IL SILLABO TOMISTA

Commento alle XXIV Tesi del tomismo: II Tesi

(atto puro e atto misto)


d. CURZIO NITOGLIA

6 marzo 2012

http://www.doncurzionitoglia.com/2a_tesi_tomismo_commento_xxiv.htm


 II Tesi: atto puro e atto misto

 

«L’atto come perfezione è limitato dalla potenza, che è capacità di ricevere la perfezione».

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● L’atto dice perfezione, la potenza imperfezione. L’atto è “attivo” e perfeziona o realizza la potenza, la quale è “passiva” ed è perfezionata dall’atto. Quindi esiste una certa analogia o somiglianza tra atto/forma/essere da una parte e potenza/materia/essenza dall’altra. Infatti la forma perfeziona o “informa” la materia e l’essere dà l’ultima perfezione all’essenza facendola esistere in atto (l’ente è un’essenza che ha o riceve l’essere per partecipazione).

 

● La potenza dice capacità passiva di ricevere  l’atto. Tuttavia vi è anche la “potenza attiva” o capacità di dare qualcosa (per esempio l’occhio ha la capacità attiva di vedere ed è potenza attiva; mentre il legno ha la capacità passiva di ricevere la forma di statua, sedia o tavolo). Quando si parla di potenza senza aggiungere nulla, si intende potenza passiva. Se si vuol parlare di potenza attiva occorre precisarlo.

 

● L’atto dice perfezione, realizzazione o “attuazione” della potenza. Quindi l’Atto puro da ogni potenza è la Perfezione stessa per sé sussistente ossia Dio. Siccome la perfezione ultima o più perfetta di tutte le altre perfezioni (atti, forme, essenze) è l’essere (“actualitas omnium actuum”), Dio è in primis Essere stesso per essenza. “Solus Deus est suum Esse”. Dio non ha o riceve l’essere per partecipazione, ma è l’Essere stesso per essenza, mentre le creature (dall’Angelo al minerale) ricevono o hanno l’essere per partecipazione (vedi S. Tommaso, Somma Teologica, I parte, questione 7, articoli 1-2; Somma contro i Gentili, libro I, capitolo 43).

 

● Questo concetto di ‘partecipazione’, sublimato e ultimato perfettamente da S. Tommaso, lo si trova già in Platone.  Infatti per Platone il mondo sensibile, l'ente creato (o “per partecipazione”) partecipa all'Iperuranio o Mondo delle Idee (Ente per essenza). S. Tommaso mutua da Platone e non solo da Aristotele (come vorrebbero alcuni, che vedono nell’Angelico un semplice commentatore di Aristotele) il concetto di partecipazione (Ens per essentiam et ens per participationem). Platone si ferma alle Idee pure, Aristotele va oltre e giunge alla sostanza o essenza delle cose, ma si arresta lì. S. Tommaso eleva Aristotele col concetto intensivo di essere come atto ultimo di ogni essenza (“ultima perfectio omnium perfectionum”, “actualitas omnium actuum”, “actus ultimus omnium formarum seu essentiarum”) e Platone col concetto di ente per partecipazione o creato ed Ente per essenza o Infinito ed Increato. Inoltre l’Aquinate corregge la svalutazione eccessiva del mondo creato in Platone, il quale insegnava che il vero mondo o la vera realtà è solo l’Iperuranio, mondo delle Idee o Essere per essenza, mentre il mondo fisico è solo un’ombra e per di più un carcere dell’Iperuranio, con la conseguente svalutazione tendenzialmente gnostica/manichea della materia, del mondo, del creato, del corpo (“soma/sema”, ossia “corpo/tomba”). Tuttavia non si può negare la presenza della filosofia di Platone nell’Aquinate. Infatti la quarta via tomistica per dimostrare l'esistenza di Dio è tutta fondata sul concetto di partecipazione e porta alla “Causa Prima increata” di ogni effetto finito. Quindi l'Angelico ha ripreso il meglio di Platone e di Aristotele, ha corretto Platone alla luce di Aristotele ed ha perfezionato quest'ultimo con la metafisica dell'essere come “actus essendi”, superiore alla metafisica della sostanza aristotelica (vedi C. FABRO, Partecipazione e causalità in san Tommaso d'Aquino, Torino, Sei, 1939; ID., Il concetto di partecipazione, Milano, Vita & Pensiero, 1961). Il cuore della metafisica tomistica è costituito da questi due grandi princìpi dai quali derivano tutti gli altri: 1°) l’essere come actus essendi o ultima perfezione di ogni essenza; 2°) l’Ente per essenza (che è il suo stesso Essere per sua natura o essenza) e l’ente per partecipazione (che ha o riceve l’essere e non è il suo stesso essere).

 

● L’Atto puro è senza nessun limite di potenza o imperfezione. Quindi è Infinito ed essendo Infinito è necessariamente Unico (contro il politeismo), poiché se esistessero due “infiniti” realmente distinti, uno di loro dovrebbe mancare di una qualità o perfezione che ha l’altro per potersene distinguere; altrimenti sarebbero una sola cosa. La teoria del politeismo o di due “infiniti” è assolutamente contraddittoria, poiché uno dei due “infiniti” dovrebbe mancare di qualcosa ed essere perciò finito e limitato.  Il Dottore Comune è lapidario: “per il fatto stesso che l’Atto è puro, può essere solamente Illimitato, Infinito e Unico” (Somma Teologica, I parte, questione 11, articolo 3).

 

● Siccome il limite viene dalla potenza, che dice imperfezione, manchevolezza, restrizione, finitudine, la molteplicità degli enti viene dalla potenza. Infatti Parmenide, che non conosceva ancora la potenza, (per difendere il principio speculativo di identità, anche se mal formulato: “l’essere è l’essere, il non-essere non esiste”) affermava il monismo statico di un unico essere senza nessuna potenza né cambiamento o divenire e negava pure la molteplicità degli enti, cosa che è contraria all’evidenza dei fatti. Egli faceva il seguente sillogismo: “dal nulla  viene il nulla, dall’ente in atto non viene un ente in atto poiché è già esistente in atto. Quindi il divenire non esiste” (“ex nihilo nihil fit. Ex ente in actu non fit actum, qua iam est in actu. Ergo ipsum fieri est impossibile”). Ma il buon senso ci dice che “contro il fatto non vale l’argomento”. Noi tutti costatiamo che vi è  del movimento, cambiamento o divenire attorno a noi (il fiore che nasce, appassisce e muore, il fiume che scorre…) e vi sono molti enti, uno distinto dall’altro (Antonio, Marco, un cavallo, un leone, un albero, un sasso). Quindi il monismo panteistico e statico di Parmenide è falso. Al contrario Eraclito (per difendere il fatto del movimento) negava il principio speculativo e per sé noto di identità ed affermava che esiste il solo divenire (monismo dinamico o evoluzionista: esiste un solo unico movimento perpetuo); egli non conosceva ancora - come Parmenide - la nozione di potenza e negava ogni essere o sostanza per se sussistente e stabile: per lui “tutto scorre come un fiume”, non vi è nulla di stabile. Il suo ragionamento suonava così: “dal nulla viene nulla. Dall’atto non viene alcunché, poiché è già in atto. Quindi l’essere in atto è impossibile” (“ex nihilo nihil fit. Ex ente in actu non fit actum quia iam est in actu. Ergo esse non existit”). Ora la realtà dei fatti ci mostra che esistono molte sostanze stabili sotto gli accidenti che mutano; l’essere che fa esistere o passare dalla potenza all’atto le essenze le quali divengono enti in atto, e non un unico perpetuo movimento sostanziale senza sostanze o essere che sostengono, supportano o fanno da soggetto all’accidente “movimento”, anche se le sostanze sono sottomesse a cambiamenti accidentali (Giovanni che invecchia, incanutisce, dimagrisce o ingrassa, distinto da Pietro e Paolo). Aristotele con la nozione di potenza, che è distinta realmente dall’atto e dal nulla, è riuscito a conciliare il principio teoretico dell’essere e il fatto pratico del divenire.  Il suo sillogismo spiega esattamente  la realtà delle cose e la coniuga con il principio speculativo ed evidente d’identità ben formulato: “l’essere è l’essere, l’essere non è il non-essere, il non-essere è non-essere”, ossia la potenza, che non è essere in atto, è potenza ed esiste in quanto potenza (mentre Parmenide diceva erroneamente: “il non-essere [in atto] non esiste”). Infatti, grazie alla potenza (che non è il nulla, ma neppure l’essere in atto), lo Stagirita dice: “dal nulla viene nulla, dall’ente in atto non viene l’atto poiché è già in atto, ma dalla potenza viene l’atto ovvero la potenza passa all’atto. Quindi il divenire è possibile e l’essere pure grazie alla potenza” (“ex nihilo nihil fit. Ex ente in actu non fit actum quia iam est in actu. Ex ente in potentia fit actum quia non est in actu. Ergo esse existit et fieri est possibile”) e riformulava esattamente il principio di identità: “l’essere è l’essere, il non-essere è il non-essere, ma l’essere non è il non-essere” (mentre Parmenide diceva erroneamente: “il non-essere [la potenza] non esiste”). Ora la potenza è “non-essere in atto” ed esiste come qualcosa di intermedio tra il nulla e l’essere in atto perfetto (per esempio il legno della statua che viene cesellata pian piano non è il puro nulla, ma neppure è la statua ultimata tuttavia esso esiste mentre l’artista lo lavora e tende all’atto perfetto e non al movimento perpetuo). Ecco l’importanza della distinzione reale tra potenza e atto, scoperta da Aristotele e sublimata da S. Tommaso con l’essere che perfeziona l’essenza, alla quale Aristotele si era fermato senza giungere all’atto di essere (vedi San Tommaso, De Spiritualibus creaturis, articolo 8) .  

 

● Da questa semplice distinzione metafisicamente iniziale tra potenza e atto deriva virtualmente il termine e il vertice della metafisica ascendente: la distinzione tra Dio e le creature e la sua ragione, motivo o “perché” più alto. Lo vedremo nella III Tesi del Tomismo.

 

d. CURZIO NITOGLIA

6 marzo 2012

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