GIONA: UN UOMO PER IL NOSTRO TEMPO

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Sisi-nono

Anno XXXV n. 2   -   Lunedì 02 Febbraio 2009



 

“Prendetemi e gettatemi in mare. Infatti so che è a causa del mio peccato che la tempesta si è sollevata”.


 

Gesù nel Vangelo ripete spesso: “Chi ha orecchie per intendere, intenda!”. La figura di Giona ci fa capire (se non vogliamo fare i sordi, dacché “non c’è peggior sordo di chi non vuol sentire”) molte cose, soprattutto oggi. Giona (che significa “colomba”) inviato a Ninive è figura degli Apostoli inviati a predicare il Vangelo ai pagani, di Gesù che restò tre giorni e tre notti nel sepolcro, come Giona nel ventre della balena e dello Spirito Santo che scese su Gesù sotto forma di colomba. La conversione di Ninive è figura di quella di Roma, destinata ad essere la capitale della Nuova Alleanza (j. de monléon, Jonas. Commentaire sur le prophète, 2 ª ed., Québec, Scivias, 2000, pp. 12-14). Gesù stesso, agli ebrei che gli chiedevano un segno, rispose: “vi sarà dato il segno di Giona il profeta: come infatti Giona è stato ingoiato nel ventre di una balena per tre giorni e tre notti, così il Figlio dell’uomo sarà [sepolto] nel seno della terra tre giorni e tre notti” (cfr. Mt., XII, 39-40). Gesù, citando Giona, annuncia la sua morte, sepoltura e resurrezione.

La missione di Giona continua quella dei profeti anteriori che avevano minacciato sventure (è il ruolo del profeta), castighi per i peccati di Israele, specialmente per i peccati d’infedeltà a Dio. Ma gli ebrei non avevano voluto credere ai profeti e non si erano convertiti. Allora Dio, prima di scatenare la sua collera, fa un ultimo tentativo: suscita un nuovo profeta, Giona, e lo manda a Ninive, la grande metropoli pagana, una delle più importanti in quei tempi, ricca di ogni corruzione. I Niniviti si convertiranno, mentre gli ebrei non avevano voluto convertirsi, quando erano stati inviati loro gli altri profeti, anzi li avevano perseguitati e uccisi.

 

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Il Signore dice a Giona: “Va’ a Ninive, rimprovera ai suoi abitanti la loro iniquità e poi ritorna a Me”. Giona si alza, ma invece di obbedire fugge lontano da Dio, in direzione opposta a Ninive verso Tarsis, nella Spagna meridionale, allora estremo limite della navigazione mediterranea.

Certamente Giona, formato da Elia, sapeva che Dio è onnipresente, ma da buon “pio-israelita” pensava che, in virtù del Patto stipulato con Abramo, non sarebbe mai intervenuto fuori della Giudea. Egli pensava che, una volta fuori della Giudea, Dio lo avrebbe lasciato in pace. Ma, perché non voleva predicare ai Niniviti? San Girolamo (Commento su Giona, Prologo, P.L., t. XXV, c. 1.117) lo spiega così: “innanzi tutto si vedeva sminuito nella sua dignità profetica, essendo egli trasferito presso i pagani. Tutti gli altri profeti erano stati inviati in Israele, Giona, invece, era declassato, poiché inviato in Assiria, a Ninive! Inoltre lo Spirito Santo gli aveva rivelato che la conversione dei pagani avrebbe segnato la fine del primato di Israele. Per Giona, che, pur essendo un profeta, era pur sempre un uomo e un "pio israelita’, questo era un compito ingrato; non se la sentiva. Infine Giona sapeva bene che ‘Dio è misericordioso, paziente, sempre pronto a perdonare chi si pente’, ed è proprio per questo che non voleva andare a Ninive, per rispetto umano o paura che, qualora essa si fosse pentita, Dio l’avrebbe perdonata e lui avrebbe fatto una brutta figura”.

Giona, quindi, si imbarca per traversare il Mediterraneo e andare verso la Spagna meridionale. Ma Dio non è d’accordo. Fa sollevare una grande tempesta. Tutti i passeggeri, che erano pagani, furono presi dal panico, mentre solo Giona restava indifferente, poiché, tormentato dal rimorso di aver disobbedito a Dio, era noncurante di ciò che succedeva attorno a lui e per la tristezza si addormentò. Il capitano della nave, che era anche lui un pagano, meravigliato da tanta calma, lo prese per un “santo” e gli disse di pregare il suo Dio. Giona comincia a pregare, ma la tempesta non cessa. Allora i pagani pensarono che quella tempesta era l’effetto dell’ira della Divinità offesa e tirarono a sorte per sapere chi fosse il colpevole. La sorte cadde su Giona. I marinai gli chiesero che cosa dovessero fare per calmare la collera di Dio, ed egli rispose: “prendetemi e gettatemi in mare. Infatti so che è a causa del mio peccato che la tempesta si è sollevata”. I marinai, pur se addolorati, lo gettarono in mare, che immediatamente si calmò e una balena inghiottì il profeta.

Giona, nel ventre della balena, prega Dio, gli chiede perdono e promette di fare la sua volontà. Dio allora comanda alla balena di “sputare” Giona sulla riva del mare.

 

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Giona, questa volta, si reca a Ninive e predica la penitenza per i peccati che vi si commettono. Ninive era talmente grande che ci volevano tre giorni di marcia a piedi per percorrerla da un capo all’atro. Giona durante la sua “marcia” non cessa di gridare: “Ancora quaranta giorni e Ninive sarà distrutta”. I Niniviti, impressionati sia dal messaggio che dalla gravità del messaggero, si pentirono e fecero penitenza dei loro peccati e credettero in Dio. La cosa pervenne sino alle orecchie del re, ossia il popolo cominciò il “pentimento”, Dio lo accettò e decise di non distruggere Ninive; poi intervenne anche il re (come nel Natale di Gesù prima vanno ad adorarlo i pastori, poi tre re pagani). Questo per farci capire che il regno di Cristo non è solo sulle singole anime, ma è sociale, poiché l’uomo è creato “animale socievole” e quindi in società, sotto la legittima autorità, deve dare a Dio il culto dovutogli. Anche il re fece pubblica penitenza, si rivestì di sacco e si cosperse il capo di cenere. Ecco perché Gesù porta i Niniviti ad esempio contro i giudei del suo tempo: mentre i Niniviti, che erano pagani, si convertirono di fronte alla predicazione di Giona, un semplice profeta; i giudei non vollero convertirsi di fronta alla predicazione di Gesù Cristo, vero Dio e vero uomo. La missione di Giona a Ninive, presso i pagani, ci fa capire che già nell’Antico Testamento si preparava la missione “ad Gentes”, s’iniziava l’universalismo religioso del Nuovo Testamento. Gesù e san Paolo l’hanno promulgato e praticato, ma era già nello spirito del giudaismo mosaico, totalmente diverso da quello talmudico, che idolatra Israele e odia i goyjm. Il giudaismo attuale ha rotto con Mosè e i profeti, i quali annunciavano Cristo e la Chiesa, che è il vero e nuovo Israele, secondo lo spirito e non secondo la carne. I Sommi Sacerdoti, gli scribi e i farisei-sadducei hanno crocifisso Gesù, e la storia continua nella sua Chiesa. È proprio ciò che Gesù rimprovera ai giudei del suo tempo: i pagani di Ninive fecero penitenza, e voi no; perciò “morirete nel vostro peccato”: il rifiuto del Messia, che perdura tuttora.

Le vicende del 21-27 gennaio 2009 ci mostrano che nulla è cambiato, lo stesso odio che animava i giudei increduli duemila anni fa contro Cristo, anima quelli increduli di oggi contro la Chiesa e contro chi, come Giona, predica la verità, la penitenza, Gesù Cristo, unico Salvatore dell’uomo, sia pagano sia ebreo. Roma, come Ninive, si è convertita, prima il popolo, poi Costantino; invece Gerusalemme, tranne il “piccolo resto” degli Apostoli e dei primi discepoli cristiani, si è indurita (prima i sacerdoti poi il popolo) nel rifiuto di Cristo.

 

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Giona, dopo aver terminato la sua missione di tre giorni, scappa da Ninive, ha paura di essere distrutto assieme ad essa, si rifugia su una collina abbastanza, ma non troppo, lontana per vedere al sicuro il castigo della città. Passano quaranta giorni e Ninive non è distrutta. Allora Giona si rattrista e si incollerisce, teme di fare la figura del falso profeta. Giona sapeva bene che Dio è misericordioso, ed è proprio per questo che non voleva andare a Ninive, per paura che, qualora si fosse pentita, Dio l’avrebbe perdonata e lui avrebbe fatto una brutta figura, come egli stesso spiega a Dio.

Giona ha paura delle umiliazioni, e chiede a Dio di farlo morire. Dio, allora, gli dà una piccola lezione: fa nascere un albero di ricino che lo ripari dal sole; in una sola notte spunta e diventa alto e frondoso, in modo da poter far ombra al profeta che lo apprezza grandemente; però il giorno dopo, Dio manda un verme che, rodendo le radici dell’arbusto, lo fa seccare. Il sole sorge implacabile, un vento di scirocco caldo comincia a soffiare e rende l’aria insopportabile. Giona ne è talmente “sciroccato” che di nuovo comincia a pregar Dio di ritirarselo da questo brutto mondo. Dio lo interroga: “Credi che tu possa indignarti perché un alberello si è seccato?”. Giona risponde di sì. Dio lo rimprovera dicendogli: “Tu sei in collera perché un alberello che è nato in una notte, senza alcuna tua fatica, è seccato in un giorno. E tu vorresti che Io assista, indifferente, alla distruzione di questa enorme città con i suoi abitanti che si son pentiti?”.

 

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Il Libro ispirato si ferma qui. Esso ci vuol far capire il mistero della Misericordia di Dio verso gli uomini, anche i più disgraziati, anche i pagani o non-ebrei, che riconoscono le loro miserie e ne chiedono perdono. Sant’Agostino (Epistola 102 ad Deogratias, PL, t. XXXIII, c. 383 ss.) ci spiega la morale di questo episodio così: «Giona gioca un ruolo ingrato, in questa scena finale, oltre che nella prima [la fuga]. Egli è figura del popolo ebraico, che si irrita quando vede che anche le nazioni pagane sono chiamate da Cristo al suo Regno. Invece di far penitenza come i Niniviti, o i pagani convertiti dai Dodici Apostoli, resta in disparte, urtato, piagnucoloso e lamentoso, sulla collina. L’alberello rappresenta la religione mosaica dell’Antica Alleanza, che deve cedere il passo – seccando – alla Nuova ed Eterna. Il sole che brucia l’albero è Cristo “Sol justitiae”, il verme che ne rode le radici è ancora Gesù: “Ego sum vermis et non homo”, simbolo dell’umiltà. Ma questo vermicello, in poco tempo, secca l’albero, poiché Cristo è venuto non solo per Israele ma per tutte le genti e, quindi, secca tutte le speranze e le glorie terrestri dell’Israele carnale (le fronde dell’albero, sotto cui Giona si riparava). Preghiamo - conclude il Santo Vescovo d’Ippona - il “verme divino”, Gesù, che ci roda, ci consumi e tolga da noi ogni albagia».

Don divo barsotti (Meditazione sul Libro di Giona, Brescia, Queriniana, 1967) commenta: «Israele non è eletto per la distruzione dei popoli, ma per la loro salvezza” (p. 20); “Israele non voleva capire che tutti i popoli e tutte le terre non solo erano sotto il dominio sovrano di Dio, ma erano creature del suo amore […], ciò lo ferisce nel suo orgoglio. […] L’unica cosa che avrebbe dovuto fare Dio [secondo gli ebrei] era  quella di distruggere tutte le Nazioni per far regnare Israele” (p. 27); “Quando Israele vorrà conservare esclusivamente per sé i doni che ha ricevuto da Dio […] viene condannato, rigettato, e al suo posto entrano le Nazioni” (p. 28); “Tutto il Libro di Giona sembra voglia ‘canzonare’ […] Israele che non sa accettare il piano divino» (p. 32). Infatti il Signore ha uno spiccato spirito d’umore (“ludens in orbe terrarum”, dice la Santa Scrittura) e noi dobbiamo cercare di imitarlo anche in questo (“castigare, ridendo, mores”, come dicevano gli antichi Romani; oppure “Pulcinella, ridendo e scherzando, disse la verità”, come dicono i Napoletani di oggi); qualcuno vi riesce molto bene, altri (che si prendono un po’ troppo “sul serio”) molto meno. Cerchiamo di “saper ridere anche, anzi, soprattutto, di noi stessi”, come diceva San Tommaso Moro, col suo “aplomb” britannico.

Padre Vallet, p. Barrielle e l’allora p. Williamson ci insegnavano con sant’Ignazio: “la nostra mistica è la mistica delle umiliazioni”. Don Francesco Putti diceva: “vince chi perde”. Don Barsotti scrive: “Se il cristiano non conoscesse umiliazioni, oltraggi, persecuzioni e morte non continuerebbe il mistero di Cristo. Ma proprio questo è il destino del cristiano: essere gettato in mare, essere ingoiato dal pesce, perché nell’abisso della tenebra possa scoppiare dal nostro cuore il grido della speranza” (p. 63). Tuttavia attenzione! “il profeta è un cibo indigesto. Il pesce non riuscì a digerire Giona: il mondo non riuscirà mai a digerire Cristo e la Chiesa” (Ivi).

 

sì sì no no