HAMAS-ISRAELE E “GENOCIDI” VARI

Gaza e tsahal dicembre 2008-gennaio 2009

TORNA AL CATALOGO

Don Curzio Nitoglia, 3 febbraio 2009

 



  

Per quanto riguarda il genocidio degli ebrei, Primo Levi, uno dei moltissimi sopravvissuti all’inferno della ‘shoah’ in una testimonianza riportata da L’Espresso (27 settembre 2007) ricordava che fu arrestato il 13 settembre 1943 e inviato poi al campo di concentramento di Fòssoli (Modena) e che: «Ci veniva regolarmente distribuita la razione di vitto destinata ai soldati e alla fine di gennaio 1944 ci portarono a Fòssoli con un treno passeggeri. In quel campo si stava allora abbastanza bene; non si parlava di eccidi…». Come si vede anche la “storia” del genocidio ‘totale’ (nazi-fascista) degli ebrei va rivisitata e studiata storicamente, senza pregiudizi e stereotipi. Inoltre, ammesso e non concesso, che vi sia stata persecuzione fisica con intenzioni sterminatorie, non è certo Israele che può parlare di ‘shoah’, dopo il ‘genocidio’ perpetrato in questi giorni (19 dicembre 2008-6 gennaio 2009) dall’esercito israeliano sul più grande campo di concentramento del mondo, Gaza, ai danni di bambini, donne e vecchi palestinesi. Se Israele risponde che questo è il linguaggio che usa Hamas (come ha fatto anche verso il card. Martino, accusato di terrorismo filo-Hamas, 8 gennaio 2009, per aver espresso tali constatazioni di puro buon senso), significa solo che il linguaggio di Hamas è vero e quello di Israele falso, né più né meno. Infine non siamo ancora arrivati (forse ci arriveremo) ad una seconda “Norimberga universale”, ove il principio giuridico del “tu quoque” non varrebbe, come non valeva nel 1946 per i tedeschi. Certo possiamo ancora e dobbiamo dire a Israele (fin che abbiamo tempo e libertà, prima che ci deportino a Gaza), “mani pulite assolute e totali”: quoque tu hai le mani sporche di sangue innocente, quindi non hai nessun titolo per parlare di sterminio e se ne parli nessuno ti crede più, tranne i politici e giornalisti che guadagnano il loro salario (30 denari), raccontando “storie” che non sono storia. «A meno che Israele, la parte oggi più forte che domani rischia di diventare più debole, se non di scomparire» (Limes, 1/2009, Editoriale, p. 18), non divenga, realmente, più debole e allora tutti i suoi paladini di oggi, diverranno gli avversari di domani.

Hamas e Israele

Gli arabi cristiani temono Israele più di Hamas, è il titolo di un articolo della rivista Limes, n° 5, 2007. Questo titolo è soprattutto oggi (gennaio 2009) più che significativo. Basta ripercorrere, a grandi linee, la storia della costituzione dello Stato d’Israele.

Sin dal 1917 quando si parlava solo e “semplicemente” di “focolare ebraico”, la Santa Sede e i cristiani viventi in Palestina avevano capito quale sarebbe stata la loro sorte, l’eliminazione indolore e incruenta dalla Palestina, quale oggi è constatata dalle statistiche succitate. La causa principale di tale eliminazione non era vista nel mondo arabo, neppure nell’islàm allora non fondamentalista, e neppure oggi si pensa da parte cristiana che il responsabile di tale situazione sia il movimento “integralista” Hamas. Se il “laico” Arafat non aveva mai discriminato i palestinesi di religione cristiana ([1]), tanto da essere ricevuto dal Papa in Vaticano nel 1982, «quando ancora nessun capo di Stato occidentale aveva accettato contatti diretti col capo dell’Olp» (2), la vittoria elettorale del movimento “confessionale” islamico Hamas (gennaio 2006) ha suscitato, tra i cristiani, inizialmente, delle perplessità, che però sono state dissipate proprio dai capi di Hamas i quali «hanno maneggiato con particolare riguardo la questione dei rapporti coi cristiani di Palestina» (3). Inoltre in diverse circostanze candidati cristiani presentati da Hamas sono stati eletti coi voti musulmani, mentre monsignor Fu’ad Twal (coadiutore del patriarca latino di Gerusalemme Sabbah) ha riconosciuto che i cristiani hanno contribuito alla vittoria di Hamas alle elezioni politiche del gennaio 2006 (cfr. Famiglia Cristiana, n° 32/2007), il padre francescano Pierbattista Pizzaballa, custode di Terra Santa, ha sottoscritto un messaggio di piena disponibilità a collaborare con Hamas vincitrice delle elezioni politiche (4), non scorgendo in essa un pericolo per la sopravvivenza dei cristiani in Palestina. Sempre secondo Valente, Hamas «mira a stabilire un governo civile e non uno religioso» (5).

Il fatto più importante, è che dopo l’elezione di Benedetto XVI «se nei primi tempi del nuovo pontificato, alcune posizioni del ‘ministro degli esteri’ vaticano Giovanni Lajolo sembravano risentire delle impostazioni ‘neocon’, dopo la guerra in Libano sembra tornare in auge la linea ‘realista’» (6), ossia non sbilanciatamene filo-americana e israeliana. Onde si può concludere che: «In questo senso, è significativo che l’appello più duro lanciato di recente dal patriarca Sabbah (…) non contenga la denuncia del fondamentalismo islamico, bensì una dura presa di distanza dalle dottrine e dalle iniziative dei ‘cristiani sionisti’» (7). Infatti nell’ottica neoconservatrice il destino dei cattolici in oriente e specialmente in Palestina sarebbe quello «della fuga e dell’oblio» (8), come è successo già in Irak e come avevano previsto Benedetto XV (1917) e Pio XII (1948-49). Occorre specificare che i “cristiani”-sionisti, di cristiano hanno solo il nome, non credendo alla divinità di Gesù né alla SS. Trinità, essi sono quindi giudaizzanti che si celano sotto le apparenze dei calvinisti radicali.

Il 6 luglio 2007, 10 ministri degli esteri di Stati membri dell’Unione Europea (la cosiddetta “Europa del sud”), tra cui Italia, Portogallo, Spagna, Grecia, Cipro, Malta, Irlanda, Svezia, Romania e Bulgaria, capeggiati dalla Francia, hanno scritto una lettera a Tony Blair, in qualità di inviato speciale del “Quartetto internazionale” per il medio oriente, in cui chiedono di negoziare la pace tra Palestina e Israele con tutti, Hamas compresa e non solo Fatah. Dopo aver costatato che la “road map” voluta soprattutto dagli Usa è fallita. Tale iniziativa è stata respinta da Israele, Usa, Germania e Belgio (“Europa del nord”). Mentre il “Consiglio UE” il 12 luglio 2007 ha adottato a larghissima maggioranza una risoluzione assai vicina alla lettera dei dieci ministri, in cui si prendeva atto che la politica di rigido rifiuto di ogni dialogo con Hamas, che pur aveva vinto (gennaio 2006) le elezioni politiche, ed aveva mostrato segnali di ammorbidimento, non aveva portato alcun risultato, anzi ha solo favorito una spaccatura tra palestinesi con il rischio di una guerra civile e di gettare Hamas nelle braccia di “al-Qà ‘ida”. Insomma occorre prendere atto che non si può avere una pace (fra Israele e Palestina) con i palestinesi divisi e in guerra tra loro (9).

Il professor Ra’fat Zikrì (studioso egiziano di questioni mediorientali) scrive che la rottura tra Hamas e Fatah è l’attuazione del vecchio sogno sionista di distruggere la Palestina, separandola e dividendola (dìvide et ìmpera), di modo da consegnare la Cisgiordania (sotto Fatah) alla Giordania e Gaza (sotto Hamas) all’Egitto, come era prima del 1967, quando Arafat capì che la Palestina doveva essere difesa dai palestinesi e non affidata alle cure interessate di Egitto, Giordania e Siria; soltanto così la Palestina riuscì ad attirare l’attenzione del mondo su di sé e non sui Paesi arabi limitrofi, questo è stato il grande merito di Arafat e la sua “morte” potrebbe significare la fine dello Stato di Palestina (10).

Il dottor Alessandro Pertosa, su “Alfa e Omega” arriva – grosso modo – alle stesse conclusioni. I cristiani di Palestina fuggono all’estero, perché «l’occupazione israeliana è diventata oramai insostenibile. Per i cristiani irakeni le cose non sembrano affatto andare meglio (…) negli ultimi tre anni oltre 100 mila cristiani sono stati costretti ad abbandonare la propria terra» (11). Anzi «È come un Venerdì Santo senza fine. Ed Israele cosa fa? Alimenta l’odio. Sono ancora chiarissime le parole di mons. Twal: “È inutile negare che Israele cerchi di evitare una reale ripresa del processo di pace (…) Nessuno (…), ha il coraggio di fermare Israele che si auto concede in qualsiasi momento il semaforo verde di occupare la Palestina! Arriva sempre puntualmente la benedizione dell’America (…).Fin quando non sarà risolta la questione israelo-palestinese non vi sarà pace per il Medio Oriente”» (12).

Dopo il “genocidio” degli “internati” di Gaza, compiuto da Israele (dicembre 2008-gennaio 2009) la situazione precipita. È uscito il n.° 1 del 2009 di Limes (Il buio oltre Gaza) che parla del massacro dei Palestinesi, ed inoltre approfondisce quanto era stato affrontato nel n.° 5 del 2007. Ahamad Yusif, dirigente di Hamas, intervistato da Umberto De Giovannelli afferma che: «Hamas non è un gruppo terrorista, ma parte fondamentale della società palestinese (…). Noi non siamo un gruppo Jhadista, non abbiamo niente a che vedere con al-Qa’ida. Il nostro obiettivo non è il jhad globalizzato ma la fondazione dello Stato indipendente di Palestina (…). La Palestina occupata è la questione delle questioni in Medio Oriente. Fino a quando non sarà data realizzazione al nostro diritto nazionale, il Medio Oriente resterà una polveriera pronta ad esplodere. (…). Il piano dell’Arabia Saudita (…) prevede il ritiro d’Israele da tutti territori occupati nel 1967 compresa Gerusalemme. Hamas condivide questo approccio. Il nostro obiettivo è la costituzione di uno Stato di Palestina indipendente sui territori occupati da Israele nel 1967» ([1]3).

Come si vede non si può non tener conto della metà dei palestinesi, quando si discute di Palestina. Ora Hamas li rappresenta. Non ci si può nascondere dietro il paravento della negazione dell’esistenza di Israele da parte di Hamas, non è così, essa come Arafat ha preso atto dello stato di fatto, ma chiede almeno il ritorno al 1967, ossia di possedere la metà della Palestina, come nel 1948, dopo l’invasione dell’altra metà da parte dei sionisti. Oggi i palestinesi hanno solo il 23 % della Palestina, poiché con la guerra dei sei giorni Israele ha occupato oltre il 22 % di essa e ne possiede oltre il 72 %. Ai palestinesi è toccata la striscia di Gaza amministrata da Hamas e la Cisgiordania in cui governa Fatah. Ma essi non hanno aeroporto né accesso al loro cielo, non porto né accesso al loro mare e la poca terra che è rimasta loro è tagliata in due parti che non è possibile travalicare senza il permesso israeliano. Inoltre tutti i rifornimenti che arrivano per la Palestina debbono essere smistati e consegnati dagli israeliani. Questa non è vita. Si capisce (anche se non si giustifica) perché Hamas lanci Kassàm, pur sapendo che la lotta è impari.

Tirannide e Stato d’Israele

Qualcuno obietta che come un ‘tiranno-usurpatore’, il quale non è defenestrato e dopo parecchio tempo governa ancora de facto il Paese occupato, ha l’autorità ‘in pratica’ e se nessuno la contesta è anche autorità de jure; così lo Stato d’Israele siccome governa de facto da sessanta anni (15 maggio 1948) metà della Palestina, ne è legittima autorità, almeno de facto. Tuttavia bisogna constatare che Israele non governa pacificamente la Palestina, essa da sessanta anni non cessa di combattere, prima con le pietre (intifada) e poi con katiuscia e kassàm l’invasore abusivo, che resta ancora tiranno almeno de jure. Certamente occorre suddistinguere, a) prima Fatah con Arafat non riconosceva neppure il governo israeliano a partire dal 1948 e quindi voleva la distruzione di Israele, ma poi di fronte alla realtà dei fatti ha accettato l’occupazione del 48 % della Palestina (1948), rifiutandosi di ammettere quella successiva (1967) di un ulteriore 22 % di suolo palestinese ed ha chiesto che Israele si ritirasse da questo secondo lembo di terra occupata. b) Infine Hamas, che ha vinto le elezioni a Gaza nel gennaio del 2006, inizialmente non accettava l’occupazione israeliana del 1948, ma dovendo governare la striscia di Gaza (2006) ha mutato atteggiamento e de facto è pronta a riconoscer Israele nei confini del 1948, proprio come Fatah. Onde non si può accusarla di voler la distruzione di Israele, ma occorre prendere atto che essa governa la metà dei palestinesi e parlare anche con lei, proprio come essa ha preso atto che Israele governa la metà della terra di Palestina.

Conclusione

● La dottrina cattolica sulla tirannide, ci aiuta a capire meglio la situazione che si è creata in Palestina:

1°) Il tiranno in atto di usurpazione (14):

non è l’autorità legittima e non ha o non esercita il potere. Quindi gli si deve resistere (15). Israele nel 1948 era un tiranno in atto di usurpare la metà della Palestina, la resistenza era doverosa.

2°) Dopo un certo tempo:

se governa de facto: ha ossia esercita il potere (o l’autorità), ma non è l’autorità legittima de jure. Praticamente governa. Israele dal 1948 sino ad oggi governa de facto la metà della Palestina. Piaccia o non piaccia è un fatto.

ά) Al tiranno gli si può resistere ancora, solo a condizione che la reazione non crei una situazione peggiore di quella anteriore (16), ossia l’anarchia e la guerra civile (17). I palestinesi possono resistere, lecitamente anche allo stato di cose creatosi nel 1948, ma senza cader nella guerra intestina, come - purtroppo - sta succedendo dal 2006 tra Hamas e Fatah. Onde se la resistenza diventa disordinata, crea caos e disordine; va accettata, anche a malincuore, la realtà dei fatti (il tiranno governa de facto, mantiene un certo ordine nella società e non c’è buona speranza di riuscita nella restaurazione del regime anteriore e legittimo de jure). Quindi si riconosce praticamente l’occupazione del 1948, come dato di fatto.

β) Se poi il tiranno è riconosciuto (anche solo passivamente o tacitamente) dalla sanior pars populi (i notabili o ottimati) che si assuefa al governo de facto, rinunziando ad ogni volontà di rivolta, egli diventa capo legittimo, è l’autorità de jure oltre a governare de facto. Perciò i palestinesi non possono accettare anche l’invasione del 1967, che li ha spodestati del 72 % del loro Paese, diviso in due e chiuso in gabbia. Ecco perché Hamas spara ancora kassàm, anche se non fanno un danno grave a Israele, per dimostrare che non riconosce né de jurede facto l’occupazione del 1967. Tacere significherebbe riconoscere Israele come padrone legittimo del 72 % della Palestina, ma ciò non è possibile per i palestinesi. Perciò l’unica via perseguibile sarebbe quella del ritorno alla situazione del 1948. Non si può chiedere solo ai palestinesi di tacere e accettare, anche Israele deve riconoscere che la Palestina ha il diritto ad un suo Stato libero e sovrano, almeno sulla metà della sua terra, con accesso al mare, al cielo e libera circolazione al suo interno e fuori i suoi confini, senza che Israele la soffochi “da mare, da cielo e da terra”.

 

Note

1 Limes, La Palestina impossibile, n° 5/2007, Gianni Valente, Gli arabi cristiani temono Israele più di Hamas,  p. 145.

2 Ibidem, p. 146.

3 Ivi.

4 Ibidem, p. 147.

5 Ivi.

6 Ibidem, p. 149.

7 Ibidem, p. 150.

8 Ivi.

9 Limes, n° 5/2007, Giovanni Del Re, Mezza Europa strizza l’occhio ad Hamas, pp. 261-269.

10 Limes, n° 5/2007, Ra’ Fat Zikiri, Hamas visto dall’Egitto, pp. 129-133.

11 N° 3-4, luglio-dicembre 2007, p. 130.

12 Ibidem, p. 132.

[1]3. Limes, Il buio oltre Gaza, n.° 1/2009, “Noi di Hamas parliamo con Obama”, pp. 35-38.

[1]4 S. T., II-II, q. 64, a. 1, ad 3/ Cajetanus, In Summ.Th, II-II, q. 64, a. 1, ad 3/ Bañez, In Summ. Th. II-II, q. 64, a. 3, ad 3, concl. 1/ Billuart, De jure et justitia, dissert. X, a. 2, ad 3.

15 S. T., II-II, q. 104, a. 6, ad 3/q. 96, a. 4.

16 S. T., II-II, q. 69, a. 6.

17 S. T., I-II, q. 99, a. 2/ I-II, q. 98, a. 1/ q. 95, a. 1/ q. 96, a. 3/ C. Gen., III, c. 128

 

don Curzio Nitoglia

3 febbraio 2009