica ha la pienezza dei mezzi di salvezza...

Queste questioni che possono sembrare ‘nazionali o particolari’, in realtà diventano universali, poiché riguardano la crisi che ha investito tutti i cattolici e non solo quelli francesi a partire dal 1962 (non da 1796) e che ancora dura; la quale va affrontata cattolicamente ossia universalmente e non nazionalisticamente con il mito della missione divina della Francia, quando abbiamo visto che solo la Roma di Pietro ha una missione divina immarcescibile, mentre le nazioni sono soggette all’invecchiamento e alla corruzione, cui può seguire la morte o la guarigione, come per ogni ente naturale creato.

Purtroppo come nel singolo uomo si sperimenta, sino alla sua morte la rivolta del corpo contro l’anima, così nel corso della storia, fino alla fine del mondo, si sperimenterà la rivolta dello Stato contro la Chiesa, e rare volte se l’anima è troppo severa e impone al corpo troppi e lunghi digiuni e veglie, il corpo giustamente non riesce a fare il suo dovere e a servire l’anima (Cfr. roberto bellarmino, Il dovere del principe cristiano; lib I, cap. 30); ma son casi sporadici dovuti alla deficienza della natura umana di alcuni uomini che governano la Chiesa, che qualche volta possono errare per difetto (cattolici-liberali) o per eccesso (fanatici-farisei), e che vengono corretti dal romano Pontefice assistito, ogni giorno sino alla fine del mondo, dallo Spirito Santo; ciò che invece non accade nei principi secolari abitualmente, ma solo eccezionalmente. Ed è per questo che i regni si succedono gli uni agli altri, mentre la Chiesa, senza armi né divisioni, resta immota in se pérmanens e sfida i tempi e le forze avverse, esterne e interne, navigando tranquilla nel mare burrascoso della storia umana

 

25) P. Prevost, L’Eglise et le ralliement. Histoire d’une crise, 1892-2000, ed. C.E.C., Paris, 2001.

26) K. Bilhmeyer-H. Tuechle, Storia della Chiesa. L’epoca moderna, Brescia, Morcelliana, 1983, p. 347.

3) Y. Chiron, Pio XI. Il papa dei Patti Lateranensi e dell’opposizione ai totalitarismi, Cinisello Balsamo, San Paolo, 2006, p. 325.

27) Ibidem, p. 326.

28) Ibidem, p. 328.

29) Ibidem, p. 334.

30) A. Fliche-V. Martin, Storia della Chiesa. I cattolici nel mondo contemporaneo (1922-1958), Cinisello Balsamo, San Paolo, 1996, vol. XXIII, pp. 47-48.

31) Ibidem, p. 48.

32) Enciclopedia Cattolica, vol. I, Città del Vaticano, 1948, coll. 255-258.

33) J. Prévotat, Les catholiques et l’Action Française. Histoire d’une condamnation 1899-1939, Fayard, Paris, 2001, pag. 41.

Cfr. Anche M. Brillaud-Y. Chiron, L’abbé Emmanuel Barbier (1851-1925), Paris, Clovis, 2005.

Y. Chiron, Pio XI, Cinisello Balsamo, s. Paolo, 2006.

34) Ibidem, pag. 79.

35) Cit. in G. Jarlot S.J., Pie XI. Doctrine et Action sociale (1922-1939), ed. Università Gregoriana, Roma, 1973, pag. 123.

36) Cfr. Y. Chiron, La vie de Maurras, Perrin, 1ª ed. Paris, 1991.

Per quanto riguarda Comte-Maurras cfr. anche:

V. Nguyen, Aux origines de l’Action Française, Fayard, Paris, 1991, pagg. 340. 394. 713. 932-3.

Eugen Weber, L’Action Française, Fayard, Paris, 1985, pagg. 29. 54. 56.

A. De Benoist, Charles Maurras et l’Action Française, une bibliographie, éd. BCM, Paris, 2002.

L. Thomas, L’Action Française devant l’Eglise. De Pie XI a Pie XII, N.E.L., 1965.

J. Maritain, Une opinion sur Charles Maurras et le devoir des catholiques, 1926, Plon, Paris.

E. Renauld, L’Action Française contre l’Eglise Catholique et contre la Monarchie, éd. Tolra, Paris, 1936.

Civiltà Cattolica, 1927, vol. III, quad. 1852, 13 agosto 1927, L’Action Française et le Vatican.

Civiltà Cattolica, 1927, vol. III, quad. 1853, 27 agosto 1927, L’Action Francçaise e il Magistero della Chiesa.

Civiltà Cattolica, 1927, vol. I, quad. 1840, 12 febb. 1927, La questione dell’Action Française e le sue ripercussioni.

37) M. V. Bernardot O.P.- E. Lajeunie O.P, Les erreures de M. Charles Maurras, pagg. 57-155. In “Pourquoi Rome a parlé”, a cura di J. Maritain, Paris, éd. Spes, 1927.

Cfr. anche: E. Gilson, Le Thomisme, Vrin, Paris, 6ª ed., 7ª ristampa, 1997, cap. IV, La morale: la vie sociale, pagg. 375-405.

M. Gillet, Conscience chrétienne et justice sociale, Paris, 1922.

O. Lottin, Le droit naturel chez saint Thomas d’Aquin et ses prédecesseurs, Bruges, Beyaert, 2ª ed., 1931.

A. Piot, Droit naturel et réalisme. Essai critique sur quelques doctrines françaises contemporaines, Paris, 1930.

J. Péres-Garcia, De principiis functionis socialis proprietatis privatae apud divum Thomam Aquinatem, Fribourg, 1924.

S. Michel, La notion thomiste du Bien commun. Quelques-unes de ses applications juridiques, Paris, Vrin, 1932.

I. Th. Eschmann, Bonum commune melius est quam bonum unius, in «Medieval Studies», n° 6, 1944, pagg. 62-120.

J. Zeller, L’idée de l’Etat dans saint Thomas d’Aquin, Paris, Alcan, 1910.

M. Demongeot, La théorie du régime mixte chez saint Thomas d’Aquin, Paris, Alcan, 1927.

B. Roland-Gosselin, La doctrine politique de saint Thomas d’Aquin, Paris, Rivière, 1928.

38) Romantisme et Révolution, Versailles, 1928, p. 20.

39) D. Lallement, Les erreurs du Mouvement d’Action Française, pagg. 157-246. In “Pourquoi Rome a parlé”, Paris, Spes, 1927.

40) J. Maritain, Clairvoyance de Rome, Spes, Paris, 1929, rist. Oeuvres complètes, vol. III, éd. Universitaires Fribourg & Saint Paul Paris, 1984, pagg. 1072-1073.

41) Denz.- Bannw. , 1073.

42) J. Maritain, op.cit., pag. 1074.

43) Ibidem, pag. 1080.

44) Ibidem, pag. 1086.

45) Ibidem, pag. 1090.

46) Ibidem, pag. 1104.

47) Ibidem, pag. 1163.

48) Y. Chiron, Vie de Maurras, 2ª ed., Godefroy de Bouillon,1999, Paris, pag. 92.

49) B. Mondin, Storia della metafisica, 3° vol., ESD, Bologna, 1998, pag. 412.

50) Cfr. E. Voegelin, Il mito del mondo nuovo, Rusconi, Milano, 2ª ed., 1976.

51) B. Mondin, op.cit., pag. 419.  

don Curzio Nitoglia

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