Fini-Pacelli, Toaff, Burg, Mlečin e la Shoah

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di DON CURZIO NITOGLIA


INDICE DEGLI ARGOMENTI

- Introduzione

- Pio Xi e Pio XII

1) Toaff

2) Burg

3) Mlečin

 

- Conclusione

 

 

Introduzione

Dopo il discorso di Gianfranco Fini (16 dicembre 2008) sul silenzio della Chiesa riguardo alle leggi razziali (che avrebbero condotto alla Shoah), penso sia doveroso interrogarsi sul problema e vedere – storicamente - quali siano state le posizioni reali del fascismo, poi del MSI, quindi di Alleanza Nazionale e, quindi, paragonarle a quelle della Chiesa dal 1938 sino al 1945 (per questo rimando al mio articolo pubblicato su questo “sito”: MSI-AN, Israele). Troppi parlano del silenzio della Chiesa ovvero di papa Pacelli, senza neppure distinguere il pontificato di Pio XI e quello di Pio XII (che iniziò solo nel 1939 e quindi dopo l’emanazione delle leggi razziali fasciste in Italia, 1938). Gli storici mettono in luce la diversità di approccio o reazione al razzismo biologico-materialistico tedesco di Pio XI (molto radicale, vigorosa e per nulla “silente”) e quella di Pio XII che – con lo scoppio della II guerra mondiale – dovette affrontare parecchi problemi (compreso quello razziale-biologico) in maniera più prudente, non solo per il suo carattere più ‘diplomatico’ di quello di papa Ratti, ma anche a causa delle contingenze e circostanze storiche (II guerra mondiale) che non potevano non essere tenute in conto. Uno degli studi più accurati, dal punto di vista storiografico-documentale, anche se non totalmente condivisibile quanto ai giudizi che porta, è quello di Giovanni Miccoli, I dilemmi e i silenzi di Pio XII. Vaticano, Seconda guerra mondiale e Shoah, (Milano, Rizzoli, 2a ed. aggiornata, 2007). La campagna di linciaggio scatenata contro papa Pacelli, a partire dagli anni Sessanta, poiché aveva (come ha spiegato recentemente il card. Tarcisio Bertone) non solo scomunicato il PCI ma soprattutto si era opposto al riconoscimento dello Stato d’Israele, si è protratta sino ad oggi e tocca ondate di apice estremo, quando si parla di una sua eventuale beatificazione. Fini, che si è gettato anima e corpo – per scopi pragmatici e propagandistico/elettorali – nell’esaltazione dello Stato d’Israele, della cultura “giudaico-cristiana” (= “cerchio-quadrato”) e del filo-giudaismo, prende “lucciole per lanterne” quando parla di storia, pur di raccattare qualche plauso dal “padrone di questo mondo” (il giudeo-americanismo), il quale promette “haec omnia tibi dabo”) e non mantiene, ma dopo essersi servito (come Anna, Caifa e il sinedrio) dei vari Giuda Iscariota che si succedono nel corso della storia umana, li manda poi ad…(sit venia verbo) “impiccarsi”, quando hanno fatto il loro sporco lavoro, senza neppure ringraziarli. Stia attento Fini, “chi tocca il Papa muore”, disse Pio XI nel 1937, e così fu nel 1943-45. Egli attacca – maramaldescamente - un uomo morto (Pacelli) che non può difendersi, rinnegando la propria cultura e religione (ammesso che ne abbia una oltre quella di “berretti verdi”), pur di essere accettato al banchetto del giudaismo internazionale. Ma l’uomo morto (Pacelli) è anche Papa (Pio XII) e “chi tocca il Papa, muore”, come Giuda che toccò Colui del quale il Papa è Vicario in terra. Sono gli stessi israeliti a scriverlo: «può capitare di sentire delle dichiarazioni di intenti , da parte di candidati, che suonano [falso] come il testamento dell’ultimo sopravvissuto della Shoah. Never again Aushuwitz, e una kippà in testa a un gentile, cioè un non ebreo, durante una commemorazione (…). Ne consegue inevitabilmente un senso di forza tanto effimera quanto inebriante, ma anche la corrosione dello straordinario ideale di rinascenza ebraica» (Avraham Burg, Sconfiggere Hitler, Vicenza, Neri Pozza, 2008, p. 80). Ora “chi di corrosione ferisce, di corrosione perisce”. La corrosione corrode.

Pio XI e Pio XII

Il Miccoli nel libro succitato mette bene in rilievo le differenze di approccio al problema “razziale” della Germania nazista e dell’Italia fascista, da parte di Pio XI e poi del suo successore Pio XII. Nel 1939 papa Pacelli tentò di avviare (dopo la Mit brenneder Sorge [1937] e gli ultimi discorsi di Pio XI [1938] contro il razzismo  materialista e biologico tedesco) un processo di distensione con il III Reich. All’Osservatore Romano venne proibito di pubblicare pro tempore ogni articolo polemico nei confronti della Germania, sino a nuovo ordine. Il Papa volle venire incontro alle aspettative dei cardinali tedeschi (specialmente Bertram e Faulhaber) i quali mantenevano una «fievole speranza di pacificazione e di accordo, che si richiama alla distinzione tra massimi dirigenti dl governo e gli estremisti neopagani del partito nazista, con una persistente disponibilità di Hitler» (G. Miccoli, op. cit., p. 176). Insomma, mentre Pio XI aveva perso ogni speranza di addivenire a intendersi con Hitler, Pio XII voleva tentare ancora [e questo non lo rende un “liberale”, con buona pace degli anti-Pacelliani di “destra”] di giocare la carta della apertura diplomatica verso il Reich germanico e il suo cancelliere (Hitler), separandolo dal partito nazional-socialista, specialmente dai suoi esponenti più radicali quali Alfred Rosenberg (autore del Mito del XX secolo). Ad esempio persino il cardinal Faulhaber (coautore della Mit brennender Sorge assieme all’allora cardinale Eugenio Pacelli) si era dichiarato pienamente favorevole al tentativo di ristabilire rapporti pacifici con il Governo tedesco. Egli pensava che l’inasprimento da parte della Germania, fosse dipeso non solo dal Reich, quanto anche da alcune espressioni forti e dal carattere pugnace (tutt’altro che silente e remissivo) del Pontefice testè defunto, il quale quando Hitler venne a Roma, nel 1937, fece chiudere i Musei vaticani, lasciò Roma (non fece come Fini, che quando era sul punto di essere cancellato dalla scena parlamentare, prima della scesa in campo di Berlusconi, andò con Le Pen in Iraq a stringere la mano, con tanto di foto-ricordo-elettorale, a Saddam, onde mantenere i voti o almeno le simpatie dei “nostalgici”), andò a Castel Gandolfo e protestò pubblicamente definendo la svastica che sventolava in quei giorni a Roma “croce nemica della Croce di Cristo”. Ma la risposta tedesca al tentativo pacelliano fu alquanto fredda. Lo scoppio del secondo conflitto mondiale, complicò le cose, l’episcopato germanico era lacerato tra le affermazioni di lealtà alla Patria in guerra e il persistere di una politica antiecclesiastica del Reich o piuttosto del partito, nonostante il cambiamento di Pontificato. In tale frangente ci si rifaceva al noto principio della Chiesa, secondo cui normalmente (tranne alcune eccezioni, che sono l’extrema ratio) il cittadino deve rispetto e obbedienza all’autorità, non importa se sul trono sieda un Pilato o un Nerone. Una volta che si presenta un governo nel legittimo possesso del suo potere, l’obbedienza gli è dovuta. Ora, sin dalla fine del 1937 il cardinal Bertram aveva chiesto a papa Ratti un mutamento di linea nei rapporti col Reich, poiché differentemente dal cardinal von Galen e dal Papa stesso, riteneva che l’anticristianesimo del Reich fosse l’ideologia solo di alcuni estremisti del partito (quali Rosenberg) e non la dottrina né la prassi dello Stato e del suo Capo (Hitler). Lo stesso card. Schulte riteneva che i dirigenti del partito volessero distruggere la Chiesa, ma non pensavano che questa fosse anche l’idea del Governo, e Hitler rappresentava il Capo che moderava le spinte estremistiche del partito. Certo con la Germania in guerra per i vescovi tedeschi la risposta non era evidentemente chiara, si tendeva comunemente a distinguere tra partito e Reich, riaffermando la fedeltà allo Stato legittimamente costituito e alle sue autorità, senza per ciò stesso condividere l’ideologia del partito nazionalsocialista. Il Miccoli non esclude l’ipotesi che Hitler non esternasse i suoi propositi neopagani, sino a che la guerra fosse in atto e che si riservasse di affrontare il problema solo a guerra finita e vinta (Ibidem, p. 187), ossia Hitler avrebbe concordato coll’ideologia neopagana di Rosenberg, ma avrebbe aspettato per regolare i conti col cristianesimo la fine della guerra durante la quale li avrebbe già risolti col giudeo-bolscevismo. Pio XII – da parte sua - non volle incoraggiare l’obiezione di coscienza ricordando la dottrina cattolica, secondo cui il militare deve obbedire e combattere per la Patria, chi governa deve sapere se la guerra che ha ingaggiato sia lecita o no. Addirittura nel 1944, dopo l’attentato contro Hitler, il card. Fauhalber (che pur aveva criticato in prediche pubbliche l’ideologia neopagana del partito nazista) scrisse che: “La vita del capo legittimo del Reich sta sotto la protezione del IV comandamento il quale obbliga all’obbedienza verso coloro che guidano lo Stato” (Ibidem, p. 202) e condannò il fallito attentato come scellerato. Egli disse anche apertamente, ma rispettosamente, che la svastica era lo stemma dello Stato germanico (e non solo del partito) e non conteneva in sé alcun significato anticristiano, che alcuni volevano e vogliono attribuirgli.

Parlare oggi è comodo e anche vile in certi casi, durante la guerra il problema era molto più oscuro e difficile. Non si credeva assolutamente al “dogma” del “male assoluto” rappresentato da Hitler, come ci è imposto – democraticamente – oggi. Da parte cattolica si cercava di capire, distinguere e risolvere i problemi come meglio si poteva, senza lasciarsi condizionare dal “kahal” o dal “partito”. La grandezza di Pio XII è stata questa, in mezzo alla mischia ha saputo discernere ragioni e torti dei vinti e dei vincitori, senza schierarsi col più forte, ma cercando di porre rimedio al flagello e di soccorrere i bisognosi senza far parlare di sé. Dopo le violenze dei marocchini nella valle del Liri (1944) e il modo di comportarsi degli alleati in Roma, disse al card. Maglione che tutto ciò avrebbe forse portato a “rimpiangere” i tedeschi. Non che Pio XII fosse nazista, ma sapeva veder i pro e i contro dell’una e dell’altra parte, per esempio anche il trattato di Versailles che umiliò sino al 1930 la Germania (occupata da Francesi e Belgi) veniva criticato dal Vaticano, come pure il bombardamento di Dresda e il processo di Norimberga. Certamente l’esercito germanico aveva uno stile ben più fine ed educato di quello degli alleati, ed anche qui si potrebbe distinguere tra partito nazista ed esercito del Reich. Tuttavia se compariamo il partito nazista a quelli che ci mal-governano oggi, forse dovremmo preferire il primo ai secondi, come meno “immondo” e “cleptocratico”.

Il rimprovero mosso a Pio XII di non aver condannato la Shoah è sciocco e pretestuoso, il Papa non approvava la violenza gratuita verso nessuna etnia in particolare, ma nello stesso tempo voleva le prove della reale entità della persecuzione anti-ebraica, che ancor oggi è lungi dall’essere pacificamente accettata dagli storici non “politicamente corretti”. Alla cifra dei sei milioni, tirata in ballo per la prima volta nel 1945-46 da Gromyko (che non era certamente uno “storico” imparziale ed obiettivo), molti storici rispondono che essa è esageratamente gonfiata e che rientra nella “normalità” di una inutile strage quale è una “assurda” guerra mondiale. Voler fare della Shoha un “unicum” che non passa mai è antistorico e mitologico. Tale tesi, sia pur con sfumature diverse, oltre che dagli storici “revisionisti” francesi tipo Rassinier e Faurisson, per citare i capostipiti (i quali hanno tutti fatto la resistenza contro l’occupazione germanica e son finiti nei campi di concentramento tedeschi, come migliaia di militari italiani dopo l’8 settembre) è avanzata sempre più insistentemente da storici ebrei e anche israeliani, a partire da Norman Finkelstein (La fabbrica dell’olocausto), Tom Segev, Benny Morris, Israel Shahak, Israel Shamir, sino agli ultimi libri scritti da Toaff e Burg e pubblicati in italiano durante questo anno. Vediamo questi ultimi due autori e cerchiamo di non farci lavare il cervello dalla propaganda martellante dei seimilioni e del semi-silenzio di Pio XII, no il Papa ha parlato di ciò che giungeva a sua conoscenza e non di ciò che la propaganda “illusionistica” hollywoodiana voleva fargli dire. Sarebbe ora che i cattolici riprendessero il coraggio di dire tutta la verità (mito olocaustico) e non di scusare papa Pacelli con mezze verità (semi-condanna diplomatica per non peggiorare la situazione).

 

1) Toaff

Ariel Toaff, ha scritto un libretto molto profondo, che integra e ci fa capire meglio quanto detto sopra, (Ebraismo virtuale, Milano, Rizzoli, 2008) a partire dal significato del linciaggio che ha subito quando pubblicò la prima edizione di Pasque di sangue (Bologna, Il Mulino, 2007). Egli dopo aver riflettuto a lungo è giunto alla conclusione secondo cui in ogni argomento di storia ebraica «la Shoah c’entra sempre» (p. 9). Essa apre e chiude ogni libro sull’ebraismo e «viene usata in dosi massicce come fosse un deodorante» (Ivi). Tale apologetica dell’ebraismo che tende a soppiantare la storia reale, rappresenta necessariamente e sempre gli ebrei come martiri innocenti e nega ogni episodio in cui essi, come tutti gli altri uomini di questo mondo, sono stati persecutori o non sono rimasti puramente o semi-passivi (proprio come Pacelli). Questo lavoro oleografico è lasciato a degli apologeti che generalmente ignorano l’ebraico (gojim giudaizzanti o ebrei della diaspora) i quali si mettono al servizio dello Stato d’Israele, qualsiasi governo abbia, per difendere a spada tratta tutte le sue decisioni e azioni, comprese quelle più cruente. Toaff ricorda che come oggi ci sono delle pagine oscure scritte dall’esercito israeliano in Palestina, così nel Cinquecento «ci sono stati degli ebrei esperti nell’alchimia e nelle arti magiche, imbevuti di superstizioni e dediti alle scienze occulte» (p. 13) e «demonologiche » (p. 24) della cabala pratica, i quali si son macchiati di assassini rituali per uso di sangue a scopo terapeutico, magico-superstizioso, come aveva ampiamente dimostrato nella sua prima edizione di Pasque di sangue. Ma la Shoah «la cui memoria sempre più ingigantita, onnipresente e clamorosa ha paralizzato il dibattito nel mondo ebraico» (p. 14). Se un fatto storico non è leggibile alla luce della ‘Tesi olocaustica’ lo si deve negare, così è stato per l’omicidio rituale, per il deicidio, per l’Antica Alleanza che è stata soppiantata dalla Nuova ed Eterna nel Sangue di Cristo e per Pio XII. Se qualcuno osa rivisitare questi luoghi storico-teologici, si sentirà rimbrottato con la solita frase oramai fastidiosa e ripetitiva sino alla noia, “ma come la mettiamo con la Tesi della Shoah? Non sarà mica un antisemita?”. Il Nostro ricorda che quando iniziò l’insegnamento all’Università Bar-Ilan in Israele nel 1971 di Shoah si parlava poco e niente (p. 29), ne parlava solo l’Unione sovietica staliniana (un pulpito poco credibile) per motivi di propaganda bellica, nel 1945-46. Soltanto negli anni Ottanta vi fu il ‘revival’ della Shoah, ma molti docenti universitari israeliani non vedevano di buon occhio tale ‘revival’, appunto perché da buoni storici abituati a lavorare su documenti avevano «scarsa fiducia nella memorialistica come documento storico probante» (p. 29) e avanzavano ampie «riserve sulle memorie dei reduci della Shoah, insufficienti e inadeguate» (p. 36), dalle quali è nata «una storia virtuale e inattendibile» (p. 37). I “revisionisti” (Rassinier, Faurisson eccetera) hanno mosso analoghe obiezioni al mito della Shoah, ma le hanno pagate care, come Toaff ha pagato caro il suo libro sull’omicidio rituale. Toaff, come Roger Garaudy (I miti fondatori dello Stato Israeliano, Genova, Graphos, 1996), ha pagato le obiezioni mosse al mito olocaustico. Il Toaff parla chiaramente di «storia che diviene mito e leggenda» (p. 33). Ossia la Shoah è il mito su cui si è fondato lo Stato d’Israele e se si critica questo, immancabilmente si profana la “religione mitologica” della Shoah «alla quale in fondo [e in privato] nessuno crede veramente» (p. 41), ma la cui negazione o revisione, in pubblico ed esteriormente, è considerata una bestemmia che va punita con la prigione, la morte civile se non fisica. Il professore ammonisce i suoi correligionari cercando di far capire loro che questo tipo di storia oleografica rende gli ebrei «degli olocausti ambulanti» (p. 46) con il risultato che in Italia nel 2007 il 49 % dell’opinione pubblica ha denunciato come «irritante e strumentale il ricordo pubblico, quasi imposto e costantemente amplificato dell’olocausto» (Ivi). Onde cerca di far capire loro che i peggiori nemici del popolo ebraico sono i politicanti riciclati e “kippati”, i quali farisaicamente e senza alcuna convinzione, con l’unico scopo di prender voti, inaugurano musei, mostre, partecipano a ‘meeting’ sulla Shoah, fenomeno questo «che sta portando a una inevitabile e deplorevole banalizzazione» (Ivi). Già Sergio Romano (Lettera ad un amico ebreo, Milano, Longanesi, 1997) aveva cercato di spiegare questa problematica, ma miopemente fu accusato di antisemitismo tra gli altri anche dai discepoli dei redattori di “Difesa della razza” (il cui vice direttore era Giorgio Almirante, padre spirituale di Gianfranco Fini) che oggi si schierano con “L’offesa della razza”, per la società multi etnica, pronti un domani, se cambia il vento, a riciclarsi e ritornare ai vecchi amori. Toaff ammonisce: «La Shoah e la sua memoria stanno uccidendo di fatto la storia ebraica» (p. 48). L’Autore ha anche il coraggio, oltre la lungimiranza, di ammettere che «se a confrontare Israele entro e là dei suoi confini ci fossero popolazioni europee avvezze alla democrazia e non realtà islamiche (…), il conflitto si sarebbe già da tempo esaurito» (p. 63), è per questo che l’America vorrebbe esportare dal 2001 la democrazia, che ha corrotto l’Europa a partire dal 1945, anche nel mondo arabo, ma senza successo. Però la crisi economica del modello supercapitalista e iperliberista americano segna la fine di un’epoca e di un mondo, quello moderno e postmoderno, condannato da Pio IX nel Sillabo (“il Papa non può venire a patti col mondo moderno [modernità soggettivista e relativista], il liberalismo e il progresso [all’infinito della natura umana, o razionalismo naturalista]”). L’anarco-capitalismo selvaggio di Hayek e Mises ha spinto le masse (occidentali e anche europee) a vivere al di là delle proprie risorse grazie all’indebitamento. Occorre spendere e far circolare soldi, se non li si possiede li si chiede in prestito. È stato – per un lasso di tempo – il trionfo dell’usura e della “cultura” del debito su quella del risparmio, della “cicala” sulla “formica”. L’origine di tale “cultura” innaturale e contraria al buon senso va ricercata teoricamente nel Puritanesimo anglo-americano e politicamente nella vittoria dell’Inghilterra ed Olanda sulla Spagna di Filippo II e poi nella migrazione della “feccia” anglo-olandese (perseguitata nelle loro Terre d’origine) in America, la quale si fonda su tre pilastri: calvinismo, giudaismo e massoneria. Ora questo crollo significa – forse – un ritorno al buon senso mediteraneo-latino sul “fumo di Londra”? Questo ce lo dirà la storia. Per ora non ci resta che attendere l’evolversi della situazione in medio oriente e vedere se tra i due litiganti (americanismo contro islamismo) il terzo (cattolicesimo-romano) potrà trionfare. Quel che è certo è il fatto che anche in economia il caso (o l’assoluta libertà senza alcuna regola) è sempre inferiore alla pianificazione logica di un’intelligenza ordinatrice (specialmente se mitigata e conscia dei propri limiti), la quale non è infallibile ma meno disorganizzata del caso anarco-liberista.

Queste pagine di Ariel Toaff sono un nuovo colpo al vecchio mito olocaustico, che avendo toccato l’apice sta iniziando la sua discesa, come l’economia iperliberista. La stessa situazione la si ritrova in campo geo-politico, il mito sionista-americano oramai vacilla sotto il peso della crisi economico finanziaria del liberismo puro (neo-con) e della sconfitta militare in Iraq, Libano e Palestina che si potrebbe espandere e diventare una vera catastrofe nucleare in Iran, Afghanistan, Pakistan e Russia.

Oramai i miti non incantano più nessuno, son tenuti in piedi da vecchie cariatidi che hanno fatto carriera nel primo dopo guerra con essi (e dai loro “giovani” del-fini) e continuano e spremerli come limoni, sino all’ultima goccia, prima di gettarli con la stessa disinvoltura con la quale li hanno abbracciati, baciati e venduti.

2) Burg

Avraham Burg, ex presidente del Parlamento israeliano, deputato laburista, presidente dell’Agenzia ebraica e del Movimento sionista mondiale, vice presidente del Congresso ebraico mondiale, ha scritto (in ebraico nel 2007) un altro libro molto interessante, tradotto un anno dopo in italiano (Sconfiggere Hitler. Per un nuovo universalismo e umanesimo ebraico, Vicenza, Neri Pozza, 2008), che è diventato un best seller in Israele ed ha causato numerose polemiche, che non accennano a diminuire. L’autore descrive lo Stato d’Israele come un Paese aggressivamente militaristico, xenofobo e ossessionato dalla Shoah, proprio come ha fatto il succitato Ariel Toaff. Il quotidiano italiano La Repubblica ha definito questo libro del Burg come ‘demolitore dei pilastri ideologici su cui è stato costruito lo Stato ebraico’.

Infatti Burg spiega come Israele, “occupato”psicologicamente dalla memoria ossessionante della Shoah, è diventato insensibile alle sofferenze altrui, specialmente dei Palestinesi. Il Paese è oramai, dopo appena sessanta anni dalla sua fondazione, instabile mentalmente e politicamente e vicino al razzismo militarista e persecutorio. L’Autore non esita a scrivere che: «La “Shohaizzazione” è diventata la nostra seconda natura (…) e resta un’esperienza onnipresente» (Ibidem, p. 23). «Il sionismo disfattista è stato generato dalla Shoah (…) che è più presente di Dio nella nostra vita (…) Per più del 90 % degli studenti intervistati, la Shoah è l’evento più importante della storia del popolo ebraico. Più della creazione del mondo» (Ibidem, pp. 45-46), onde «più ci troviamo impantanati nel nostro passato (…), più diventiamo incapaci di uscirne» (p. 47). Inoltre «l’abisso della Shoah, ha talmente condizionato la dirigenza americana, da indurla a sostenere quasi sempre tutte le guerre della grande potenza e sostenere la linea più a destra della politica estera della Casa Bianca, soprattutto per quanto concerne Israele e il Medio Oriente (…) contro gli arabi. Contro, contro, contro…» (Ibidem, p. 79). Dal 1945-48 «Israele non è più uno Stato rivolto all’avvenire, ma una società legata al suo funesto, traumatico passato» (Ibidem, p. 131). Israele è «un colosso dalle gambe molli (…) che porta in sé due elementi: una forza eccessiva e una tremenda debolezza» (Ibidem, p. 135) i quali lo rendono un fatto storico destinato a passare. La fine dello Stato ebraico è insita nel suo Dna, non può non passare, essendosi fissata su un “passato che non passa” è destinato alla consunzione come ogni “fissato”, Burg scrive: «non avremo alcuna possibilità di sopravvivere a lungo termine» (Ibidem, p. 165). Un’altra stranezza di Israele è il fatto che ha perdonato ai Tedeschi, mentre non riuscirà a perdonare mai agli Arabi, sino a che non li avrà eliminati geograficamente o fisicamente, poco importa (cfr. p. 138), purché siano «reintegrati con sei milioni di cittadini morti, che rappresentano la parte più attiva, o meglio ‘reattiva’ della società israeliana» (Ibidem, p. 131).

Il sogno del sionismo è fallito per l’Autore. Quindi occorre abbandonare Israele e ritornare alla diaspora, con i suo valori e modi di vita. Le sue tesi sono provocatorie, non sempre condivisibili, ma fanno riflettere. Ciò che colpisce è l’elemento comune a Toaff e a molti altri pensatori che stanno diventando sempre più numerosi: Israele e l’ebraismo odierno sono ammalati psichicamente di ossessione persecutoria “olocaustica”, che li porta ad una specie di reazione schizofrenica violenta e aggressiva nei confronti dei non-israeliani. Il rimedio proposto dal Burg è il sogno del ritorno alla serenità, grazie ai valori umanitari del giudaismo. È possibile ciò? Oppure è una chimera? Io penso di no, comunque sarà il futuro a darci la risposta certa, frattanto possiamo cercare di azzardare una nostra considerazione e opinione. I Romani dicevano: “gutta cavat lapidem, non vi, sed saepe cadendo”, mi sembra che come il sionismo, goccia su goccia, sia arrivato alla costruzione dello Stato d’Israele, così oggi stia iniziando un processo contro-sionista, che senza forza, ma aggiungendo, spesso, goccia a goccia, possa mandare in frantumi l’artificiale costruzione del colosso israeliano dai piedi di argilla.

3) Mlečin

Leonid Mlečin, storico e giornalista russo, autore di molte pubblicazioni, già vice direttore del quotidiano Izvestija ha scritto un altro interessante libro (in russo nel 2006) tradotto in italiano due anni dopo (Perché Stalin creò Israele, Roma, Teti, 2008), in cui smonta la tesi cara ai teo-conservatori americani, europei e italiani, secondo cui Israele rappresenta ab initio il bastione occidentale o della “magna Europa” prima contro il comunismo e poi contro l’islamismo. No, la realtà è un’altra, nella nascita di Israele il ruolo di Stalin, non Krusciov o Gorbaciov-Eltsin si badi bene, è stato determinante. Egli lo dimostra fondandosi sui documenti recentemente scoperti negli archivi sovietici, aperti da Putin agli storici. Si sapeva che il voto dell’Urss, con Gromyko, nel 1948, in sede Onu, a favore della nascita di Israele fu fondamentale e addirittura anteriore a quello americano. Tuttavia non era ancora sufficientemente noto che nel 1948 l’Unione Sovietica fornì armi allo Stato ebraico, senza le quali, come ha confessato Golda Meir: “Israele non avrebbe potuto resistere”. Il professor Luciano Canfora nella prefazione al libro smonta la favola teo-conservatrice dello Stato ebraico come essenzialmente e connaturalmente antibolscevico. Addirittura già Lenin nel 1914 perorava la causa sionista (Ibidem, p. 9). Stalin, subito dopo la rivoluzione del 1917 volle la costituzione di una “sezione ebraica” all’interno del partito bolscevico, chiamatasi Evekcija e si sarebbe voluta «la creazione di uno Stato ebraico all’interno dell’Urss, nel Birobidžan, alla metà degli anni Venti» (Ibidem, p. 10). Nel 1944-46 l’Unione Sovietica decise di impegnarsi a fondo per la nascita dello Stato ebraico (Ivi). L’ostilità araba per il voto sovietico del 1947, che permise la nascita reale dello Stato israeliano, perdurava ancora all’inizio degli anni Cinquanta, mentre la GB sosteneva gli Stati arabi e gli Usa non si muovevano con sufficiente determinazione a favore di Israele pur essendo un suo alleato “naturale” (Ibidem, p. 11). Certamente lo scopo di Stalin era quello di abbattere i governi arabi (“monarchie feudali”) e di stabilire in Palestina una “democrazia” popolare (“Paese socialista”), simile a quella sovietica (Ivi). Anzi, Stalin desiderava addirittura “vedere in Palestina soltanto Israele” (Ibidem, p. 81), paese affidabile per future basi militari sovietiche (Ibidem, p. 87). Questo atteggiamento di Stalin, decise Truman ad appoggiare Israele onde impedire all’Urss di restare l’unica amica di Israele, che aveva rotto già con la GB (Ibidem, p. 90).

Tuttavia, quando (nel 1952, un anno prima di morire) egli si accorse che Israele era soggetta alla stessa tentazione di “autonomia” dall’Urss, come la Cecoslovacchia (ove i vertici del partito comunista erano in larga parte di origine ebraica) cominciò a raffreddarsi nei confronti dell’ebraismo esterno o “palestinese”, come già era avvenuto con quello interno o russo nel 1949 (Ibidem, p. 12). «Stalin (…) voleva una replica dell’esperimento spagnolo (…). Se alla fine degli anni Trenta avessero vinto i repubblicani, la Spagna sarebbe diventata una repubblica sovietica. Stalin dunque permise l’esodo degli ebrei dai paesi dell’Europa orientale verso Israele, e li rifornì di armi perché sperava che quegli esuli, provenienti da paesi diversi e che parlavano lingue diverse, si sarebbero uniti in nuove brigate internazionali e avrebbero ascoltato la voce di Mosca. Ma gli ebrei che erano giunti in Israele si sentivano diversi dai russi, tedeschi e francesi che erano andati a combattere in Spagna negli anni Trenta. Gli uomini delle brigate internazionali erano ospiti in terra spagnola, mentre in Palestina gli ebrei sentivano di essere tornati a casa loro (…). In altre parole lo Stato costituitosi in Palestina era molto diverso da quello che Stalin aveva vagheggiato. Era davvero indipendente: voleva acquistare armi sovietiche, ma non chiese l’invio di divisioni da stanziare sul proprio territorio» (Ibidem, p. 192).

Dopo la morte di Stalin (1953) l’Unione Sovietica iniziò ad avvicinarsi al mondo arabo e specialmente all’Egitto (1956) e tale strada si è rafforzata vieppiù sino al 1973 (guerra del Kippur) e all’epoca di Brezgnev.

Come si vede, Israele non è nato anti-comunista, né anti-islamico, è divenuto filo americano e anti-arabo, date le circostanze che lo hanno spinto in tale direzione, per il suo vantaggio e la sua sopravvivenza stessa. Le sue origini sono “laburiste” o socialisteggianti (kibbuz) – da un punto di vista politico – mentre, religiosamente, esso è molto più vicino all’islam semitico che non al cattolicesimo romano. Onde la favola della “magna Europa”, del “bastione occidentale” antibolscevico e del baluardo contro l’islam sono pregiudizi e stereotipi “teo-conservatori”, duri a morire.

Conclusione

Il mito del torrione anti-bolscevico viene a cadere nel momento in cui il mito olocaustico comincia ad annaspare e sta per affogare, come hanno dimostrato, ultimissimamente, Toaff e Burg. Il teo-conservatorismo giudaico-americanista impantanatosi militarmente in Iraq ed economicamente nel nord America, viene a trovarsi così - ideologicamente – senza la terra sotto i piedi, dacché i due pilastri su cui si fonda teoricamente, politicamente e militarmente sono lo “spauracchio” del bolscevismo (ieri) fermato da Israele come avamposto dell’occidente libero e (oggi) l’islamo-fascismo, che ad onta della Shoah non vuol riconoscere allo Stato d’Israele il diritto ad impossessarsi dell’80 % della Palestina e agli Usa quello di importare-esportare la “democrazia” a suon di bombe in cambio di petrolio (oggi si direbbe import-export), con la scusa delle armi di distruzioni di massa di Saddam, molto simili ai forni crematori o alle camere a gas, che non sono state mai trovate. La vecchia “storiella” della guerra “preventiva” ma nello stesso tempo “difensiva” (la “canna fumante”) e quindi “lecita” (Bush dixit), rischia di ripetersi con l’Iran, ma forse questa ennesima aggressione pilotata sarà l’inizio della fine dell’imperialismo giudaico-anglo-americanista.

In mezzo a tanta melma vi sono degli episodi degni di nota:

 

a) qualche giorno fa un giornalista irakeno ha accusato in pubblico Bush di aver invaso e distrutto il suo Paese e di andarsene dopo cinque anni, senza aver ricostruito nulla e gli ha lanciato addosso un paio di scarpe. Naturalmente è stato arrestato, democraticamente malmenato e imprigionato (rischia sino a 15 anni di carcere). Mi domando se con la crisi economico finanziaria che attanaglia l’Italia, Fini valga un paio di “scarpe da piedi sporchi”… Penso proprio di no, tranne che le fornisca, gratuitamente, “mani pulite” e “intoccabili”.

 

b) In campo ecclesiale, un episodio analogo a questo, mi ha fatto riflettere: il discorso che ha tenuto il Patriarca di Gerusalemme per il Natale 2008, in cui ha accusato, apertamente e senza giri di parole, Usa e Israele di aver destabilizzato il Medio Oriente e conseguentemente il mondo intero. Non tutto è perduto, le vie del Signore sono infinite…forse un Papa “palestinese” potrebbe rimettere le cose a posto, a mo’ di Sisto V.

 

Don Curzio Nitoglia

27 dicembre 2008