LOBBY  EBRAICA  E  GIUDEO-AMERICANISMO
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DON CURZIO NITOGLIA



 

Introduzione

Il giudaismo odierno è una prassi, più che una religione composta di dogmi e morale. Il fattore etnico in esso è basilare, mentre quello “religioso” è una sua conseguenza. Quindi il sionismo politico è la conclusione logica del giudaismo etnico-“religioso”.

Il fenomeno del giudeocristianesimo è un’eresia, secondo cui il cerimoniale mosaico non è stato abrogato.

La soluzione pratica de problema ebraico può essere solo la legislazione caritatevolmente discriminatoria (come è avvenuto da Giustiniano sino alla rivoluzione francese), che limiti la preponderanza del popolo d’Israele.

La rivoluzione americana si fonda sull’illuminismo conservatore-moderato, accidentalmente diverso dal razionalismo radicale francese. Esso predica la libertà come valore assoluto e il potere che viene dal popolo, come dalla sua fonte. Il puritanismo americano affonda le sue radici nel millenarismo medievale (di origine cabalistica) e nell’anabattismo antitrinitario e giudaizzante polacco del Cinquecento.

Se la cultura araba (dall’VIII all’XI secolo) è entrata positivamente in contatto con quella europea, la teologia islamica (specialmente dopo al-Ghazàli) è incompatibile con quella cristiana. Tuttavia il giudaismo talmudico è ancora più radicalmente anticristiano dell’islàm. Infatti, per questo Cristo è solo un profeta, mentre per il primo è un imbroglione. L’americanismo si basa sull’illuminismo britannico, il soggettivismo e l’edonismo liberista. Teologicamente l’americanismo è antitrinitario e giudaizzante o veterotestamentario. L’Europa, quindi, è distante sia dal giudeoamericanismo che dall’islàm. Però, geoculturalmente, è più vicina al mondo arabo (‘vicino-oriente’ mediterraneo), nella sua componente nazionale, estranea all’integralismo religioso islamico. L’identità europea non è solo Grecia e Roma antica, ma specialmente il medioevo cristiano (papato, patristica e scolastica), ossia il cattolicesimo romano, sostanzialmente diverso da ogni forma di “protestantesimo”, specialmente se radicale, come quello americano.

Il talmudismo (sin dal Seicento) ha trovato nel Nordamerica la sua patria (adottiva e affettiva, ma non effettiva) perduta, che lo ha aiutato a rientrare nella sua patria (effettiva e reale) ‘una volta’ promessa e oggi riacquistata o – meglio – espropriata a prezzo stracciato.

Il problema dell’ora presente è proprio il pericolo giudeoamericanista, spinto fortemente da una potente lobby ebraica che (specialmente dall’11 settembre 2001) non si nasconde più. Infatti, il talmudismo, grazie al puritanismo angloamericano, si è infiltrato in Europa. La trappola più pericolosa, consiste nel farci credere che il rimedio all’islamismo (fortemente invasivo) sia il giudeoamericanismo (dolcemente corrosivo), il quale, in realtà, è una quinta colonna all’interno del vecchio continente. Che fare? Europa svegliati, sii te stessa, (ri)diventa ciò che (eri e) sei (ancora in potenza): greco-latina; cattolico-romana.

Esiste oggi una lobby ebraica in Usa?

È uscito qualche mese fa, un libro molto interessante e documentato, di due professori universitari e giornalisti americani John J. Mearsheimer-Stephen M. Walt [1], che dimostrano con fatti e documenti, l’esistenza di un forte “gruppo di pressione” ebraico in Nord America il quale spinge, prepotentemente, la prima potenza mondiale ad una politica filo sionista anche a discapito degli stessi interessi americani. Esso approfondisce quanto riportato – molto brevemente - nel mio libro[2]. Porgo quindi al lettore il succo del volume dei due giornalisti perché possa studiare, più approfonditamente, il tema (da me appena sorvolato) che è realmente “il problema dell’ora presente”.

La consapevolezza della realtà dell’influsso della lobby israeliana – confessano i giornalisti statunitensi - in Usa «si è accresciuta anche a causa della disastrosa invasione israeliana del Libano meridionale, nell’estate 2006, dell’inarrestabile disfatta in Iraq [iniziata nel 2003], degli attacchi personali indirizzati contro l’ex presidente Jimmy Carter a seguito della pubblicazione del suo libro Palesatine: Peace not Apartheid»[3]. Per quanto riguarda la politica estera americana verso il medioriente, i due autori lamentano che «in anni recenti, Teheran ha fatto svariati tentativi, per migliorare le proprie relazioni con Washington e ridurre le forti divergenze che separano i due Paesi, ma Israele e i suoi sostenitori negli Stati Uniti sono riusciti a bloccare ogni riavvicinamento»[4].

Molto interessante il paragrafo su I sionisti cristiani: «Le origini dei sionisti cristiani risiedono nella teologia del dispensazionalismo, un modo [fondamentalista] di accostarsi all’esegesi biblica emerso nel XIX secolo in Inghilterra (…), è una forma di premillenarismo (…). Come molti altri cristiani, i dispensazionalisti (…) interpretano (…) il ritorno degli ebrei in Palestina come un evento chiave del processo preordinato alla Seconda Venuta [di Cristo]. (…) La fondazione dello Stato d’Israele, nel 1948, diede al movimento dispensazionalista nuova vita, ma la guerra dei Sei giorni del 1967 (…), fu ancora più importante»[5].

Nel 2007 «il millenarista e autore di best seller Hal Lindsey ha scritto che un attacco nucleare preventivo all’Iran sarebbe “l’unica scelta logica per Israele”; e John Hagee, nel suo libro del 2006, Jerusalem Coutdown avvertiva: “L’imminente resa dei conti nucleare con l’Iran è una certezza”»[6]. Indi i due giornalisti si domandano: «Quale importanza riveste il ramo dei sionisti cristiani nella Israel lobby? Fornendo supporto finanziario al movimento dei coloni, e scagliandosi pubblicamente contro ogni concessione territoriale, i sionisti cristiani hanno consolidato le derive intransigenti di Israele e Stati Uniti, e hanno reso più difficile ai leader americani esercitare pressioni sullo Stato ebraico»[7]. Tuttavia, sarebbe sbagliato vedere nella lobby israeliana una sorta di movimento segreto e cospiratore, no «la Israele lobby è l’antitesi di un complotto o di una cospirazione. Essa opera infatti alla luce del sole e va ostentando con orgoglio il proprio potere d’influenza»[8]. I guai cominciano quando sono gli “altri” a parlarne, vengono tacciati di antisemitismo e di complottismo.

Anche l’11 settembre è stato (come minimo) un’occasione, infatti «se l’amministrazione Bush si fosse convinta che Israele era un alleato fondamentale nella guerra al terrorismo, e che i nemici di Israele erano i nemici dell’America, forse gli Stati Uniti avrebbero potuto essere spinti a sostenere la linea dura di Sharon nell’approccio alla questione palestinese»[9]. In effetti, «dopo l’11 settembre, per un anno intero, Bush e Sharon si sono spesso trovati ai ferri corti sulla questione palestinese (…). La lobby è però riuscita a far pressioni su Bush affinché cambiasse strategia e adottasse quella indicata»[10], portando così il globo intero sull’orlo di una catastrofe nucleare mondiale.

Come si vede dalla lettura attenta del libro (e non si immagina o fantastica ad occhi aperti), in America settentrionale opera un potente “gruppo di pressione” filo israeliano, il quale riesce ad imporre agli Usa una linea politica totalmente favorevole agli interessi di Israele; tutto ciò è ampiamente provato nel libro suddetto, mediante fatti e documenti, citati con precisione e serietà in circa 450 pagine, con oltre 500 note di riscontro. “Provare per credere”.


 

[1] John J. Mearshmeimer-Stephen M. Walt, La Israel lobby e la politica estera americana, Milano, Mondadori, 2008.

John Mearshmeimer insegna “scienza della politica” all’Università di Chicago. Stephen Walt insegna “relazioni internazionali” presso l’Università di Harvard.

[2] Curzio Nitoglia Dal giudaismo rabbinico al giudeo americanismo. Il problema dell’ora presente, Genova, Effepì, 2008.

[3] John J. Mearshmeimer-Stephen M. Walt, op. cit., pp. 5-6.

[4] Ibidem, p. 17.                                

[5] Ibidem, p. 165.

[6] Ibidem, p. 169.

[7] Ibidem, p. 171.

[8] Ibidem, p. 186.

[9] Ibidem, p. 246.

[10] Ibidem, p. 247.